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Libri. Prime letture estive

Silvia Tatti (Fonte Internet)

Silvia Tatti (Fonte Internet)

Esuli: scrittori e scrittrici dall’antichità a oggi

Silvia Tatti

Letteratura

Carocci Roma

2021

Pag. 182euro 19

Valerio Calzolaio

 

Pagine scritte altrove. Da sempre. L’esilio è un antico tema storico connesso a innumerevoli geografie (ecosistemi) e scritture (lingue). Utilizzato, già nelle civiltà del passato, come strumento punitivo, inflitto a chi era colpevole di crimini politici o di omicidi, per lo più in alternativa alla condanna a morte, ricorre fin dalla cultura greca e dalle sacre scritture. Il termine rinvia all’esclusione da un territorio (in latino ex-solum) e ha implicito in sé il motivo dell’espulsione e della partenza; le lingue occidentali hanno coniato sinonimi che cercano di rappresentare la molteplicità delle condizioni di allontanamento dalla patria; nella modernità può diventare anche una scelta personale volta a evitare costrizioni, una reazione individuale di protesta contro i condizionamenti sociali, culturali, di genere del luogo di appartenenza. Se ne scrive, inevitabilmente, spinti dalla necessità di lasciare testimonianza di un evento esistenziale cruciale, talora proprio per elaborare la tragedia, sempre suscitando universali interesse e curiosità nei lettori. Tema autobiografico di enormi potenzialità, l’esilio esplora generi diversi e diventa, fin dalla Bibbia e dalle letterature antiche, un elemento narrativo di implicazioni allegoriche: i nessi esilio – morte ed esilio – rinascita rinviano a dimensioni emotive e culturali che travalicano le esperienze dei singoli e assumono un rilievo emblematico. Il linguaggio non può che dar voce a ogni condizione di disagio e di esclusione. La catena di citazioni e rinvii è straordinariamente vitale, seppur discontinua: una prima genealogia dell’esilio è stabilita alla fine del I secolo d.C. da Plutarco, rinnovata da autori successivi con un passaggio cruciale e formidabile in Dante, ricorrendo infine di continuo negli ultimi due secoli, anche e sempre più con una marcata specificità femminile.

La docente universitaria di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma Maria Silvia Tatti da decenni si occupa anche della presenza del tema dell’esilio nella letteratura antica e moderna, italiana ed europea, e ha colto l’occasione della casalinghitudine forzata durante la pandemia per sistematizzare in modo più organico le proprie ricerche. In parte ha scelto un percorso cronologico, in parte ha individuato connessioni oltre le epoche storiche. Il primo capitolo ricostruisce il linguaggio narrativo dell’esilio dalla Bibbia ad alcuni classici come Sofocle, Cicerone, Virgilio, Ovidio, Seneca e Plutarco. Il secondo capitolo è dedicato al paradigmatico Dante, al deposito memoriale e alla polifonia della Commedia. Il terzo capitolo si concentra sul nostro paese e affronta la cultura dell’esilio tra Rinascimento e Risorgimento. Il quarto capitolo è trasversale e individua assi permanenti: tre termini cruciali di un vocabolario minimo (partenza, viaggio, soprattutto confine, con Brecht); i generi letterari ricorrenti (lettere, diari, memorie, biografie); gli elementi permanenti dello stile sia nella lingua che nella retorica; l’eterna questione del ritorno (impossibile o eventuale che sia). Il quinto capitolo è dedicato alle scrittrici esuli, non solo italiane, non solo recenti. Il sesto e ultimo capitolo aggiorna la trattazione al Novecento e all’inizio del terzo millennio. Ricca la bibliografia, utile l’elenco dei nomi propri.

 

v.c.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione Maremoto

 

Maremoto

Alessandra Calanchi

Racconti brevi

Ventura Senigallia

2021

Pag. 148euro 13

Valerio Calzolaio

 

Centro Italia. Casi del presente e del futuro. Si cominciò a sentir parlare del culturavirus nel mese di gennaio del 3020. Il primo episodio avvenne in una biblioteca cinese di Tientsin, un anziano abituale lettore s’accorse che in una pagina mancavano alcuni ideogrammi, si spaventò e nei giorni successivi lui stesso parve disimparare gradualmente. Il misterioso morbo colpiva rapidamente e selettivamente libri riviste giornali manoscritti, poi si trasmetteva agli umani. Chi ne era contagiato perdeva la concentrazione, o l’attenzione, o la memoria; o tutte e tre insieme. La cultura sembrava ritrarsi all’avanzare del virus. Si fecero varie ipotesi sulle origini: un topo di biblioteca? Un complotto o una cospirazione? Gli hikikomori giapponesi? Fatto sta che raggiunse presto l’intero mondo, l’Italia al terzo posto per numero di contagi: eravamo pieni di musei, librerie, biblioteche, atenei anche molto antichi! Dai libri cadevano le pagine, le riviste perdevano parole e frasi a fiumi, nei volumi restavano solo il prezzo e il codice ISBN. In campo medico non si poté fare nulla. Oggi, come noto, tutto è cambiato. Al momento non esistono libri e, a onor del vero, non si può avere alcuna certezza che siano mai esistiti. Lo story-telling ha inghiottito ogni possibile forma di narrazione, la poesia è un genere orale di prima necessità solo per i bambini, e non esistono riviste e giornali. Ricordare è un’usanza antica, un verbo desueto, un atto faticoso ed estremo. E cosa fanno allora adesso le persone? Lo scoprirete completando la lettura del racconto (già pubblicato online nel marzo 2020) e intuirete qualcosa di interessante pure leggendo gli altri, l’ultimo dei quali dà il titolo alla raccolta, “Maremoto”, tre sogni consecutivi di passeggiate lungo la riva del mare e, forse, un risveglio, appunto.

