bacheca social

FAI UNA DONAZIONE





Piergiorgio Viti

La nascita, il lavoro degli artigiani, il proprio paese, nella poesia di Pasquale Tocchetto

Morrovalle visto dal bivio della strada per il convento dei Passionisti (Foto Raimondo Giustozzi)

Morrovalle visto dal bivio della strada per il convento dei Passionisti (Foto Raimondo Giustozzi)

Raimondo Giustozzi

Nel novero dei ricordi, la propria nascita, i primi anni di vita occupano uno spazio importante. Impossibile non ricordare i propri genitori, i nonni, le persone care che ci hanno visto nascere. Certo, con l’età, tutto può sfumare nella dimenticanza ma non è così se si coltiva la memoria del nostro passato. Tutta la poesia di Pasquale Tocchetto è una rivisitazione della propria vita attraverso le sue diverse tappe: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza e l’età adulta. Se la lingua usata per questo ritorno al passato è il dialetto allora tutto diventa magico. Il maestro Tocchetto non ha usato molto l’antico idioma delle nostre contrade. Era legato alla lingua di Dante. In quelle poche poesie scritte in dialetto raggiunge una musicalità e una compostezza linguistica encomiabili, come nel caso della poesia Lo Convento. Il convento è quello di San Francesco, chiamato anche degli zoccolanti, un imponente edificio religioso, dove accadde nel 1560 il Miracolo Eucaristico, riconosciuto con una bolla pontificia dal papa Pio IV. Dopo secoli di oblio, la chiesa del convento è stata restaurata e trasformata in un grande auditorium, uno spazio concesso, dal Comune di cui è proprietario, alla Fondazione “Luigi Canale” e utilizzato per convegni, mostre, concerti e altre iniziative di carattere culturale e istituzionale.

Lo Convento

“Ne lo convento de li zoccolanti / so’ nato de jennà con freddo e vento, / nell’anno ventisei, tra strilli e pianti, / ché de sto monno jà paria scontento. // Li genitori mia era puritti: / vabbo lo carzolà con poca resa, / mamma ‘n campagna da li Prioritti; / e lo sfamà sei figli era ‘n’impresa! // Me vattezzò co’ ‘o nome de Domè, / su la comune me segnò Pasquà; / cuscì non se potia sapé / comme sto frico se dovia chiamà! // No’ java solo, ma co’ lo caretto, / quanno me scutulai joppe le scale: / con una vozza stavo su lo letto / pe’ fa l’impacchi d’acqua jaccia e sale” (Pasquale Tocchetto, lo convento, in Spiragli di luce, pag. 179, Fermo, luglio 2016).

Il piccolo Pasquale era ghiotto del baccalà: “Un po’ de vaccalà, che me piacia, / na orda ‘mbarazzò lo stommecuccio / e che morio a tutti je paria; / Dionisia me sarvò co’ ‘n purgantuccio. // Se mamma, lesta java jo la fonte, / da Michioro pure a mete o a batte, / me ce lassava con carzole pronte / e co’ la vuttijetta de lo latte. // La vona Gigia de lo veccamorto / me butulava co’ la cappottella / e me mittia ‘n cesto d’orto, / pe’ raccuntamme sempre ‘na storiella”.

Nelle fredde giornate d’inverno, con il prato ammantato di neve, il papà di Pasquale mette davanti alla propria abitazione una piccola tagliola, per catturare un passerotto: “Quann’era inverno e la nee ci stia, / su lo muretto, sotta lo lojjato / una tajola vabbo ce mettia / e ‘n passerotto scì, ce so chiappato! // Sarà perché sentio odor de frati, / da piccoletto me vulio fa prete: jucavo co’ li santi pitturati, / su ‘n ardari co’ le cannele arrète”.

L’interno e l’esterno della propria abitazione viene descritto con rara efficacia comunicativa: “S’un cammerò, tra fiuri e menzo scuro, / sta cennera in cassetta de Canale / e lo ritratto penne da lo muro; / gnisciù ce po’ boccà, ché je fa male. // A la mancina, appena si riato, / ce po’ troà li cari de li morti; / te fa paura e rtirà lo fiato / li neri vardacchi coi fiocchi smorti. // A menzo lo cortile c’era ‘n pozzo / do’ l’acqua de lo pioe se rcoja; / ma se vedia pure tanto zozzo, / perché gnisciù facia la pulizia”.

