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Cultura. Un giornale decente in un paese indecente, incontro con Goffredo Fofi

Fonte Internet

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di Marco Tarquinio

I cattolici e la politica

Ripensiamo agli inizi del Novecento italiano ed europeo: stavano nascendo grandi partiti popolari, come il Partito popolare e il Partito socialista, grandi forze vive che si misuravano con nazionalismi bellicisti, che si sarebbero come inabissate durante la notte incombente del fascismo e avrebbero propiziato e accompagnato il ritorno alla democrazia, anzi la sua vera e piena conquista, dopo la dittatura, una guerra di aggressione persa e una guerra di resistenza vinta. Oggi siamo in un incipit di secolo simile a quello, altrettanto drammatico ma più concitato, vittime e protagonisti di una notte della libertà e della giustizia agghindata di liberismo e libertinismo. C’è stata una secolarizzazione a molte facce che ha toccato tutti i valori fondamentali religiosi e laici che davamo per assodati, persino per intoccabili. Radici che non sono state riconosciute e che, con le lame affilate della perdita di memoria, abbiamo poco a poco sfibrato, minando le basi della civile convivenza. Ci sono dei grumi di resistenza e di pensiero, grazie a Dio e alla buona volontà di tanti. Ma c’è, soprattutto, un fenomeno che mi preoccupa moltissimo: il disgusto e il disprezzo per la politica, che si fa distanza netta e apparentemente incolmabile dall’impegno personale e comune. Conosco tante persone, cattoliche e laiche, che “lavorano” nel sociale, ma che non riescono più a concepire quest’altro impegno pubblico. Eppure loro e le loro associazioni, le loro imprese, le loro cooperative sono un giacimento di energie e di idee. C’è un vuoto che si sente… E c’è tutto un mondo di buoni cittadini, giovani e no, che rischia di prendere derive strane, di essere colonizzato da parole d’ordine distruttive o dal disimpegno o dall’illusione di costruirsi un “mondo a parte”. Temo anche un ritiro spiritualista o una militanza solo moralista. E penso che non può darsi in una stagione come questa. Credo che qualcosa di meglio debba accadere, debba esser fatto accadere. Non penso a un’opposizione sistematica e “a prescindere” agli attuali assetti di potere, ma a una vigile intelligenza delle cose e a una resistenza attiva. A più voci, più mani e più ispirazioni bisogna saper costruire, ricominciando l’umanesimo forte del “noi”, alternativa seria e buona alle democrazie illiberali, al mercato selvaggio, al cielo grigio dei valori deboli e ormai piegati all’autoreferenzialità di individui, fazioni e gruppi etnici, un cielo dove un’“io” sospettoso e repulsivo troneggia come dio.

