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Quando ci si recava al mulino

fig. 4di Raimondo Giustozzi

Un tempo, il contadino aveva poche occasioni per uscire dagli orizzonti delimitati dai propri campi. Andava all’udienza dal fattore una volta alla settimana, si recava al frantoio quando aveva raccolto le olive, andava al mulino per macinare il grano. La diffidenza verso chi poteva imbrogliarlo era tanta. Era proverbiale poi quella verso il mugnaio. “El murnée de la bela farina, cont i oeucc la varda, cont i man la rampina”. Il mugnaio guarda con gli occhi la bella farina e la ruba con le mani. Il detto brianzolo sta ad indicare che il mugnaio, presso il mondo contadino di una volta, non godeva di grande stima, perché era solito sempre alterare il peso della farina dal grano macinato. Analogamente, la scarsa onestà del mugnaio che ruba sul peso della farina, ha ispirato un canto popolare, in voga un tempo nel maceratese: “Vaco all’Inferno e c’era l’anticristo/ che la varba tenia a un mulinaro;/ lo mulinaro scia dato a la frusta/ perché non tene la velangia giusta;/ lo mulinaro scia dato a la corda/ perché tene la velangia  torta”. Vado all’inferno e c’era il diavolo che teneva per la barba un mugnaio. Il mugnaio sia condannato ad essere frustato perché ha la bilancia truccata. Il mugnaio sia appeso alla corda perché non ha la bilancia regolare. Anche la moglie del mugnaio veniva accusata come ladra: “la bella mulinara/ per lo mulino va;/ la rubba la farina/ con tutte do’ le mà”. La moglie del mugnaio si aggira per il mulino e ruba la farina con tutte e due le mani.

Un tempo, l’ambiente dei mulini, disseminati lungo i corsi d’acqua, animava non solo la valle del Lambro in Brianza, ma anche le nostre vallate del Chienti e del Potenza. All’altezza di San Claudio al Chienti, lungo la ”carrareccia”, l’antica via “quae venit a mare”, c’è ancora il mulino Franceschetti. Si trova lungo la strada, sulla sinistra, provenendo da Civitanova Marche, poco dopo l’omonima Scuola Elementare. E’ nascosto da una scarpata. Dalla carrozzabile è visibile solo il tetto dell’edificio. La costruzione del manufatto risale, secondo alcuni documenti d’archivio, al 1144 ma era già funzionante circa vent’anni prima. Annibale e Claudio Franceschetti, proprietari del mulino vi hanno lavorato per quarantacinque anni, condividendo gioie, fatiche e soddisfazioni. Annibale, grande affabulatore, ogni volta che andavo a trovarlo, scherzava spesso sul proprio nome di origine cartaginese, lontano parente di Amilcare Barca, mentre suo fratello aveva un nome tutto romano, Claudio appunto, dal console romano Claudio Marcello. Annibale si era diplomato in agraria, mentre Claudio, più piccolo di lui di qualche anno, aveva frequentato le Scuole Industriali di Corridonia. Nel dicembre del 2007 ricevettero dalle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’onorificenza di Cavalieri della Repubblica Italiana.

Una volta il mulino era un punto d’incontro per tutti. Era per gli uomini quello che il lavatoio pubblico rappresentava per le donne. Si discuteva di quello che succedeva in paese o nelle campagne: l’udienza dal fattore, l’ultima figlia da maritare, le nevicate che avevano seccato i vitigni, l’ultima fiera del bestiame tenutasi nel paese vicino. Si scambiavano confidenze e si allacciavano amicizie che durano tuttora. Anche i carabinieri si recavano spesso al mulino, per farsi dare notizie che potevano essere importanti per loro. Inoltre, dato che il mugnaio era una persona colta e di cui ci si poteva fidare, di notte, anche i ladri, quasi sempre analfabeti, andavano da lui, affinché dividesse tra loro i soldi, oppure conservasse il bottino delle loro ruberie. Si iniziava a lavorare dalle quattro del mattino ed in alcuni momenti dell’anno si macinava il grano a ciclo continuo. I contadini, anche per ingannare le lunghe attese, tiravano fuori dalla sporta la famosa “malletta”, un involtino legato assieme da “lu sparò”, un largo tovagliolo di stoffa grezza, disegnato a larghi quadrettoni, contenente pane, formaggio, salame e l’immancabile bottiglia di vino.

