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Piergiorgio Viti

Un libro in ricordo di Giacomo Leti Uno dei cala – mai

Giacomo Leti2

Esiste a Civitanova Marche una via dedicata a Giacomo Leti. E’ una strada “lunga 200 metri circa, a doppio senso di marcia, di accesso a poche abitazioni private, è di collegamento tra le vie O. Marchetti e A. Lelli verso Ovest”(1). Il nome di Giacomo Lieti è riportato, assieme ad altri, sul monumento ai caduti per la libertà, nel cimitero di San Marone a Civitanova Marche. Il 28 giugno 2020, alle 21,30, presso il punto ristoro “la Cinciallegra”, è stato presentato al pubblico il libro Giacomo Leti, uno dei Cala – mai, opera del prof. Claudio Bernacchia. L’iniziativa vuole ricordare alle nuove generazioni il sacrificio di Giacomo Leti, morto (25 febbraio 1945) nel comune di Casola Valsenio (RA) nel corso di uno scontro dello “Squadrone di Ricognizione Folgore”, a cui Leti apparteneva, contro reparti tedeschi, che operavano nella retrovia della linea Gotica.

 

Molti anni fa, quando ancora insegnavo, accompagnai due classi in visita al “Giardino delle erbe” di Casola Valsenio e notai il suo nome, assieme a quello di altri caduti, su una lapide incastonata ad un muro di cinta. Molto probabilmente, la lapide era una copia di quella esistente a Ponte Ema dedicata ai paracadutisti dello Squadrone Folgore, morti per la libertà nella lotta contro il Nazi- Fascismo. Ricordo che la lapide riportava accanto al nome Giacomo Leti anche quello di Civitanova Marche; me lo fece notare una collega che aveva accompagnato con me le due classi di Scuola Media, nell’attesa della guida che ci accompagnava nella visita.

 

Il libro di ottantacinque pagine, corredato da  fotografie  e da una bibliografia, è diviso in nove capitoli: l’infanzia di Giacomo Leti, la vita militare, paracadutista della Divisione Nembo, la ritirata, il momento delle scelte, la nascita dello Squadrone da Ricognizione Folgore, lo squadrone “F” e la campagna d’Italia, l’ultima battaglia. Le premesse, scritte dal prof. Alvise Manni, presidente del Centro Studi Civitanovesi di Civitanova Marche, dalla prof.ssa Anna Vecchiarelli, presidente della sede locale dell’Archeoclub d’Italia, da Massimo Ossidi, presidente dell’Accademia di Oplologia e Militaria, nonché l’introduzione del prof. Bernacchia completano il tutto. Il progetto grafico e l’impaginazione è opera di Caterina Bernacchia.

 

Il sottotitolo del libro Uno dei Cala – mai è da attribuire alla battuta con la quale i fiorentini chiamavano i paracadutisti che, tanto spavaldi, esuberanti e sicuri di sé, non avevano mai fatto nessun lancio in zona di combattimento. Quando i parà entrano a Firenze, per liberarla anche dai cecchini fascisti appostati sugli abbaini delle case, “Hanno con loro dei cartelli, che affiggono sui muri della città, con su scritto: i cala mai sono calati per liberarvi, oh! Fiorentini” (C. Bernacchia, Giacomo Leti, uno dei Cala – mai, pag. 66, Recanati, giugno 2020). I paracadutisti dello Squadrone da Ricognizione Folgore parteciparono alla missione Herring dal 20 al 23 aprile 1945, calandosi dal cielo dietro le truppe tedesche per sabotare le vie di comunicazione. Giacomo Leti era già morto nel comune di Casola Valsenio nel febbraio dello stesso anno.

 

Tre sono le cornici storiche dentro le quali si colloca la narrazione degli avvenimenti. La prima, quella più esterna, contiene i grandi avvenimenti italiani ed europei che vanno dalla dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) alla fine della stessa (25 aprile 1945). La seconda, più interna, tocca gli avvenimenti legati alla costituzione della seconda Divisione Nembo, dopo l’annientamento quasi totale della Folgore nella battaglia di El Alamein. E’ la parte preponderante del libro. La terza cornice è quella che inquadra la vicenda umana, militare di Giacomo Leti, la sua scelta di combattere contro i tedeschi nello Squadrone di ricognizione Folgore, che lo porterà alla morte.

