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Piergiorgio Viti

Virus: materiali per una mappa dell’immaginario.

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di Flavio De Bernardinis

In questi giorni di didattica forzata, ho lanciato una provocazione agli allievi di I e II anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Tracciare una ipotesi di mappa dell’immaginario al tempo del Covid-19.

Mi sono arrivati un centinaio di testi, brevi e meno brevi. A tutti ho ribattuto con delle osservazioni sintetiche, a cui gli allievi a propria volta hanno risposto.

Si è accumulato così un certo materiale, che occorreva comporre e ordinare. Ho tentato di tirare le fila di un percorso, che si è snodato in cinque punti.

È di questa ipotesi di mappa che intendo riferire, ringraziando tutti i ragazzi che hanno partecipato, e non solo quelli che citerò nel prosieguo di questa nota.

Distopia integrale

L’elemento base, punto primo, il carattere fondamentale dell’immaginario oggi è la distopia integrale.

Distopia è un concetto familiare non solo agli allievi di una scuola di cinema. Molti film si svolgono in un tempo distopico, da Il Signore degli anelli alle numerose serie tv ambientate in un futuro più o meno prossimo. Oggi accade anche dell’altro. Guardare un qualunque film, in cui le persone si avvicinano, si toccano, si abbracciano, si baciano produce uno strano effetto. Che mondo è mai quello? Adesso che la regola è la distanza sociale, la prima impressione è la percezione di uno spazio/tempo distopico a tutti gli effetti. Un mondo parallelo, proveniente da un’altra dimensione.

La distopia, così, da genere selezionabile, è diventato l’unico genere narrativo possibile. Distopia integrale. Quasi totalitaria. Capace di narrare sia la realtà che l’immaginazione. Che tuttavia si scambiano i ruoli, perché l’immaginazione è diventata realtà, e a specchio, la realtà assume ormai i caratteri dell’immaginazione.

Catastrofe muta

Il secondo elemento di una mappa dell’immaginario è la catastrofe muta.

Il virus è una catastrofe. Ma una catastrofe che non parla. Al tempo della guerra fredda, la catastrofe parlava: intimava e intimidiva persino, Corea, Vietnam, Baia dei Porci.

I dati sull’infezione oggi sono numeri e percentuali che comunicano senza informare. Le decine e le centinaia si accumulano: sono notizie, ma notizie che non informano.

Il destinatario non arriva a comprendere il senso preciso, per esempio, delle parole “positivo” e “negativo”, A volte, “positivo” indica un aumento del contagio (quindi assume significato opposto, cioè “negativo”), a volte significa l’aumento dei guariti (con significato dunque “positivo”), e casi speculari si colgono nell’uso del termine contrario, ossia “negativo”. L’esempio dell’individuo asintomatico, ancora, notizia in sé positiva, si rovescia nell’accezione negativa che questo individuo possa risultare più pericoloso degli altri.

L’esempio rende evidente qualcosa che comunque esisteva già: il paradigma della comunicazione senza informazione. Paradigma che conosciamo almeno dall’età berlusconiana (anche se Pasolini lo retrodaterebbe ancora). Emilio Fede alle elezioni del 1994, la domenica del voto, dai teleschermi di Rete4, ripeteva a raffica di “andare a votare”. L’espressione comunicava, e non informava, sulla necessità di sostenere Berlusconi. La frase, infatti, avrebbe potuto anche essere “muta”, senza emissione vocale, con Emilio Fede e il solo labiale: la comunicazione avrebbe funzionato lo stesso.

 

Il virus non ha nemmeno il labiale. È semplicemente il Coronavirus, ovvero il virus con la corona: il re dei virus. Quasi come nel 1994. E basta.

 

Distanza sociale

 

Il terzo punto della mappa è la distanza sociale.

 

Al desiderio di avvicinarsi e toccare, che negli anni ‘30 Benjamin individuava come caratteristico della nuova società di massa, succede adesso il bisogno della distanza sociale.

