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Storie. Infermieri

fonte internet

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di Giorgio Villa

Era di novembre, credo, alla fine degli anni Settanta quando mi trovai a visitare, nel corso di una guardia medica, una anziana signora ormai da tempo ridotta a letto, obesa e ipertesa. Quando seppe che mi stavo specializzando in psichiatria e che frequentavo l’Ospedale Santa Maria della Pietà, il grande manicomio provinciale di Roma da poco chiuso dopo la legge 180, ma ancora pieno di malati, cominciò a parlare a raffica del suo lavoro nei reparti del Manicomio. Era stata, per quasi quaranta anni, infermiera nell’Ospedale. Le malate le si erano incollate addosso con una gamma infinita di storie, di miserie, di drammi: Nilde dagli occhi tristi che, come Ofelia, era entrata in un ruscello per non uscirne più, Maria Amelia che indovinava i sogni delle infermiere e che sapeva sempre dire se il fidanzato “era quello buono”, Anna che doveva essere tenuta legata al letto le cui gambe erano state cementate nel pavimento dal momento che la sua forza sovraumana le permetteva di ribaltarsi con letto, materasso, cinghie e tutto il resto. Tempo dopo ebbi modo di seguire, per qualche anno, la stessa Anna che viveva tranquillamente con altre quindici anziane signore in una graziosa villetta presso il parco archeologico di Veio. Mi sembrò incredibile che si trattasse della stessa persona: le chiesi cosa ricordasse del Manicomio e lei mi disse: “Che le devo dì dottò: ero una furia scatenata, appena vedevo mi madre, poi, me imbestialivo ancora de più.” Da anni l’anziana infermiera non aveva modo di parlare con nessuno della sua straordinaria esperienza. Ad esempio mi raccontò che quando le infermiere del Manicomio si ammalavano venivano ricoverate in un “Repartino” per infermiere nel Manicomio stesso forse perché, assuefatte da anni di follia, si temeva potessero trasmettere qualche pericoloso bacillo nel mondo dei “normali”. Questi decenni di istituzione totale, quasi settanta, l’equivalente della durata della storia dell’URSS, sono caduti nell’oblio e in un silenzio che pochi hanno cercato di riscattare. Penso, ad esempio, all’opera di Mario Tobino, ma anche, più vicino a noi, al mio amico Adriano Pallotta, ex infermiere del Manicomio, che è riuscito a salvare, con la sua amorosa attenzione, una selva di episodi, personaggi e oggetti dell’Ospedale Psichiatrico. Ancora oggi, superata l’età di ottanta anni, sembra non poter stare troppo lontano dalle mura del Maniconio e continua a scortare, in visita al Museo della Mente, intere scolaresche e gruppi di visitatori. Gli infermieri condividono con i medici un potere enorme e dai confini cangianti e non coincidenti. Molto spesso è la parola di un infermiere esperto che risulta decisiva, quando occorre ricoverarsi, nella scelta di un reparto o di un ospedale perché si sa che i medici, anche se bravissimi, non sono in grado di avere una presa diretta su una realtà complessa e stratificata quale è quella di un grande ospedale. Naturalmente ogni infermiere anziano che ho conosciuto avrebbe desiderato avere un figlio medico e realizzare, quindi, il sogno del grande salto sociale. Angelo, caposala signorile e perfetto del padiglione 32, mi chiese un giorno di visitare un nipote durante una epidemia influenzale: conoscevo benissimo la zona in cui abitava e, quindi, mi stupii di trovarlo ad attendermi di fronte al suo palazzo. Mentre attraversavamo il cortile mi confessò, non senza imbarazzo, che da quando era stato chiuso il Manicomio aveva detto agli amici e ai vicini di casa che era stato promosso “psicologo” (era uno dei pochi infermieri che pronunciava “psi” e non “pisi”) e che, quindi, non doveva più portare la divisa di ordinanza. D’un tratto mi si chiarì il piccolo mistero relativo alla divisa di Angelo; tutti credevamo che l’immacolato candore e la stiratura perfetta dipendessero da una sorta di vanità; negli ultimi anni del Manicomio la lavanderia era andata incontro a un processo di grave degrado e, quindi, molti infermieri e portantini si erano visti costretti a portare a casa i camici, i pantaloni e le bluse. Pensavamo, quindi, che la moglie di Angelo fosse una perfezionista del bucato. In realtà Angelo provvedeva a lasciare le sue divise due volte la settimana presso una tintoria proprio di fronte all’Ospedale per evitare che i vicini le vedessero stese ad asciugare.

