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Cultura. Coldigioco – una scuola comunità secondo Freinet

Coldigico

Ancora un altro libro sul Movimento di Cooperazione Educativa, pubblicato nel 1978 da Giovanna Legatti Tamagnini, “ Coldigioco –  una scuola comunità secondo Freinet”. E’ il diario di circa dieci anni trascorsi come insegnante presso una Scuola Elementare situata nell’alto maceratese. Scrive in quarta pagina di copertina Giuseppe Tamagnini, il fondatore del MCE, marito di Giovanna Legatti: “E’ in funzione di documento che ci siamo decisi a presentare questo scritto; esso non è e non ha la pretesa di essere un’opera organica di didattica, né uno studio sociologico, né analisi delle strutture della nostra scuola, ma su ognuno di questi tre campi ci può fornire una documentazione di prima mano…Sono momenti di vita vissuta; sono stralci di un diario tenuti insieme da un filo conduttore: una scuola che gradualmente si inserisce nel mondo dei propri alunni vivendone al di dentro la miseria e i drammi, le gioie e le angosce, fino a far corpo con esso e a rappresentarne il punto di convergenza e di racconto”.

I tre indicatori: Libro di didattica, studio sociologico, analisi delle strutture scolastiche sono facilmente rinvenibili nelle trecento ottantotto pagine del volume, diviso in sette capitoli, impreziosito da una prefazione dello stesso Giuseppe Tamagnini e da un’introduzione curata da Gianni Rodari. Negli anni d’insegnamento, trascorsi come docente di Lettere nella Scuola Media di Verano Brianza (Monza e Brianza), dicevo con un certo orgoglio, che il Movimento di Cooperazione Educativa era nato nelle Marche, grazie al coraggio di un gruppo d’insegnanti, tra i quali Giuseppe Tamagnini. Ritornato nella mia terra di origine, mi sono accorto con sorpresa che quasi nessuno sapeva chi fosse Giuseppe Tamagnini né Giovanna Legatti e pochi conoscevano il Movimento di Cooperazione Educativa. Questi piccoli contributi vogliono colmare queste lacune e dare un giusto riconoscimento, ahimè tardivo ai due insegnanti.

Il diario si apre con una data: 2 ottobre 1961. E’ il nuovo anno scolastico per Giovanna Legatti che affronta dopo aver avuto il trasferimento da una Scuola Elementare di Vigolzone, in provincia di Piacenza, dove è nata, in quella di Coldigioco, una località montana in provincia di Macerata. Veramente, anche Mario Lodi aveva fatto la domanda di trasferimento a Coldigioco, ma la sua domanda non era stata accettata. Rimane nella sua scuola di Piadena, in provincia di Cremona. E’ un peccato perché il Movimento di Cooperazione Educativa non può dare attuazione al progetto di avere due cicli completi di Scuola Elementare dove attuare le tecniche Freinet, riducibili alla tipografia a scuola, il testo libero, la corrispondenza tra le classi. Giovanna Legatti vive con il marito Giuseppe Tamagnini, rimasto vedovo con due figli, a Frontale nella vecchia casa paterna del marito. I due si sposano nel 1960. “Coldigioco, un paese a mezza costa, dove ci sono una maestra e un pugno di ragazzi, è una borgata di Frontale, assieme a Villanova, Acqualiberta, Fornelle, Fornaci, Santa Maria, Castelletta e Macchie” (Giovanna Legatti, Coldigioco, una scuola comunità secondo Freinet, pag.184, la linea editrice, Padova 1977, prima edizione settembre 1978). Frontale è la frazione di Apiro (MC) che si trova a sette chilometri. Scrivono gli alunni della scuola: “Frontale si trova a cinquecento metri di altitudine, a quaranta chilometri da Macerata, che è la nostra provincia, e a settanta da Ancona. Frontale è formato da vecchie ed anche vecchissime case; solo alcune sono state rimesse a nuovo e solo pochissime sono nuove. Gli abitanti continuano a diminuire perché qui non ci sono industrie. Una volta gli abitanti di Frontale erano in gran parte carbonai ma ora il carbone di legna non si usa quasi più e così le famiglie vanno a lavorare in città; emigrano soprattutto a Roma e a Torino. Quelli che vanno a Roma si dedicano a mestieri vari, invece quelli che vanno a Torino lavorano quasi tutti nelle case private come domestici. Frontale si trova ai piedi del monte San Vicino alto 1490 metri” (Ibidem, pag. 185).

