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Le Marche nella letteratura Il territorio marchigiano visto da scrittori non marchigiani

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Eugenio Corti

Eugenio Corti (Besana Brianza 21 gennaio 1921- Besana Brianza 4 febbraio 2014) è stato uno dei più grandi scrittori italiani del novecento, autore di numerosi libri, il più famoso dei quali “Il cavallo Rosso”, romanzo di formazione che abbraccia gran della storia italiana del novecento, pubblicato nel 1983 dalla Ares, una casa editrice dell’area cattolica. L’ho conosciuto di persona in un giorno imprecisato di settembre, nella sua casa di Besana Briana. Era il 1992. Abitavo allora a Giussano. Mia figlia mi aveva chiesto di accompagnarla, assieme a tre sue amiche, a Villa Romanò di Inverigo, per intervistare Eros Ramazzotti, di cui ascoltavano tutti i giorni l’ultimo suo album “In Ogni Senso”. Il cantante non ci ricevette, lo fece quindici giorni dopo. Una costante che sempre mi ha accompagnato è stata la testardaggine, “tigna” nel nostro dialetto. Proposi subito di andare a trovare Eugenio Corti, anche per superare la loro delusione. Non erano entusiaste ma accettarono. Non sapevano chi fosse Eugenio Corti, io lo conoscevo per aver partecipato più volte alla presentazione de “Il Cavallo Rosso” in diversi paesi della Brianza.

Eugenio Corti ci accolse in un’ampia sala della sua villa di Besana Brianza. Saputo che ero marchigiano e mia moglie di origini abruzzesi, non gli parve vero di intavolare una improvvisata e amabile conversazione. Era stato chiamato proprio nell’estate di quell’anno a Tolentino per commemorare l’eccidio di Montalto. Mi parlò a lungo della frequentazione che aveva avuto con Fermo dove aveva conosciuto il giornalista Adolfo Leoni e un gruppo di amici. Si era recato nella cittadina marchigiana qualche anno prima per la presentazione del romanzo “Il cavallo rosso”. Mi rese subito partecipe del lavoro attorno al quale stava attendendo, la stesura di un altro romanzo” “Gli ultimi soldati del re”. “Eravamo gli ultimi soldati del re e non potevo che dare questo titolo al libro”, mi disse. Mi colpirono subito la sua schiettezza e l’amore per la verità, che fanno di Eugenio Corti una delle voci più libere della letteratura italiana del novecento, uno scrittore fuori da ogni gruppo o scuola; non ha servito né si è servito mai di nessun potere.

Dopo l’8 settembre del 1943, a seguito del disfacimento dell’esercito italiano, Eugenio Corti, già reduce della sfortunata campagna militare in Russia alla quale aveva partecipato come sottotenente degli alpini, era riuscito ad attraversare le linee tedesche dalle parti di Pretoro, in Abruzzo e con l’aiuto dei mitici pastori abruzzesi ai quali dedica pagine di commovente ed entusiastica ammirazione, raggiunge la Puglia dove, a Brindisi si stava costituendo il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L). Inquadrato come tenente d’artiglieria, raggruppamento Folgore, divisione Nembo, da Brindisi risale tutta la penisola, combattendo a fianco dell’esercito anglo americano e al Secondo Corpo d’Armata polacco del generale Wladislaw Anders. Il romanzo “Gli ultimi soldati del re” è il racconto della campagna militare affrontata in Italia da Eugenio Corti fino al ritorno a Besana Brianza dove erano ad aspettarlo il vecchio padre, la mamma, i fratelli e le sorelle.

