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Cultura. ’hip hop è la nuova forma del romanzo americano

Fonte: Internet

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Negli Usa è diventata la musica più ascoltata perché parla della nostra epoca
Tratta il narcisismo con ironia, è caotica come il web e dice la verità al potere

di NICHOLAS ROMBES

Questo articolo è tratto da «la Lettura» #296 del 30 luglio 2017

La notizia che, per la prima volta, l’hip hop è la musica più ascoltata negli Stati Uniti non dovrebbe stupire chi nuota nelle correnti della cultura popolare. Il rock ’n’ roll, che una volta parlava alla rabbia e alla ribellione dei giovani, è diventato soprattutto un fenomeno nostalgico, totalmente commerciale e relegato al revival dei suoi grandi successi. A questo punto, la domanda è: quali sono i significati più profondi della popolarità dell’hip hop?

Da un lato, il livello di sofisticazione, complessità linguistica e sperimentazione con il suono e la struttura fanno pensare che l’hip hop stia emergendo come un genere che compete con la letteratura. Le strategie narrative dell’hip hop sono effettivamente più simili a quelle della letteratura, con narratori e personaggi spesso in dialogo tra loro, e hanno raggiunto un notevole livello artistico nelle mani di Kanye West, Jay-Z, Queen Latifah ed Eminem. Negli Stati Uniti la popolarità dell’hip hop e il fatto che venga riconosciuto come genere letterario è parte di un più ampio movimento di ricerca di forme narrative alternative, non solo nella musica, ma in televisione, nel cinema e nei romanzi. Serie televisive come Homicide (1993-1999), I Soprano (1999-2007) e The Wire (2002-2008) hanno affrontato sfide creative e hanno sperimentato forme narrative complesse, allo stesso modo di film come Fight Club (1999), Memento (2000) e i primi film di Harmony Korine. Le opere postmoderne di David Foster Wallace (Infinite Jest, 1996), Mark Danielewski (Casa di foglie, 2000), Suzan-Lori Parks (Topdog/Underdog, 2001), Paul D. Miller, ovvero DJ Spooky (Rhythm Science, 2004) e altri hanno coraggiosamente introdotto una voce, un tono e una struttura sperimentali in letteratura in modi spesso simili all’hip hop.

Va poi considerata l’importanza del senso di auto-consapevolezza e ironia dell’hip hop, che si distingue dalla linearità e dal prendersi sul serio del rock, in particolare dell’arena rock. L’hip hop è la forma perfetta per la nostra età, un’epoca di demistificazione nella quale persino la fama è decostruita. Questo è un paradosso: anche se la cultura della celebrità è diventata narcisistica e mostruosa, la fama è spesso trattata con ironia, tra virgolette, soprattutto dalla generazione dei giovani nati negli anni Novanta. In I love Kanye Kanye West canta:

I miss the old Kanye, straight from the ‘Go Kanye

Chop up the goal Kanye, set on his goals Kanye

I hate the new Kanye, the bad mood Kanye

(Mi manca il vecchio Kanye, appena arrivato

da Chicago

il Kanye che sminuzza i suoi obiettivi, il Kanye

concentrato sugli obiettivi

odio il nuovo Kanye, il Kanye con la luna storta)

Ma è davvero Kanye che sta parlando, o un narratore in prima persona, un personaggio? Il modo giocoso con cui le star dell’hip hop esplorano e trattano la fama è l’equivalente dell’allusività postmoderna che vediamo in letteratura e nel cinema. Dna di Kendrick Lamar è solo l’ultima complessa canzone hip-hop raccontata attraverso una molteplicità di punti di vista e di narratori. I just win again, then win again like Wimbledon, I serve (Voglio vincere di nuovo, vincere di nuovo come a Wimbledon, io servo), dice la canzone, autoreferenziale come Maus, la graphic novel di Art Spiegelman o come Edward Norton che si rivolge direttamente alla macchina da presa nel film Fight Club.

L’hip hop riflette l’architettura non strutturata di internet. Le canzoni sono libere e diffuse, rifiutano la forma strofa-ponte-ritornello della tipica musica rock, e la sua popolarità rispecchia la crescita del web, che, come l’hip hop, è un patchwork. Non esiste un «centro» nel web, nessun punto di accesso universale e così come ci si può perdere nel web, ci si può perdere nella caotica imprevedibilità delle canzoni degli artisti hip hop più creativi, Kayne West, DJ Shadow, Wu-Tang Clan, Missy Elliott ed Eminem. Il potenziale vorticoso e pervasivo di queste canzoni è perfettamente rappresentato in quella che ora è considerata una classica canzone hip hop, Stan di Eminem, dove il narratore Stan — un fan di Eminem — registra se stesso:

So this is my cassette I’m sending you,

hope you hear it. I’m in the car right now

doing 90 on the freeway. Hey Slim,

I drank a fifth of vodka, you dare me to drive?