 

Giacomo Leti nasce a Portocivitanova il 2 ottobre 1922 in vicolo dell’Olmo, “Una breve via di poche decine di metri, di solo accesso ad alcuni fabbricati di civili abitazioni, non vi sono attività commerciali né uffici. Gli venne dato il nome via dell’Olmo in tempi remoti dagli abitanti del borgo marinaro, si ritiene per la presenza di un grosso albero di olmo e confermato dai toponimi con delibera in esecuzione della legge del 25.05.1928 n° 1188. Vi si accede solo da via Tripoli” (2). Via Tripoli è una stradina a senso unico, priva di parcheggio. Meglio percorrerla a piedi, lasciando la macchina in piazza XX settembre o sul Corso Umberto I. Vi si accede dal piazzale, davanti al Cine Teatro Rossini. A circa venti metri, sulla sinistra, si apre il vicolo dell’Olmo, una stradina senza sbocco. Termina davanti alla massicciata della ferrovia. Una camminata di buon mattino è l’ideale per ascoltare il silenzio della storia e ripercorrere la scelta fatta da un giovane, che, ad appena venti tre anni di età sacrifica la propria giovane vita per un’Italia libera dal Nazi Fascismo.

 

Giacomo Leti frequenta la Scuola Elementare dello Scalone in piazza XX settembre. E’ il secondo di tre figli. Il più grande, Giuseppe, ha quattro anni in più, la sorella, Tea, quattro di meno. Cresce per tutto il ventennio come tutti i bambini della sua età, educato ai miti del Fascismo: figlio della lupa, balilla, avanguardista. Il Fascismo non demanda a nessuno il compito educativo, prova ne sia lo scontro quasi immediato con l’Azione Cattolica subito dopo i Patti Lateranensi (1929) e la messa al bando degli Scout. Di questi ultimi rimasero solo le Aquile Randagie, che continuarono le proprie attività scoutistiche. Si ritrovavano segretamente in alcuni rifugi della Val Codera, una valle secondaria della Valchiavenna, in provincia di Sondrio.

 

Con gli anni, Giacomo Leti si appassiona alla radiotelegrafia, coltivando il desiderio di prendere il diploma di marconista. Una seconda passione, diventato ormai grande, è quella del paracadutismo. Le imprese eroiche della divisione paracadutisti tedeschi, fondata dal generale Kurt Student, con la conquista della potente fortificazione belga di Eben Emael ( 10 maggio 1940) e dell’isola di Creta (maggio 1942), che costò un enorme tributo di sangue, facevano breccia nei giovani italiani che volevano compiere azioni simili. “Giacomo Leti, a diciannove anni, il 16 novembre 1941, chiamato alle armi, si presenta al distretto militare di Macerata ed è assegnato alla 150ª compagnia marconisti del 26° Reg. Genio che ha sede a Tirana, in Albania” (pag. 25). Dall’Albania rientra in Italia nel febbraio 1942, abbandona la zona di guerra e frequenta il corso di marconista, la cui nomina arriva il 20 maggio 1942. La passione per il paracadutismo si materializza con il superamento delle prove attitudinali e l’11 giugno 1942 è aggregato al deposito Unico della Divisione paracadutisti di Tarquinia (pag. 29).