E’ un testo scritto da tutti gli alunni, dopo aver messo a punto gli scritti di ognuno. E’ la tecnica della scrittura collettiva di cui parla don Milani in Lettera a una Professoressa. Gli insegnanti del Movimento di Cooperazione Educativa avevano anticipato di anni il priore di Barbiana. Sul testo libero sono gli stessi alunni, prima di Vigolzone poi di Coldigioco a spiegare che cosa sia. Gli alunni di Vigolzone l’avevano spiegato a Giuliana, una ragazza che, desiderosa di insegnare nella scuola elementare, chiedeva a Graziella, sua corrispondente della scuola di Vigolzone, chiarimenti sul testo libero. Eliminato il pensiero di considerare la ragazza un po’ ignorante ma non per sua colpa, scrivono: “Dunque, questo testo lo chiamiamo libero perché ognuno di noi è libero di scriverlo quando vuole e come vuole. Nei testi liberi noi scriviamo quello che vediamo, quello che ci succede, quello che raccontano i vecchi, quello che succede nel nostro paesetto; e poi scriviamo anche piccole cose che ci colpiscono il cuore perché sono tanto belle. Quando leggiamo ai compagni queste piccole cose, sentiamo il suono nelle orecchie e diciamo che sono poesie; le stampiamo per il giornale e le scriviamo anche sull’album delle poesie” (Ibidem, pag. 115).

Il testo libero, dopo essere stato finito dall’intera classe, dopo ampie discussioni e correzioni dei singoli testi prodotti dagli alunni sullo stesso argomento, era stampato per essere pubblicato sul giornalino. Era il momento di quello che veniva chiamato dal MCE (Movimento di Cooperazione Educativa) la tipografia a scuola. La classe si dotava di una piccola valigetta che conteneva: i caratteri in piombo (le lettere dell’alfabeto), un compositoio, un rullo, una pressa e alcune boccette d’inchiostro. Gli alunni, quelli che sceglievano di fare questo lavoro, procedevano alla stampa del giornalino che veniva inviato ad altre classi con le quali gli alunni di Coldigioco avevano una corrispondenza epistolare. Le classi erano distribuite su tutto il territorio nazionale: Sardegna, Ancona (la Scuola Elementare di via Mazzini), Vigolzone (PC), Bombone (FI), Cecina, Brescia, Ferrara.

Corrispondenza.

La corrispondenza con amici di penna di altre scuole, che vivono in contesti geografici, sociali, culturali diversi, è un mezzo potente per fare uscire gli alunni di Coldigioco dal loro piccolo orizzonte e far loro capire che anche altrove altri alunni fanno le loro stesse attività. Partono dal loro contesto storico, geografico, culturale e sociale per allargare gli orizzonti. In questo modo comunicano le loro ricerche sulle tradizioni locali, sulla geografia del territorio, sui monumenti storici, sulle attività svolte dai loro padri e si arricchiscono di notizie storiche, geografiche di altri posti d’Italia. La Scuola di Coldigioco manca di tutto, ecco allora che gli amici di altre scuole, attraverso i loro insegnanti: Nocciolini di Firenze, Maria Bertini di Cecina, Lanfranchi, Silvia e scolari, Criscuolo di Brescia, inviano ai loro compagni di Coldigioco tutto ciò che serve per festeggiare il Carnevale in allegria; altrettanto fanno gli alunni di Coldigioco inviando oltre alle lettere, il loro giornalino, i dolci fatti dalle loro mamme. Particolarmente commovente è la visita che gli alunni di Coldigioco, accompagnati dalla loro maestra, fanno alla città di Ancona. Non avevano mai visto la Standa. Il direttore del grande supermercato li accompagna e li fa salire sulla scala mobile, ad un certo punto inverte la marcia per far provare ai bambini anche l’emozione della discesa. Arrivati al banco degli attrezzi, vedono un’accetta. Costa trecentocinquanta lire. Non hanno i soldi per acquistarla. Chiedono un prestito alla maestra. Giovanna dà loro i soldi e Graziella, una ragazza del gruppo, si reca alla cassa a pagare. La cassiera sorride e rifiuta i soldi. Graziella ci rimane male, stende di nuovo la mano aperta con i soldi e gli occhi sono già umidi perché non sa darsi ragione di quel rifiuto. Interviene il direttore che chiede ai ragazzi che cosa ci fanno di un’accetta. Rispondono in coro che a loro serve per spezzare i pezzi di legno che sono troppo grossi che non entrano nella stufa della scuola. Ad inumidirsi gli occhi sono quelli del direttore che convince i bambini ad accettare l’accetta in dono. I ragazzi osservano altri strumenti che potrebbero essere utili per la loro scuola, ma decidono tutti insieme, passandosi l’indice sulla punta del naso, che non si deve più parlare di acquisti, visto che sono gratuiti.

