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Piergiorgio Viti

La liberazione di Morrovalle e il primo maggio nella poesia del maestro Pasquale Tocchetto.

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di Raimondo Giustozzi

Sempre attento alla storia locale, il maestro Pasquale Tocchetto amava mettere in versi date e avvenimenti che riguardavano Morrovalle, il paese dove è nato, ha lavorato come insegnante di Scuola Elementare ed è vissuto. Non c’era iniziativa culturale che non lo vedesse protagonista. Portava sempre il proprio contributo ma senza mai mettersi in mostra. Amava la discrezione e l’umiltà. Ecco come in una sua poesia ricorda la liberazione di Morrovalle dai tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale. Era il ventinove giugno 1944. Pasquale Tocchetto aveva diciotto anni. Inizierà  ad insegnare nell’anno successivo, a guerra conclusa.

La liberazione di Morrovalle

“Settant’anni ormai son passati / da quel giugno di buona memoria; / le milizie dei prodi alleati / riportaron brillante vittoria. // Volontari soldati polacchi / ricacciaron gli ostili tedeschi, / dopo giorni di validi attacchi, / con le armi ed agguati furbeschi. // Liberarono alfin Morrovalle / da nefasta crudel tirannia, / risalendo del Chienti la valle / con la più travolgente energia. // Cittadini in strada festanti / regalarono mazzi di fiori / alle truppe e ai lor comandanti, / tutti degni di grazie e d’onori. // Il paese poi venne fornito / di alimenti abbondanti e pregiati: / il digiuno perciò fu lenito. // Sul palazzo del franco Comune / una dedica in marmo ricorda / chi rimosse catene e lacune” (Pasquale Tocchetto, Morrovalle liberata, 29 giugno 2014, in Spiragli di luce, pag. 124, Fermo, luglio 2016).

Il via vai delle truppe polacche durò per parecchi giorni lungo le strade che portano a Morrovalle. Alcuni soldati polacchi si fermarono con il proprio comando per circa un anno nel capoluogo comunale, aspettando ordini sul da farsi. In questo anno, causa emergenza Coronavirus, non si terrà la tradizionale la celebrazione del venticinque aprile. Non importa, è una data che ognuno festeggerà a suo modo, ricordando quanti hanno contribuito a liberare l’Italia dal Nazi Fascismo. Le memorie del passato sono parte integrante della nostra Carta Costituzionale.

In un tempo in cui, a fronte di una emergenza sanitaria ed economica, serpeggiano qua e là divisioni tra regioni del Nord e del Sud e viceversa, mi piace ricordare il contributo della Brigata Majella che non le bastò di liberare la propria terra, l’Abruzzo, ma risalì tutta la penisola fino nel Veneto. “La Brigata Majella” è la più importante formazione partigiana dell’Italia centro – meridionale. La data della sua costituzione è il mese di dicembre 1943. Ettore Trillo, nato a Torricella Peligna (AQ),  futuro prefetto di Milano nei mesi dopo il 25 Aprile 1945 fino al 1947, ne è il comandante indiscusso. Nell’immediata area del fronte – una specie di “terra di nessuno”, tra i contrapposti schieramenti militari, lungo la linea Gustav che andava da Ortona a Cassino, dall’Adriatico al Tirreno, i partigiani abruzzesi vennero utilizzati dal comando inglese come forza – cuscinetto per evitare l’impatto diretto delle truppe regolari con i tedeschi. Essi servivano tanto sul piano informativo quanto su quello operativo a snidare il nemico per farlo uscire allo scoperto costringendolo a ritirarsi dagli ultimi fortilizi senza arrecare eccessivi danni. Solo ai primi di gennaio, Ettore Trillo, “grazie al vivo e fattivo interessamento del maggiore inglese WIGRAM”, ottiene “la soddisfazione di poter finalmente organizzare e costituire il “Corpo dei volontari della Maiella”, che viene aggregato al 5° corpo britannico, schierato sull’ala occidentale dell’VIII armata. I partigiani abruzzesi, però, non si fermarono alla liberazione della loro terra ma continuarono a combattere: nelle Marche, in Romagna, in Emilia, lasciando sul campo 55 caduti, fino ad entrare a Bologna, primi tra i combattenti italiani, alla vigilia dell’insurrezione del 23 aprile. “Siete duri come la pietra della vostra montagna”. Con queste parole, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, i partigiani di Asiago accoglievano i soldati della Brigata Maiella, fratelli d’armi. Anche i partigiani della Majella entrarono a Civitanova Marche assieme ai polacchi del II Corpo d’Armata.