Il convento era cinto da un fitto bosco: “La sérva, co’ le piante vecchie e noe, / forda de lauri e cerque, me ‘ncantava, / e li cillitti ce facia le coe; / li frichi co’ li cippi se scallava. // Cinqu’anni ce so’ stato, con amore, / e de ste cose no me so’ scordato; / me rmaste ne la mènte e dentro al core, / perché adè la casa do’ so’ nato!!!” (Pasquale Tocchetto, lo convento, Spiragli di luce, pag. 179, luglio 2016, Fermo).

Note al testo:

  1. Luigi Canale, conte di Vallorengo, morto il 13 agosto 1898, fu un nobile filantropo che amava grandemente l’infanzia. Lasciò tutti i suoi beni per la costituzione di un grande asilo che ospitasse tutti i figli piccoli delle famiglie povere morrovallesi. Il comune gli ha dedicato un monumento marmoreo, opera dello scultore Cantalamessa” (Cfr. Mario Latini, Uomini illustri morrovallesi per santità, per sapere, per coraggio, in Attorno al castello di Morro un giorno lontano, Pollenza – Macerata, prima ristampa, settembre 1979). Il conte, di origini romane, trasferitosi a Morrovalle, aveva acquistato, mediante asta pubblica, il 5 luglio 1871, il complesso edilizio del Convento di San Francesco. Uomo profondamente anticlericale, non curò le antichità che erano nella chiesa del convento e lasciò tutto in abbandono. Le celle dei monaci e il sacro tempio furono trasformati. La chiesa fu adattata parte in cantina e parte in rimessa.  Proverbiale era quanto minacciava ai suoi contadini: “Dal sorgere del sole al suo tramonto non si debbono vedere, nei pressi della mia ex chiesa, sottane nere di preti o di monache”. Alla morte  del conte Canale, il comune di Morrovalle ereditò tutti i suoi beni, compresi la chiesa e il convento, che secondo la volontà del testatore doveva essere adibito ad asilo laico infantile con l’obbligo di non impartire alcun insegnamento religioso. L’Asilo Canale venne costituito come ente autonomo con decreto reale del 4 febbraio 1909 ma non venne mai insediato nel convento che restò abbandonato. Il convento venne trasformato, prima come sede dell’Avviamento Professionale, poi della Scuola Media, mentre la chiesa fu usata come deposito comunale di materiali vari.
  2. La cenere in cassetta era l’urna cineraria del conte Luigi Canale, posta alla base del monumento marmoreo, opera del giovane Cantalamessa che realizzò la scultura nel 1948. “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai”. Era di monito per tutti. Indubbiamente, per il piccolo Pasquale faceva una  certa impressione.
  3. Li Prioritti erano i componenti dei Prioretti, la famiglia della mamma: “Io sono figlio di Rosetta / e rammento nonno Nanni, / la modesta sua casetta, / dove ha chiuso la vita e gli anni. // era un uomo naturale, / consumato dal lavoro; / contadino geniale: biondo grano gran tesoro. // Ho dormito da piccino / nel suo letto a pagliericci; / egli stava a me vicino, / carezzando i bruni ricci. // Adoravo la campagna, / galli, oche e le galline, / i pulcini, gatto e cagna, / pesche, mele, le susine. // E’ un ricordo ricorrente / dell’infanzia mia passata / in quel mondo sorprendente, / dall’affetto rallegrata! (Pasquale Tocchetto, famiglia Prioretti, Morrovalle, giugno 2016, poesia inedita).
  4. Dionisia e Gigia erano amiche di famiglia. Michioro era un contadino dal quale la mamma andava a lavorare in occasione della mietitura e della trebbiatura del grano. Nelle campagne vigeva allora l’istituto de lo raiudo; si prestavano le proprie braccia di lavoro in occasione dei grandi lavori agricoli dell’estate. La prestazione veniva ricompensata in natura se si era curtinà, cioè se si era proprietari solo del cortile e non di un terreno dal quale si traeva il sostentamento per la propria famiglia. Il contadino prestava la propria opera gratuitamente. Quando toccava a lui mietere o trebbiare, sapeva che sarebbero arrivate ad aiutarlo tante braccia di lavoro quante ne aveva prestate lui precedentemente.
  5. Li cari de li morti erano i carri funebri con i pennacchi.
  6. Il cortile c’è ancora ma non è più come lo ricordava il maestro Tocchetto.
  7. La sérva è la selva del convento, una volta ricca di querce e di alloro. Oggi ne è rimasta solo una piccola porzione nella parte sud ed est del convento.