Didattica

Le riflessioni sul versante della Pedagogia e della Didattica sono tante e tali che è impossibile citarle tutte. Consiglio vivamente di leggere il libro anche a chi, pensionato come me, potrebbe trovare il tempo per ripensare, a posteriori, agli errori eventuali commessi o alle mete educative raggiunte nei propri anni d’insegnamento. Scrive Giovanna Legatti: “Essere maestro significa sottostare ad un controllo permanente; significa soprattutto trovare la forza di non ascoltare le voci che con premurosa sufficienza ci insinuano suadenti: – Ma chi te lo fa fare? Guarda, il tuo stipendio è uguale al mio, mentre le grane sono più per te che per me, io vivo tranquillo” (Giovanna Legatti, Coldigioco, una scuola comunità secondo Freinet, pag. 242, La Linea Editrice, Padova 1977, prima edizione settembre 1978). Per quanto mi riguarda, a chi mi poneva la stessa domanda, rispondevo con don Milani: “Chi sa volare non deve buttare via le ali per solidarietà con i pedoni ma deve insegnare a tutti il volo”. Presunzione? Forse. “ Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach “è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noli e che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione”. Dire questo è troppo quando qualcuno m’invitava, poiché passavo troppo ore a scuola, a comprarmi una racchetta da tennis e andare a giocare. Questo mi accadeva, quando ero in Lombardia, frequentando colleghi di una certa levatura sociale, almeno così loro pensavano. Ritornato nelle Marche, un collega, essendo in un paese di mare, voleva regalarmi una canna da pesca per andare a pescare al molo. Un altro diceva di comprarmi una brandina e portarla a scuola, poiché ero sempre lì. Avessero avuto un po’ più di fantasia. Nemmeno in questo erano bravi. Erano semplicemente noiosi. Perché fai quel che dici di fare? Lo facevo perché ritenevo giusto farlo. Nella sera della vita saremo chiamati a rispondere non su quello che abbiamo fatto ma su quello che non abbiamo fatto e potevamo fare.

Studio sociologico

Scrive Giovanna Legatti sul fenomeno dell’emigrazione: “Il fenomeno dell’emigrazione dimostra che nelle scuole di campagna, alla diminuzione del numero degli alunni, corrisponde una diminuzione del livello intellettivo di quelli che restano. Sono infatti le famiglie più intraprendenti, e quindi intellettualmente più vive, quelle che, a torto o a ragione, se ne vanno nel tentativo di rompere il cerchio secolare di miseria e di isolamento. Quelli che restano sono, in genere, coloro che non hanno aspirazioni, che non sono dinamicamente tesi versi l’avvenire, e i loro figli, per una certa congenita passività, abbisognano di un’esistenza individuale più assidua da parte dell’insegnante” (Ibidem, pag. 177). Sembra di rileggere le stesse cose che scriveranno più tardi gli alunni di Barbiana assieme al loro priore sulle ragioni dell’abbandono della montagna e della terra da parte di tanti contadini e montanari.

