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Piergiorgio Viti

Dialoghi in corso. Vivere disinformati e felici… grazie alle bufale

Fonte internet

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intervista a Fabio Paglieri di Daniele Nalbone – MicroMega

 

Partiamo da due domande generali. La prima è il sottotitolo del libro: cosa ci insegnano le bufale?

 

La disinformazione può insegnarci molto su noi stessi, se ci mettiamo nello stato d’animo giusto per imparare qualcosa. Svelare i meccanismi che rendono alcune bufale così popolari consente scoperte su come funziona la nostra mente: ci mette faccia a faccia con le nostre debolezze cognitive e con una radicata tendenza a cercare conferme e approvazione. Al tempo stesso ci dimostra che queste tendenze possono essere gestite e superate, a patto di riconoscerle.

 

La seconda riguarda invece il titolo: cos’è la disinformazione felice e cosa richiede vivere, come dici tu, “disinformati e felici”?

 

Da un lato si tratta di vivere la disinformazione come un’utile occasione di apprendimento, come dicevamo. Dall’altro, si tratta di assumersi le proprie responsabilità, preferendo il coraggio dell’esploratore alla paura della vittima. Troppe descrizioni della disinformazione ci dipingono come agnelli sacrificali in un mare magnum di falsità e nefandezze, anziché enfatizzare le nostre responsabilità nel navigare l’informazione con consapevolezza, evitando di essere a nostra volta veicoli di disinformazione, a esempio condividendo contenuti non verificati solo perché congeniali ai nostri pregiudizi. Noi siamo protagonisti della nostra ecologia dell’informazione, nel bene e nel male, e dobbiamo imparare a convivere con questo ruolo, anziché cercare rifugio in narrazioni vittimistiche.

 

Nell’epilogo “abbandoni” Cappuccetto Rosso per “adottare” Pollicino. Perché?

 

La versione più diffusa della fiaba di Cappuccetto Rosso è appunto la storia di una vittima: la bambina si avventura incautamente nel bosco, non ascolta i saggi consigli della madre, si fa facilmente abbindolare dal malfattore di turno, e così facendo finisce divorata, salvandosi solo per l’intervento di forze esterne. Al contrario, Pollicino è la storia di un maestro del sospetto, come avrebbe detto Paul Ricœur: il bosco pieno di insidie, per Pollicino, è teatro del suo riscatto, non solo individuale ma anche sociale, giacché la storia si conclude con la soluzione del problema iniziale, la povertà cronica della sua famiglia, che Pollicino risolve rubando all’orco tutti i suoi averi. Un riscatto ottenuto con ingegno e coraggio, in piena autonomia. Ecco, mutatis mutandis, nei nostri rapporti con l’informazione noi dobbiamo smettere di essere Cappuccetto Rosso e imparare qualcosa da Pollicino.

 

Le bufale, e concordo pienamente con te, non sono nate con Internet. Sono sempre esistite. Basta chiedere a una persona “x” di completare la seguente frase per rendersene conto: “Se il popolo non ha pane, che mangi …”. Come si è passati dalla curiosità all’allarme sociale?

 

Esagerando a fini provocatori, ma in fondo neanche troppo, credo che l’allarme, ampiamente fomentato da media e istituzioni sia nato soprattutto da una percezione di perdita di controllo. In passato, a torto o a ragione, le forze che si ritenevano detentori del potere di informare, e quindi all’occorrenza disinformare, erano tutto sommato ridotte: autorità, esperti, media, gruppi di influenza, e pochi altri. Oggi si ha la percezione che ogni pellegrino con una tastiera e una connessione di rete possa diventare un influencer. In realtà non è proprio così, però sicuramente è vero che l’accesso all’informazione avviene in modo più distribuito e quindi difficile da controllare. Da ciò, credo, l’aumentato allarme.

 

Sottolinei più volte come la disinformazione online sia sintomo di cambiamenti radicali nelle nuove tecnologie di comunicazione. Com’è cambiata la disinformazione con l’avvento della tecnologia?

