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I gilets jaunes visti da vicino: un’analisi del movimento.

fonte internet

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di Lorenzo Battisti

giletjaune tettoSpesso per comprendere la natura di un fenomeno sociale è bene osservarlo da una certa distanza. Quando vivevo in Italia questo mi permetteva di cogliere meglio certi aspetti delle vicende francesi, poiché non ne ero personalmente coinvolto. Al contempo questa distanza dovrebbe permettere ai compagni italiani di leggere meglio di me (che ora vivo in Francia) il movimento dei Gilets Jaunes, i gillet gialli.

L’impressione purtroppo sembra opposta: per qualche ragione i compagni italiani hanno di questo movimento un’immagine che non corrisponde affatto alla realtà. Cercherò di fare un’analisi del movimento e di spiegare le ragioni di questa attitudine italiana a scambiare i propri sogni per la realtà.

Genesi del movimento: l’ecotassa sul carburante

 

Il movimento è partito nel mese di Novembre come protesta spontanea e auto-organizzata contro l’introduzione di un’accisa sui carburanti volta a finanziare il passaggio del parco auto francese verso modelli meno inquinanti. L’idea del governo era di punire i gli inquinatori, per premiare con gli introiti i cittadini responsabili. In realtà si è trattato della goccia che ha fatto traboccare il vaso di una Francia già soggetta un carico fiscale importante[i].

La struttura attuale dell’Unione Europea infatti non colpisce solo i lavoratori, lanciandoli in una competizione al ribasso, in cui ciascuno è costretto ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori per ottenere che il lavoro venga svolto nel proprio paese invece che nel paese a fianco. Questa colpisce anche i sistemi fiscali che vengono messi in competizione l’uno contro l’altro per far sì che le grandi imprese investano nel proprio paese. Se il paese a fianco fa uno sconto fiscale del 30%, noi dobbiamo farlo del 40%, cosa che porterà un terzo paese a farlo del 50%. Il risultato è che le grandi imprese multinazionali di fatto non pagano più imposte, e ora la competizione è sugli incentivi per farle venire o per non farle andare via: il loro saldo fiscale è passato da negativo a positivo. Queste imprese pagano imposte zero, e ricevono una parte delle imposte pagate dagli altri sotto forma di incentivi.

Questo ha creato una frattura tra le imprese che pagano le imposte e le imprese che le ricevono. Chi non può aprire una sede in Lussemburgo o in Irlanda, è costretto a portare tutto il carico fiscale, compreso quello di chi le imposte non le paga, siano essi evasori o multinazionali. Un carico doppio o triplo che falcidia il profitto dei piccoli e medi imprenditori, imprese che hanno già margini inferiori rispetto alle grandi. L’ecotassa, in questo quadro è risultata come l’ennesimo schiaffo al piccolo capitale produttivo francese, con il rischio per molti di chiudere definitivamente l’attività.

Inoltre era una tassa che è stata percepita come elitista, poiché colpiva la Francia periferica, quella costretta a usare l’auto per lavorare o per ragioni personali. Una tassa che non toccava gli abitanti delle grandi città, in particolare Parigi, dove l’auto non serve. E dove abitano tutte le élites politiche ed economiche. L’ennesimo atto di chi sta “in alto” contro chi sta “in basso”.

Questa è la Francia che ha indossato i gillet gialli e che ha occupato le rotonde di tutto il paese il 17 Novembre. È la Francia dei piccoli commercianti ed artigiani, dei ristoratori, dei professionisti. I falegnami, gli elettricisti, i barbieri, i piccoli avvocati, i baristi. Se si vuole trovare il nocciolo del movimento va trovato qui, nella Francia periferica, quella che vive nei piccoli centri e nelle città medio piccole. Che svolge lavori indipendenti, lavori e attività con cui in passato ci si guadagnava una vita sicura, fatta di una casa o due di proprietà, le cene al ristornate con la famiglia, le vacanze all’estero durante l’anno[ii]. Una Francia che ora si trova, per via della concorrenza delle grandi società e del carico fiscale a non avere più margini e a trovarsi impoverita ai livelli dei propri stessi dipendenti e anche oltre.