(Allora questa è la mia cassetta che ti sto mandando,

spero che tu la ascolti, sono in macchina ora,

sto andando a 150 all’ora in autostrada. Ehi Slim,

ho bevuto una bottiglia di vodka, hai il coraggio di farmi guidare?)

Eminem, che è di Detroit, la città dove insegno, offre un altro esempio di uno dei tratti innovativi dell’hip hop: il ruolo del produttore discografico come musicista e del musicista come produttore discografico. Nel rock ’n’ roll in genere il contributo del produttore era dietro le quinte, come nel caso di George Martin (i Beatles), Andrew Loog Oldham (i Rolling Stones) o Craig Leon (Blondie). L’hip hop ha capovolto questa relazione, con musicisti come Dr. Dre che ha scoperto e prodotto Eminem, Sean «Puff Daddy» Combs e Kanye West che hanno prodotto Jay-Z, che a sua volta ha prodotto Kayne West, eccetera. Gli scambi creativi che si verificano sono più intensi che nel rock e riflettono l’uso del file sharing, la condivisione di file, che ha contribuito a far nascere l’hip hop.

 

Negli Stati Uniti l’ascesa dell’hip hop rispecchia anche la crescente diversità razziale della nazione e il fatto che i «bianchi» non costituiscano più la norma. Nel 1998 la scrittrice Toni Morrison ha definito Bill Clinton «il nostro primo presidente nero», eppure è stato solo dieci anni dopo, con l’elezione di Barack Obama, che l’hip hop è arrivato, per così dire, alla Casa Bianca. L’hip hop è incentrato sulla lingua e i giochi di parole laddove le voci degli afroamericani sono rimaste in silenzio a lungo. Mentre il jazz non aveva voce e il blues parlava di sofferenza, oppressione e dolore in termini archetipici («esser giù, tristi, così a lungo») il linguaggio spesso crudo, profano e provocatorio dell’hip hop ha radici nel movimento del Black Power .

In questo senso, l’hip hop riflette non solo un crescente senso della diversità, ma anche la fluidità insita in esso. Le dualità e i confini che tradizionalmente ci separavano — soprattutto sul piano del genere, della sessualità e della razza — si sono erosi e l’hip hop parla a queste frontiere sfocate. Le tecniche hip hop che sono emerse negli anni Settanta, come il mixaggio, lo scratching (quando un deejay muove il disco in vinile avanti e indietro con un dito, creando un suono distintivo), il turntablism (quando il deejay manipola due dischi in contemporanea), sono diventate la grammatica dell’era digitale. Così come il rock ’n’ roll ha preso in prestito e rubato da generi precedenti come il blues, anche l’hip hop ha preso in prestito da una mescolanza di tradizioni che vanno dal jazz al rap, ma l’hip hop — a differenza del rock — non ha ceduto ai cliché di una formula.

Il rock, invece, non è stato un genere ribelle fino al punk, che con il nichilismo No Future (lo slogan che viene da God Save the Queen dei Sex Pistols) ha dato voce a una subcultura sfrenata, liberata dalla stagnazione economica e dalla stanchezza post hippie degli anni Settanta. I nomi stessi delle band più famose — oltre ai Sex Pistols, Clash, The Slits, The Stranglers, Voidoids, Buzzcocks, Dead Boys — suggerivano violenza, sessualità e provocazione, un dito medio alzato contro la generazione precedente. Ma se allora c’era un gap generazionale, nella nostra epoca di genitori onnipresenti e social media come Facebook e Instagram, che fungono da rete di collegamento per le famiglie, è del tutto scomparso. Cosa c’è da ribellarsi quando si fanno gli stessi videogiochi, si guardano gli stessi film e si condividono gli stessi social media dei genitori e anche dei nonni? L’hip hop e il suo cugino stretto, il rap, offendono come faceva una volta il punk, creando un divario e una disconnessione tra le generazioni in una cultura in cui tutto è collegato, una cultura di «amici» di Facebook e «mi piace» su Instagram.

Viviamo in tempi cinici, non abbiamo più fiducia nei nostri politici e nelle nostre istituzioni. Le vecchie forme di autorità a cui ci rivolgevamo per conforto e per dare significato alla nostra vita — la Chiesa, lo Stato, anche la famiglia — si sono sbriciolate. Abbiamo un tremendo bisogno di nuovi significati, nuove epiche, nuovi spazi in cui perderci. Una volta il rock ci dava questa evasione. Ma poi i musicisti sono invecchiati. I bianchi possono ancora affermare di essere gli oppressi, di essere quelli che hanno bisogno di creare musica per esprimere la loro angoscia e dire la verità al potere? Sembra poco credibile affermare che la «voce bianca» è oppressa e ha bisogno di ribellione. L’hip hop riempie il vuoto che una volta riempiva il rock. Dice la verità al potere. Se oggi Václav Havel fosse vivo, per protestare contro un governo oppressivo prenderebbe a modello molto probabilmente Jay-Z e non Frank Zappa.

 

(traduzione di Maria Sepa) 30 settembre 2017 Tratto dal Corriere.it

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