 

Il virus, oltre che muto, è anche il “nemico invisibile”. Lo si può solo guardare da lontano, distante, senza tuttavia vederlo. Perché ciascun individuo può essere contagioso. Senza sintomi. Ancora il punto due: si comunica (il pericolo), senza informare (c’è davvero un pericolo?).

 

Si combatte una guerra contro un nemico invisibile. L’unica arma è la distanza sociale. Si chiede quindi un’empatia senza prossimità. Si raccomanda di esercitare una attività di empatia sulle potenziali vittime di un nemico che non si vede e che deve stare lontano. Vittime che in linea di principio non sono distinguibili dai veicoli dell’infezione. Comprendere le vittime e starne lontano. L’empatia del lontano. Come già accade ad esempio per le adozioni a distanza.

 

La distanza produce uno sguardo senza visibilità. Quello che vedo è comunque ciò che resta invisibile: la persona sana, l’asintomatico, e il diversamente sintomatico si fondono in un’unica figura che fa tutt’uno col virus. Comunicare senza informare. Il punto di vista è tuttavia qualcosa che già conosciamo, ossia la prospettiva della webcam: un occhio capace ma distante. Un orizzonte senza sguardo, e al tempo stesso uno sguardo privo di qualsiasi orizzonte

 

Isolamento/esclusione

 

Il quarto carattere della mappa è l’isolamento/esclusione.

 

Individui isolati: integralmente distopici, muti, distanti.

 

Gli individui isolati sono tuttavia abituati all’isolamento. Già isolati sui social, con le cuffiette, abitatori testardi della propria mente fino a dimenticare l’altro, come accade per esempio con i bambini che rimangono chiusi in automobile. La pandemia, anche qui, non fa che sanzionare una configurazione sociale ormai stabilita.

 

Oltre l’isolamento, l’esclusione. Anche l’abitudine all’esclusione è qualcosa di profondamente radicato nell’immaginario: la maggior parte degli abitanti del pianeta si percepisce come esclusa dalle risorse disponibili. La reazione è sovente paradossale. Per esempio, il rifiuto dei vaccini: il pervicace rifiuto di un diritto. Il meccanismo dell’esclusione è talmente introiettato, che si finisce con il precipitare nella coazione a ripetere di escludere da sé qualsiasi cosa. Ci si svuota da tutto e di tutto. Anche dei diritti elementari.

 

Mutazione

 

Il quinto, e ultimo, elemento della mappa è quello che dovrebbe chiudere il cerchio, la figura della mutazione.

 

Un allievo del corso di Effetti Visivi, Luigi Caporilli Razza, II anno, scrive:

 

“Qui secondo me giacciono i semi dell’immaginario della nostra generazione: il primo è un’inquietudine informe, un mostro a cui ci si è un po’ abituati, forse troppo distratti dal flusso di informazioni per coglierlo appieno, di non riuscire a sopravvivere tanto alle catastrofi quanto alle bollette, il tema della sopravvivenza. Il secondo, lo schiacciamento completo dell’individualità rispetto al peso della consapevolezza del resto del mondo, “chi e cosa posso essere io in confronto a 7 miliardi di individui potenzialmente migliori di me?”, o “che differenza farebbe il mio contributo rispetto alla somma di quello di tutti gli altri?”. Il terzo, lo sfasamento completo delle coordinate spazio-temporali, troppo rapidamente e radicalmente sproporzionate, che comporta una concezione indefinita dei luoghi e delle epoche. Ed è da questo immaginario che sta nascendo il cinema della nuova generazione”.

 

Per cui: ansia informe, incapacità di adattamento del singolo rispetto al collettivo, sfasamento dell’orientamento spaziale e temporale. Tutte catastrofi già in atto, storiche. La catastrofe del mito della profondità della psiche (su cui si è costituito il Novecento); la catastrofe del mito del narcisismo (su cui si è costituito il Neocapitalismo): la catastrofe del mito del flâneur baudelairiano, lo spaesamento quale sinonimo di libertà (su cui si è costituto il Moderno).