Ma è anche una Francia, che per il ruolo svolto nella società, non accetta forme di rappresentanza. L’attività che svolgono dà loro l’impressione che la propria fortuna dipenda solo ed esclusivamente da loro stessi e da nessun altro. Che in sostanza questo li renda essenzialmente simili a dei padroni, ma un po’ più piccoli, piuttosto che a dei lavoratori, ma un po’ più ricchi. Per questo sfuggono alle forme politiche e sociali organizzate, che vedono come un appiattimento della loro creativa esistenza produttiva, una massificazione deprimente. Questo impedisce loro di individuare, nella loro crisi e nella crisi più generale, chi sono i veri nemici. Per loro non sono i monopoli capitalistici, ma il governo con le sue imposte, e i lavoratori che, grazie ai loro sindacati, difendono il salario impedendo così recuperi di margini di profittabilità alle piccole imprese. Questo spiega l’avversità alla partecipazione dei sindacati al movimento e la scarsa influenza che questi hanno, un tema su cui tornerò in seguito.

Visti da lontano

Se speravo in un’analisi più lucida da parte della sinistra italiana, sono rimasto deluso. La distanza, più che permettere alla sinistra italiana di fare un’analisi lucida del movimento, ha permesso a me di fare un’analisi lucida della sinistra italiana.

Vivendo qui, e mantenendo quanto possibile i legami con i compagni in Italia, ho vissuto momenti sdoppiamento della percezione della realtà. Da una parte quello che vivevo qui, e quello che leggevo e vedevo in televisione, dall’altra i commenti che leggevo della sinistra italiana su quello che io stesso vivevo qui. Due binari che mai si sono toccati, quasi parlassero di due realtà differenti.

Il movimento, in Italia, è stato percepito solamente tramite l’appello lanciato un paio di settimane dopo il suo avvio. In esso[iii] sono contenute alcune proposte sicuramente avanzate, altre discutibili, alcune in contraddizione con altre affermazioni. In particolare hanno fatto sognare la sinistra italiana le proposte in cui si parla di aumento del salario minimo a 1300 euro, di nazionalizzazioni, di precarietà e di pensioni.

Una volta venuta a conoscenza di queste proposte, la sinistra italiana ha filtrato gli eventi tramite questo appello. E avrebbe fatto bene, se questo fosse espressione del movimento. Il problema è che così non è. O meglio, non è espressione di tutto il movimento, ma solo di una sua parte. Perché? È semplice. Mettetevi nei panni degli iniziatori di questo movimento, cioè dei piccoli produttori indipendenti: sareste contenti dell’aumento del salario minimo a 1’300 euro (che sarebbe per voi un aumento dei costi) o della riduzione dell’età pensionabile dei vostri lavoratori (cioè maggiori contributi da pagare)?

E allora come si spiega quella lista quasi rivoluzionaria che è circolata? Con l’effetto bolla. La lista è stata costruita tramite una serie di consultazioni on line nei gruppi di simpatizzanti. Sono centinaia, ognuno con il proprio orientamento. L’effetto bolla descrive il fenomeno per cui ci si attornia (specialmente sulle reti sociali) di persone che hanno punti di vista affini ai nostri, con il risultato di avere l’impressione che i nostri punti di vista siano generali e che tutti li condividano, anche al di là delle nostre conoscenze. La lista è stata probabilmente elaborata da gruppi con sensibilità di sinistra e lanciata come un appello unanimemente accolto e sostenuto da tutto il movimento. Ma così non è: era solo una bolla, ma la sinistra italiana l’ha presa per una valanga. E ne è stata travolta, come al solito.

La struttura orizzontale del movimento

D’altra parte la struttura del movimento gli impedisce di prendere posizione. Il movimento non possiede alcun centro direzionale e nemmeno organizzativo. È pienamente orizzontale. Non esistono assemblee democraticamente elette e autorizzate a decidere per il movimento. Come può un movimento siffatto sottoscrivere o elaborare una lista di richieste o rivendicazioni?