 

La seconda divisione paracadutisti si costituisce nel mese di novembre 1942. Assume la denominazione 184ª Divisione Nembo. L’unità è formata dal 183° Reggimento, dal 184° Reggimento Guastatori e dal 185° Reggimento a cui verrà assegnato Giacomo Leti. Il 19 novembre dello stesso anno, il giovane viene ricoverato nell’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze, probabilmente per una frattura ad una gamba, rimediata in uno dei tanti addestramenti. Viene dimesso il 17 dicembre 1942 e inviato a casa per un periodo di convalescenza per sessanta giorni. Dopo la visita di controllo all’ospedale militare di Ancona, rientra nel proprio reparto il 15 febbraio 1943 e completa il proprio addestramento. Al termine, il 15 marzo dello stesso anno è assegnato alla 31ª compagnia dell’XI Battaglione del 185° Reggimento Divisione paracadutisti “Nembo” (pag. 33).  L’XI Battaglione, quello di Giacomo Leti, rimane acquartierato per qualche tempo nella zona attorno Firenze, in seguito viene inviato ad operare nel Goriziano, tra Montenero D’Idria, Passo di Zoli, Vipacco, Sadloga, Postumia e Aidussina, contro i partigiani slavi, assieme al III Battaglione già inviato qualche mese prima. Giacomo Leti assolve il compito di radiotelegrafista, incarico molto importante perché permette ai propri compagni di disperdersi o riunirsi a seconda delle necessità del momento. I due Battaglioni rientrano nella loro base di Rovezzano  nel mese di giugno 1943.

 

Il 25 luglio 1943 un ordine del giorno firmato da  Dino Grandi e da altri gerarchi fascisti destituisce Mussolini Molti reparti militari vengono allontanati da Roma, tra questi i paracadutisti della Nembo, la cui divisione viene smembrata. Il 183° e il 184° Rgt. sono inviati in Sardegna, mentre il 185° Rgt. Di Giacomo Leti viene spedito in Puglia, nella penisola salentina, a presidio degli aeroporti. Il 10 luglio del ’43 inizia lo sbarco anglo americano in Sicilia. Tra il 27 e il 28 luglio, il Reggimento, comandato dal colonnello Giannetto Parodi, sbarca a Messina. I Paracadutisti trovano una situazione militare allo sbando. Sono pagine che ricostruiscono l’odissea dei parà attraverso le memorie del comandante Parodi e di altri ufficiali. La situazione diventa drammatica dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Non esiste più una catena di comando. L’esercito italiano è allo sbando. I paracadutisti del III Btg. proseguono la loro marcia verso il nord, con loro è il capitano F. Gay che, dopo varie traversie, con soli nove uomini, il 20 settembre del ’43 si mette a disposizione della prima divisione canadese in località Castelfranco in Mescano, dove la popolazione locale aveva chiesto ai parà di difenderli dai Tedeschi.

 

L’incontro del tutto occasionale del comandante Gay con il capitano Arnold, in realtà Kym Isolani, ufficiale dell’Intelligence dell’esercito inglese, permette ai paracadutisti del comandante Gay di essere inquadrati nel 13° Corpo d’Armata. E’ lo stesso capitano Isolani, padre italiano e madre inglese, che parla nelle proprie memorie di questo piccolo gruppo di paracadutisti ai quali si aggiungono nel tempo anche altri militari italiani sbandati. Un loro primo impiego è quello di infastidire le retrovie del fronte tedesco sulle montagne della Maiella a nord del fiume Sangro, a ridosso della linea Gustav che andava da Ortona a Montecassino, dall’Adriatico al Tirreno. I rapporti di questo gruppo di paracadutisti con i comandi militari italiani sono a dir poco burrascosi.

 

Non riconoscono l’autorità militare italiana, dopo lo sfascio dell’esercito. Passano come disertori. Per gli inglesi invece è assai importante avere a loro disposizione una squadra di paracadutisti italiani che agiscono nelle retrovie del fronte con azioni di disturbo contro l’esercito tedesco.  Lo Stato maggiore del ricostruito esercito Regio, su proposta del Generale Dempsey, comandante del XIII corpo d’Armata britannica, riconosce la formazione che prenderà il nome di Squadrone da Ricognizione Folgore, al cui comando è il capitano Gay che riceve il rinforzo di 100 paracadutisti ai quali se ne aggiungono altri. Giacomo Leti del XI battaglione e una novantina di suoi compagni entrano a far parte dello Squadrone “F”. La scelta è volontaria. Lo Squadrone “F” si forma ufficialmente nel dicembre 1943 a Campobasso. Il reparto comandato dal capitano Gay è formato da una squadra comando e tre plotoni. Giacomo Leti, come radiotelegrafista, insieme ad altri 9 paracadutisti, fa parte della Squadra Comando. Il reparto ha in dotazione 5 radiotrasmittenti. In tutto sono intorno ai 140 uomini. Indossano la divisa inglese, ricevono un documento di identità che permette loro di muoversi liberamente. (pp. 62 – 63).