Valori della Resistenza

I veri valori della Resistenza sono contenuti in queste parole: la verità non si difende con la menzogna, la giustizia con l’iniquità, la libertà con la sopraffazione, la pace con la guerra” (don Primo Mazzolari). “Non c’è nulla che convenga a un cristiano più del concetto stesso di Resistenza. Si sa benissimo che il Cristo è stato prima ucciso e poi è risorto, per cui noi siamo devoti dell’ucciso e anche del risorto. E’ Cristo il segno d contraddizione e di rovina, il Cristo resistente, il Cristo della contestazione al sistema. Non per niente, nella morte, prima di andare a morire, chiede al Padre non che ci tolga dal mondo ma che ci preservi dal male: Poiché essi sono nel mondo ma non sono del mondo. Secondo me, il principio della Resistenza cristiana nasce da questa affermazione di Cristo: io sono nel sistema, ma non appartengo al sistema. Credo che il concetto di Resistenza sia dunque un valore che riassume quasi la condizione permanente del cristiano. Difatti c’è sempre qualcuno da liberare, c’è sempre da donarsi, c’è sempre la vita che va giocata per l’umanità e per la venuta del Regno” (David Maria Turoldo, Puecher e la resistenza cristiana, introduzione, pag. 5, in Il caso Puecher, morire a vent’anni partigiano e cristiano, di Giacomo De Antonellis, Rizzoli, Milano, 1984).

Sulla Costituzione, figlia della Resistenza, vale ricordare quanto amava ripetere Piero Calamandrei: “In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo! O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani” ( Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel 1955).

Le guerre del duce, dal 1939 in poi furono tutte guerre di aggressione. “I soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia). Era una guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data. L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai povero. L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e uguaglianza ai poveri. Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione di ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio di innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente)… Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra giusta, se guerra giusta esiste. L’unica che non fosse offesa alle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato… Per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati” (Don Lorenzo Milani, l’obbedienza non è più una virtù, tipografia Ciostrelli, Perugia, giugno 1975). La guerra contro la Francia era stata dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 per sedersi al tavolo della pace e spartirsi il bottino della vittoria con il più potente alleato, costasse anche un migliaia di morti.

La festa del primo maggio

Anche la festa del lavoro che si festeggia il primo maggio viene messa in versi dal maestro Tocchetto: “Primo maggio festeggia il lavoro / e raduna quel mondo operaio, / che reclama, in armonico coro, / la giustizia ed un equo salario. // Agitando gloriosa bandiera, / occupati, sospesi e precari / van compatti nell’unica schiera, / in quest’anni difficili e amari. // Il Lavoro è fonte di vita, / l’esistenza richiede lavoro, / nel creato è officina infinita / e per l’uomo un grande tesoro. // Lavorare è un diritto e dovere, / solo mezzo al civile progresso; / è conquista di nuovo sapere / e la via di vero successo. // Nella fabbrica c’è fratellanza, / si collabora più intensamente, / con serena fiducia e speranza / nel comune futuro eccellente. // Dignità può acquistar chi lavora, / inventare e scoprir meraviglie, / libertà come splendida aurora / per se stesso e le umane famiglie. // Non ci sono dipendenti e padrone, / ma persone d’un solo destino, / che lavorano in stretta unione, / percorrendo un pari cammino. // Primavera e maggio fiorito / son d’augurio a tutti i festanti: / le maestranze con animo ardito / ogni giorno andranno più avanti” (Pasquale Tocchetto, festa del lavoro, 1° maggio 2012, in Spiragli di luce, pag. 54, luglio 2016, Fermo).