Quando le armi tacciono, le pagine si riempiono di osservazioni piene di stupore verso un paesaggio del tutto sconosciuto all’autore. Tralascio quelle dedicate al paesaggio attorno al fiume Aniene, piene di alta poesia o a quello abruzzese, soffuse di struggente partecipazione con la vita dei pastori, mi soffermo su quelle dedicate ai giorni ed ai mesi trascorsi nelle Marche: “Dal mattino, usciti dalle terre che circondano l’aereo picco di roccia del Gran Sasso… ci eravamo ritrovati intorno il caldo entusiasmo italiano. Le Marche – regione meno passionale dell’Abruzzo – presentano linee più orizzontali e più vaste. Più grandi e solide le case, spesso a quel tempo, anche se povere (specie le più povere), singolarmente attraenti per un che di classico e di antico che ne caratterizzava il disegno. In questi luoghi l’opera dell’uomo – incredibile per noi moderni – aveva reso l’ambiente naturale, dunque il paesaggio, più bello, tanto che quasi ogni successivo colpo d’occhio veniva a costituire un bel quadro. Diversi erano anche gli abitanti, che non avevano la maestà patriarcale, né il nascosto, inestinguibile fuoco degli abruzzesi, ma erano massicci, di parlata asciutta. In qualche paese avevamo trovato dei “posti di ristoro” improvvisati, da cui ragazze- fermando festose gli autocarri – ci avevano con rapidità distribuito panini imbottiti, bevande, anche fiori. Cominciava ad annunziarsi lo spirito pratico del settentrione” (Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re, pag. 136, Edizioni Ares, Milano 1994).

I soldati, comandati da Eugenio Corti, arrivano a San Ginesio nel tardo pomeriggio: “Nel rosso tramonto, i soldati piazzarono gli otto cannoni da 100 mm. Tra i filari di viti, tesero le reti mimetiche sopra gli autocarri, rizzarono le tende accanto alle mura di pietra di San Ginesio. Il giorno dopo e i seguenti, quando il servizio me lo consentiva, vagai per le strade del borgo, situato, come in genere i medievali, sul vertice di un colle. Contava molti edifici del tempo antico, dal cui disegno i costruttori venuti poi nel corso dei secolo non si erano molto scostati, sicché medievale e rinascimentale appariva tutto. La cinta delle mura – in pietra viva, lucente – era perfettamente conservata, intatte le porte ad arco. Mi piaceva molto camminare lungo quelle mura, sia al loro interno che all’esterno, e mi sentivo nascostamente felice che ci fossero al mondo mura come queste, e case come queste, e quei tetti di coppi rossi, e nel mezzo del paese un piccolo portico costruito secoli prima da mani letteralmente grondanti bellezza, che chissà quanto dovevano essere innamorate della propria opera!…Come lo sentivo mio questo luogo! Mai sentito nominare prima! San Ginesio!! Parte non soltanto della mia terra, ma di me stesso(Eugenio Corti, Ibidem, pag.136, 137).

Un altro paese caro ad Eugenio Corti e descritto nel romanzo è Sarnano, nel cui ospedale viene ricoverato Zaccagnini, un artigliere ferito, appartenente al Primo gruppo paracadutisti. Eugenio Corti va a trovarlo ed ha con lui un dialogo franco ed aperto. Al primo che gli chiede perché mai e per chi stessero combattendo, Corti risponde che combattevano per la Patria, nonostante lo “sputtanamento” che si era fatto di questo nome: “Patria vuol dire eredità lasciataci dai Padri; la Patria è il nostro paese e la nostra casa che ci vengono sempre in mente quando ne siamo lontani, e dei quali sentiamo di continuo la mancanza” (pag. 138). Per questi ideali credettero giusto combattere “ Gli Ultimi soldati del re” ed assieme a loro i soldati polacchi del generale Anders. Sempre su Sarnano, Corti si sofferma sul cimitero: “Il cimitero di Sarnano, circondato d’alberi dal fogliame verde- lucente, era all’esterno molto bello, come – a quel tempo- quasi ogni manufatto in quei luoghi” (Ibidem, pag. 139).