Analisi delle strutture scolastiche

Pur in mezzo a difficoltà d’ogni genere, Giovanna Legatti si cala nella realtà sociale, storica, umana dalla quale provengono i suoi alunni. Ne conosce le famiglie. Organizza per loro incontri sulle finalità della scuola. Assolve anche funzioni di carattere sociale. E’ lei che promuove l’azione di portare il telefono nel borgo che ne è ancora privo. E’ “il marito della maestra” come lo chiamano sempre il prof. Tamagnini che aiuta la parrocchia a far rivivere la vecchia tradizione popolare dell’altare luminoso ricco di seicento candele accese. E’ sempre lui che accompagna in macchina qualche alunno vincitore di premi nel capoluogo provinciale. E’ Giovanna che ingaggia con le autorità scolastiche, comunali e con i centri di poteri una battaglia a colpi di lettere, solleciti, perché pensino alla scuola. Dovrebbero provvedere alle necessità della scuola e non provvedono a un bel nulla, anzi ostacolano il suo rinnovamento, spesso anche il suo semplice funzionamento, quando non sono in grado di assegnare il posto di insegnante nella classe che ne è priva. Giovanna si accolla l’onere e senza nessun onore, con lo stesso stipendio, di insegnare e per un intero anno nella classe rimasta scoperta. Burocrati ottusi, incapaci di andare oltre il loro mansionario e di seguire in modo bovino l’iter della gerarchia. L’insegnante, assieme ai propri alunni aveva inoltrato direttamente al Ministero della Pubblica Istruzione  un esposto circa il ritardato funzionamento del nuovo edificio scolastico di Coldigioco: “La S.V. ha violato la norma che prescrive l’inoltro per il tramite del Direttore Didattico, di missive indirizzate ai Superiori… la esorto di osservare, in avvenire, più attentamente i suoi doveri amministrativi, onde evitare ripercussioni indesiderate sul suo giudizio complessivo. Il Direttore Didattico” (pag. 54). Giovanna Legatti non molla. A stretto giro di posta, prende carta e penna e scrive una lettera di risposta molto pepata che non va per il sottile. Lamenta innanzitutto la mancanza di una nuova scuola, già costruita ma ancora non inaugurata per le lungaggini burocratiche. La vecchia sede è difficile chiamarla scuola. L’aula, l’unica trasuda umidità da tutte le pareti: “Il termine aula non so se sia appropriato per denominare una stanzuccia ricavata in un seminterrato grondante acqua, la porta di ingresso è priva di serratura, tenuta chiusa da una pietra…  una lavagna e due carte geografiche… ci addolora a vedere la scuola nuova, ormai ultimata, bella e sana, deserta e inutilizzata perché l’Amministrazione Comunale non può pagare l’impresa costruttrice, e ciò perché il Ministero interessato tarda a far pervenire i fondi non so per quali intralci burocratici. Io, per quanto mi riguarda, cominciai all’inizio dell’anno a portarmi da casa una sedia, una scatola di gessi, carta e matite. Comprai poi un epidiascopio (naturalmente a mie spese), un complessino tipografico, colori, carta, pennelli, linoleum, bulini e tutto il materiale necessario al lavoro scolastico impostato sulla metodologia elaborata in Italia dal Movimento di Cooperazione Educativa che io seguo con buoni risultati ormai da parecchia anni” (Ibidem, pag. 55- 56). La lettera indirizzata al sig. direttore è del 29 marzo 1962, il secondo anno d’insegnamento di Giovanna Legatti nella scuola elementare di Coldigioco.

Anche la nuova scuola, finalmente inaugurata, presenta quasi subito problemi di non poco conto. Quinto, un alunno vispo, spiritoso, pieno di sano umorismo fa alla maestra: “Signora, ho sete, mi lasci bere su per il muro? – Su per il muro? E perché su per il muro? – Perché oggi l’acqua esce dai muri invece che dai rubinetti” (Ibidem, pag. 106). L’edificio, collaudato, appena pioveva, l’acqua scendeva dai muri e non usciva dai rubinetti né scaricava nei gabinetti. La legna mancava, nonostante l’accetta regalata loro dal direttore della Standa di Ancona, la stufa era spenta. Anche in questa occasione, Giovanna Legatti inoltra petizioni, lettere, scomoda il potere costituito che era stato messo lì perché servisse chi ce lo aveva messo attraverso le elezioni. Quinto da solo, valeva più di un partito politico.

