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Piergiorgio Viti

La felicità, l’attesa, i momenti della giornata e le meraviglie del creato nella poesia del maestro Pasquale Tocchetto

Una delle tante classi avute dal maestro Pasquale Tocchetto, a sinistra, in seconda fila, al campo sportivo (Foto Davide Giustozzi).

Una delle tante classi avute dal maestro Pasquale Tocchetto, a sinistra, in seconda fila, al campo sportivo (Foto Davide Giustozzi).

Raimondo Giustozzi

“Gli affanni sono in terra ognor presenti, / non c’è perfetta quiete in questo mondo; / solo nell’aldilà si sta contenti: / felicità s’avrà nel più profondo” (Pasquale Tocchetto, Spiragli di luce, pag. 13). Tra i tanti temi cari al maestro Tocchetto ci sono quelli che danno peso alla nostra vita: la felicità, l’attesa, i momenti della giornata, le meraviglie del creato. “Felicità è desiderio di tutti, / viene inseguita per terra ed in cielo, / nella bonaccia e persino tra i flutti; / è evanescente e coperta da un velo. // Felicità è lo sguardo innocente, / l’isolamento nell’alma natura, / rinuncia estrema del buon penitente, / contemplazione di mistica pura. // E’ meraviglia dell’alba serena, / la sorprendente vaghezza d’un fiore, / del bel tramonto policroma scena, / dell’usignolo il gorgheggio e l’umore. // Felicità non provien dall’esterno, / ma dentro al cuore e mente risiede, / la propria essenza riflette l’Eterno, / non la smarrisce chi pene possiede. // Felicità, o sfuggente chimera, / sei come sogno allettante il pensiero; / fai palpitare quel cuore che spera; / cammini verso un profondo mistero. // La francescana perfetta letizia, / nell’umiltà ed in povera veste, / ha rinunciato ad ogni dovizia: / Felicità sol nel regno celeste” (Pasquale Tocchetto, felicità, 20 ottobre 2012, in Spiragli di luce, pag.19, luglio 2016, Fermo).

 

“Che dolci sogni mi spirò la vista / di quel lontano mar, quei monti azzurri, / che di qua scopro, e che varcare un giorno / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!” (Giacomo Leopardi, le ricordanze). E’ indubbio che nella poesia del maestro ci sono molti riferimenti al poeta dei monti azzurri, come nel testo l’attesa: “La fanciullezza brilla qual cometa; / la gioventù vagheggia tempi brevi, / e gli anziani sono più longevi; / si corre sempre verso un’alta meta. // Felicità precede il dì festivo; / si può provar gioioso sentimento; / meglio l’attesa che l’appagamento; / s’invoca pioggia nel calore estivo. // Chi amore aspetta prova gioia e affanno; / vive nel regno della fantasia; / s’affligge se l’amica fugge via; / vibra il suo cuore pel subito inganno. // E’ fedeltà rivolgersi al Signore / e l’invocarlo è segno benedetto; / giusto osservare ogni suo precetto, / seguire l’orme del divino ardore. // L’attesa è senza fine ed al futuro / dischiusa e per seguir promesse sante, / che gran coraggio offrono al viandante, / spiritualmente forte ed al sicuro” (Pasquale Tocchetto, l’attesa, ibidem, 4 maggio 2014). “Felicità precede il dì festivo”. Giacomo Leopardi scriveva del sabato che precede la domenica, giorno di festa: “Questo di sette è il più gradito giorno, / pien di speme e di gioia” (G. Leopardi, il sabato del villaggio).

 

“Forse perché della fatal quiete / tu sei l’immago a me sì cara vieni / o sera!” (Ugo Foscolo, Alla sera). La sera, per Foscolo è immagine della quiete fatale, la morte. Non così nel nostro: “In occidente il cielo già s’imbruna, / echeggia il sacro bronzo Ave Maria; / dall’orizzonte sale chiara luna / e l’universo sembra una magia” (Pasquale Tocchetto, la sera, 15 marzo 2012, in Spiragli di luce, pag. 31, luglio 2016, Fermo). La sera pone fine ad una giornata di lavoro ed è l’immagine della pace: “E’ tramontato il sole dietro i monti: / nell’alta volta sfumano i colori / creando verso terra archi e ponti, / or lentamente placansi i rumori. // Appare prima Vespero lucente / ad annunziare l’ombra della sera, / quindi le stelle folte intensamente, / che misteriosa rende l’atmosfera. // Le luci accende ogni singola dimora; / fari rischiaran strade cittadine; / famiglia unita, al desco si ristora / tranquilla, nelle ore vespertine. // Sirene nelle fabbriche maggiori / squillano e cessa il turno giornaliero; / le maestranze lasciano i motori, / tra lusco e brusco prendono il sentiero. // Conclusa la giornata di lavoro, / ciascun si gode placido conforto; / fuor d’opificio ch’è troppo sonoro, / al suo pensier segreto è tutto assorto. // Rivolto al dì passato ed al futuro, / si sente in cor deciso e coraggioso / per affrontar lo sforzo più sicuro: / in quel barlume torna fiducioso! // C’è grande attesa al tetto coniugale / di riabbracciare il padre operatore; / a lui si offre l’agape serale, / ringraziando con sentito amore. // Come angioletti sognano i bambini; / nei caldi nidi dormon gli uccelletti; / la mamma chioccia accoglie i suoi pulcini: / questi i momenti carichi d’affetti! / O sera, dolce sera, quanta pace / tra gli abitanti alacri diffondi! / Di stare teco l’uomo si compiace / per la speranza in giorni più giocondi” (Ibidem, pag. 31).