E d’altra parte questa organizzazione permette a chiunque indossi un gillet giallo di parlare a nome del movimento. Qualsiasi gruppo locale o virtuale può parlare a nome di tutti, creando così un coro stonato di voci in cui ognuno esprime la propria piena e insopprimibile individualità, parlando a nome di tutti senza dover brigare a verificare di avere il consenso per farlo. Così se alcuni chiedono l’aumento del salario minimo, altri affermano che gli immigrati sono arrivati a mangiare nel piatto dei francesi o che il governo ha firmato un accordo per vendere la Francia agli stranieri o che c’è un piano mondiale per l’invasione musulmana della Francia a cui partecipano tutte le élites francesi in combutta con gli ebrei. Questi hanno lo stesso titolo di parlare a nome del movimento che hanno gli estensori dell’appello “pre-rivoluzionario” che ha fatto sognare la sinistra italiana.

La forma stessa del movimento è la conseguenza della coscienza sociale dei suoi iniziatori. Così come alcune sue caratteristiche di base, che sono immutate fin dall’inizio. Sebbene non esistano leader riconosciuti, per parlare a nome del movimento bisogna non essere o essere mai stati membri di partiti e sindacati. Una richiesta che cozza in maniera evidente con il preteso orientamento di sinistra osservato dall’Italia. Ma che è perfettamente in sintonia con l’egemonia del movimento che proviene dalla classe sociale che lo ha avviato. Infatti gli obiettivi di questo rifiuto sono due. In primis i partiti e i sindacati in quanto tali sono visti come parte essi stessi degli oppressori del popolo, e parte delle elites, in quanto partecipanti ai giochi politici parigini per lo sfruttamento della Francia produttiva, cioè quella artigiana e bottegaia. Ma in particolare i partiti della classe operaia sono visti come ostili, a causa della loro difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, in questo caso dei loro dipendenti, cosa che impedisce il recupero delle condizioni di vita dei ceti medi tramite la compressione di quelle dei lavoratori.

Il secondo punto rimasto fisso è quello della fine della distinzione tra destra e sinistra, in nome di un governo del buon senso da parte di quelli che “stanno in basso”[iv]. Anche questa è una caratteristica che lo rende più simile al Movimento 5 Stelle delle origini, che all’inizio di un movimento rivoluzionario. Al contempo questa posizione permette a persone di qualsiasi provenienza di navigare nel movimento indisturbate, purché lo facciano senza le proprie bandiere. Come si è visto in diversi video, i fascisti vi partecipano senza problemi, con le loro posizioni e con i propri slogan, al pari di gruppi di estrema sinistra. Per quanto mi riguarda, questa è una novità. Se penso all’ultimo grande movimento a cui ho partecipato, quello di Genova, anch’esso orizzontale come questo, in quel caso la partecipazione di Rauti e della Fiamma Tricolore fu respinta in modo unanime e deciso. Non così oggi.

Questo ha portato a una selezione dei portavoce al contempo ambigua e caratteristica. Innanzitutto ci si deve porre la domanda su come, in un movimento orizzontale, senza alcuna forma di delega democratica, vengano selezionati i portavoce. La risposta è semplice: vengono selezionati da chi ha la forza per farlo, cioè dai mezzi di comunicazione. Basta invitare a parlare qualcuno che porta un gillet giallo e che sostiene punti di vista condivisibili da parte dei media e dei loro proprietari e degli amici dei loro proprietari. In questo modo un movimento orizzontale può essere orientato a piacimento. Alcuni esempi sono indicativi, sperando che servano a dare un maggiore spirito critico alla sinistra italiana su questo movimento. Eric Drouet, volto del movimento e finito sotto processo, ha cancellato tutto dalla sua pagina Fb prima del 17 novembre, ma qualcosa è restato, come dei like su personaggi di estrema destra, ma soprattutto un video in cui si accusano gli immigrati di assalire i camion che da Calais vanno in Inghilterra[v]. Accusare le vittime, o fomentare la lotta tra poveri, non mi sembra un bel inizio. Di un altro si ha un video del suo primo comizio da Gillet Jaune in cui denuncia il fatto che gli immigrati vivono meglio dei pensionati francesi. Poi c’è Thomas Mirallès, altro nastro nascete dei gialli, che è stato subito messo da parte quando si è scoperto che era stato candidato nel 2014 nelle liste del Fn. Ma soprattutto dopo che si è saputo che era su quelle del Ps nel 2010. Neanche con i gialli riuscirà a farsi eleggere. O ancora Benjamin Cauchy, “gillet moderato”, che è stato membro di un sindacato universitario di destra, poi membro del partito sovranista di Dupont Aignan[vi], aderente all’Unione corporativa in difesa del mutuo aiuto del Languedoc. Infine ci sono vere “rivoluzionarie”, come Priscilla Ludosky, quella che ha creato la petizione per chiedere l’abolizione della tassa sui carburanti di Macron, che si è fatta una bella vacanza negli Usa, nel bel mezzo della protesta. O ancora l’organizzatore del servizio d’ordine a Parigi, un ex paracadutista fascista, appartenente al Blocco Identitario e a Gioventù Nazionalista[vii].