Fabbri di Morrovalle

L’operosità dei fabbri morrovallesi era conosciuta un tempo in tutta la provincia. Tirare di mazza per modellare chiodi non era un lavoro leggero. Occorreva avere polso buono, braccia e continuità nel lavoro. C’era un angolo, a Nord Ovest del paese, all’interno delle antiche mura, lungo la stradina selciata che scendeva verso la Porta delle Fonti, con molte botteghe di fabbri ferrai. Quei luoghi di lavoro non ci sono più. Vengono solo evocati quando viene allestito il presepe vivente. La stradina c’è ancora ma non si sente più nessun rumore di una volta: “Botteghe ed officine ormai son chiuse; / non s’odon più fragori di strumenti, / né le canzoni per le vie diffuse / dagli artigian contenti! //…Nel borgo medievale della Fonte, / risuona l’eco delle martellate; / s’aggirano fantasmi bianchi in fronte, / tra case abbandonate!” (Pasquale Tocchetto, onore agli artigiani, pag.117, in Spiragli di luce, luglio 2016, Fermo).

Ai fabbri di Morrovalle, il maestro dedica un’intera poesia. “Fin dai tempi dei vecchi Priori, / del Comune di Morro reggenti, / da ogni parte s’udivan rumori / di magnani intenti al lavor. / Molti fabbri in botteghe scadenti, / da fucine fumose e infiammate, lunghe verghe traevan, infocate / dall’intenso vivace calor. // Malleabili, rosse barrette, / con incudine, trancia e martello, / trasformavano in chiodi e bullette / per gli zoccoli, scarpe e stival. / Quelli han testa spianata o a cappello, / sono usati per travi e portoni; / filettati diventan bulloni / da avvitare con dado final. // Modellavano chiavi bugnate, / con la canna ripiena e vuotata; / serrature speciali, esportate / nei paraggi, ma pure lontan; / palettina, gratella chiodata, / il treppiede, lo spiedo, gli alari, / che, solerti, le bravi comari / nel camino ponevano pian. // Se a intelletto e alla mano si unisce / fantasia bizzarra, creativa, / l’arte bella geniale fiorisce / nei talenti di alta virtù. / Si è formata così comitiva / di maestri del ferro battuto, / che han prodotto, con stile assoluto, / capidopra stimati ancor più. // Son cancelli, lampioni e le grate, / arricciate, ritorte ringhiere, / le cimase a volute e sbalzate, / candelabri di forma regal; / eleganti portali e raggiere, / finestroni fregiati con fiori: / Paglialunga e Menotti gli autori / meritarono consenso coral!” (Pasquale Tocchetto, Fabbri di Morro, pag. 118, Fermo, luglio 2016).

Nota al testo.

Ettore Paglialunga e Menotti Simonetti sono i due artigiani del ferro battuto più conosciuti di Morrovalle. “I gruppi d lampade in ferro battuto, che illuminano la piazza Vittorio Emanuele II,  sono la creazione artigiana di Menotti Simonetti, uomo di vivace inventiva. Ettore Paglialunga, artigiano del ferro battuto, ha lasciato opere di impegno creativo e di squisita eleganza” (Cfr. Mario Latini, Nebbia di ricordi profumo di cose perdute, pag. 135 e pag. 143, Recanati (MC), aprile 1995). A Morrovalle esiste un angolo caratteristico, conosciuto come angolo Paglialunga con la casa che è stata la dimora ultima di Ettore Paglialunga. Al centro del piccolo cortile c’è un pozzetto del XVI secolo. Casa e cortile si trovano al termine di una via stretta, situata a destra della collegiata San Bartolomeo, poco lontano dalla torre campanaria.