Macerata! L’attraversammo anche noi; era il pomeriggio del primo luglio e il solleone incombeva sfolgorante sulle case di un bel colore mattone, lavorato dal tempo e sulle strade colme di silenzio. Ad una sosta della colonna, un vecchio venne di corsa al nostro autocarro; reggeva un prosciutto ed un gran pane fresco, ciò che aveva di meglio; ce li consegnò, rizzandosi sulle punte dei piedi, gli occhi pieni di commozione. La gente era a noi cara perché ci accoglieva con sincere manifestazioni di gioia e, lungo le strade, ci stringeva la mano con amicizia e ci ringraziava commossa, perché per liberare la loro città, esponevamo la nostra vita” (pag. 136 – 142). Conquistata Macerata, “Nei giorni seguenti continuammo ad avanzare, superando uno dopo l’altro diversi sistemi collinosi correnti dall’Appennino al mare. Il cannone tuonava da mattina a sera adesso, perché i tedeschi, premuti dai paracadutisti, reagivano duramente, e battevano all’indietro con le loro artiglierie gli incroci stradali, i punti in cui le strade affioravano sul profilo dei colli, ogni zona sospetta. Verde era intorno la campagna e sempre molto bella, ricca di messi, con viti sorrette da olmi in ordinate file a compartirla” ( Ibidem, pag. 144). Il fronte si sposta sempre più a nord. Dopo una sosta per un giorno e una notte presso il convento dei frati di Forano, il gruppo dei soldati piazza l’osservatorio sul “colmo di una lunga dorsale verde. Davanti a noi il terreno scendeva a formare un’ampia vallata costellata di masserie, che sull’opposto versante culminava in un paese di case alte e serrate fra loro, tanto da far pensare – a distanza a un’irregolare, accigliata fortezza. Ne leggemmo il nome sulle carte: Filottrano” (pag. 145).

I Tedeschi si erano asserragliati all’interno del paese e bersagliavano con l’artiglieria tutte le vie d’accesso che partivano dal fondovalle, mirando particolarmente agli incroci stradali. Il loro scopo era di ritardare con ogni mezzo l’avanzata del fronte, per dar modo al grosso dell’esercito di riparare a difesa di Ancona, investita dall’onda d’urto degli Inglesi e dei Polacchi del generale Anders. Alcune unità della divisione Kresowa, forte di alcuni carri armati Sherman, operavano fianco a fianco dei paracadutisti della divisione Nembo nel territorio di Filottrano. Il teatro della battaglia di Filottrano si complicava ulteriormente per la presenza dei civili che si trovarono improvvisamente tra due fuochi. Molti caddero sulle strade di accesso al paese mentre tentavano una fuga disperata, colpiti dalle granate dell’artiglieria tedesca. Semplici soldati, ufficiali medici del Corpo Italiano di liberazione si diedero da fare con ogni mezzo per medicare ed assistere feriti e moribondi. Intanto la battaglia continuava. “Poi i paracadutisti scattarono all’attacco: i mitra cominciarono a urlare laceranti, quelli tedeschi rispondevano con la loro voce più corta e rapida; ai mitra si mescolavano i nostri mitragliatori Breda, dallo sgranare nevrotico, e l’urlo diverso, più compatto e falciante, degli Spandau o MG4 tedeschi, mentre le bombe a mano punteggiavano di tonfi tutto quel frastuono. A tratti si udiva il grido: < Nembo… Nembo…> segno che in qualche punto i paracadutisti attaccavano con i pugnaliIntanto i campi, gli alberi, ogni cosa, andavano gradualmente inondandosi di sole; dolorosa era la bellezza dei rami che ci pendevano davanti al viso, e fremevano di continuo per l’aria piena di scoppi… Luminoso era il sole, e il cielo di un bell’azzurro, vividi i colori di tutte le cose” (pag. 154, 157).

Conquistata Filottrano, il fronte si sposta verso Villa Centofinestre, da qui al Musone e continua poi nell’abitato di Barbara. Nei momenti di riposo lo sguardo di Eugenio Corti spazia su spazi lontani: “Lontana tra i colli ci appariva quell’Urbino ventosa da cui era uscito Raffaello pittore: il binocolo mi consentiva di distinguere bene i due torrioni rossi del palazzo ducale che stanno nei testi di storia dell’arte; mi chiedevo, osservandoli inquieto, se per caso non sarebbe toccato alle nostre idiote artiglierie di devastarli” (pag. 204). Questo non accadde. La corsa degli eserciti anglo americani e del Corpo Italiano di Liberazione si infrange contro le difese tedesche poste a difesa della linea Gotica. Per Eugenio Corti e per i suoi soldati è tempo di ritornare nelle retrovie del fronte per riposizionarsi e ripartire con più slancio per la liberazione di tutta l’Italia. Ritornerà più volte nelle Marche e ripercorrerà “le strade, deserte al tempo in cui noi le avevamo risalite combattendo, ora invase da interminabili colonne inglesi e canadesi color ocra” (pag. 229).

 

Raimondo Giustozzi

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