 

Le contraddizioni poste dalla cultura novecentesca emergono così rapidamente, da generare un’altrettanta rapida mutazione:

 

– la profondità psichica implode in una inquietudine così informe e indistinta che la letalità del virus vale l’impossibilità di pagare una bolletta;

 

– il narcisismo implode nell’accettazione ineluttabile della sconfinata pressione globale;

 

– la libertà del vagabondare, il gusto ribelle dello spaesamento, implodono nello sfaldamento di ogni possibile coordinata spaziotemporale.

 

Elencati i cinque punti, una ipotesi di materiali per una mappa dell’immaginario, potrebbe essere la seguente:

 

DISTOPIA INTEGRALE (fusione tra immaginazione e realtà)

CATASTROFE MUTA (comunicazione senza informazione)

DISTANZA SOCIALE (effetto webcam: orizzonte senza sguardo)

ISOLAMENTO (introiezione del principio di esclusione)

MUTAZIONE (fine del potere antropologico della psiche, del primato sociale del narcisismo, della forza poetica dello spaesamento)

 

Resterebbe da dire cosa sia possibile fare.

 

E qui lascio la parola ai giovani. Gli allievi del CSC provano a rispondere.

 

Antoinette Aron, allieva di recitazione, I anno, scrive:

 

“La ‘mutazione’ dei nostri visi prodotta dall’applicazione della mascherina forse ci sta abituando a sviluppare, come avviene in tutti casi di mutazione, nuove facoltà. La nostra bocca parla meno, ma è possibile che i nostri occhi dicano più di ‘prima’, che il nostro sguardo arrivi dove ‘prima’ non giungeva, che i nostri gesti diventino più significativi di ‘prima’. Ciò potrebbe portare a una ‘mutazione’ anche dell’attore e dei suoi mezzi espressivi, con un potenziamento della gestualità e della mimica facciale, su cui, in fin dei conti, precedentemente all’avvento del sonoro, la recitazione cinematografica puntava per intero”.

 

Mimica e gestualità, mezzi espressivi contro la comunicazione senza informazione.

 

Blanka Nàdai, allieva di montaggio, I anno, scrive:

 

“Nel caso in cui pensiamo all’uso sempre più frequente degli effetti speciali, c’è la possibilità che il montatore abbandonerà i programmi specifici di montaggio, e farà il suo lavoro già nel programma degli effetti speciali, in cui verrà costruito il mondo del film. Forse esisterà un programma unico che eseguirà tutti i passaggi della post-produzione. Penso che il cinema assuma nel proprio linguaggio la forma, i temi e le tecniche corrispondenti al nostro vivere odierno”.

 

Lavorando in post-produzione, fuori dall’empatia obbligatoria, si può forse ricostituire uno sguardo.

 

Andrea Lenci, allievo di fotografia, I anno, scrive:

 

“L’Uomo contro l’Invisibile: una nuova sfida, un nuovo film? Un film lungo quanto la civiltà umana: il fulmine che incendiò un albero nel Paleolitico, la peste che nutrì le pagine di Boccaccio, il gas che invase le trincee della Prima Guerra Mondiale. Forze crudeli e spietate che hanno segnato l’immaginario collettivo nel corso della storia e che tuttora lasciano aperte le cicatrici. Il tempo e la caducità della memoria hanno aiutato a rimarginare, ma la risposta immunitaria più forte è stata quella culturale. Popper parlerebbe di infiniti tentativi, tesi a infinite risposte, a infinite domande. Il risultato? Nuovi punti di vista. Il punto di vista stabilisce la tipologia di relazione che si instaura tra due elementi. Ne stabilisce la distanza, l’angolazione e la prospettiva”.

 

La risposta immunitaria più forte è quella della cultura.