Onore agli artigiani

Non solo calzolai e fabbri del ferro battuto ma anche falegnami, sarti e sartine, muratori e carpentieri animavano la vita produttiva del paese. Ogni lavoratore aveva il santo protettore. San Crispino proteggeva i calzolai. San Giuseppe soccorreva falegnami e carpentieri, Sant’Omobono era il santo dei sarti. L’anacoreta Ampelio stendeva la sua protezione su fabbri. Su questi antichi mestieri: “L’ala del tempo ha quasi cancellato / mestieri ed usi antichi del paese; / sulle memorie care del passato / un gran silenzio stese. // I falegnami e fabbri numerosi, / da legno e ferro, con arnesi rozzi, / sapevan trarre oggetti prestigiosi, dopo accurati abbozzi. // Sarti e sartine, esperti della moda, / confezionavan vesti su misura; / gli sposi in frac e spose con la coda: / estetica figura! // Di San Crispin devoto, calzature / con lesina e trincetto tutte a mano, / tagliava e vi infilava le impunture / il calzolar nostrano. // I muratori erano affidati / a Giulio buono in Orta venerato; / sotto il suo sguardo chiese e fabbricati / hanno ovunque innalzato. // I carpentieri avean per protettore / il giusto San Giuseppe nazareno, / che invocavano spesso con il cuore / e l’animo sereno. // Sant’Omobono entrava in sartoria / per benedire tutti gli operai, / assicurando loro l’allegria / e libertà dai guai. // L’anacoreta Ampelio, in Ciel potente, / qui sulla terra fu zelante e artiere; / ai suoi ferrai diè vigore e mente, / per fervide preghiere. // Rivivon nei lavoro dell’ingegno, / frutto di sforzi e duri sacrifici, / che hanno lasciato ai posteri, qual pegno / di molti benefici” (Onore agli artigiani, ibidem, pag. 117). Cancellati da tempo, “Le mostre ed i musei della storia / raccolgon l’opre dei lavoratori; / ricordano ai moderni tanta gloria, / conservano tesori” (Ibidem, pag. 117).

Gli storici calzolai.

“Eran molti gli scarpai / dentro Morro con tre torri, / oltre ai sarti ed ai ferrai, falegnami e muratori. // Ricordiamo con affetto / calzolai e ciabattini, / che di lissa e martelletto / s’aspettavano i quattrini. // Sopra miseri deschetti, / con semenze, spago e pece / riparavan stivaletti, / calzature d’ogni specie. // Scarpe nuove i più valenti / producevan tutte a mano, / per le imprese d’oltre Chienti / di Sangiusto e Montegrano. // Laboriosa e di buon cuore / questa classe artigianale; / San Crispino protettore, / baluardo contro il male. // Passeggiando per la via / del bel centro desolato, / si respira nostalgia / di quel mondo ormai passato!!!” (Pasquale Tocchetto, Gli storici calzolai, ibidem, pag. 116).

Morro antico.

Sempre mi torna al cuore il mio paese“(G. Pascoli, Romagna, da Myricae, Mondadori, Milano 1943). E ancora: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (Cesare Pavese, La luna e i falò). Pasquale Tocchetto ha amato come non pochi Morrovalle. Nella poesia Morro antico, si alternano descrizione, nostalgia del tempo che passa e il saluto al proprio paese dove è nato e vissuto.

“Quando dal piano salgo al verde colle, / la tua figura stagliasi nel cielo, / sì come l’architetto volle. // Tre torri, con le vette sovrastanti, / son sentinelle di vetuste case / appollaiate, attorno e digradanti. // Le secolari, protettive mura / ricordano le storie degli antichi: / imprese, genio, spirto d’avventura” (Pasquale Tocchetto, Morro antico, pag. 115, ibidem). Le tre torri sono: il campanile di San Bartolomeo, la collegiata, quello di Sant’Agostino, la chiesa che si apre sulla piazza principale e la torre dell’orologio comunale.

Suoni, colori e sogni si alternano nelle tre terzine successive: “Mi parli con il suono di campane / che segna i giorni lieti e fatti mesti / le ricorrenze celebri e nostrane. // Sorridi all’alba col chiaror del sole / e nel meriggio appari risplendente; / doni la buona sera alla tua prole. // Sembravi a me fanciullo grande assai, / ma per quest’era di tecnologia, / sei diventato piccolo oramai”.