All’esterno del mulino si trovavano: il vallato, la “canada” del Lambro, canale di derivazione secondaria dell’acqua presa direttamente dal fiume, la chiusa, lo sfogo delle acque. Dentro il mulino c’era la sala delle macchine girevoli. Gli spazi per le lunghe attese erano più o meno ampi. Tra il rumorio delle mole e il fragore delle acque, l’ambiente si animava per il chiacchierio vario degli uomini. Ruote, cinghie, buratti, manovelle, cassetti; era tutto un fantastico armamentario sprizzante farina bianca o gialla a seconda che si macinava il grano o il granturco e tutto questo era comune ai mulini della valle del Lambro e del Chienti o di qualsiasi altro fiume d’Italia.

Sulla vallata del Lambro, nel suo medio corso, insistevano per un breve tratto ben sei mulini: Mulino Peregallo (Briosco), ancora funzionante, Mulino Crivelli (Giussano), Mulino Filo, Mulino Resica, Bistorgio, Mulino Ponte, questi ultimi quattro si distribuivano tutti, nello spazio di due chilometri appena, nel comune di Verano Brianza. In alcuni documenti del 1400, che ebbi modo di consultare nei diciotto anni di insegnamento trascorsi presso la Scuola Media di Verano Brianza, i quattro mulini, che avevano ognuno più corpi di fabbrica, contavano ben ventiquattro “rodigini”, ruote per la macinazione del frumento. Con l’avvento della prima industrializzazione, i mulini conobbero una diversa destinazione d’uso. Molti si trasformarono in filande, è il caso del Mulino Filo, altri in torcitoi, incannatoi, tessiture, cartiere e industrie chimiche. Il fiume Lambro, dal Celtico “Lamber” bell’acqua, proprio a seguito di queste trasformazioni epocali diventò ben presto uno dei fiumi più inquinati d’Italia. Ricordo ancora un grande striscione che legava le due opposte sponde del fiume all’altezza di Canonica Lambro (Triuggio): “Lo spirito del fiume risorgerà e punirà coloro che si sono resi responsabili della sua morte”. Si era alla fine degli anni settanta del ‘900. Oggi, sembra che le cose siano cambiate con l’istituzione del Parco della Valle del Lambro.

Per produrre la farina, si metteva il granoturco o il grano all’interno di un grande imbuto chiamato “arcella” o “tramoggia”; in seguito, il granoturco o il grano finiva tra due macine di pietra poste in posizione verticale. Il mugnaio, il “murnée” si tingeva di bianco se macinava il grano (murnée de bianc), si tingeva di giallo se macinava il granturco (murnée de giald).  Le due macine venivano mosse dalla forza motrice prodotta dall’azione dell’acqua che cadeva dall’invaso, in modo forzato, attraverso un condotto, sulla “retrecina”, una grande ruota messa in posizione orizzontale. Quest’ultima aveva all’estremità delle coppe in ferro o in legno che ricevevano lo “schiaffo” d’acqua che cadeva dall’alto in modo violento La forza dell’acqua, la cui quantità veniva regolata da una chiusa posta alla sommità dell’invaso artificiale, faceva muovere la retrecina che girava vorticosamente. Le due macine e la retrecina erano collegate ad un fusello di legno posto in verticale, che poggiava sopra una banchina. Un marchingegno in bronzo legava quest’ultima alle due macine. L’acqua veniva prelevata dal vicino vallato e la quantità d’acqua necessaria per la molitura doveva essere sempre dichiarata alle autorità competenti.

I raggiunti limiti d’età, ma anche la penuria d’acqua, utilizzata per scopi industriali ed agricoli, avevano consigliato i due fratelli Franceschetti a cessare l’attività molitoria, una quindicina d’anni fa. Dei tempi in cui il mulino era un luogo pulsante di vita, rimangono i ricordi che vanno conservati e tramandati. La farina di grano appena uscita dal mulino veniva subito utilizzata per farne del pane profumato, cotto nell’attiguo forno. Nel 1944, nel corso della seconda guerra mondiale, le truppe tedesche, che si fermarono sul Chienti nel mese di giugno, si sfamarono con il pane prodotto dal forno “Franceschetti” di San Claudio. Merita attenzione il mulino in questione, per rispettare la memoria di Annibale e Claudio Franceschetti e perché esiste da ottocento settantatré anni, muto testimone di epoche passate.

 

 

Bibliografia

 

Ronzoni D.F., Dai campi alla fabbrica, alle origini della Brianza industriale, Missaglia 1994

Ronzoni D.F., Alla ricerca delle radici perdute, per una storia di Briosco Capriano e Fornaci, Briosco 1985

La Valle del Lambro da Monza a Merone, Missaglia 1997

Ronzoni D.F., La Brianza, una terra, Missaglia 2001

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