 

Angela Angelillo, allieva di produzione, II anno, scrive:

 

“In questi mesi di quarantena la Storia si è fermata lasciandoci in un limbo immobile in cui la dimensione spazio-tempo non è più riconoscibile: allora sarà impossibile raccontare il Covid-19 attraverso un romanzo, proprio perché non è percepito come parte della Storia. La produzione, non solo cinematografica, è ferma per tutto ciò che non è ritenuto di prima necessità, l’economia non gira perché neanche i pochi fortunati che possono lavorare in modalità di smart-working riescono a spendere per prodotti che non siano generi alimentari o farmaci. Ma soprattutto, se questo virus è, come da molti definito, ‘democratico’ in quanto colpisce ricchi e poveri indistintamente, e se la Storia è storia della lotta di classe, in questo momento non c’è Storia”.

 

Occasione, il virus, per liberarsi dalla falsa democrazia, e far ripartire la Storia.

 

Marco Luisetto, allievo di suono, I anno, scrive:

 

“Il silenzio è la caratteristica principale che accomuna ogni paese del mondo. Per via del coronavirus le città si sono svuotate. Poche persone hanno la ‘fortuna’ di vedere, di ammirare la propria città in silenzio. Io in questo periodo ho tale possibilità per via del lavoro che faccio, e posso dire con certezza che è qualcosa di unico. Come lo è questo periodo storico. Come spero che lo sarà, dopo essere tornati alla normalità, il cinema”.

 

Vedere il silenzio per ascoltare il suono, storico, del tempo presente.

 

Alessandro Logli, allievo di sceneggiatura, II anno, scrive:

 

“Dall’inizio della pandemia, una frase che mi ha colpito è: ‘I tuoi nonni hanno combattuto al fronte, i tuoi genitori sono scesi in piazza, tu devi solo restare sul divano’. Come se questa fosse l’unica richiesta possibile a una generazione che, fino a un mese fa, era quanto di più distante al mondo dall’ipotesi di una guerra. Oggi le differenze sociali sono abitudine e ormai quasi esclusivamente relegate alla propaganda: se non ci fosse da piangere, andrebbe ricordato con ironia lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, e come ci si è ritorto contro ultimamente. La mia opinione verte sul trasformare la solitudine in ideologia. Perché se c’è una cosa che il coronavirus ci ha insegnato è che la confort zone non può bastare. Paradossalmente, a una generazione senza ideologie è servito un virus per averne una: l’accettazione della propria solitudine. E quindi, la necessità di essere indipendenti.”.

 

 

 

 

 

L’ideologia della solitudine come lasciapassare per l’indipendenza.

 

E infine, Stefania Tinelli, allieva di scenografia, I anno:

 

“Il cinema parla di attualità, racconta una storia, con un tema e un protagonista. È un essere che vive in un limbo, tangibilmente riconducibile alle mura di una casa. Idealmente il limbo si divide in due ambientazioni: fisica e psichica. Fisica intesa come casa, come luogo facilmente rappresentabile attraverso la scenografia classica, che ritrova il suo archetipo nel teatro greco, si evolve nel tempo ma rimanendo legata alle sue origini, ossia la costruzione. La scenografia definita classica, è basata sull’ assembramento di materiali diversi: legni, metalli, plastiche; che nell’insieme formano una fedele riproduzione di quello che ci circonda. La dimensione psichica è anch’essa parte fondamentale della scenografia, ma necessita di un cambiamento, deve staccarsi dall’archetipo”.

 

L’invenzione di un nuovo spazio “psichico”, liberato ormai dalla zavorra degli archetipi.

 

Suggestioni? Ipotesi? Desideri?

 

Tutte e tre le cose. E molto altro.

 

L’importante è che si concluda l’epoca delle empatie obbligatorie, mute e distopiche, e la realtà e l’immaginazione tornino a dialogare fra di loro.

da MicroMega

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