 

Non sapremo mai, scrive l’autore del libro, che cosa abbia spinto il giovane Leti a fare questa scelta. Poteva lasciare le armi, tornarsene a casa, come avevano fatto in molti. Invece rimane e sceglie di combattere contro l’esercito tedesco in una formazione che agisce sotto la direzione dell’esercito inglese. Scriveva Ignazio Silone: “Scegliamo o siamo scelti? Donde viene ad alcuni quell’irresistibile intolleranza della rassegnazione, quell’insofferenza dell’ingiustizia, anche se colpisce altri? E quell’improvviso rimorso d’assidersi a una tavola imbandita, mentre i vicini di casa non hanno di che sfamarsi? E quella fierezza che rende le persecuzioni preferibili al disprezzo? Forse nessuno lo sa. Anche la confessione più approfondita diventa, a un certo punto, semplice constatazione o descrizione, non risposta. Ognuno, che abbia seriamente riflettuto su se stesso e sugli altri, sa quanto certe deliberazioni siano segrete, e certe vocazioni misteriose e incontrollabili” (I. Silone, Uscita di sicurezza).

 

Lo Squadrone da Ricognizione Folgore si scontra per la prima volta con reparti tedeschi il 6 febbraio 1944 a Gamberale. I paracadutisti perdono tre uomini e hanno anche diversi feriti tra i quali lo stesso capitano Gay. Riescono tuttavia a rompere Squadrone da Ricognizione Folgore l’accerchiamento e rientrano nelle linee alleate. Alternano periodi di addestramento ad altri di riposo, necessario per riorganizzare i reparti. Col tempo si avvicinano, come preparazione militare e impiego sui campi di battaglia, ai SAS britannici (Special Air Service), “specialisti nel sabotaggio e nei colpi di mano dietro alle linee nemiche”. Liberata Firenze (11 agosto 1944), lo Squadrone “viene trasferito sui monti del casentino dove sostiene alcuni scontri con i tedeschi”. In alcuni casi, l’apporto dei paracadutisti è fondamentale. Quando i reparti inglesi o americani vengono a contatto con reparti tedeschi, che occupano paesi e città dietro la linea del fronte, attestato orami nell’ottobre del 1944 lungo la Linea Gotica, ricorrono subito all’artiglieria o ai bombardamenti indiscriminati, radendo al suolo tutto quello che può servire da nascondiglio per il nemico. Non vogliono sacrificare insomma vite umane. I paracadutisti dello Squadrone “F”, che conoscono il territorio e i paesi ricchi di storia e di arte, si offrono per andare a snidare i tedeschi con azioni di sabotaggio alle vie di comunicazione e alle infrastrutture come ponti e ferrovie. Nei periodi di riposo rientrano a Fiesole e vengono ospitati presso alcune famiglie. “Contraccambiano, pagando una pigione e fornendo viveri di cui hanno disponibilità” (pag. 68).

 

Gennaio e febbraio 1945 sono i mesi più terribili per lo Squadrone da Ricognizione Folgore. Il 3 gennaio 1945 i paracadutisti dello Squadrone, 130 uomini in tutto, devono dare il cambio ad un battaglione della 8ª divisione indiana che presidia il fronte di tre chilometri con 450 soldati. L’ordine, dato dal Comando del XIII Corpo Britannico è quello di raggiungere Casola Valsenio nell’alto ravennate e di attestarsi di fronte alla Vena del Gesso. I paracadutisti danno il cambio al battaglione indiano l’8 gennaio 1945. Il plotone comando di cui fanno parte i radiotelegrafisti, quindi anche Giacomo Leti, si insedia nella villa “Il Cardello”, la casa dello scrittore Alfredo Oriani. Gli altri parà si sistemano in case e cascine vicine. Lungo la Vena del Gesso è schierata la 278ª Divisione di fanteria tedesca comandata dal generale Harry Hoppe, la stessa che nel giugno del 1944 era schierata lungo il fiume Chienti. I tedeschi dominano dall’alto delle loro postazioni tutto il territorio fino a Casola Valsenio.

