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Perché il M5S si vuole suicidare a Roma tramite fascio-partitocrazia?

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di Paolo Flores d’Arcais – MicroMega

Il 5 agosto (sono passati ormai quattro mesi e 11 giorni) ho messo in rete un tweet che diceva: «Se il #sindaco #Virginia #Raggi continua a servirsi anche di una sola persona del giro #Alemanno tradisce coloro che l’hanno votata». Dieci giorni dopo, il 15 agosto (quattro mesi e un giorno fa), rincaravo e precisavo: «Se il sindaco #Virginia #Raggi continua con il ‘raggialemanno magico’ (#Marra #Romeo #Viggiano …) porta la #giunta e il M5S al disastro». Nel M5S nessuno ha fatto una piega (eppure seguono tutti con attenzione frenetica i “social”).

Di fronte a tanta suicida indifferenza, il 6 settembre scrivevo un pezzo di apertura per il sito di MicroMega in cui, oltre a richiamare i due tweet precedenti, aggiungevo:

«Il ‘raggialemanno magico’ è più che mai dominante nella giunta, è riuscito a far fuori tutti i possibili “competitor”, in compenso la giunta è a pezzi e il M5S rischia il disastro. L’assessore Muraro è indifendibile, e ogni ora di sua permanenza e arroccamento del sindaco sul suo nome peggiora una situazione già disastrosa. Indifendibile non tanto per l’indagine (dipende dall’imputazione e dagli elementi a carico) ma per la plateale e reiterata menzogna, e soprattutto per le frequentazioni, le scelte, le decisioni, spesso scellerate, nel caso Ama, che gli articoli di Iacoboni e Sarzanini, che riportiamo qui sotto, documentano dettagliatamente. E la nomina di De Dominicis al bilancio, un ex magistrato della Corte dei Conti consigliato dall’avvocato Sammarco e ammiratore sfegatato e ditirambico di Giulio Andreotti (altro che rifiuto dei ‘poteri forti’!) aggiunge buio a buio.

Sembra che purtroppo i ‘competitor’ possibili in seno alla giunta, il superassessore Marcello Minenna e il capo di gabinetto Carla Raineri, fossero sensibili alle sirene delle Olimpiadi-Malagò e altri richiami di establishment. Sembra insomma che di uno scontro tra due pezzi di establishment (anche se‘diversamente impresentabili’) si sia trattato, mentre gli elettori che hanno votato M5S a Roma lo hanno fatto per voltare radicalmente pagina, cioè per avere una giunta radicalmente libera da qualsiasi “inciucio” con qualsiasi establishment.

I vertici nazionali del M5S sono stati assolutamente incapaci, ‘per opere o per omissioni’, come si dice nel catechismo (anche nel M5S ai vertici nazionali e locali i cattolici assai fedeli sono in sovrabbondanza), con le due personalità di punta, Di Maio e Di Battista, che ricordavano i surplace di Maspes e Gaiardoni anziché la capacità di decisione e responsabilità politica degli statisti.

[…] Nella società civile le risorse cui potrebbe attingere il M5S ci sono, e abbondantissime. Una stolta autoreferenzialità sta portando invece questo movimento/speranza a innescare un processo di implosione: autoreferenzialità che al dunque diventa inciucio con poteri opachi e brutti assai, come il caso di Roma sta evidenziando».

Questa apertura del sito di MicroMega veniva inviata, come sempre facciamo, a quasi quattrocentomila persone tramite una newsletter. È perciò escluso che il M5S, anche nei suoi vertici, romani e nazionali, non ne sia venuto a conoscenza. Ma l’indifferenza suicida è continuata. Più catafratta che mai.

Ora, uno dei componenti di quello che fin dall’inizio, da elettore che si è sentito tradito, ho definito il “raggialemanno magico”, è finito in manette per corruzione. Poiché siamo garantisti, per stabilire che meriti di passare qualche anno in galera è necessaria la sentenza definitiva, ci mancherebbe altro. Ma per ogni carica pubblica o di nomina pubblica vale invece il principio della moglie di Cesare, che non solo deve essere onesta ma anche apparire tale. E nel frattempo le inchieste giornalistiche che davano i dettagli del ritorno in tutte le posizioni chiave di Ama, Atac, ecc., dei più stretti collaboratori di Alemanno si erano moltiplicate.

L’atteggiamento corrivo dei vertici nazionali del M5S di fronte alla continuità fascio-partitocratica, che Virginia Raggi ha impresso in modo crescente alle scelte dei dirigenti che contano davvero, lascia assolutamente sbalorditi. Mentre sempre più oscuri suonano i motivi di tale comportamento del sindaco, contrari non solo ad ogni promessa elettorale di radicale discontinuità, ma anche ad ogni razionalità rispetto agli interessi del M5S, consentendo la stura ad ogni interpretazione e immaginazione, comprese quelle più azzardate che circolano (non solo nei mondi giornalistici, ma tra i tassisti, che a Roma sono strumento assai efficace del “tam tam” popolare) ipotizzando una qualche ignota “ricattabilità” del sindaco rispetto agli ambienti della estrema destra romana.