Con questo non voglio dire che il movimento sia di destra o peggio fascista. Questo sia chiaro. Voglio solamente sottolineare come questo sia diverso dall’immagine che ne hanno i compagni italiani. E mostrare con quale facilità elementi di destra e di estrema destra siano presenti tra i manifestanti e tra i portavoce del movimento. Ce ne sono altri con idee più di sinistra e che vengono ugualmente chiamati alla televisione, selezionati insieme agli altri per dirigere il movimento. Ma appunto, tutto questo è anche la dimostrazione di quanto questo movimento si basi sull’idea che non esistono più destra e sinistra, ma solo un popolo contro un’élite politica e sindacale.

A questo punto mi si potrebbe dire che tutto questo cozza però con le immagini viste in televisione. Se questo movimento è fatto di piccolo borghesi che riempono le rotonde, come spieghi le centinaia di migliaia di persone che affollano i boulevards parigini ogni sabato e che si scontrano con la polizia? Tutti artigiani impoveriti?

Attorno al nucleo originario, composto dalla Francia produttiva periferica, si sono riunite le periferie francesi. Con questo mi riferisco ai territori che circondano le grandi città, in cui sono ammassati sottoproletari, spesso dalla pelle scura sebbene di nazionalità francese, che vivono al limite della sopravvivenza, tra piccola criminalità, precarietà, qualche aiuto statale. Questi sono quelli che negli ultimi 10 anni hanno infiammato le città francesi, bruciando auto (tradizione che si rinnova ancora ogni capodanno, con qualche centinaio di vetture bruciate in una sola notte) e assaltando la polizia. Ma attaccando anche i cortei sindacali che hanno lottato contro le riforme del lavoro. Anche questi come i primi, seppur per ragioni diverse, hanno sempre rifiutato l’adesione e la mediazione delle organizzazioni collettive e del movimento operaio. La loro condizione precaria li rende difficili da organizzare e crea in loro un’invidia verso i lavoratori regolari, protetti dalle leggi sul lavoro e dallo stato sociale, tali da vederli come nemici da attaccare. In realtà, come per i ceti medi in caduta, nei momenti alti della lotta, i comunisti sono riusciti ad avvicinarli al movimento operaio e a coinvolgerli. Ma allo stato odierno, è un’operazione difficile da fare. Come ho scritto in un altro articolo, l’egemonia andava costruita prima dell’apparire di questo movimento. Ora è tutto più difficile.

Infine ci sono molti lavoratori che si sono aggiunti al movimento. Questi sono i lavoratori che hanno lottato in questi anni, dove al contrario dell’Italia, di scioperi ne sono stati fatti, e tanti. Ed importanti, tanto da fermare raffinerie e centrali elettriche, o i treni di mezzo paese. Ma le lotte sono state sconfitte dalla timidezza dei sindacati, che giunti a dover sfidare il governo e i padroni bloccando il paese ad oltranza, hanno preferito arretrare a causa della sfiducia nei propri stessi lavoratori e nella possibilità di sopportare questo livello di scontro. E anche per non giocarsi i posti negli enti bilaterali. Questi lavoratori hanno visto nel movimento la possibilità di fare quello i che i sindacati non gli avevano fatto fare: bloccare il paese e obbligare padroni e governi a cambiare politiche. Hanno così buttato a terra le bandiere e indossato il gillet giallo di ordinanza. Perciò è vero, come scrivono certi compagni italiani e francesi che i sindacati hanno partecipato alle manifestazioni, ma, per dirla con una celebre massima di Bertinotti, sciogliendosi nel movimento.