Il tempo scorre inesorabile. Il paese muta aspetto. Il ricordo si trasforma in nostalgia: “Molti palazzi sono rimasti vuoti, / modelli alloggi sorgon fuori porta / e un senso d’abbandono spesso noti. // Non s’odon i ragazzi far rumori / coi loro giochi allegri per le vie, / né falegnami, fabbri e muratori! // Non sento curiosi popolani / cantar stornelli, ariette d’osteria, / né chiacchierar comari coi villani. // Scomparsi son cavalli fieri e snelli / per il selciato rozzo scalpitanti / e dimoranti negli umani ostelli. // Mancano i bovi al carro soggiogati, / per trasportare l’uva ed il frumento / nelle cantine e luoghi appropriati”.

Morrovalle non ha più l’effervescenza di un tempo che fu. La trascuratezza ha avuto il sopravvento ma il presente si apre ad un invito forte, fatto agli amministratori perché riportino il paese ai fasti del passato: “T’animi solo in qualche circostanza: / per sagre, riti, fiere e cerimonie, / ma poi ricadi presto in oblianza! // Subisti, in anni grami e malaccorti, / sfregi e rovine per trascuratezza, / restauri strani, dagli stili smorti. // I reggitori di comune sorte / a riparar provvedano ogni danno, / per mantenerti a lungo bello e forte”.

Morrovalle rimane comunque uno scrigno di memorie: “Tra i miti assurto, penso te immortale: / difatti ai paesani sopravvivi, / il tempo sfidi e resti sempre uguale. // Non solo sei un museo di memoriali, / ma pure l’alma e il cuore della gente, / con i valori, affetti e gli ideali. // Racconta ai nuovi figli il tuo passato / e perché conoscan bene le radici, / e onorino con l’opre il lor casato. // Il protettore Santo su te vegli, / nei cittadini tuoi fervente amore, / per il natio loco, ognor risvegli. // Ti lascerò tal quale t’ho trovato, / ma senza quella vita schietta e calma / che trascorreva dentro l’abitato!”.

Il lungo testo si conclude con un saluto: “Dolce paese tanto familiare, / suscita ancora vivida emozione, / come il bel volto di persone care! O Murrivallium, magica visione! “(Ibidem, pag. 115).

Case vuote

Il centro del paese non è più abitato come una volta. Morrovalle si è sviluppato di più nella operosa Trodica e nelle frazioni, tra tutte, Borgo Pintura. Sulle abitazioni del centro, prive di abitanti, scrive: “Le avrei chiamate forse case chiuse, / ma per le voci troppo malfamate, / ho preferite case vuote, incluse / nelle centrali vie già affollate. // Ci son palazzi privi d’abitanti / e il capoluogo è proprio desolato / per il silenzio e l’ombre là vaganti: / c’è nostalgia intensa del passato. // Finestre e porte ruvide e sconnesse / sono evidenti segni d’abbandono, / di generale, gran disinteresse / pel patrimonio sempre bello e buono. // Tornino i fiori sopra i davanzali, / il cinguettio di garruli fanciulli; / sotto quei tetti nuclei parentali / e nel rione i soliti trastulli. // Ripopolar si deve il bel paese / per rinverdir cultura, l’arte e storia; / comunità sostenga varie spese: / risorgerà così la vecchia gloria. // I proprietari aprano gli alloggi / ai forestieri e lor concittadini / che sistemarsi vogliono sui poggi / ed ammirar campagna coi giardini. // Gli uomini illustri e saggi dell’antico, / dai freddi avelli gridano accorati: / Incrementate il borgo quieto e aprico / e spalancate gli usci agli sfrattati. // O Morrovalle, salva il tuo decoro / e i monumenti emblemi di valori, / testimonianze vive del lavoro / di progettisti e bravi costruttori” (Case vuote, 15 ottobre 2014, ibidem, pag. 123).

Tutta la poesia è pervasa da un amore incondizionato verso Morrovalle, anche se velato da tanta nostalgia per il passato. La nostalgia è parola composta da due termini: Nostoi, traslitterato dal greco antico, sono i viaggi, algòs, sempre traslitterato, è il dolore. Ogni viaggio, che compiamo per scoprire come eravamo nel nostro più recente o lontano passato, si tinge sempre di nostalgia, soprattutto per chi ha una certa età , perché il tempo vissuto è più di quanto rimane da vivere.

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>