 

Il 24 febbraio 1945 viene comunicato al capitano Gay che tra il 2 e il 3 marzo lo squadrone da Ricognizione Folgore sarà sostituito in linea da un altro battaglione. Gli viene anche comunicato che i tedeschi hanno abbandonato la Vena del Gesso e lasciato solo una semplice retroguardia. Per verificare se le cose stanno così, i paracadutisti studiano un piano di attacco alle linee tedesche, con esecuzione immediata. L’attacco è per il 25 febbraio in due direzioni, verso Sassatello dove ha sede il comando tedesco e Sasso Letroso, vicino alla chiesetta di San Benedetto, quasi alla sommità della collina che declina verso Casola Valsenio. Giacomo Leti, marconista del gruppo guidato dal sottotenente Aldo Trincas, sale con altri paracadutisti verso Sasso Letroso. Il suo compito è di rimanere in stretto contatto con il comando che coordina i reparti sul campo. Un altro gruppo di paracadutisti, guidato dal tenente Temellini, si dirige verso Sassatello, sede del comando tedesco. I due attacchi coordinati hanno lo scopo di disorientare i tedeschi, facendo credere loro che il vero attacco è il Sasso Letroso e non il comando tedesco di Sassatello.

 

Tutto procede nel migliore dei modi, quando, attraversando un campo minato, due paracadutisti urtano delle mine che esplodendo li mutilano alle gambe. I tedeschi che occupano le alture di Sasso Letroso, udendo gli scoppi delle mine, aprono il fuoco con le mitragliatrici. I feriti sono portati in spalla dai propri compagni in luoghi sicuri. Il fuoco dei tedeschi non dura molto. Cessa quando i soldati tedeschi ritengono che la pattuglia dei paracadutisti si è ormai dileguata. Non è così. Cessato il fuoco, il gruppo comandato da Aldo Trincas, con Giacomo Leti marconista si nasconde tra i cespugli del bosco e inizia l’ascesa. L’altro gruppo dei paracadutisti, raggiunto Sassatello, si posiziona davanti al comando tedesco.

 

Ad aprire il fuoco è il gruppo di Giacomo Leti. I soldati tedeschi sono colti di sorpresa. La battaglia infuria anche con lanci di bombe a mano. Il comando tedesco di Sassatello invia rinforzi verso Sasso Letroso, credendo che l’attacco vero e proprio dei paracadutisti sia attorno alla chiesetta di San Benedetto. Questo permette ai paracadutisti guidati dal tenente Temellini di entrare in azione contro il comando tedesco di Sassatello, distruggendo il centralino telefonico e facendo saltare in aria un deposito di bombe e munizioni. La situazione dei paracadutisti a Sasso Letroso diventa col tempo sempre più difficile. I tedeschi, salendo attraverso i camminamenti che solo loro conoscono, arrivano sempre più numerosi verso la sommità della collina. I parà devono solo resistere e ad oltranza, se cedessero, metterebbero a rischio anche l’altro gruppo di paracadutisti che ha attaccato il comando tedesco di Sassatello. La lotta diventa furibonda. I cecchini tedeschi, nascosti tra i cespugli cercano di individuare i paracadutisti dello Squadrone. E’ proprio “Un cecchino tedesco che inquadra nel suo mirino Giacomo Leti e la sua trasmittente. E’ un attimo. Il dito preme il grilletto. Giacomo Leti viene colpito dal proiettile in piena fronte. La morte è istantanea. Il marconista del comando di Casola Valsenio ode nella sua cuffia un ultimo gemito, poi più nulla” (pag. 78). Il suo corpo, recuperato alcuni giorni dopo, viene sepolto alla fine della guerra, assieme a quello di altri paracadutisti, nel cimitero dello Squadrone “F” di Ponte a Ema, vicino Firenze. Negli anni settanta del secolo scorso il piccolo cimitero dello Squadrone viene smantellato e i resti dei paracadutisti sono traslati nei comuni di residenza.