La docente universitaria di Letteratura e Cultura Angloamericana a Urbino Alessandra Calanchi (Bologna, 1959) legge, elabora, spiega, insegna, traduce, poeteggia e, fra una vita e l’altra, fa molte altre cose. Pubblica ora una raccolta di ventisette racconti brevi, scritti nel corso di oltre un decennio (seppur per lo più recenti), in piccola parte già editi in varie forme, oltre la metà con narrazione in prima persona al passato o al presente (sperimentando pure dialoghi, lettere, seconde persone, singolari e plurali), sempre garbati e ironici, colmi di cinema e letteratura varia. Lo stesso titolo nulla c’entra con il forte rischio attuale per tutti gli abitanti delle coste del nostro Mediterraneo, a causa dell’elevata sismicità e della presenza di vulcani attivi. L’autrice ha una esplicita riconoscibile predilezione per il genere cosiddetto noir (non per caso contribuisce da tempo a organizzare la manifestazione e il collettivo Urbinoir), riuscendo a trattare con perfida leggerezza sia esperienza quotidiane che vicende globali. “La forma perfetta del coniglio” è il più breve e tratta di topi. I più lunghi (“Kill Me Softly” e “Come una piadina”) hanno una propria minuscola sceneggiatura imbastita su più giorni. Il viaggio a Pescara è autobiografico, la degustazione perfetta consuma avanzi di bottiglie di vino lasciate dal buon ex-marito.

 

v.c.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione Freddo a luglio

 

Freddo a luglio

Joe R. Lansdale

Traduzione di Giancarlo Carlotti

Noir

Einaudi Torino

2021 (orig. Cold in July 1989, prima ed. it Fanucci 2002)

Pag. 237 euro 12

Valerio Calzolaio

 

LaBorde, East Texas. Un’estate di fine anni ottanta. Il tranquillo corniciaio Richard Dane vive con la moglie Ann e il loro piccolo figlio malato Jordan. Sentono un rumore, prende la pistola nella scatola da scarpe, trova un ladro, quello gli spara, lui contraccambia. Il ladro muore, certo è legittima difesa ma Ben Russell, l’ex galeotto padre del ragazzo criminale Freddy, vuole vendicarsi. Sta per riuscirci quando si capisce che forse il ladro era un altro e c’era sotto qualcosa di più grosso, seguono altre morti e violenze, a più non posso. Ecco un Lansdale d’annata! Forse avrete letto l’edizione di venti anni fa (a quel tempo non sempre veniva tradotto in italiano), forse avrete visto il film del 2014 con Michael C. HallSam ShepardVinessa ShawDon Johnson, eppure non è invecchiato, tutto è ancora teso e struggente, ben mescolando i sottogeneri del crime. Con“Freddo a luglio” il grande scrittore texano-orientale Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951) firmò un classico.

 

v.c.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione Il più grande mistero di Morse e altre storie

 

Il più grande mistero di Morse e altre storie

Colin Dexter

Traduzione di Luisa Nera

Racconti gialli

Sellerio Palermo

2021 (orig. 1993)

Pag. 217 euro 14

Valerio Calzolaio

 

Oxford. Una trentina di anni fa. Il diabetico e ipoudente Norman Colin Dexter (1930-2017) è stato docente di greco e latino, specialista in enigmistica e parole crociate, magnifico ironico autore di genere. I 13 romanzi con protagonista l’ispettore capo Endeavour Morse (e il fido recalcitrante sergente Lewis) della Thames Valley Police sono datati 1975-1999 (tradotti a suo tempo nel Giallo Mondadori), la televisione inglese ne trasse una serie di 33 episodi trasmessa anche in Italia; serie connesse continuano ancor oggi. “Il più grande mistero di Morse e altre storie” assembla sei racconti pubblicati fra il 1987 e il 1993, il primo (natalizio e infestato dallo spirito di Wagner) dà il titolo inglese e italiano alla bella raccolta, presentata dal grande scrittore Marco Malvaldi con una simpatica nota introduttiva “Mai fare errori di orzografia” (la d eufonica giustamente non c’entra con l’ortografia). Come al solito, la divertita divertente narrazione è in terza al passato.

 

v.c.

 

 

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