È del tutto evidente che Virginia Raggi prima o poi, per la pervicacia con cui continua ad abbarbicarsi al vecchio entourage della giunta Alemanno, sarà costretta a dimettersi. Un “prima o poi” che ha tutta l’aria di aver subìto una forte accelerazione. Resta la domanda, ovvia da mesi, che ancora non riceve risposta: perché il M5S nei suoi vertici nazionali ha lasciato e ancora lascia che il veleno della fascio-partitocrazia contamini e distrugga la vittoria elettorale di Roma, ottenuta giurando (e spergiurando, abbiamo visto) ai cittadini che tale vittoria avrebbe prodotto una radicale rottura col passato, un radicale “nuovo inizio”?

 

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La formidabile ascesa dei dirigenti vicini alla destra

di Andrea Arzilli, Corriere della Sera, 15 dicembre 2016

Un conto è la Rete, un altro è avere una rete, un network. Tra le tante questioni che il M5S, molto entusiasmo ma zero pregresso da amministratore, si è posto prima e dopo la conquista del Campidoglio, il sistema per governare la Capitale è senz’altro quella centrale. In questo senso la parola chiave è stata subito identificata: esperienza. Tipo quella che avevano già i falchi di Virginia Raggi, l’uomo del Personale Raffaele Marra e il capo della segreteria politica Salvatore Romeo. Figure discusse, certo. Le loro nomine sono finite in procura e all’Anac, ora l’analisi verte pure sulla legittimità delle loro firme su decine di documenti. Ma resilienti di lungo corso, profili ora rampanti, collegati ed esperti. E a Roma l’esperienza è tutto.

E’ per questo che oggi, col Campidoglio in crisi per (l’ennesima) grana dimissioni di Paola Muraro e con le galline dalle uova d’oro Ama e Atac nella bufera, il potere del duo Marra-Romeo cresce tanto da far ri-emergere la muraglia di dirigenti «alemanniani», di ritorno nei trasporti e nei rifiuti. Cognomi noti come Limiti, Muzi, Rubrichi e D’Ignazio in Ama, i fratelli Gian Francesco e Stefano Regard, Emilio Cera, Pierluigi Pelargonio e Franco Middei in Atac. Come pure il caso di Patrizia Del Vecchio, ex dell’Atac di Alemanno che Raggi ha riciclato con promozione e due incarichi al Dipartimento cultura. Rieccoli.

Un reticolo che rimanda alle ere geologiche dell’ex sindaco di destra e di Franco Panzironi, ex ad di Ama coinvolto con l’allora dg, Giovanni Fiscon, nell’inchiesta su Mafia Capitale. Una svolta a destra che rappresenta, sì, una discontinuità con la gestione pd, ma pure un segnale «pericoloso», stando al garante M5S, Beppe Grillo.

Esempio. L’inghippo che, dopo il varo del nuovo assetto aziendale, ha spinto il dg di Ama Stefano Bina, uomo di area Casaleggio, a varcare la soglia delle dimissioni, è generato dal ritorno degli uomini forti dell’era Alemanno. Sotto impulso, manco a dirlo, dei soliti Marra e Romeo. Quattro casi danno il quadro di un metodo scientifico: Emiliano Limiti, ex responsabile degli acquisti in epoca Fiscon, indagato (e prossimamente archiviato) per associazione mafiosa, è stato promosso a capo della direzione amministrazione e finanza; poi Giuseppe Rubrichi, neo direttore delle risorse umane, arrestato nel 2009 per traffico di rifiuti a Colleferro. Quindi Alessandro Muzi, il nuovo manager del servizio engineering: buoni rapporti col ras dei rifiuti Manlio Cerroni, nel primo blitz della Raggi con Muraro, a Rocca Cencia, si fece fotografare accanto a sindaco e assessora esibendo la copertura politica. Copertura di cui, oggi, raccoglie i frutti.

 

Ama perde pure il dg, Bina accompagnato alla porta

di Andrea Arzilli, Corriere della Sera, 15 dicembre 2016

Stefano Bina si dimette. O meglio, oggi Bina viene dimesso. Salvo ripensamenti dell’ultima ora il direttore generale di Ama farà pervenire la sua lettera di dimissioni che trasformerà il suo status in «ex dg». Nemmeno l’ultima telefonata a Davide Casaleggio è riuscita a tirare fuori una mediazione valida nella riunione fiume che, ieri in Campidoglio, ha trattenuto ore e ore nella stessa stanza Bina, l’amministratore unico di Ama Antonella Giglio, l’assessore alle Partecipate Massimo Colomban, il deputato M5S Stefano Vignaroli, il capo della segreteria politica di Raggi Salvatore Romeo più uno stuolo di consiglieri di maggioranza.