Il sindacato davanti ai gillet gialli

La natura del movimento, formato da componenti sociali così differenti, ha provocato reazioni diverse nei partiti politici e nel sindacalismo di classe.

Il primo a gettarsi nel movimento fu la France Insoumise di Mélenchon, convinto di poter portare il movimento dietro di se, a partire dal proprio populismo anti-élites, che condivide la fine della divisione sinistra/destra e dei corpi intermedi. Ma il tentativo è rientrato al primo o secondo sabato di manifestazione, quando il movimento popolare che rifiuta la destra e la sinistra ha rifiutato i populisti che vogliono andare oltre la destra e la sinistra. Se si rifiuta l’intermediazione e la mediazione, si rifiuta anche quella di chi dice di condividere questo punto di vista e si pone a rappresentarlo. Marine Le Pen invece nello stesso momento si trovava benissimo nel movimento; si è ritirata da sola quando questo ha bruciato le Ferrari dei quartieri alti. Questo non significa che aderenti e simpatizzanti dei partiti di sinistra e di destra non partecipino ai movimenti. Ma senza bandiere e segni distintivi.

Lo stesso, come detto, è avvenuto per i sindacati, in particolare per la CGT. Nei primi giorni di manifestazione alcune federazioni della CGT erano andate collettivamente nelle rotonde, ricevendo però il rifiuto dei presenti e dovendo tornare sui propri passi. Questo ha lanciato un segnale che la direzione ha saputo cogliere: dietro le potenzialità rivendicative del movimento si celava una natura che in quel momento era difficile da cogliere ma che non lasciava presagire nulla di positivo. I sindacati in un secondo momento hanno deciso di dare un sostegno “esterno” al movimento: si spiegava la nascita del movimento con le politiche del governo, come segno della collera popolare; si denunciavano le violenze delle forze dell’ordine; sulla base di questa protesta si rilanciavano le rivendicazioni portate avanti in questi anni. Come questo possa essere stato letto in Italia come “i sindacati partecipano al movimento dei gillet gialli” rimane un mistero. Perché bastava leggere quanto scrivevano: mai è stato scritto che il sindacato avrebbe partecipato alle manifestazioni dei gialli (un colore peraltro infausto per la tradizione sindacale). Infine la CGT e alcuni altri sindacati di sinistra hanno cominciato a indire manifestazioni parallele a quelle dei gialli: negli stessi giorni, ma manifestazioni separate, e di fatto in competizione. Un iscritto al sindacato si trovava quindi a dover scegliere se partecipare alla manifestazione sindacale, magari con un gillet giallo, o a quella dei gialli senza bandiere sindacali e disertando quella con i propri compagni.

Come mai questa evoluzione nella strategia della CGT? Perché da una parte si è svelata la natura del movimento, come descritto precedentemente, in cui la regia non è della classe lavoratrice, ma dei piccoli capitalisti di provincia, sostenuti dai sottoproletari. Ma soprattutto perché si è assistito a un’egemonia di questo movimento sulle organizzazione di classe. Si è di fatto assistito a pezzi di sindacato e di sinistra (ma anche di destra) che si sono gradualmente staccate dalle organizzazioni per riunirsi al movimento; federazioni locali, anche della CGT (come quella di Parigi) che invitavano a partecipare alle manifestazioni (senza simboli distintivi ovviamente). Come detto le cause vanno cercate negli errori passati, ma ciò non di meno, era visto con preoccupazione da un movimento sindacale che mantiene un grado importante di mobilitazione. E che ha quindi fatto, a mio avviso, la scelta giusta di cercare di non farsi scappare i pezzi che se ne stavano andando e al contempo di cercare di incanalare la rabbia sociale e il movimento giallo verso il movimento sindacale. Si è quindi passati alla dichiarazione di sciopero di febbraio seguita da un’altra a Marzo.

