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Terrore. Bologna, 2 Agosto 1980: «Io c’ero»

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Testo e ricerca iconografica a cura di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

Reportage

La strage di Bologna raccontata dal fotografo Paolo Ferrari

Fotoreporter bolognese dagli anni ’70, corrispondente di Associated Press, collaboratore de Il Resto del Carlino e di Famiglia Cristiana, Paolo Ferrari è stato testimone della storia italiana e della cronaca legata agli anni di piombo, alla strategia della tensione e allo stragismo. Nel corso di una carriera lunga 50 anni con la sua macchina fotografica ha inquadrato il mondo e l’Italia scossa dalle lotte politiche, dalle bombe e dal terrorismo. Quel sabato 2 agosto 1980 ha documentato la strage della stazione di Bologna e ricorda così quelle ore drammatiche:

«Quella giornata io l’ho scampata bella, in quel momento dovevo essere in stazione per fare un servizio con Lamberto Sapori, cronista del Resto del Carlino e documentare l’esodo, gli chiesi se aveva bisogno di me o se gli bastava materiale fotografico di repertorio, lui mi lasciò libero e io ne approfittai per accompagnare la famiglia in villeggiatura ai Lidi Ferraresi. Appena arrivato, però, mi raggiunse una telefonata che mi avvisava di quello che era successo in stazione e rientrai immediatamente a Bologna, guidando a una velocità folle. Appena giunto in stazione mi trovai davanti a questo spettacolo che sembrava una scena di guerra, mi ricordai poi di una foto di repertorio della stazione di Bologna centrata da una bomba nel ’43 sul versante opposto, ed era identica. La prima persona che vidi sul posto fu Masi, operatore della televisione, che mi disse di andare sul retro a vedere quanto era successo: e quello che vidi sembrava la fine del mondo, il primo scatto fu quello di un carabiniere che stava portando fuori un ferito, tra macerie e ferri della pensilina contorti. Ero avvolto da una confusione tremenda, eppure ricordo che vidi la scena completamente in silenzio».

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10:25 alla stazione ferroviaria esplode un ordigno posizionato nella sala d’aspetto di 2ª classe, affollata per l’esodo estivo; si tratta di una bomba a tempo, contenuta in una valigia abbandonata, che provoca la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200, travolte dal crollo dell’ala ovest dell’edificio. Le immagini del reportage qui riprodotto sono oggi parte del patrimonio documentale sulla tragedia, conservate e valorizzate dal progetto http://www.genusbononiae.it, un percorso culturale della città di Bologna, nato nel 2003, per raccontare la storia della città e custodirne la memoria, attraverso le sue ricchezze artistiche, museali e culturali, tra cui figurano anche archivi fotografici come quello di Paolo Ferrari

Ha avuto subito la percezione che si trattasse di una bomba?

«L’avevo ancora prima di partire, anche se la prima notizia parlava dello scoppio di una caldaia – nel sotterraneo – ma parlando con un amico del comando dei Vigili del Fuoco, intesi che si trattava di una bomba, perché c’era l’effetto cosiddetto “brisante”: nello scoppio di gas i muri si gonfiano per la pressione, mentre alla stazione tutto era stato letteralmente sbriciolato, proprio per l’effetto della detonazione.»

Come si svolse la sua giornata?

«Restai tutto il giorno in stazione a scattare, mentre venivano i miei collaboratori a prendere i rullini, finché alla sera, verso le dieci, fu scoperto il cratere della bomba e il giudice che si occupava del fatto scelse me e Masi della tv perché lo documentassimo, si prese il materiale e ci “precettò”, diciamo, e così terminò la prima giornata. Poi, nei giorni successivi, mentre la città reagiva con delle manifestazioni di massa in Piazza Maggiore, continuai a recarmi in stazione per l’arrivo di personalità politiche e dell’esercito, finché a un certo punto decisi di far qualcosa di diverso e andai all’ospedale Maggiore al reparto rianimazione, dove incontrai il primario Nanni Costa che mi disse: “Io non do mai il permesso a nessuno di fotografare in reparto, ma qui fai la documentazione che vuoi, perché voglio che la gente veda cosa è successo a Bologna”. E lì feci la famosa foto delle gemelline ferite accudite dall’infermiera, foto che poi utilizzai per la mostra “I due volti del soccorso”, com’erano allora le attività di emergenza e come sono cambiate nel tempo.»

Anche per un professionista come lei, quanto costa svolgere il proprio mestiere in circostanze così drammatiche?

«Non so, ho sempre avuto una forza d’animo che mi permetteva di arrivare sugli incidenti riuscendo a estraniarmi, come fossi in un film, perché se mi fossi reso conto veramente di cosa era successo in quel momento, probabilmente non sarei riuscito a continuare. Mi rendevo conto allora che avevo una grande responsabilità nei confronti della storia e ho solo cercato di essere all’altezza del compito.»

Le coppie di immagini che seguono sono tratte dalla mostra “Io sono testimonianza. I sopravvissuti alla strage di Bologna trent’anni dopo” e ritraggono otto persone che quel sabato 2 agosto 1980 si trovavano alla stazione di Bologna. A 30 anni di distanza dalla strage, ognuno col proprio bagaglio di dolore, legato alla perdita di un proprio familiare, alle ferite riportate e alle cure subite negli anni, questi testimoni accettano di farsi fotografare con un oggetto, un documento o una traccia legata a quel giorno, una scelta costosa e non scontata, motivata dalla consapevolezza di essere testimonianza in carne e ossa di quanto accadde 35 anni fa e dall’intento di rinnovarne la memoria, per arrivare finalmente a una verità completa sulla tragedia di Bologna. Nella foto a sinistra, un taxi distrutto dall’esplosione e ritrovato sotto le macerie; a destra l’interno dell’autobus 37, utilizzato per trasportare le salme e oggi conservato al Museo dell’ATC (©Martino Lombezzi/Contrasto)

Da testimone diretto, come reagì negli anni alle varie ipotesi che venivano avanzate sui moventi e le dinamiche della strage?

«Per me le ipotesi che hanno fatto sono valide fine a un certo punto: uno scempio tale solo per aumentare la strategia della tensione, senza voler dare un giudizio, mi sembra eccessivo.»

Com’era il mestiere del fotografo allora e quanto è cambiato oggi?

«A parte i fatti di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, ho seguito tutte le stragi avvenute di quegli anni, ho avuto l’avventura di trovarmi sempre presente, anche grazie ai tanti rapporti personali che sapevo intrattenere e che mi permettevano di ricevere le telefonate quando succedevano i fatti, da chiunque, fossero i vigili del fuoco o la polizia, e così riuscivo ad arrivare tra i primi sul posto. Credo invece che oggi questo tipo di lavoro sia morto, la prima persona che passa davanti con uno smartphone, fa una foto a casaccio e la manda ai giornali gratuitamente… Allora noi si lavorava con macchine che avevano 12 o massimo 36 fotografie di riserva, perciò dovevi calibrare bene, se arrivava il momento dello scatto importante dovevi avere margine per farlo. Ma tu l’avvenimento lo devi vivere, se non lo vivi che cosa scatti?»

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