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Dialoghi in Corso. Assange libero, si scrive “patteggiamento”, si legge “la protesta pacifica ha vinto”

julian-assange-amnesty-600x600Sara Chessa

Dopo cinque anni di carcere Assange, fondatore di “WikiLeaks” è libero. Tra la scadenza elettorale delle prossime presidenziali, la pressione diplomatica australiana e le mobilitazioni popolari, gli Stati Uniti si son trovati alle strette. Quella di oggi è una vittoria per gli attivisti per i diritti umani nel mondo, perché le accuse contro Julian Assange erano accuse contro il nostro diritto alla conoscenza e contro la democrazia.

La protesta pacifica della società civile ha portato le cose dove il complesso militare-industriale non voleva che andassero: Julian Assange è libero. Dopo un accordo di patteggiamento firmato dalle parti il 19 giugno, un’ordinanza gli ha concesso libertà provvisoria per consentirgli di recarsi presso il tribunale distrettuale degli Stati Uniti a Saipan, nelle Isole Marianne Settentrionali. È quindi uscito dal carcere di Belmarsh il 24 giugno, imbarcandosi su un aereo che lo ha condotto, assieme a membri della sua squadra legale e all’Alto Commissario australiano per il Regno Unito Stephen Smith, nell’isola del Pacifico in cui si terrà oggi un’udienza relativa al patteggiamento.

Gli Stati Uniti si sono infatti impegnati – come conferma un ordine del giudice britannico formato il 25 giugno – a ritirare la richiesta di estradizione in cambio dell’ammissione di colpevolezza in merito a uno dei capi di imputazione che formano l’atto di accusa degli Stati Uniti nei suoi confronti. Quello relativo alla cospirazione con la sua fonte Chelsea Manning al fine di ottenere informazioni legate al settore della sicurezza nazionale.

Che si possa parlare di “sicurezza nazionale” quando questa espressione è utilizzata per nascondere efferati crimini di guerra è certo messo in dubbio da voci autorevolissime nel campo dei diritti umani. Se, per avere un’idea del rapporto tra sicurezza nazionale e diritto alla conoscenza, si fa riferimento alla Corte Europea dei Diritti Umani e alla sua giurisprudenza, si potrà osservare che un bilanciamento è sempre richiesto tra la libertà di informazione e altri interessi considerati meritevoli di tutela; tuttavia, come la difesa di Assange ha sostenuto durante l’udienza di febbraio 2024 – quella che è valsa ad Assange il diritto a fare appello contro l’estradizione – il volume di documenti attestanti violazioni sistematiche dei diritti umani dei civili durante l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan è tale che Chelsea Manning verrebbe certamente, oggi, considerata una whistleblower, ossia una militare andata in crisi di coscienza di fronte a un volume inenarrabile di criminalità di Stato.

Il patteggiamento non deve dunque trarci in inganno: deve essere chiaro a tutti che, se il caso fosse ascoltato oggi presso la Corte Europea dei Diritti Umani, che fonda le proprie decisioni sulla Convenzione Europea per i Diritti Umani, Julian Assange sarebbe con ogni probabilità protetto dall’articolo 10 come giornalista investigativo al servizio del diritto alla conoscenza di ognuno di noi. La galleria di orrori che il governo americano e i suoi alleati – utilizzando il velo di menzogne della lotta al terrorismo e della guerra per l’esportazione di democrazia – intendeva tenere nascosta ai cittadini è di proporzioni tanto enormi da rendere assurda l’ipotesi che agli occhi di una corte per i diritti umani possa non rilevare l’interesse dei cittadini a conoscere i fatti. Ovvero, le uccisioni arbitrarie e le torture sistematiche praticate per anni su tutti coloro che finivano nella rete degli arresti extragiudiziali. Nell’Iraq e nell’Afghanistan occupati, come pure nella prigione di Guantanamo Bay, le sofferenze atroci imposte ai civili erano l’ordinarietà e ricordavano in tutto e per tutto pratiche che eravamo abituati a relegare a un passato irrazionale, associandole all’Inquisizione e non certo al presente, in cui non sarebbero mai dovute riemergere.

Questo la società civile europea e mondiale lo aveva capito. Forse, negli anni della campagna denigratoria portata avanti ai danni di Julian Assange, lo aveva dimenticato, ma il lavoro di un nocciolo iniziale di attivisti per i diritti umani ha creato un segmento di individui consapevoli delle conseguenze della possibile estradizione, richiesta dall’amministrazione Trump nel 2019 e portata avanti fino a tempi recentissimi dalla amministrazione Biden. Tuttavia, soprattutto durante le udienze del 20 e 21 febbraio 2024, la mobilitazione della società civile è stata straordinaria. Tanto da essere menzionata anche nella parte introduttiva della sentenza pubblicata il 26 marzo, quella che ha consentito l’appello e portato alla successiva udienza del 20 maggio, anch’essa caratterizzata da iniziative di protesta pacifica sia a Londra davanti alla Royal Court of Justice sia in molte altre città del mondo. La sentenza del 26 marzo afferma: “L’udienza che ci è stata sottoposta ha suscitato un eccezionale interesse nazionale e internazionale”.