Roma è una città che potrebbe essere esplorata da terrazza in terrazza: mi colpivano molto quei camici e quelle divise che svolazzavano in ogni stagione appesi ai fili per il bucato soprattuto nelle zone di Monte Mario, nelle vicinanze dell’Ospedale Psichiatrico e che avevo modo di osservare nel corso delle visite che dovevo compiere per la Guarda Medica di Primavalle. Ovviamente, cessata la funzione della lavanderia e svuotatosi in parte il Manicomio, i panni tracimati fuori dalle mura dell’istituto finivano per essere indossati anche nella intimità domestica o, rattoppati e quasi resi irriconoscibili, terminavano il loro servizio come abiti da lavoro nell’orto o in campagna. Così poteva capitare che un ex dipendente del Manicomio si sentisse sfottere dagli amici, mentre accudiva l’orto e il pollaio, con la tipica espressione: “Ma se’ proprio de Monte Mario.” Là dove il toponimo assumeva una connotazione analoga a essere “tipo da Manicomio”.

Nella località “I Terzi”, verso Bracciano, andai a visitare Romolo, un infermiere in pensione che aveva realizzato il suo sogno di costruire una baracca su un terreno che aveva coltivato a orto e a vigna. Assaggai il suo vino, verdognolo e frizzante, e le marmellate di fichi e more, deliziose, e osservai i lavori di preparazione delle arnie per le api. La bellezza del luogo era solo leggermente intaccata da un sentimento di solitudine. Romolo mi confessò che la famiglia gli era ostile; dopo anni e anni di turni infiniti in ospedale la moglie, i figli, i generi e la nuora gli erano diventati del tutto estranei e solo le voci del grande Manicomio gli facevano compagnia nel silenzio assordante della campagna. Ai miei complimenti per come teneva il suo pezzetto di terra Romolo rispose non senza sconforto: “Me sa che i miei figli aspetteno solo che muoia per mannà tutto alla malora.” Nella storia del Manicomio ciò che colpisce era che i turni degli infermieri erano veramente massacranti in sintonia con la richiesta della istituzione che era solo di sorvegliare e punire, mai di capire. Cambiò tutto, o quasi, verso la metà degli anni Settanta: i giovani infermieri dei reparti “aperti” partecipavano con entusiasmo ai primi esperimenti di “uscita” dal Manicomio e di accompagnamento a casa o in gita o a un soggiorno di alcuni pazienti. Era, di fatto, un doppio sdoganamento che ebbe momenti euforici ed eroici al punto che già pochi anni dopo alcuni infermieri più anziani, trasferiti ai neo-nati Presidi Territoriali, non potevano fare a meno di raccontare le storie della loro gloriosa prigionia, un po’ come Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria (1950). L’infermiere Germano, enorme e retorico, continuava a raccontare, mentre si camminava per andare al bar e, come espediente retorico, si fermava tutto a un tratto allargando le braccia. Seguirlo era faticoso anche perché ci si sentiva come dei pesci avvinti dalla sua rete narrativa. Ci fermavamo, per rispetto, anche se i racconti erano sempre gli stessi dal momento che erano stati ripetuti infinite volte al punto che si sarebbe potuto, come in un film di Bunuel, sentirsi dire: “Ora vi racconto il 23… ma forse è meglio il 42 quello della Suora”. Infiniti sono gli aneddoti che descrivono le storie, talora drammatiche, altre volte comiche, che vedono al centro la coppia formata da medico e infermiere impegnati in un turno di emergenza del servizio 118.