 

Le tecnologie di rete hanno rivoluzionato l’accesso, il consumo e la produzione di informazione: non solo abbiamo oceani di dati a portata di click in ogni momento della giornata, siamo anche in grado di distribuire a nostra volta tali informazioni ad altri, in primis attraverso i social media. Purtroppo, le nostre capacità cognitive non sono aumentate di pari passo, né avrebbero potuto, visto che evoluzione biologica e trasformazione culturale hanno ritmi diversi. Il risultato è che oggi siamo superficialmente informati su moltissimi temi, senza che ciò abbia ampliato il novero delle cose su cui davvero siamo competenti: anzi, i pessimisti sostengono che lo abbia ristretto, riducendo l’attenzione che prestiamo all’approfondimento. Al contempo, la tecnologia ha creato possibilità di acquisto di beni e servizi attraverso gli stessi strumenti digitali con cui ci informiamo. Quest’ultimo è un aspetto non trascurabile in quanto aumenta ulteriormente gli effetti economici dei flussi informativi: la visibilità digitale di un tema, di un personaggio o di un prodotto è oggi immediatamente monetizzabile. Anzi, nel caso dei social media e di altre piattaforme gratuite per gli utenti, il traffico è ciò che direttamente genera profitti per i fornitori di servizi.

 

C’è un passaggio che mi piace molto del libro e che rende benissimo l’idea, quando racconti le discussioni che avvengono sulle nostre bacheche Facebook senza che noi ne prendiamo parte. Accade spesso dopo un post che due nostri “amici”, o più, inizino letteralmente a litigare. L’esempio che fai mi sembra molto calzante. Dici, testuale, “è come se invitaste un gruppo di amici a casa vostra, e alcuni di loro si mettessero a litigare sul colore delle pareti, senza coinvolgervi, senza chiedervi il permesso e senza alcuna inibizione”. Ti chiedo: dovremmo essere più responsabili di quanto avviene sulle nostre bacheche personali?

 

Molto prima che si diffondesse il monito “Don’t feed the troll!”, ovvero non rispondere alle provocazioni online, circolava già un adagio abbastanza simile: mai lottare nel fango con un maiale, serve solo a sporcarsi, e al maiale fa pure piacere! Quando si tratta di prendersi cura dei nostri spazi digitali, questa saggia abitudine dev’essere non solo applicata, ma anche estesa: dobbiamo infatti evitare con cura di creare porcili – fuori di metafora, luoghi in cui altri possano essere tentati di sguazzare nel fango -. Gli strumenti per esercitare una certa cura dei propri spazi online già esistono, si tratta di imparare ad usarli. Ad esempio, selezionando il livello di pubblicità dei propri contributi sui social: non è necessario renderli visibili a tutti, ci si può rivolgere a platee specifiche, e all’occorrenza impedire che altri diffondano ulteriormente i nostri contenuti sui loro canali. Oppure esercitando una selezione dei contenuti a cui noi stessi siamo esposti: a parte l’extrema ratio di cancellare qualcuno dalla propria lista dei contatti, esistono interventi meno drastici e altrettanto efficaci, per esempio impostare la piattaforma in modo che non ci mostri più i contenuti di quel particolare utente, permanentemente o per un certo lasso di tempo. Questo è un punto da tenere ben presente: il sacrosanto diritto di espressione non comporta il dovere di ascoltare qualunque fesseria venga messa in circolazione. Ogni tanto staccare la spina è non solo legittimo, ma anche salutare!

 

In molti, nel mio settore, continuiamo a interrogarci e a ragionare su come pulire il settore delle “news” dalle bufale. Tu porti un punto di vista diverso, quello degli “utenti”. Ti chiedo: da “utente”, quali sono le responsabilità delle testate giornalistiche nella proliferazione della “disinformazione”?

