newsletter

BLANCHE ACOUSTIC DUO

LIVE@ROCKBAR

La nostra terra. I giorni della merla

1-merlo-cover-1217

 

Secondo un’antica tradizione, il ventinove, trenta, trentuno Gennaio sono i giorni più freddi dell’anno. Una volta, quando la neve imprigionava vaste distese di terra e la vita rallentava il respiro per riesplodere vigorosa in Primavera, la stalla era luogo d’incontro, ma anche di lavoro. I contadini, con paziente competenza costruivano canestri di vimini, riparavano arnesi agricoli utili per affrontare in piena efficienza i grandi lavori agricoli dell’Estate. Seduti su bassi sgabelli ricavati dal tronco di qualche quercia secolare, squadrato con asce rudimentali, i bambini ascoltavano le fiabe e le leggende che si tramandavano da padre in figlio, fino ad addormentarsi (M. Latini, Nebbia di ricordi, profumo di cose perdute, Recanati, 1995). Potenza dell’affabulazione e del racconto orale che sostituivano allora tanto efficacemente il mezzo televisivo dei giorni nostri. Non è il canto del bel tempo andato ma solo la registrazione di ricordi lontani nel tempo.

L’inizio della vita nella stalla, dove si trascorrevano molte ore della giornata nei lunghi mesi invernali, rappresentava quasi un rito nella vita contadina di tanto tempo fa. C’era insomma un giorno ben preciso in cui la stalla diventava quasi una stanza di casa e la più frequentata. Il papà e lo zio, due fratelli, sposati a due sorelle, tanti anni vissuti insieme, prima da ragazzi, poi sotto lo stesso tetto con le rispettive famiglie, diventati grandi, ricordando forse il proprio passato, si davano un gran da fare per rendere la stalla l’ambiente più accogliente possibile. Tappavano finestre e impedivano che l’aria filtrasse attraverso le porte. La lettiera era sempre provvista di paglia asciutta, la mangiatoia rimpinzata di fieno. Certo, l’odore era sempre acre e impregnato dall’alito caldo delle mucche ma era quanto di meglio riuscissero a fare.

I ragazzi andavano a scuola nella piccola frazione di campagna. Dovevano fare i compiti per il giorno dopo. Appoggiavano il sussidiario e il quaderno su un rudimentale tavolino o sulle balle di paglia e iniziavano a leggere pagine di storia, risolvere problemi di Aritmetica, imparare a memoria le poesie, leggere racconti. L’aiuto era dato dai propri genitori così come riuscivano. Ce la mettevano tutta, ricordando quel poco che avevano imparato da ragazzi, quando per loro andare a scuola era veramente un lusso. Solo il papà aveva preso la Licenza Elementare da militare, otto anni a servire la patria in armi, prima come soldato di leva, poi da richiamato per assecondare le guerre del duce: Albania, Grecia, Africa Settentrionale. La lingua che si parlava in casa era il dialetto. Anche i ragazzi lo parlavamo. Non era colpa loro se a scuola scrivevano in dialetto. Facevano arrabbiare la maestra che rideva divertita quando leggeva che avevano aiutato il papà “co lu paccaieppe e le vacche su e gghiò pe’ li campi”.

Erano i giorni della merla, giornate fredde, durante i quali tutto ghiacciava, sotto le grondaie delle case si formavano ghiaccioli giganti, bersaglio preferito di sfaccendati ragazzi che, sbagliando mira, rompevano di tanto in tanto, con palle di neve ben pressata o con sassi lanciati con forza, qualche vetro o i lampioni della illuminazione pubblica, meritandosi i più aspri rimbrotti di chi passava per strada. Era Gennaio e il tempo faceva i capricci. Un giorno era sereno con il sole, un giorno freddo con la nebbia che nascondeva ogni cosa, un altro con l’acqua che batteva con violenza sui tetti delle case. Nessuna meraviglia. Erano i giorni della ” Ghirlanda“, cioè quei giorni che rappresentavano lo specchio di come sarebbero stati i mesi dell’anno.

“Venivano così gli ultimi tre giorni di Gennaio e una merla, disperata per la precarietà della propria esistenza, annaspava tra sterpi e pruni, tra fossi e corsi d’acqua serrati dal gelo, alla ricerca di un qualche insetto o mollusco da mettere nello stomaco, evitando di cadere negli insidiosi laccioli che adulti e ragazzi disponevano qua e là nei cortili o sui fienili. I suoi spostamenti erano seguiti con attenta curiosità. Se fosse incappata sopra qualche trappola o tagliola mimetizzata, la sua carne pur non prelibata, unita a quella di altri infreddoliti passeri catturati con fasce di vischio o ragnaie di corda, avrebbe accompagnato come contorno l’immancabile piatto di polenta calda e fumante che era alla base dell’alimentazione contadina di una volta.

Erano i giorni rigidi dell’inverno, attorno ai quali lievitavano proverbi, leggende, racconti che il contadino sussurrava al vicino e consegnava alla memoria del figlio come patrimonio orale da custodire e tramandare nel tempo. La merla, recita un’antichissima leggenda, si trovò con una nidiata di teneri uccelletti, serrata dalla morsa di freddo glaciale che ricopriva la terra. Lo spaurito uccelletto dal mantello chiaro avvertì l’ostilità del clima e i pericoli per quella nidiata pigolante. Il gelido nido costruito con amorevole cura tra gli arbusti della fratta di ginepro, non garantiva più una sicura accoglienza. Notò il camino fumante di un casolare e portò lì la propria covata, ma il fumo che li investì, tinse di scuro il loro mantello che da allora è rimasto sempre così” (Cfr. Ibidem).

Erano i giorni freddi della merla e se la strada per Macerata, dopo la frazione di Santa Lucia, all’altezza di una collina battuta sempre dal vento, chiamata “lu monte“, era ricoperta di neve, ci si dava un gran da fare con la pala meccanica, spinta dal trattore, per sgomberarla, intanto che il conducente e i pochi passeggeri infreddoliti mangiavano qualcosa nella casa dove abitavano i miei genitori e gli zii. Sì, accadeva anche questo e la solidarietà si esprimeva attraverso queste forme: pane, vino, ciauscolo, salsiccia, per tre, quattro o più persone senza che si conoscessero.

Per i ragazzi, la neve era davvero una manna, perché il pomeriggio si sbizzarrivano a costruire slittini rudimentali, sacchi di plastica riempiti di paglia, sopra a cavalcioni e  giù in picchiata lungo le colline che circondavano i campi della frazioncina di campagna. Zuppi fradici, rincasavano accostandosi al camino ad asciugarsi gli abiti. Erano i giorni della merla e la nonna raccontava: “Tanti anni fa, i merli avevano le penne bianche, adesso le hanno nere perché…”. Il nipote ascoltava attento e a volte si addormentava anche vinto dal sonno dopo tanti giochi fatti sulla neve.

 

Raimondo Giustozzi

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>