Una volta mi trovai con Annamaria, una infermiera esperta, ma appena rientrata da un periodo di malattia per una brutta influenza a guadagnare una destinazione remota e quasi inaccessibile per il traffico serale del rientro. Lì ci aspettava un “brutto” ricovero. Mentre venivamo portati da un fiume di vetture per strade sempre più anguste Annamaria mi confessò di sentirsi male, forse a causa del “Demone della pulizia” che la sera prima l’aveva indotta a miscelare, senza accorgersene, varechina e ammoniaca e a respirarne gli insani vapori. Allungata sul sedile accanto al guidatore della nostra vecchia Panda di servizio, Annamaria, a una rapida ed estemporanea visita, mostrava tutti i segni di una brutta congestione gastrica. Quel panino frettolosamente consumato a pranzo era diventato come un blocco di cemento nello stomaco e sembrava non decidersi né di andare giù, né di tornare su. Con tutta evidenza la mia pallida infermiera doveva solo rigettare, ma dove? Su quella maledetta via (via di Grottarossa) non era possibile neppure accostarsi a rischio di bloccare tutta la corsia. Quando ecco che ci si profilò, di lato, la salvezza sotto forma di un piccolo accesso a un minuscolo cortile privato. Ingolfata nella sua giacca di pelle Annamaria si precipitò fuori dalla vettura e scelse, fra due stenti cespugli del cortile, quello che le smbrava offrisse una migliore protezione. Usciva, intanto, da uno dei portoni che davano nel cortile una anziana signora che recava un sacchetto per la spazzatura. Non parve rassicurata dal mio sorriso e dalla mia mano che indicava la scritta sulla fiancata dell’auto (Asl Roma E) e si rifugiò di nuovo nel palazzo. Come Dio volle ripartimmo, ma Annamaria era proprio a terra e, quindi, le proposi di rimanere nella vettura mentre io avrei provveduto a valutare l’opportunità del ricovero. La situazione si presentò presto come di solito sono le peggiori. La paziente, apparentemente calma e lucida, argomentava al marito e a suo fratello (entrambi presenti) che solo i Carabinieri o un suo (inesistente ) avvocato avrebbero potuto avere voce in capitolo nel suo ricovero e nel fare questo negava ogni importanza ai vasi di fiori gettati dal balcone del terzo piano ai bizzarri rituali alimentari (alimentarsi solo con cibi “bianchi”) e al taglio dei fili elettrici di casa (“per allontanare le radiazioni”). Erano già presenti gli infermieri della ambulanza, ma dei Carabinieri nessuna traccia. Dopo circa un’ora arrivarono i Vigili Urbani, ma lo stallo non si risolse. Finalmente qualcuno suonò alla porta. Era Annamaria che, preoccupata e sentendosi leggermente meglio, anche se era ancora di un pallore mortale, era venuta a vedere che fine avessi fatto. Purtroppo aveva dimenticato in macchina la chiave di accensione e, quindi, dovette scendere per prenderla. Trascorse un’altra ora ed ecco comparire di nuovo Annamaria, sconvolta, accompagnata, come Pinoccio, da due Carabinieri. Vedendola armeggiare intorno a una vettura della ASL i militi dell’Arma si erano convinti che fosse lei la paziente per la quale erano stati chiamati e che stesse tentando la fuga, dopo aver eluso la nostra sorveglianza. Nel confrontare l’aspetto della vera paziente a quello, un po’ “dark” e sconvolto di Annamaria confesso che io stesso, se non l’avessi conosciuta, avrei avuto qualche dubbio.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: abbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

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