Tutto nella Scuola di Coldigioco ha il respiro della Comunità Educante che vive lo spirito della Cooperazione. Le mamme si meravigliano che i loro bambini: Quinto, Mario, Daniele, Rita, Gina, Elda, Graziella, Licia, Rosalba, Antonio (tredici anni ancora in quinta elementare), Sante, vanno volentieri a scuola e stanno male quando non possono andarci o perché malati o perché l’unica strada diventa impraticabile d’inverno per la troppa neve caduta. Antonio, alla scuola di Giovanna Legatti diventa il punto di riferimento per tutti per impegno, sagacia, spirito d’iniziativa. Tutti i momenti più importanti dell’anno sono vissuti insieme: Natale, Carnevale, chiusura di fine anno, le visite che gli amici di Ancona fanno ai loro coetanei di Coldigioco. I settanta invitati erano arrivati a cento. Ecco allora che qualche mamma s’improvvisa aiuto cuoca, altre servono a tavola, qualche maestra s’introduce nella cucina del ristorante e dà una mano per stendere sfoglie a non finire per preparare la pasta che viene servita a tavola. Tutti mangiano in allegria nell’unico ristorante di Apiro.

Anche altri momenti sono oggetto di riflessioni dei piccoli alunni: il 25 aprile di ogni anno, il processo Eichmann, l’alluvione di Firenze, la morte di M. Luther King, di Robert Kennedy, poi la storia locale attraverso la lettura di documenti d’archivio forniti dal parroco, le elezioni politiche, le visite dirette fatte all’abbazia di Sant’Urbano per la storia degli ordini religiosi della zona. Tutte queste ricerche trovano spazio nel giornalino della scuola che esce mensilmente e inviato agli amici di altre scuole. Oggi si parla tanto di scuole in rete. Il Movimento di Cooperazione Educativa l’ha anticipato di cinquant’anni. Anzi aveva fatto meglio. Almeno quello era basato sulla cooperazione educativa, quello di oggi è basato sulla competizione soltanto. Non è per niente occasione di confronto tra gli alunni ma solo tra i docenti. Spesso è il vuoto riempito dal nulla. Pedagogia predicata ma non praticata. Scrive Giovanna Legatti: “Il maestro non è difficile che si consideri all’avanguardia solo perché si fa portabandiera di pedagogisti o scienziati alla moda, di best seller ultimo grido, ma in pratica realizza una scuola nuova solo perché diversa; ma nella sostanza, se manca quel rispetto, continua a imbottire crani; avrà cambiato certe forme esteriori, o magari i segni ai contenuti, ma non certo in ciò che consiste la scuola liberatrice che noi auspichiamo” (Ibidem, pag. 181).

A conclusione di questa lunga recensione, la parola va direttamente ai bambini: “Frequento la scuola di Coldigioco che è sopra un colle. A scuola stampiamo, incidiamo, pitturiamo e facciamo tante cose che per me sono nuove perché non le facevo nella scuola che ho frequentato prima di venire qui… Doriano”. “Io frequento la quinta e, a giudicare dai grafici di valutazione, sarò promosso e quindi andrò alle scuole medie. Anche la mia famiglia se ne andrà di qui perché la casa dove abitiamo è stata venduta e poi dovremo anche andarcene in un posto dove babbo possa trovare lavoro. A me dispiace molto andarmene perché ho paura di non trovare una scuola come questa. Ho pensato che se alla scuola media dove andrò, non si discuterà, spiegherò ai professori che per imparare non basta leggere i libri, ma bisogna spiegare, discutere, ragionare, fare esperimenti, perché finché il bambino non riesce ad esprimere bene le sue ide, non può capire quelle dei professori e dei libri, quindi non impara…” Alberto ( Ibidem, pag. 358- 359). Quella di Coldigioco era una scuola a misura di bambino con una grande maestra, Giovanna Legatti Tamagnini.  Raimondo Giustozzi

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