Per un’analisi del movimento dei Gillet Gialli. La sinistra italiana e la sua crisi

I movimenti sono come degli autobus. Ci possono salire tutti: il lavoratore, il disoccupato, il precario, l’artigiano, il commerciante, l’architetto alle prime armi, l’immigrato di seconda o terza generazione. Che questo movimento sia composito, come tutti i movimenti numericamente importanti, è fuor di dubbio. Come è chiaro che tanti lavoratori vi partecipino. Ma questo basta a renderlo un movimento di classe? O di sinistra? O anche solo che possa portare a una rigenerazione della sinistra? Per tornare alla metafora dell’autobus, è necessario capire chi, tra tutti quelli che vi sono saliti, siederà alla guida. E la mia impressione è che questo movimento, dato il modo in cui si è formato e data la sua composizione, difficilmente sarà un movimento egemonizzato dalla sinistra e che vedrà in essa un punto politico di riferimento.

Il movimento dei gillet gialli è un movimento della piccola borghesia, schiacciata dalla concorrenza dei monopoli capitalistici, che chiede un abbassamento delle tasse per recuperare margini di profittabilità e poter sopravvivere (e per loro, i contributi sociali non sono salario dei lavoratori, ma tasse). Nella sua rivolta, la piccola borghesia ha saputo egemonizzare una classe operaia uscita sconfitta dagli scioperi contro le riforme degli ultimi anni: le riforme del lavoro di Hollande e Macron, e la riforma della SNCF. E si è aggiunto un sottoproletariato periurbano che coglie qualsiasi occasione (dalle partite di calcio agli scioperi) per manifestare a modo suo il proprio malessere, e che si raggruppa attorno ai casseurs.

La piccola borghesia è caratterizzata, nelle fasi di crisi acuta, dal rifiuto della mediazione e della rappresentazione politica. Se in tempi normali essa segue la grande borghesia e i suoi partiti (o se il movimento operaio è forte, come nel secondo dopo guerra, una parte segue i partiti operai), nei momenti di crisi questa crea la propria rappresentanza autonoma, nella speranza che questa possa difenderla e che possa riportare il mondo indietro, a quando la concorrenza monopolistica era assente o inferiore. Una speranza vana. Ma l’unica speranza che la piccola borghesia ha per non sparire. Per questo il movimento dei gillet gialli, in sintonia con l’egemonia piccolo borghese prevalente, rifiuta qualsiasi mediazione politica e rifiuta di organizzarsi dietro i partiti o i sindacati esistenti, e rifiuta anche la divisione destra- sinistra. Tutti, partiti, sindacati, di destra o di sinistra, sono complici, ai suoi occhi, della situazione attuale.

Per questo penso che si avrà in Francia la creazione di un Movimento 5 Stelle in salsa francese. Questo si creerà attorno alle rivendicazioni della piccola borghesia oppressa e staccherà pezzi di destra e di sinistra, come stiamo già vedendo oggi nei movimenti che si vedono ogni sabato. Non sono i gialli ad andare alle manifestazioni della Cgt, bensì i sindacalisti (o parte di essi) e i militanti di sinistra (o parte di essi) che partecipano insieme a pezzi di destra al movimento.

Una parte di classe operaia sarà tentata di unirsi in questa iniziativa della piccola borghesia e lasciare quindi le organizzazioni storiche del movimento operaio. E anche una parte di destra, del Fn o anche dei repubblicani. Come è avvenuto in Italia e altrove.

 

Resta la domanda sul perché la sinistra italiana abbia ancora una volta sbagliato analisi, prendendo lucciole per lanterne. Questa in realtà è una caratteristica di lunga durata della sinistra italiana, che passa periodicamente da un mito all’altro, non appena quello precedente mostra la propria inconsistenza e la realtà obbliga a dolorosi risvegli. Se si pensa a quelli che sono stati (in)seguiti dal ‘89 a oggi, si fa fatica ad elencarli tutti, dal Chiapas, visto come la nuova rivoluzione cubana (mettendo al contempo da parte quella originale, troppo poco “democratica” e orizzontale”) a Tsipras visto come nuovo Guevara europeo. In tutti i casi chiunque osasse, non dico criticare, ma fare analisi cercando di rimanere sprofondato nella realtà è sempre stato attaccato come un disfattista che con le sue parole minava la rivoluzione in corso. Nulla poteva svegliare la sinistra italiana dalle proprie rivoluzioni oniriche.