Un giornale decente in un paese indecente

Fare un giornale che non segua l’“agenda di tutti gli altri” è l’obiettivo a cui tengo maggiormente. E non per stravaganza, ma per insoddisfazione dello sguardo che da cronisti esercitiamo sulla società, sui poteri, sulla gente. Quando sono arrivato a questa responsabilità qui ad “Avvenire” – ho appena compiuto il nono anno di direzione – mi sono posto l’obiettivo di fare un giornale di attualità in grado di stare nell’attualità più viva e stringente senza farsi trascinare dalla corrente dell’informazione mainstream, che ogni giorno ci colpisce e minaccia di ottunderci e di travolgerci. Questo risultato non è centrato del tutto, ma in buona parte sì. Ne sono contento e grato ai miei colleghi e all’editore che ci consente di seguire questa strada molto bella e niente affatto facile. Naturalmente, come tutti, anche con la nostra agenda diversa, dobbiamo fare i conti con le notizie “ufficiali”, ma seguiamo percorsi di indagine sulle cose importanti, serie, gravi e buone che accadono qui e ora, lontano dai riflettori, e che hanno per protagonisti donne e uomini senza cittadinanza mediatica. A chi mi chiede come si fa a fare un giornale, io rispondo che esiste un solo modo: guardando la realtà con rispetto e raccontandola con responsabilità e senza paure. Questo significa cercare di non avere uno sguardo selettivo, che escluda sistematicamente tutta una parte di quella stessa realtà. In questo momento ci sono due aspetti della realtà, che vengono troppo poco considerati: il primo la condizione dei più poveri nella nostra società, il grande fenomeno di questo tempo è l’aumento delle diseguaglianze e quindi l’immiserimento; il secondo aspetto è il disastro ecologico, che alle diseguaglianze è strettamente collegato. Infatti l’aumento delle diseguaglianze è legato a fattori ambientali, di diverso tipo, provocati dall’uomo, sia rispetto all’ambiente naturale, sia rispetto all’ambiente civile. Ci siamo illusi nel 1948 con la Carta dei diritti dell’uomo di aver dato una cornice stabile allo sviluppo umano ed economico… Non è così, come possiamo capire sempre meglio, se appena lo vogliamo. Eppure le ferite all’umanità e alla Terra vanno solo sporadicamente in prima pagina, come un rimpianto fine a se stesso che si esaurisce nel commento di giornata. Penso che invece debbano essere temi permanenti di indagine e di mobilitazione anche informativa. L’alternativa a tutto ciò c’è. Va fatta conoscere, va motivata. Molto si muove in silenzio costruendo questa alternativa in un mondo pieno di periferie vivissime e assediate e “Avvenire” cerca di dare spazio a tutti quelli – i resistenti, i resilienti – che pensano e fanno un’altra economia, un altro modo di costruire le relazioni sociali, che s’ingegnano per proporre politiche che organizzano in modo più giusto le società. Bisogna prendere atto di tutto ciò che ci incalza e ci inquieta e bisogna essere consapevoli di ciò che possiamo fare… Non dobbiamo solo subire… Fare un giornale in questo tempo, con questi due punti chiari, porta a prendere posizioni nette. Non amo prendere posizioni “contro” questo o quel leader, ma sulle scelte che costoro fanno, e che hanno conseguenze sugli altri, offro giudizi forti e chiari, sempre. Per questo non ho mai fatto una copertina come quella del “Vade retro Salvini” di “Famiglia Cristiana”, per questo faccio prime pagine a ripetizione sulla scelta sbagliata di Matteo Salvini, ministro dell’Interno e azionista di rilievo del governo pentaleghista che guida l’Italia del 2018, di fare una guerra di parole e gesti contro i poveri “migranti” e di spingere i poveri di diverse origini a una sorta di guerra civile degli scartati. Qualcuno dice che è troppo, che ci occupiamo troppo dei poveri e soprattutto ci preoccupiamo troppo di quelli che vengono da altre parti del mondo. È un’accusa senza consistenza. Ma soprattutto non è un’accusa che mi inquieta. Siamo in campagna da anni su questo, non smetteremo, non ci stancheremo.

Radici locali, sguardo globale

La grande attenzione di “Avvenire” ai temi della politica internazionale è legata al fatto che il respiro di questo giornale italiano è universale. Siamo al cinquantesimo anno della nostra storia cominciata con la faticosa fusione tra “L’Avvenire d’Italia” di Bologna e “L’Italia” di Milano. Il giornale che facciamo nasce da un’idea che oggi diremmo “glocal” di papa Paolo VI, che ovviamente non aveva questo lessico, perché non era quello del suo tempo. Giornale “glocal” perché con profonde radici in Italia e nel suo centro e cento territori, le sue antiche diocesi, ma che ha anche un respiro grande, come il mondo e che arriva sino al cielo. Cerchiamo da mezzo secolo di raccontare le vicende del mondo, tutto, anche quello povero e dimenticato, e in questo duro tempo scopriamo che questa è una formula di successo perché è proprio quel mondo, quell’umanità periferica, che ci sta venendo in casa. Ma è indubitabile che oggi abbiamo un’opinione pubblica molto meno consapevole di quarant’anni fa, o anche solo di venti, di quanto accade in Africa, nelle molte Asie “minori”, in America Latina. Temo che la stampa italiana non sia mai stata provinciale come in questo momento. La dimensione religiosa, l’ispirazione cattolica del giornale, ci aiuta invece ad allargare lo sguardo e a tenerlo aperto. Negli anni, poi, si è sempre più approfondita l’attenzione non solo alla condizione dei cattolici, ma al dato religioso in sé nel mondo contemporaneo. Anche perché il nostro è un mondo nel quale, nonostante le limpide e persino stentoree parole d’ordine civilizzatrici del secondo dopoguerra novecentesco, è andata crescendo una linea di emarginazione se non proprio di aperta persecuzione di tutte le minoranze. E tutti siamo minoranza. Dunque, o siamo capaci di costruire uno sguardo sulle sofferenze degli altri come fossero le nostre oppure non se ne esce… I cattolici sono un miliardo e trecento milioni, parte integrante di umanità di oltre sette miliardi di persone. Sono, siamo, una grande minoranza organizzata, che ha la forza di una comunione sovrumana e ha un umanesimo forte, ma anche tante nervature. Amo infatti parlare di mondi cattolici nell’unica Chiesa. E so che ci sono parti della cattolicità inclini ad accodarsi ai profeti del respingimento e dei mondi separati e “murati”. Ma sono davvero minoritarie. Mi colpisce che gli stessi anti-Francesco, quando parlano di se stessi e dei propri seguaci, evocano un popolo da un milione di fedeli. Tanti, troppi. Ma un milione su un miliardo e trecento milioni…Insomma… Non sono un relativista, però i numeri danno l’idea. Certo si tratta di minoranze rumorose e aggressive, e questo può creare “vortici” clamorosi. Non possiamo farci risucchiare in essi, dentro i buchi neri delle polemiche sterili. C’è da tenere accesa la luce dei princìpi evangelici e dei valori civili condivisi in un tempo colmo di ombre.

