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Scuola. Problemi storiografici

Henri-Ir_n_e Marrou

PROBLEMI STORIOGRAFICI

 

Il carattere della coscienza storica nel dibattito storiografico più recente rimanda ad una serie di problemi che possiamo così riassumere:

 

  1. CONTEMPORANEITA’ DEL PASSATO NEL PRESENTE. Il rapporto del passato col presente è strettamente unitario. La narrazione storica implica sempre l’esposizione critica dei documenti, e cioè la loro interpretazione ad opera dello storico. E’ la tesi di Benedetto Croce, che, liberata dall’involucro idealistico e storicistico, viene ripresa in campo cattolico dal pedagogista Catalfamo: “I valori conseguiti nel passato e affidati alla tradizione, sono il lievito della realtà presente”.
  2. Un successivo principio, ugualmente legato al precedente è che: IL PASSATO IN QUANTO PASSATO NON INTERESSA più chi si accinge a scrivere un’opera di storia o semplicemente a tenere una relazione di storia. Contro chi crede che la storia sia un’oggettiva ricostruzione di un passato in sé concluso e dunque solo come passato, J. Dewey scrive: “Se il passato fosse veramente finito o morto, vi sarebbe un solo atteggiamento verso di esso, lasciate che i morti sotterrino i loro morti. Ma la conoscenza del passato è la chiave per capire il presente.  Gli avvenimenti passati non possono essere separati dal presente vivo senza perdere il loro significato. Il vero punto di partenza della storia è sempre qualche situazione attuale con i suoi problemi” (J. Dewey, Democrazia ed Educazione, pag. 275). D’accordo con il pensiero del Dewey è Attisani: “La storiografia e cioè l’historia rerum gestarum consiste nell’intelligenza del passato, anzi di un certo passato ridestato da un interesse del presente”.
  3. LA STORIA NON E’ SEPARABILE DALLO STORICO. E’ la posizione più recente della storiografia che ha nei nomi di H. I. Marrou, H. Carr, Collingwood, i rappresentanti più in vista. Tale principio (la storia non è separabile dallo storico) fa giustizia della cultura positivista per la quale fare storia doveva significare solo “obiettiva ricostruzione del passato”. Dello storico, nonché dei suoi informatori, secondo il pensiero positivista, si sarebbe voluto fare uno strumento meramente passivi, una sorta di apparecchio registratore che riproducesse l’oggetto ed il passato con meccanica fedeltà. Insomma, scriveva Marrou: “per il positivista, lo storico non ricostruisce la storia, ma la ritrova”. Collingwood, che non risparmia il suo sarcasmo ad una tale “conoscenza storica bell’è fatta che debba essere ingoiata  o ingurgitata nella mente, la chiama “Storia forbici e colla”, in una parola, la Storia veniva ridotta a mera erudizione (H. I. Marrou, La conoscenza storica, pagg. 53, 54). Gli storici positivisti, nati e cresciuti in un periodo storico durante il quale la fisica, la chimica, la biologia, chiamate scienze esatte, avevano avuto un grande sviluppo, pensavano che la Storia dovesse raggiungere anche essa l’ambito rango di scienza positiva, di conoscenza “valida per tutti”, insomma di oggettività a tutta prova. In fondo, loro palese ambizione era di promuovere “una scienza esatta delle cose dello spirito”, secondo la definizione di Renan. “La storia non è altro che l’impiego dei documenti, avevano detto gli storici positivisti. Da un punto di visto logico, il concetto non fa una piega, ma il documento soltanto non può costituire il punto di partenza di una qualsiasi ricerca storica. Lo storico è qualcosa di più che un semplice operaio intento alla trasformazione di una materia prima, né il metodo storico può considerarsi alla stregua di una macchina automatica, in cui, come in un imbuto, si introdurrà qualche documento allo stato grezzo per vederne poi uscire la fine orditura della conoscenza”(H. I. Marrou). H. Carr, impegnato nella stessa polemica antipositivista, scriveva: “La storia secondo i positivisti consisterebbe solo nei documenti, nelle iscrizioni, come i pesci sul banco del pescivendolo” (H. Carr, Sei lezioni di storia, pag. 13). Se questa è la critica distruttiva della storia positivista, quale è la concezione che Marrou ha della storia e della conoscenza storica?
  4. La storia è il passato nella misura in cui possiamo conoscerlo”. Definizione questa già usata da V. H. Galbraith, che fa giustizia del filosofo idealista che si sente sicuro di costruire il reale con le sole risorse del pensiero e della scrupolosa miopia dell’erudito positivista pago soltanto dei fatti accumulati nel suo schedario”.
  5. La  storia è una battaglia dell’ spirito, un’avventura, e come ogni impresa umana conosce solo successi parziali, sempre relativi, sproporzionati alle ambizioni iniziali; come da ogni certame che si ingaggia con le sconcertanti profondità dell’essere, l’uomo ne esce con un’acuta coscienza dei suoi limiti, della sua debolezza, della sua umiltà” (H. I. Marrou, La conoscenza storica, pag. 56)
  6. La  storia è la risposta (elaborata con l’ausilio di documenti) ad una domanda che la curiosità, l’inquietudine, l’angoscia esistenziale, direbbero taluni, l’intelligenza e lo spirito dello storico rivolgono ai misteri del passato” (Ibidem, pag. 60). Può anche darsi che una ricerca storica sia sollecitata dall’incontro del tutto casuale con un documento, ma questo non esclude la priorità logica della “domanda” che lo storico rivolge ai suoi documenti.
  7. Quando lo storico si accinge ad intraprendere lo studio di un’epoca, di un fatto, non si vede imporre, o se si preferisce, non dispone di un piano di indagine determinato a priori, quasi una sorta di passe- partout. Un tale piano lo determina egli stesso; di conseguenza, tutto lo sviluppo ulteriore della ricerca e la stessa conoscenza, che ne sarà il risultato, si trovano condizionate ed orientate dalla entità delle domande poste.

 

 

  1. Giustozzi

 

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