 

Non ho una conoscenza sufficientemente approfondita del mondo giornalistico per poter dare una risposta approfondita: mi limiterò quindi a un parere da utente, come tu mi chiedi. Ci sono due elementi che noto spesso e mi infastidiscono molto nel giornalismo italiano, ovviamente con svariate eccezioni e tutti i distinguo del caso. Da un lato, una radicata tendenza alla narrativizzazione delle notizie, forse figlia della nostra gloriosa storia letteraria, che porta i giornalisti nostrani a preferire il racconto di storie, magari con tanto di morale, al rendiconto dei fatti. Questo favorisce narrazioni partigiane e parrocchiali, per cui alla stessa notizia corrispondono versioni opposte a seconda della testata che leggi, con frequenti distorsioni dei fatti. Inoltre è una tendenza paternalistica, che non lascia al lettore l’interpretazione dei fatti, ma al contrario ne propone una da parte del giornalista, presunta più autorevole. L’altro problema è più terra terra, ma collegato al primo: l’atavica abitudine di non citare in modo chiaro le fonti, né tanto meno favorirne la consultazione diretta da parte dei lettori. Caso emblematico: decine di articoli giornalistici su scoperte scientifiche che non riportano il link allo studio che viene discusso. È un elemento di grande inciviltà, che all’estero, ad esempio nei paesi anglosassoni, è quasi del tutto assente: persino l’ultimo blog riporta link diretti alle fonti citate e ad articoli collegati, mentre questi sono quasi sempre assenti nel giornalismo nostrano. Ecco, dovessi proporre un motto, direi: più fatti e più fonti, meno storielle edificanti.

 

E quali le responsabilità della politica?

 

La politica italiana soffre innanzitutto di un ritardo notevole sul fronte della comunicazione digitale: molti dei nostri politici non sanno fare comunicazione online, e quelli che invece la cavalcano si ispirano a modelli deteriori che inseguono il rapido consenso elettorale, non il miglioramento dei rapporti fra rappresentanti e rappresentati. Ma ancor più di questo, la responsabilità della politica riguarda non avere mai seriamente investito là dove davvero si combatte la battaglia per la qualità dell’informazione: l’educazione della popolazione. La disinformazione non viene sconfitta da leggi draconiane sul controllo della comunicazione online, né da algoritmi per l’individuazione automatica delle bufale: è nelle scuole e nelle università che si combatte la vera battaglia, perché la disinformazione siamo noi. Cittadini armati di competenze cognitive adeguate sono perfettamente in grado di destreggiarsi nella nuova ecologia dell’informazione: tutto sta ad assicurarsi che tali competenze vengano loro fornite, mettendo le scuole in condizioni di farlo e facendo un serio lavoro di ripensamento (che non significa rivoluzione) di ciò che si insegna e del modo in cui lo si insegna. Moltissimo è stato fatto nei decenni passati, ma quasi sempre dal basso, per iniziativa popolare e con pochissimo coordinamento, mentre la riforma della scuola resta per la politica una meta simbolica su cui piantare la propria bandierina. Invece si tratta della più importante occasione per determinare la qualità del nostro futuro.

 

“Quello che credi dipende da chi conosci” è una definizione perfetta di filter bubble. Tra le varie spiegazioni una di quelle che personalmente mi convincono maggiormente è quella che definisce le “bolle di filtraggio” come un paradosso. Una “trappola” in cui non è possibile comprendere o apprendere ciò di cui si ha bisogno. Stiamo vivendo tutti in un enorme vicolo cieco intellettuale?

 

Il fatto è che dai vicoli ciechi si esce piuttosto semplicemente, cambiando direzione. Nel caso specifico, avere consapevolezza di quanto è filtrata l’informazione a cui siamo esposti è un passo essenziale per esercitare un migliore controllo sulle proprie opinioni. Dobbiamo capire che la natura disintermediata dell’informazione, cioè diretta e senza filtri, è una pura illusione: con le tecnologie di rete l’intermediazione non è più monopolio di pochi, come dicevamo, ma ciò non toglie che fra i fatti e le notizie ci passino molti filtri interpretativi. Ciò che leggiamo sui social media, ad esempio, è tutt’altro che neutrale: il problema è che spesso lo prendiamo per tale, come una sorta di vox populi, senza renderci conto che quel “popolo” in realtà è una cerchia specifica, e che dietro a ogni opinione ci sono vari passaggi interpretativi, quasi sempre di difficile attribuzione. Una volta compreso tutto questo, siamo nella posizione di fare due cose importanti: innanzitutto assumere un atteggiamento più cauto e dubitativo sulle informazioni che riceviamo, e in secondo luogo usare proprio le tecnologie di rete per andare attivamente in cerca di altri punti di vista su un tema che ci interessa, anziché limitarci a quello che qualche algoritmo ci sbatte sotto il naso, sulla base delle nostre preferenze e convinzioni pregresse.

