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Storia. La Parrocchia di San Girio e la bolla dell’arcivescovo di Fermo Alessandro Borgia

san Girio

 

Raimondo Giustozzi

Alessandro Borgia, arcivescovo e principe di Fermo, nella stessa bolla del 28 novembre 1739 nella quale erigeva a parrocchia la chiesa di San Girio in Potenza Picena, invitava il rev.do Domenico Mozzoni, allora pievano di S. Stefano, unico parroco di Potenza Picena, a presentarsi in Arcivescovado perché “consentisse allo smembramento dell’animato della sua Parrocchia ed alla assegnazione di redditi sufficienti alla manutenzione della nuova chiesa parrocchiale ed al sostentamento del titolare”. Il Pievano don Domenico Mozzoni, comparso in Arcivescovado nei termini stabiliti, “dava il proprio consenso alla erezione della nuova parrocchia, allo smembramento dell’animato e assegnava per la manutenzione della chiesa e per il sostentamento del nuovo titolare pro tempore tutti i singoli beni spettanti alla chiesa rurale di San Girio, situati sia dentro sia fuori il paese di Montesanto (l’attuale Potenza Picena), concessi al Pievano stesso e ai suoi successori in enfiteusi perpetua dal Ven. Ospedale “S. Maria della Carità” di questa città di Fermo, al canone annuo di quindici scudi, da pagarsi al detto Ven. Ospedale dal detto Pievano e suoi successori in perpetuo, come risulta dall’Istrumento redatto il diciassette ottobre prossimo passato mediante Atto del sottoscritto nostro Cancelliere”. La bolla di Alessandro Borgia aggiungeva ai beni suddetti “un terreno con casa rurale di quattro moggi e novanta canne, sito in territorio di Montelupone in contrada Grognaletti. Il terreno si trovava “vicino, da capo e da un lato, ai beni appartenenti ai De Bartoli di Morrovalle, e da piedi il fosso. Inoltre, un pezzo di terra pure di quattro moggi e novanta canne, sito nello stesso territorio e stessa contrada, però oltre il fosso, vicino, da un lato ai beni di Borgianelli, dall’altro ai beni di Giuseppe Antonio Pompei, da capo, ai restanti beni della stessa chiesa. Inoltre un pezzo di terra di otto moggi e quarantasette canne, sito in detto territorio e contrada, vicino, da piedi, ai suddetti beni assegnati, da un lato, al fosso, dall’altro, ai beni di Giuseppe Antonio Pompei e di Girolamo Borgianelli. Da ultimo un altro pezzo di terra con querce all’intorno, di circa un moggio, sito in territorio di Montesanto in contrada Varco, vicino da un lato ai beni dei Bonaccorsi, dall’altro ai beni di Angelo Matteucci, dall’altro alla strada e, da piedi, ai beni dei Carradori; come ampiamente risulta dall’Istrumento parimenti redatto dal nostro Cancelliere il giorno 25 del mese corrente”. La bolla continuava dicendo: “Abbiamo deciso pertanto alla canonica erezione di detta nuova parrocchia nella suddetta chiesa rurale di San Girio, sotto l’invocazione dello stesso santo, a tenore della presente, secondo il decreto del Sacro Concilio Tridentino”. Il Sacro Concilio Tridentino, sess. XXI, cap. IV- Della Riforma – concedeva ai Vescovi di erigere nuove parrocchie, anche contro la volontà dei titolari, a norma della Costituzione di Alessandro III “Ad Audentiam, in quei luoghi nei quali, a causa della distanza, i parrocchiani non potevano accedere alla Chiesa matrice senza grave incomodo per ricevere i Sacramenti ed assistere alle sacre funzioni. Chi abitava a San Girio o nelle immediate vicinanze per partecipare alle funzioni religiose doveva recarsi nella chiesa di S. Stefano a Potenza Picena. La distanza dalla chiesa matrice giustificava quindi l’erezione della nuova parrocchia di San Girio. La bolla dell’arcivescovo Alessandro Borgia continuava: “Nel nome del Signore, alla sua maggior gloria ed a salvezza delle anime, erigiamo e fondiamo ed in essa vogliamo sia provveduto il necessario alla custodia dei Sacramenti: la Santa Eucarestia, il Fonte Battesimale, gli oli santi e le altre cose che spetta alla chiesa parrocchiale tenere e custodire”.  