 

Conclusioni

 

“La storia è una battaglia dello spirito, un’avventura, e come ogni impresa umana conosce solo successi parziali, sempre relativi, sproporzionati alle ambizioni iniziali; come da ogni certame che si ingaggia con le sconcertanti profondità dell’essere, l’uomo ne esce con un’acuta coscienza dei suoi limiti, della sua debolezza, della sua umiltà…La  storia è la risposta (elaborata con l’ausilio di documenti) ad una domanda che la curiosità, l’inquietudine, l’angoscia esistenziale, direbbero taluni, l’intelligenza e lo spirito dello storico rivolgono ai misteri del passato” (3). Ho voluto servirmi di questa citazione per valorizzare il lavoro fatto dal prof. Claudio Bernacchia. Di Giacomo Leti non si possiedono molti documenti: il foglio matricolare, conservato nell’Archivio di Stato di Macerata, la frequenza del corso premilitare per aspiranti marconisti presso la Scuola di Avviamento Professionale “Italo Balbo” di Civitanova Alta diretto dal prof. Luigi Lombardi, Il servizio militare presso l’undicesimo battaglione del 185° reggimento Paracadutisti Nembo, il conferimento della medaglia d’argento al valore militare, riconosciutagli dopo la morte (25 febbraio 1945), avvenuta  nella battaglia di Sasso Letroso (Casola Valsenio).

 

Il conferimento della medaglia d’argento al valore militare reca scritto: “Volontario nella guerra di liberazione, partecipava spontaneamente a vari pattugliamenti dietro le linee avversarie, distinguendosi per il suo coraggio. In una di tali azioni, trovatosi di fronte a forze nemiche soverchianti, combatteva eroicamente fino al supremo sacrificio per consentire il ripiegamento e la salvezza dei propri compagni. Casola Valsenio, 25 febbraio 1945. Il Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Difesa rilascia quindi il presente documento per attestare del conferito onorifico distintivo. Roma, addì 28 maggio 1953. Il Ministro R. Pacciardi” (4).

 

Contro chi crede che la storia sia un’oggettiva ricostruzione di un passato in sé concluso e dunque solo come passato, J. Dewey scrive: “Se il passato fosse veramente finito o morto, vi sarebbe un solo atteggiamento verso di esso, lasciate che i morti sotterrino i loro morti. Ma la conoscenza del passato è la chiave per capire il presente.  Gli avvenimenti passati non possono essere separati dal presente vivo senza perdere il loro significato. Il vero punto di partenza della storia è sempre qualche situazione attuale con i suoi problemi”.  D’accordo con il pensiero del Dewey è Attisani: “La storiografia e cioè l’historia rerum gestarum consiste nell’intelligenza del passato, anzi di un certo passato ridestato da un interesse del presente”.

 

Il passato viene sempre ridestato da un interesse del presente. Anni fa una collega mi parlava di un fascismo incompiuto. Quanti altri danni avrebbe fatto il fascismo se fosse durato altri anni? Alcuni parlano di processo alla resistenza e ai partigiani. Ci sono stragi dichiaratamente fasciste di cui non si conoscono ancora i mandanti. L’ultima è la strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980).

 

 

 

Bibliografia

  1. Eugenio Iacolina, Civitanova Marche: una via, un nome, una storia, pag. 121, Comune di Civitanova Marche, Assessorato alla Cultura, 2015.
  2. Ibidem, pag. 62.
  3. Henri-Irénée Marrou, La conoscenza storica, pp. 56 – 60, il Mulino, 1997.
  4. Claudio Bernacchia, Giacomo Leti Uno dei Cala mai, pag.85, Recanati, giugno 2020.
  5. J. Dewey, Democrazia ed Educazione, pag. 275.

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