Sarebbe lungo discuterne le cause. Ne enuncio due, sperando con questo di evitare future ricadute di questa malattia quasi compulsiva. La prima causa è uno scarso radicamento di classe in Italia e una scarsa partecipazione ed empatia verso il movimento comunista e di classe mondiale. Dopo l’89 a (se si fanno eccezione per alcune componenti ed associazioni, tra cui l’Ernesto) nessuna parte della sinistra italiana si è sentita parte del movimento di classe mondiale, al punto di sentire come ostili o al meglio ignorare gli attuali stati socialisti[viii] o i partiti comunisti che sono rimasti legati ad un’analisi leninista della realtà. Tolte le esperienze rivoluzionarie esistenti, rimanevano solo quelle oniriche. Inconsistenti, ma emozionanti per una sinistra che ha introiettato il discorso liberal-democratico. Salvo appunto svegliarsi bruscamente quando queste esperienze dimostravano la propria inconsistenza. In sostava abbiamo avuto organizzazioni radicate nel conflitto di classe, spesso di tipo economico, ma sganciate dal movimento comunista internazionale o addirittura ostili ad esso. Oppure organizzazioni che erano inserite nel movimento comunista mondiale, che esprimevano un vero spirito internazionalista, ma con scarsi legami di classe in Italia, e soprattutto senza radicamento sindacale. Infine vi è un mal celato elettoralismo, spesso ben nascosto e a volte pure inconsapevole, che colpisce anche le organizzazioni comuniste. Ovunque ci siano bandiere che sventolano, barricate o scontri con la polizia, questi vengono visti come naturalmente di sinistra, con un collegamento biunivoco tra queste due cose: la sinistra fa gli scontri con la polizia, e chi fa gli scontri con la polizia è di sinistra. Una volta individuate come di sinistra qualsiasi manifestazione di protesta, ci si è buttati dentro, spesso in maniera disordinata e maldestra, nell’idea che questi movimenti avrebbero seguito e alla fine avrebbero sospinto la sinistra dentro le urne. Per poter tornare in Parlamento, vista come unica via per la rinascita della sinistra e unico accesso ai mezzi di comunicazione di massa. Senza i quali, nella testa di molti militanti, non si può cambiare la realtà: il Parlamento e la televisione, una visione ancora molto novecentesca che ignora i tanti cambiamenti che sono avvenuti da allora, dall’eliminazione di fatto del suffragio universale (guardiamo il livello di astensione), al ruolo sempre più limitato delle assemblee elettive, fino a nuovi mezzi di comunicazione ben più influenti della televisione.

In un clima di generale egemonia conservatrice e reazionaria, anche i movimenti diventano espressione di questo clima generale, e anche quando nascono da esigenze e temi “di sinistra” tendono a cadere naturalmente a destra. Questo è ancora più vero quando a mobilitarsi sono ceti che negli ultimi anni sono sfuggiti alle organizzazioni del movimento operaio. La debolezza organizzativa e ideologica della sinistra, incapace di fare un’analisi oggettiva della realtà e dei rapporti di forza, porta i militanti a lanciarsi alla testa di qualsiasi movimento, uscendo con le ossa rotte, delusi e con una parte di essi che si è fatta egemonizzare dall’orientamento del movimento. In sostanza siamo sempre meno e sempre più delusi. Sarebbe il momento di fare un’analisi anche di tutto questo. In un periodo di egemonia avversaria, i partiti e i sindacati organizzati su base di massa rischiano di indebolirsi piuttosto che di egemonizzare l’ambiente circostante. I lavoratori e le persone subiscono una formazione determinata da elementi esterni alle organizzazioni, che trasportano dentro le organizzazioni di classe, determinando così un indebolimento delle stesse. In questo momento storico va riconosciuta la necessità di strutture militanti, che crescono lentamente e che formano adeguatamente i propri militanti a una lunga resistenza e ad agire in un ambiente esterno ostile, pur senza diventare settari. Ma in fondo, anche questa mancanza, è essa stessa l’indice di una sinistra di classe, che ha perso i propri riferimenti analitici e la fiducia in se stessa dopo il biennio 89-91.

Per il momento, né da lontano, né da vicino, la sinistra italiana sembra vicina alla fine della sua crisi.

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