 

Ora due domande alle quali ti chiedo di rispondere in maniera molto didascalica. La prima: cosa fare con le bufale?

 

Quando ci accorgiamo che qualcosa è una bufala, bisogna appassionarsi, farsi prendere dalla curiosità e sfruttare le straordinarie avventure conoscitive che la sua dissezione ci offre. Bisogna studiare la bufala conclamata, analizzarne l’origine e le dinamiche di diffusione, i punti di forza e di debolezza, le somiglianze con altre menzogne di successo, presenti e passate, e il mix di verità e falsità che ogni efficace disinformazione contiene al suo interno. Tutto questo allo scopo di aumentare la nostra esposizione (consapevole) al virus della disinformazione, onde sviluppare una ragionevole immunità, proprio come si fa coi vaccini: un approccio eretico alla lotta alla disinformazione, che si può trovare tradotto in chiave di edutainment sulla piattaforma Bad News.

 

La seconda, molto più interessante: cosa NON fare.

 

Bisogna evitare due errori di segno opposto: lo spaccio inconsapevole e il nazi-debunking. Lo spaccio inconsapevole avviene quando rimettiamo in circolazione contenuti potenzialmente importanti senza minimamente verificarne l’attendibilità: questo è il principale canale di diffusione delle bufale, quindi va evitato per ragioni di igiene pubblica. Il nazi-debunking invece è l’attività di debunking fatta in modo aggressivo, invasi dal sacro fuoco dei giusti che vogliono convertire gli ignari: se ne trovano numerosi esempi su temi molto controversi, come le vaccinazioni, in cui una parte si sente armata di dati incontestabili e si premura di sbatterli in faccia a chi la pensa diversamente. Ecco, queste crociate, a dispetto delle buone intenzioni, producono disastri: nessuno cambia idea, e anzi la polarizzazione sull’argomento aumenta ulteriormente, il che costituisce il vero costo della disinformazione. Questo è un punto contro-intuitivo ma fondamentale: i disinformatori di professione non hanno come obiettivo la falsità, bensì l’aumento della conflittualità in un certo gruppo sociale. Quindi usano spesso la menzogna come mezzo, ma non è questo il loro fine: per combatterli, bisogna usare la verità come mezzo, ricordandosi però che il vero obiettivo è una discussione civile.

 

Voglio tornare sul mondo dei media. Praticamente ogni nuovo progetto editoriale mette al suo interno il “fact checking” o il “debunking”. Personalmente, reputo quasi assurdo aver fatto assurgere a prodotto editoriale “finito” quello che dovrebbe essere un pezzo del lavoro per arrivare a un articolo, a un saggio, a – genericamente – un contributo. Tu ti spingi oltre e addirittura sostieni che il “fact checking” e, ancora di più, il “debunking”, vadano – testuale – “adoperati con grande cautela a fini argomentativi, o addirittura evitati del tutto, se non come esercizi personali”. Perché?

 

Questo si collega a quanto dicevo poc’anzi: nella misura in cui fact checking e debunking vengono percepiti come tentativi aggressivi di imporre una propria verità, risultano inefficaci. Sono invece capacità da stimolare il più possibile nella popolazione, in modo che poi ognuno le applichi in proprio. Nel libro cito l’antico adagio cinese: se mi regali un pesce mi sfami per un giorno, se mi insegni a pescare mi sfami per tutta la vita. Con la differenza che, nel nostro caso, offrire a qualcuno il “pesce” della verità spesso fa sì che ci venga restituito in malo modo, magari tirandocelo in faccia; invece fornire a tutti i mezzi per valutare meglio l’attendibilità delle informazioni produce risultati positivi e duraturi. Senonché qui ritorna il tema dell’educazione, con tutti i problemi e i ritardi di cui abbiamo parlato.

