di Raimondo Giustozzi
All’annuale convegno internazionale autorevoli contributi hanno aiutato a riscoprire le ragioni della mitezza del Dio incarnato, mentre si moltiplicano le strumentalizzazioni religiose dei conflitti. Con un grande alleato: il pensiero e la testimonianza di Leone XIV
Nella presentazione del convegno di Russia Cristiana «Dire Cristo in tempi di guerra» (che si è tenuto a Seriate, provincia di Bergamo, tra l’8 e il 10 maggio scorsi, con una ventina di relatori da 14 paesi diversi) abbiamo ricordato che stiamo vivendo una «terza guerra mondiale a pezzi»; la gravità di questa situazione si è rivelata ancora più grande da quando si è cominciato a parlare addirittura di una «guerra santa», con una sacralizzazione della guerra ormai comune non solo a frange dell’islamismo radicale, ma anche a potenze come Stati Uniti, Russia e Israele. Molte sono state le condanne di questa deriva, e Leone XIV ha sottolineato che, a dispetto di qualsiasi strumentalizzazione religiosa, il Signore non ascolta le preghiere di quanti hanno mani che «grondano sangue» (Is 1, 15).
Eppure, questo atteggiamento non si lascia correggere e anzi si diffonde sempre più e si aggrava in chi cerca soluzioni militari mirabolanti, che non solo non portano da nessuna parte, ma addirittura fanno più danni di quelli che sono già stati fatti (basti pensare all’Iran o a Gaza).
Di fronte a questo circolo vizioso apparentemente senza via di uscita, durante il convegno sono state raccontate esperienze del tutto diverse: innanzitutto quella di chi prova a contrastare questa «guerra a pezzi» con una «pace a pezzi», prospettiva possibile, ha raccontato padre Volodymyr Misterman (un sacerdote greco-cattolico ucraino), là dove un padre abbraccia i figli che piangono sotto un bombardamento e questi, rassicurati da un gesto d’amore, smettono di piangere. E Hussam Abu Sini, palestinese che vive e lavora ad Haifa, ha ricordato proprio l’importanza di avere e sentire l’amore di un padre, un amore che scende nel cuore delle persone e le spalanca a una prospettiva diversa da quella della solitudine e dell’odio. Di cuore in cuore si può davvero cambiare il mondo.
E non v’è da credere che si tratti di una prospettiva soltanto personale o sentimentale: dall’Ucraina il nunzio apostolico, monsignor Visvaldas Kulbokas, da uomo di Chiesa e insieme da diplomatico, ricordando il valore della preghiera ha presentato una riflessione profonda sulla necessità che le organizzazioni internazionali ricomincino a fare il loro lavoro e vengano riformate là dove hanno evidenti difetti. Per esempio, là dove il diritto di veto rende impossibile qualsiasi intervento pacificatore delle Nazioni Unite.
Accanto alle testimonianze, si è dato spazio a riflessioni teoriche come quella di Paolo Prosperi, che ci ha fatto cogliere la logica perversa, profondamente anticristiana e antiumana, che sottende i risorgenti messianismi nazionalistici che falsificano la figura del Messia atteso e riducono la questione della guerra e della pace ad astratte contrapposizioni. Mentre, se è chiaro che «Leone XIV non ha mai inteso contestare il diritto degli stati sovrani a provvedere alla difesa dei propri confini», deve essere altrettanto evidente che «il suo discorso si colloca su un altro piano. La domanda che si e ci pone è: da che parte sta Dio, e chi sta dalla Sua parte? E risponde: non dalla parte dell’aggressore, anche qualora sia mosso da buone intenzioni»; a chi continua a chiedersi oggi, come ai tempi di Stalin, «quante divisioni ha il Papa?», si risponde allora con una prospettiva completamente rovesciata e tutt’altro che irenica o imbelle, secondo la quale «la mitezza cristiana non è debolezza, né rinuncia a combattere per la vittoria del bene. Essa è, invece, sequela del “Re Agnello”, il quale paradossalmente sgomina le forze del male, proprio trasformando il suo essere vittima in sacrificio, cioè in atto d’amore sovrano, per la redenzione del mondo».