Anche per questa festa non ci saranno cerimonie pubbliche, causa le restrizioni imposte per contenere la pandemia in atto. Non importa. Si può leggere, studiare, scrivere, seguire le informazioni date dalla televisione e fare silenzio, prezioso in queste giornate uggiose, rese ancora più tristi dalla pioggia insistente. L’art. 1 della Costituzione Italiana recita così: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il lavoro è fonte di vita, è alla base della dignità individuale e collettiva. Se c’è un dipinto che illustra in modo esaustivo questa verità di fondo, questo è “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. E’ il ritratto di una folla in cammino, uomini, una donna con il proprio bambino in braccio, un altro bambino che dà la mano al proprio papà, tutti proiettati verso il futuro. E’ come una sorta di pala d’altare, non verticale ma orizzontale e senza altare. Nei milleottocento anni di storia dell’arte cristiana, Giotto, Cimabue, Crivelli, Michelangelo, Raffaello, Masaccio e tutti i più grandi artisti riportano nelle loro pale d’altare personaggi e temi religiosi. Nel quadro di Pellizza da Volpedo non c’è la presenza del divino ma solo dell’umano. Dio, se c’è, è nell’umanità in cammino, ma non si manifesta direttamente. L’umanità è indirizzata alla conquista del lavoro, dell’uguaglianza tra uomini e donne.

La pandemia di questi mesi sta sconvolgendo tutto. Il lavoro, se prima era già precario, alla ripresa dell’attività, diventerà sempre più difficile trovarlo. Si calcola che molte imprese non apriranno più. Vengono messe in atto provvedimenti per far ripartire l’economia, nazionale, europea e globale. Purtroppo, quello che si paventava sta già emergendo e a più livelli. Si sta andando in ordine sparso. Ognuno ha la sua ricetta. L’egoismo avanza minaccioso. Il sacrificio di tanti medici (142 alla data del 22 aprile), troppi, assieme a sacerdoti, personale sanitario deve far riflettere. Si spera solo che chi ha delle responsabilità nazionali, europee e mondiali faccia del tutto per trovare linee guida e superare l’emergenza economica dopo quella sanitaria.

Ci si accorge che nelle campagne manca la manodopera immigrata per la raccolta di ortaggi e frutta. Gli immigrati sono scappati nei loro paesi di origine. Quando lavoravano e garantivano il raccolto di radicchio, fragole, insalata dormivano in baracche, prive delle normali condizioni igieniche. Il mondo si è enormemente allargato. Si parla di globalizzazione. E’ sacrosanto allora informarsi anche su che cosa stia succedendo a migliaia di chilometri lontano da noi. A Singapore, metropoli moderna, il sovraffollamento di immigrati che lavorano nell’edilizia, senza diritti, sfruttati, costretti a vivere in ricoveri di fortuna, privi di servizi igienici, ha innescato focolai di contagi da Coronavirus, stando a quello che dicono i servizi televisivi. “Non ci sono dipendenti e padrone, / ma persone d’un solo destino, / che lavorano in stretta unione, / percorrendo un pari cammino”, scriveva il maestro Tocchetto. Non è così. La sua era una speranza, spiragli di luce, per riprendere il titolo della sua silloge di poesie. C’è ancora tanto sfruttamento. Voglia il cielo che ci si incammini sulla strada giusta. Al momento possiamo solo dire con Alessandro Manzoni: “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo”.

Martiri della libertà.

Eppure in un quadro affatto ottimistico, dal passato ci giungono voci di quanti hanno dato la propria vita perché nel mondo si affermassero la giustizia, la libertà, la solidarietà. C’è a Morrovalle, a Borgo Pintura, un dedalo di vie dedicate ai martiri della libertà: Martin Luther King, Carlo e Nello  Rosselli, Salvador Allende, Aldo oro, Carlo Pisacane, Oscar Romero, Antonio Gramsci, J. F. Kennedy. Per ognuno di loro, il maestro Tocchetto dedica alcuni versi di una lunga poesia.