Non accorgersi della protesta pacifica in corso era impossibile, per i giudici così come per le figure politiche e, in particolare, per l’amministrazione americana. L’ipotetica estradizione dell’editore di WikiLeaks negli Stati Uniti avrebbe comportato l’immediato ingresso del tema “Assange” tra quelli discussi nella campagna elettorale e questo avrebbe richiesto ai due maggiori candidati di prendere posizione. Come abbiamo visto, tuttavia, il 20 maggio i giudici Victoria Sharp e Justice Johnson hanno concesso appello ad Assange sui punti riguardanti le tutele derivanti dal primo emendamento della Costituzione americana – ordinariamente non applicate a chi non sia cittadino americano e abbia agito all’estero. Per gli Stati Uniti sarebbe stato difficilissimo, nelle udienze previste per il 9 e il 10 luglio prossimi, dimostrare che Assange non sarebbe stato discriminato sulla base della nazionalità e avrebbe goduto delle tutele in questione, che riguardano la libertà di espressione.

La potenza d’oltre Atlantico si è ritrovata stretta tra questa oggettiva difficoltà, l’agenda della campagna elettorale, l’azione diplomatica dell’Australia a favore della liberazione del proprio cittadino Julian Assange e, dulcis in fundo, l’innegabile, vulcanica mobilitazione della società civile. Obiettivo di quest’ultima era dare forza alla campagna diplomatica in corso, convincendo i governi occidentali a fare la propria parte, sostenendo l’Australia nelle negoziazioni che aveva in corso con Washington. Se si effettua una dichiarazione del cancelliere tedesco Scholz, apertamente critico verso l’estradizione negli Stati Uniti per ragioni legate ai diritti umani, nessun governo europeo ha compiuto il passo storico di una richiesta esplicita di archiviazione delle accuse mosse dagli Stati Uniti contro Assange. Eppure, non vi è dubbio che il motore straordinario della campagna per la liberazione di Assange sia venuto dalla forza propulsiva dei movimenti di base e degli attivisti per i diritti umani. Prima di tutto in Australia. Probabilmente, senza quarantamila e-mail inviate dai cittadini australiani ai loro parlamentari, il sostegno bipartisan espresso a favore della liberazione di Assange non si sarebbe mai manifestato. E, soprattutto, il Primo Ministro Anthony Albanese, avrebbe forse seguito la via dei suoi predecessori, ignorando la questione Assange in nome di una quieta – e assai lontana dai principi democratici – convivenza con l’alleato americano. Non è andata così, però. Perché l’80% degli australiani è, almeno da due anni a questa parte, determinato a chiedere il ritorno di Julian Assange a casa. Questo 80% ha agito come un fuoco propulsore: Albanese non ha potuto che mettere la lavoro la propria diplomazia. Non sappiamo esattamente come le negoziazioni si siano svolte. Sappiamo però che il risultato è un Julian Assange dal volto sereno e incredulo, che si immerge nell’attimo di una liberazione che poteva non avvenire mai e respira, finalmente, la bellezza del pianeta dall’aereo in cui viaggia. L’aereo, atterrato nelle isole Marianne Settentrionali, lo ha portato nel luogo in cui una udienza porterà avanti la formalizzazione dell’accordo raggiunto col governo americano.

Resta l’assurdità dell’aver dovuto trattare come una colpa la normalità delle interazioni tra un giornalista e la propria fonte. Eppure, lo stato d’animo di chi ha lottato tanto negli anni per la liberazione dell’editore di WikiLeaks è di gioia per la sua liberazione. Sua moglie Stella si espressa chiaramente, nel corso della notte tra il 24 e il 25 giugno: “Julian è libero”. Kristinn Hrafnsson, ex direttore di WikiLeaks, ha detto che tutto questo non sarebbe stato mai possibile senza la mobilitazione di tutti coloro che hanno colto la verità chiave in questo caso: le accuse contro Julian Assange erano accuse contro il nostro diritto alla conoscenza. E, data l’importanza di quest’ultimo per consentire al pubblico di valutare i governi, erano accuse contro la democrazia.

Cosa accadrà allora alla libertà dei media? Una fonte statunitense che opera ad alti livelli nel campo dei diritti umani ha riferito a Micromega che non si creerà alcun precedente legale, in quanto ciò che accadrà a seguito dell’udienza è previsto nell’accordo raggiunto col patteggiamento. “Forse si creerà” – ha aggiunto – “un precedente politico, ma non legale”. Dal Regno Unito, invece, un’altra voce autorevole, l’ex ambasciatore britannico Craig Murray, oggi attivista per i diritti umani, ha affermato che il precedente si avrebbe “in un tribunale di prima istanza” e sarebbe quindi “non vincolante”.

Resta un fatto cruciale: la protesta pacifica che ha dato vita alla fiamma che ci ha portati fino al patteggiamento sarebbe stata ancora più immediata, veloce e, dunque, potente, se il livello complessivo di educazione in materia di diritti umani fosse più alto di quello attuale. L’azione degli attivisti e dei cittadini consapevoli è stata portentosa, ma non avremmo mai dovuto attendere anni per farla crescere, se la consapevolezza dei diritti fondamentali fosse stata un fenomeno capillare nella nostra società. Ora si può solo trasformare le preziose “risorse umane” create dalla mobilitazione in agenti di disseminazione sempre più lucida coscienza della centralità del sistema dei diritti umani per lo sviluppo armonico della società.  Julian Assange, già mercoledì 27, dovrebbe rientrare in terra australiana. E noi saremo qui a ricordare che, il 24 giugno, assieme a lui, dalla prigione di Belmarsh siamo usciti tutti noi.

by MicroMega

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