 

L’osservazione del poeta si ferma anche su campagne e città ammantate dalla nebbia che scende nelle nostre contrade e rende tutto misterioso: “E’ calata la nebbia autunnale: / ogni cosa è sommersa nel grigio, / e scompaiono lungo il viale / fabbricati d’un certo prestigio. // I rumori son sordi e attutiti, / in quel nulla i suoni più miti / sembran echi dall’alto calati. // Ecco un mare uggioso e disteso / da cui emergono vette isolate; / l’orizzonte è angusto e sospeso, / terra ed aria confuse e sfumate. // Velan cielo e campagne i vapori; / un mantello gocciante e opalino / si può tinger di tenui colori: / lo zaffiro, smeraldo, rubino. // Paesaggio talor fascinoso, / dove sembra latente la vita, / ha un aspetto irreale ed estroso / con visione fallace e sbiadita. // Quella bruma spumosa e argentata / compie strane e improvvise magie, / per le quali la gente è angustiata, / disillusa da vaghe elegie. // Bigia nuvola i rami spettrali / fa brillare con gemme cadenti; / rugiadose le sedi stradali, / sono freschi ed umidi i venti. // I viandanti con passo felpato, / come ombre si muovon smarriti, / nell’ambiente così desolato, / e i vicini si credon spariti. // Filtra il sole qual pallida luna / attraverso cortina fumosa; / vuol ridare a natura fortuna, / energia vital rigorosa. // Silenziosa foschia avvolgente / favorisce la mistica ascesi; / in se stessa concentra la mente, / malinconici rende i paesi” (Pasquale Tocchetto, magica nebbia, 20 marzo 2014, ibidem, pag. 41).

 

“La poesia – scrive il prof. Sandro Baldoncini nella prefazione alla silloge di poesie Spiragli di luce, sembra essere deputata a un compito straordinario: far emergere dal fondo del nostro personale e singolarissimo mare di umane vicende, di sentimenti ed emozioni, di trasognate felicità, di speranze interrotte, il tempo e la memoria della vita. La poesia affida alla parola la sua forza e la sua efficacia. Questo presuppone, pertanto, nella coerenza stilistica, alti tassi di originalità, misure inconfondibili, spezzature e frantumazioni lessicali, tornita e piena incisività, sonorità propria delle immagini parlanti. La misura metrico – stilistica, con l’intramontabile endecasillabo, ci riporta ad antiche e straordinarie stagioni poetiche. L’eleganza formale, discreta e sobria pervade tutta la produzione poetica di Tocchetto, includendo in questa valutazione anche la raccolta Morrovalle, antico operoso paese, edita nel 2010” (Prof. Sandro Baldoncini, prefazione, in Spiragli di Luce, Fermo, luglio 2016).

 

“Insegnante del corso primario, / ho istruito trecento bambini / nella lingua e scibile vario, / educando ai valor genuini” (Pasquale Tocchetto, pag. 15, Spiragli di luce, luglio 2016, Fermo). Era modesto il maestro Tocchetto. I bambini istruiti nel corso dei suoi anni di insegnamento (1945 – 1992) sono stati molti di più dei trecento di cui parla il testo. Un alunno che lo ha avuto come insegnante, ricorda così il proprio maestro: “Cosa posso dire del maestro? Ho ricordi sfocati, sono passati diversi anni, un maestro di altri tempi direi, molto ligio al dovere, molto professionale, amava quello che faceva. Alle elementari, in quegli anni, un maestro si occupava di tutte le materie, ricordo un particolare buffo: non gli piaceva tanto farci fare educazione fisica, preferiva insegnarci bene italiano, matematica, storia e geografia. Poi una volta, finita la scuola, l’ho perso un po’ di vista, ma posso dire sicuramente che è stato un uomo mite, buono, e molto stimato in paese, conosciuto anche perché attivo in diverse iniziative, l’intraprendenza non gli mancava. Peccato, Morrovalle ha perso una persona che verrà ricordata a lungo” (Davide Giustozzi).

 

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