Sir Martin Luther King era pastore / della Battista chiesa americana; / dell’eguaglianza strenuo fautore / per la sua razza succube africana. // Il premio Nobel ebbe per la Pace: / fraternità sognava fra le genti. / Anche in prigione si mostrò audace: / voleva tutti liberi e fidenti. // Senza violenza svolse le proteste, / molti diritti chiese con fermezza; / l’odio per i neri, dopo tante inchieste, / armato, lo soppresse con freddezza. // Carlo Rosselli, dotto antifascista, / subì l’esilio e il carcere penale; / poi combatté il regime neofranchista / col movimento l’internazionale. // Pur lo scrittore Nello, tra i ribelli, / si contrappose alla dittatura, / i cui sicari uccisero i fratelli / che nella Francia ebber sepoltura. // Il Salvator Allende, qual primario, / amministrò Repubblica Cilena; / il Socialismo scelse libertario / per raddrizzar dei miseri la schiena. // Ma un triste giorno il golpe militare / fermo assediò la sede del governo; / il Capo solo volle lì restare / per immolarsi in quel tremendo inferno” (Pasquale Tocchetto, Martiri della libertà, 28 dicembre 2013, in spiragli di luce, pag. 52, Fermo, luglio 2016). Salvator Allende volle restare, armi in pugno, a difendere la sua democrazia. Quanto diverso da chi si vestì da soldato tedesco per svignarsela oltre confine.

Continua la poesia con altri martiri della libertà: “Costituente eletto Aldo Moro, / dettò il pensiero socio- cristiano; / il ministero tenne con decoro, / nelle vertenze valido mezzano. // Alla sinistra posto il compromesso, / lo sequestrò il rosso terrorismo; / s’ebbero appelli senza alcun successo; / eliminato venne con cinismo. // Napoletano Carlo Pisacane, / vicino a Sapri fece spedizione / con i trecento armati alle Ponziane, / contro il perverso regno del Borbone. // Benché decisi e baldanzosi fanti, / di quella marcia triste fu il finale; / accolti come orridi briganti / e massacrati con falcette e pale. // Oscar Romero, d’umili natali, / da sacerdote e vescovo difese / d’El Salvador gli umili mortali / dai virulenti e dalle loro offese. // Le sue denunce misero a tacere / mentre all’altar la messa celebrava, / dell’evangel convinto pioniere, / il dispotismo iniquo condannava. // Antonio Gramsci leader comunista, / proletariato civico e rurale / mobilitava verso la conquista / del predominio sopra il capitale. // La crudeltà del Fascio lo rinchiuse / nelle galere per sovvertimento. / Dopo vent’anni l’uscio si dischiuse / perché era giunto l’ultimo momento. // Il presidente Kennedy decise / di debellar con nuove sue frontiere,  / la povertà, la guerra a tutti invise, / la tirannia e gli atti del negriere. // Conservatori ordirono un agguato / nella città di Dallas accogliente, / dal criminale Oswald perpetrato, / che lo finì sparando brutalmente. // La presidenza breve fu segnata / da eventi e crisi molto rilevanti, / ch’egli affrontò con mente illuminata. / E’ ricordato ancora con rimpianti”.

Tutti i martiri della libertà sono ricordati nelle ultime tre strofe: “I derelitti ad essi sono grati: / di schiavitù han sciolto le catene, / risollevando oppressi ed i vessati / dalle ingiustizie torbide e da pene. // Di libertà son fari luminosi, / guide sicure a nobili ideali; / dei popolari ceti premurosi, / ostili a differenze razziali. // Chiari pensieri di ingegnose menti, / nell’azione intrepidi e altruisti, / eredità di saggi insegnamenti / hanno lasciato ai posteri egoisti” (Ibidem, pag. 53). L’egoismo è una mala pianta che cresce ovunque, prima nell’animo umano, poi nelle istituzioni.

Raimondo Giustozzi

 

Nota.

Sulla liberazione di Morrovalle segnalo il libro di Piero Giustozzi, Morrovalle 1943 – 1946 l’odissea bellica e politica, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, Anno XXI – N. 203 – aprile 2016. Il volumetto consta di 109 pagine, è diviso in due parti: la resistenza al tempo della guerra civile e dopo la liberazione. Si legge in poco tempo e la lettura è piacevole. La prefazione è di Annalisa Cegna, direttrice Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Macerata.

 

 

 

 

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