Dopo aver delimitato i confini della nuova parrocchia, il documento stabilisce i doveri del nuovo parroco: “deve risiedere nella casa annessa alla stessa chiesa di San Girio, celebri la Messa nelle domeniche e nei giorni festivi, amministri al popolo i Sacramenti e lo istruisca nelle cose necessarie alla salvezza, lo pasca con la parola e l’esempio, abbia sollecita cura dei malati e dei moribondi, e soddisfi a tutti gli altri doveri di parroco, assegniamo i beni immobili come sopra descritti, situati e confinati, con tutti i diritti ed azioni, i quali beni dichiariamo che debbano godere tutti i privilegi, immunità ed esenzioni per diritto e consuetudine. L’onere peraltro di pagare il canone annuo di quindici scudi all’ospedale di S. Maria della Carità della città di Fermo, vogliamo sia adempiuto dallo stesso pievano di S. Stefano e suoi successori in perpetuo. La nuova chiesa così eretta e costituita in Parrocchia assoggettiamo alla giurisdizione nostra e dei nostri successori ed in segno della giurisdizione, i titolari pro tempore della nuova detta Chiesa parrocchiale, in futuro, in perpetuo, ogni anno nel giorno della Assunzione della B.V.M. del mese di agosto, siano obbligati a riconoscere Noi e i nostri Successori con cinque Giulii d’argento, a norma del Concilio Romano e del Nostro Concilio Provinciale”. L’arcivescovo, se riconosceva da un lato alcuni oneri al pievano di S. Stefano, lo gratificava anche di alcuni onori: “Affinché poi sia reso il debito onore alla Chiesa matrice di S. Stefano, riserviamo al Pievano pro tempore di S. Stefano il diritto di presentare il titolare (da nominarsi da noi), quello che egli giudicherà il più degno tra quelli che saranno approvati da Noi e dai nostri Esaminatori prosinodali, nel concorso, a norma del Concilio Tridentino: Sess. XXIV, cap. XVIII”. Gli oneri erano anche estesi al nuovo parroco di San Girio: “Vogliano inoltre che il Rettore della nuova parrocchia, nella festa di S. Stefano, sia tenuto ad intervenire alle Sacre Funzioni nella Chiesa Matrice, tanto ai Vespri quanto alla Messa solenne, e nella festa del Corpus Domini sia tenuto a partecipare alla solenne processione che il pievano conduce attraverso il paese”. La bolla terminava così: “Dato a Fermo, dal nostro Palazzo Arcivescovile in questo giorno: 28 novembre 1739. Alessandro Borgia, arcivescovo e principe di Fermo, il cancelliere.

Antonio Volpini, di Recanati, esperto di misurazioni antiche e storico locale, interpellato da Alvise Manni, un amico comune, scrive: “Il moggio in origine era una misura di capacità, variava a seconda delle località italiane (Roma, Firenze, Milano, Napoli). Come area di terreno variava da m2 3265 a m2 4716. La canna agrimensoria nello Stato Pontificio tra il 1700 e il 1800 era di mt. 2918. Per la valuta questi sono i VALORI: 1 scudo = 5 lire, 1 bajocco = 10 centesimi, 1 lira = 20 bajocchi, 1 paolo = 10 bajocchi = 1/2 lira”. Il lettore può farsi un’idea a quanto ammontassero i beni immobili posseduti dalla parrocchia di San Girio.

 

Raimondo Giustozzi

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