La croce e la resurrezione

È il tempo di un’assunzione forte di responsabilità. Penso spesso ad alcuni definitivi versi di Ungaretti: “Fratello che ti immoli / perennemente per riedificare / umanamente l’uomo”. È la sofferenza di Cristo, la croce, lo sguardo sulla croce che papa Francesco ci dice sempre di avere. È chiaro che la croce è per un credente il passaggio necessario che precede la resurrezione. Non so se sia da “mollaccioni” credere alla resurrezione, per me è ancora e sempre qualcosa di scandaloso. “Avvenire” è un giornale buono per coloro che non hanno paura di guardare ai crocifissi del nostro tempo e al tempo stesso cercano di capire quali sono i cammini di resurrezione, dall’economia alla politica alla cultura. Non è importante che quelli che battono queste strade siano battezzati. Come ha detto papa Benedetto XVI, citando sant’Agostino, ci sono tanti che sono fuori, e che in realtà sono dentro, ma ci sono anche quelli che sembrano e si proclamano dentro, ma che sono lontani dalla verità evangelica. C’è chi pensa che la resurrezione sia una favola e che alternative non ci siano, che il mercato senza regole, il capitalismo finanziarizzato, per intenderci, abbiano già vinto, che per davvero la storia sia finita e che bisogna limitarsi a passare alla cassa. Non sono d’accordo. E so di essere uno tra tanti. Abbiamo l’idea di costruire il ben-essere, anzi l’esser-bene, secondo un’altra modalità, Bisogna crederci e continuare a farlo, non è semplice perché tutto il mondo sembra andare in quell’altra direzione… Anche gli ultimi imperi comunisti hanno ceduto alla forza dell’economia capitalistica. Non c’è da sognare una sorta di terza via, chi ci ha provato ha fallito, ma da cambiare paradigma.

La cattiveria al potere e i media

Ammettiamolo, i buoni hanno un po’ di bei problemi in casa: scandali nella Chiesa, cooperative inquinate, organizzazioni umanitarie sotto processo… Ma ciò che mi preoccupa davvero e su cui continuo a scrivere, ricevendo in cambio improperi, è la mancanza di vergogna dei cattivi, di quelli che usano le parole cattive e fanno propaganda a gesti cattivi, che vogliono incattivire la gente, sino a intaccare la qualità della convivenza nella nostra società aperta. Non è “coraggio” questo, è un’arroganza, una supponenza molto forte. Che si nutre della volgarità di un certo fascismo… Il cattivismo si manifesta con l’incapacità di schierarsi, semplicemente, dalla parte giusta, che è sempre quella del più debole, del più piccolo e del più povero, delle vittime. Non è detto che abbiano sempre sentimenti giusti e che sia facile o gradevole star loro accanto, ma non possiamo lasciarli soli perché i poveri sono quelli che perdono sempre nel gioco taroccato nel quale siamo immersi. La sinistra ha perso la sua capacità di farlo perché è diventata in troppe sue parti “un club frou-frou”, e fa il paio con una destra che non è davvero liberale liberante, perché non è capace di dare speranza agli umili, ma solo di usarli. Poi ci sono i neo-populisti, apparentemente né di destra né di sinistra ma capaci di assommare in modo più moderno gli errori degli altri. E infine c’è la stampa. Non mi permetto di giudicare i colleghi, anche se spesso vengo io giudicato da qualche altro direttore, che mi dice come dovrei fare il giornale: si vede che ha il tempo per farlo, e non gli basta fare il suo, vorrebbe fare anche il mio… Io lavoro e continuo a sperare che, quello che abbiamo chiamato sistema mediatico, con i suoi protagonisti, i suoi portavoce, le sue grandi figure professionali, riesca a capire e far capire ai concittadini che questo è il tempo di un impegno molto forte. Dobbiamo aiutare la gente a “vedere” l’essenziale di quello che stiamo vivendo. Ci sono tanti bravi giornalisti, moltissimi giovani. E sempre di più sono fuori dalle redazioni. È un altro dei fenomeni del nostro tempo: l’espulsione dei giornalisti dai luoghi dove si fa informazione. È un impoverimento enorme: il nostro è un mestiere che contempla e cerca i grandi solisti, ma resta soprattutto un lavoro intellettuale collettivo, ed è importantissimo farlo insieme, anche fisicamente, nei luoghi dove si pensa e si realizza il giornale. Siamo su una china opposta e il rischio per la qualità dell’informazione è enorme.