Tutto il pomeriggio a cercare la formula che consentisse di ridurre al minimo le polemiche dopo l’addio — o meglio, l’arrivederci — dell’assessora all’Ambiente Paola Muraro causa ricezione dell’avviso di garanzia dalla procura. A ieri sera il Campidoglio manteneva un profilo bassissimo confermando il dg fino alla scadenza naturale dell’incarico, il 31 dicembre. In realtà, però, Bina aveva già deciso che era meglio levare le tende prima di farsi mettere alla porta da Romeo. Totalmente in disaccordo con la macrostruttura disegnata dalla dimissionaria Paola Muraro e firmata dall’au Giglio che, nella riunione, ha cercato di prendersi la completa responsabilità delle scelte. Fatto sta che il riassetto serviva a mettere in un angolo il dg, da tempo in rotta con l’assessora, riesumando figure collegate all’era Alemanno. Come Emiliano Limiti (ora alla direzione amministrativa e finanza), Alessandro Muzi (servizio engineering) o Giuseppe Rubrichi (risorse umane).

Il siluramento «mascherato» di Bina e le investiture, come pure la fermezza del Campidoglio nel blindarle, parlano chiaro: passa la linea imposta da Paola Muraro. Il che è una circostanza piuttosto singolare visto che, in teoria, l’assessora si è dimessa. In pratica, però, la posizione di Muraro è congelata, la lettera di dimissioni in un cassetto della scrivania di Raggi, in attesa dell’audizione in procura del 21 dicembre. E Ama, con al vertice un au nuovo e inesperto, non resta senza comando. La testa c’è ma non si vede.

 

Gli incarichi nella municipalizzata dei rifiuti che svelano le ingerenze dell’ex consulente

di Fulvio Fiano, Corriere della Sera, 15 dicembre 2016

Uno scontro politico, di metodo e contenuto, che può arricchire con l’abuso d’ufficio le accuse già piedi contro Paola Muraro. Nel dossier consegnato dall’ex assessore Marcello Minenna ai magistrati di piazzale Clodio c’è anche l’estratto del «processo verbale» del 26 agosto 2016 (protocollato il giorno dopo) in cui l’allora incaricato del sindaco al Bilancio e alle Partecipate espone alla collega per l’Ambiente e ai vertici dell’azienda (ascoltato un loro resoconto iniziale) tutti i passaggi a suo dire necessari per riorganizzare, e auspicabilmente rilanciare, Ama.

Si tratta di una accurata disamina racchiusa in quattordici punti sintetici sui quali poi si consumerà l’insanabile frattura.Perché nessuno o quasi di questi che sarebbe riduttivo definire suggerimenti viene raccolto dalla Muraro, tanto da spingere Minenna e con lui l’amministratore unico, fresco di nomina, Alessandro Solidoro, alle dimissioni.

Per la direzione industriale, si legge nel documento, «si reputa che allo stato non necessiti di un diverso assetto; la direzione debba rimanere ad interim all’ing Bina; la direzione del servizio raccolta debba essere assegnata all’ing Bianchi; quella operativa sia data al dott. Lategano» e via dicendo. Così, con analogo tono, Minenna indica le soluzioni opportune per la direzione amministrazione e finanza e per quella programmazione.

Ma è soprattutto su altre nomine che si consuma lo scontro, quella per la direzione del personale dove «si dà incarico di temporanea reggenza alla ing. Rubrichi». Temporaneità che «deriva dalla consapevolezza che il nuovo modello di governance di Ama debba conferire alla direzione personale una maggiore funzione strategica». E poi «le funzioni relative agli acquisti e quindi agli appalti devono essere passate alla direzione generale e quindi all’ing. Bina». Le strategiche responsabilità su nomine, assunzioni e contratti vengono così ridistribuite.

L’organigramma partorito dalla Muraro sarà diverso, le sue azioni concrete in contraddizione con questa linea. E questo sebbene nello stesso documento si dia conto del suo accordo di massima sul portarla avanti: «Gli assessori Muraro e Minenna incaricano l’amministratore unico di dare immediato avvio ad una procedura per l’individuazione di un nuovo direttore del personale (anche) avvalendosi di cacciatori di teste».

Il rischio per la Muraro è che l’abuso d’ufficio uscito dall’inchiesta (relativo ad altri aspetti, la procura ha chiesto l’archiviazione) rientri per questa via nel fascicolo del pm Alberto Galanti. A sostenere l’ipotesi c’è anche altra documentazione, quella consegnata a sua volta dal direttore generale Stefano Bina, in cui il manager denuncia le pressioni subite dalla Muraro e le documenta con le lettere che l’assessore gli ha inviato per indirizzare nomine, scelte e strategie. Anche Bina ha ora un piede fuori da Ama.

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