 

Qual è il più grave caso di disinformazione nel quale ti sei imbattuto nelle tue ricerche e, quale, invece quello più “ridicolo” al quale – nonostante ciò – le persone hanno abboccato? Ovviamente non vale rispondere l’Editto di Costantino…

In entrambi i casi si tratta di bufale storiche. Dal punto di vista della gravità, penso che i fantomatici Protocolli dei Savi di Sion, documento assolutamente falso in cui si rivela una congiura ebraica di portata mondiale, siano stati usati per giustificare atrocità tali da meritarsi il podio: concepiti dai servizi segreti zaristi per motivare persecuzioni ed espropri verso cittadini ebrei, sono poi stati riciclati da Hitler con intenti analoghi, e tutt’oggi continuano periodicamente a ricomparire in rete. Del resto, sono solo un’incarnazione recente del topos della congiura di superiori sconosciuti, presente almeno dal Medioevo (e probabilmente già prima), spesso declinato in chiave antisemita. Sul fronte del ridicolo, invece, trovo spassosa la vicenda del Prete Gianni, nata da una lettera circolata in varie corti alla fine del XII secolo: si trattava di un’evidente invenzione letteraria, in cui un fantomatico monarca cristiano descriveva un regno colmo di tutte le meraviglie dell’immaginario medievale, al contempo trattando con sussiego gli altri regnanti dell’epoca. Senonché la leggenda di un regno cristiano in terre lontane, prima in Asia e poi in Africa, prese piede e sopravvisse per svariati secoli, talvolta con conseguenze tragicomiche: ad esempio, quando si scambiarono le orde mongole di Gengis Khan per le armate cristiane di Prete Gianni, giunte dall’oriente per aiutare nella riconquista della Terra Santa.

 

Per concludere, veniamo alla stretta attualità: da ricercatore, e da cittadino – passami il termine – informato, come giudichi l’operato dei media durante la pandemia?

 

Non mi pare abbiano avuto particolari colpe, però non ho visto neanche speciali motivi di merito. Più che altro, si sono confermati i difetti atavici dei media italiani, a cui accennavo prima: tendenza al racconto narrativo e scarso approfondimento critico. Ricordate, a marzo e aprile 2020, il periodo dei servizi degli inviati in elicottero? In televisione vedevamo spesso (e a malapena sentivamo, causa pessima insonorizzazione) giornalisti sugli elicotteri delle forze dell’ordine, intenti a sorvolare città vuote a caccia di violazioni del lock down. Scene degne di “Apocalypse Now”, inutili dal punto di vista dell’informazione, ma funzionali a raccontare una storia: quella del monitoraggio ossessivo del rispetto delle norme, proprio quando si sarebbe dovuto lavorare invece sulla solidarietà fra cittadini. Rispetto alla mancanza di approfondimento, si pensi al modo in cui ancora oggi molti quotidiani riportano i dati sulla pandemia: vengono forniti separatamente i numeri su nuovi contagi e nuovi tamponi, ma quasi mai se ne ricava il vero dato significativo, ovvero la percentuale di nuovi contagi in relazione al numero di tamponi eseguiti. Né si entra mai nel merito dei margini di errore impliciti in questi dati, visto che il tampone, come ogni test, produce sia falsi positivi che falsi negativi: il che giustifica considerazioni diverse a seconda di quale popolazione si sta testando (per esempio, soggetti con sintomi piuttosto che asintomatici). Come al solito, i media non si preoccupano minimamente di fornire elementi di approfondimento, neppure quando sarebbero essenziali: in questo caso, facilitando la giusta lettura dei dati e aumentando il grado di alfabetizzazione statistica dei lettori, così importante per gestire al meglio una pandemia (e non solo).

 

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