Durante il convegno ci si è occupati anche di questioni storiche e politiche, come nel caso della ricostruzione presentata da Paolo Valvo circa il ruolo di De Gasperi nella nascita di una nuova Europa. Al centro dell’attenzione, però, c’è sempre stata la questione radicale del senso della vita umana e del destino dell’uomo di fronte alla guerra e nell’abbraccio di Cristo: c’è un senso in tutto questo dolore e che cosa può testimoniare un cristiano? Può davvero conservare la fede, si è chiesta molto direttamente suor Aziza. E può la Chiesa venire meno al suo compito di dire la verità sull’umano, ora che è rimasta quasi la sola a farlo, ci ha sfidati un laico come il premio Nobel Muratov.
La mitezza cristiana non è debolezza, né rinuncia a combattere, ma sequela del “Re Agnello” che trasforma il suo essere vittima in sacrificio, cioè in atto d’amore per la redenzione del mondo
Qui una delle testimonianze più drammatiche è stata quella di padre Aleksej Uminskij, sacerdote moscovita che oggi vive a Parigi dopo che il patriarcato di Costantinopoli lo ha reintegrato nello stato sacerdotale dal quale il patriarcato di Mosca lo aveva escluso, perché non aveva pregato per la vittoria ma per la pace. Nel suo intervento, padre Aleksej ha utilizzato le lettere che riceve quotidianamente da fedeli che non riescono più a confessarsi o a fare la comunione perché la loro coscienza non può conciliarsi con la benedizione della guerra pronunciata dalla Chiesa di Mosca, e con un cristianesimo che non sa concepirsi se non contro qualcuno. È una situazione, ha commentato, nella quale «l’uomo tiene l’inferno nella sua mente e giorno dopo giorno permette all’inferno di entrare nel suo cuore», perché, come e da chi un cristiano potrebbe attendere la salvezza là dove l’uomo e la sua dignità sono sistematicamente negate dalla stessa Chiesa? Quasi impossibile da superare, questa difficoltà non è però l’ultima parola. L’uomo – in fondo ciascuno di noi – ha detto padre Aleksej, deve essere pronto «a discendere in quel mondo dove la gente soffre, dove si versa sangue, dove la menzogna regna e sembra trionfare» e lì, accettando di «stare con coloro che piangono» e accettando di condividere «il dolore provato da coloro che soffrono per le guerre», troverà Cristo e smetterà di «tenere l’inferno nella propria mente».
Dire Cristo in tempi di guerra è dunque possibile, là dove la mente e il cuore sono costantemente ricentrati su di Lui, come ci ha documentato la relazione di padre Ioann Guaita a proposito della figura di padre Aleksandr Men’, morto martire nel settembre del 1990 proprio per la sua instancabile e trasparente confessione di Cristo, e nella costante opposizione a qualsiasi forma di potere che pretendesse di parlare in nome di Dio mentre violava la vita dei suoi figli. Padre Aleksandr aveva detto a questo proposito: «Se l’autorità si trasforma in illegalità, essa non è già più autorità, ne è una caricatura, una cupa parodia, una manifestazione grottesca di sé stessa».
E i cristiani non possono accettare di sottomettersi a simili parodie, come ha osservato Jean François Thiry, tirando il bilancio di una lunga attività missionaria prima in Russia e successivamente in Siria: «I cristiani sono stati rinchiusi in una gabbia dorata: in cambio della lealtà politica, ricevevano una protezione che, col senno di poi, assomigliava molto a una prigionia: autonomia e protezione in cambio del controllo politico».
È una prospettiva nella quale, a prescindere da ogni opportunità politica, si perdono innanzitutto le ragioni stesse della fede e non si riesce neanche più a dar ragione del perché non si debba odiare il nemico; una ragione che invece è risuonata chiarissima nelle parole di David Macek, direttore del Meeting di Brno, che ha ripetuto a sua volta una frase «ascoltata tante volte dai dissidenti e dai prigionieri del regime comunista: “Potete farci del male, ma non mi costringerete mai a odiarvi”».
29.05.2026, Società, Adriano Dell’Asta, Presidente di Russia Cristiana Russia Cristiana. Dire Cristo in tempi di guerra – Comunione e Liberazione – Sito ufficiale