A confronto con Salvini

A tutti va lasciata una via d’uscita, quando stanno compiendo un errore. Penso che sia inutile scagliare sentenze definitive, però nel bene e nel male i singoli passaggi di un dialogo vanno sottolineati, va indicata la negatività o la positività di quello che accade. Racconto in proposito un episodio. Con Matteo Salvini ho provato a dialogare su una questione che sta molto a cuore anche a me e che come giornale sosteniamo pienamente, quella dei corridoi umanitari. Nel settembre 2016 venni catapultato in un dibattito con lui ai microfoni di Radio Padania. Gli chiesi secco: “Ma lei sui corridoi umanitari come la pensa? Bisogna “espellere” o sbattere la porta in faccia anche ai rifugiati propriamente detti?”. Lui rispose: “Il problema per me sono i migranti economici. I profughi veri sono un’altra cosa”. Non sopporto di sentir parlare di migranti economici, ciò che noi italiani siamo stati e ancora siamo, come di criminali, ma rilanciai: “Partiamo dal punto minimo di contatto, quelli che scappano dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle dittature, dalle persecuzioni religiose: che cosa possiamo fare? La Lega sosterrà i corridoi umanitari?”. La risposta fu secca: “Sì, i corridoi umanitari per queste persone vanno bene”. Insistetti. “Allora perché non prendete, voi, un’iniziativa in Parlamento, un’iniziativa trasversale per mantenere e sviluppare la strada dei corridoi umanitari. Efficace alternativa al traffico degli esseri umani, che voi della Lega, a parole, avversate così tanto?”. Salvini rispose: “Questo si potrebbe fare… Vediamo! Ma dev’essere il governo a fare il primo passo”. Al che ribadii “Vediamo se avete il coraggio di farlo voi il primo passo e di farlo insieme a gruppi parlamentari ben diversi dal vostro”. Una settimana dopo, in Parlamento, venne presentato un ordine del giorno, una mozione tesa a impegnare il governo sulla questione dei corridoi umanitari. Qual è l’unica forza che non l’ha votata, che ha votato contro? La Lega. “Avvenire” è l’unico giornale che ha dato puntuale conto di tutto questo, quisquilie che non paiono interessare quasi nessuno. Abbiamo verificato, però, che Salvini dice una cosa e che, nei fatti, è assolutamente capace di farne un’altra.

La crisi europea

L’Europa, con tutti i suoi limiti, è il più grande laboratorio pacifico di integrazione delle differenze, è aperto da 70 anni, ha visto errori marchiani nella gestione degli ultimi 30 anni. Cioè da quando, e non è una coincidenza, gli italiani non hanno più saputo e potuto dare il loro contributo politico alla costruzione della comunità dei popoli attraverso la partecipazione attiva alle decisione delle due grandi famiglie politiche europee: gli europopolari del Ppe e gli eurosocialisti del Pd. Siamo essenziali, uno dei tre grandi perni storici e fattivi: Francia, Germania, Italia. Poi nel gruppo di peso si è aggiunta la Spagna e anche l’Inghilterra avrebbe dovuto continuare a esserci (continuo a sperare che ci sia un referendum sul risultato del negoziato che capovolga l’esito della Brexit, perché sarebbe molto importante se accadesse, anche se so quanto sanno essere “complicati” i nostri cugini di Oltremanica). Ma o l’Europa è questo e sa essere questo, regolando e accogliendo, dando a tutti la misura efficace di una legge comune, cioè una misura di giustizia nella vita delle persone. Se non ne fosse più capace, a che cosa servirebbe? Le nostre generazioni stanno vivendo una condizione da privilegiati rispetto a quelle che hanno subìto altri processi migratori: sulle nostre coste e giù dalle valli del Nord-Est nessuno è arrivato con le armi in pugno. Eppure sentiamo parlare (a vanvera) di invasioni, ma le vere invasioni barbariche erano fatte da uomini che arrivavano con le armi in pugno e cambiavano tutto… Ebbene l’Europa è destinata a perdere, se qualcuno, tra quanti la governeranno, si immagina che una sorta di “grande muraglia” possa salvare la memorabile costruzione di pace che chiamiamo Europa comunitaria, edificio che minaccia di frantumarsi sotto le spinte dei teorici dei muri, ma noi europei abbiamo una possibilità, piccoli come stiamo diventando. Nel 2050 siamo infatti destinati a essere non più dell’8% della popolazione mondiale. Nella fase iniziale della globalizzazione, la popolazione europea era circa il 25% del totale mondiale fino a poco tempo fa, nella fase in cui abbiamo globalizzato valori cardine della civiltà che avevamo costruito uscendo da una storia di guerra, di contrapposizioni, di non-ascolto ma anche di efficace costruzione di vie d’uscita da quella condizione. Dobbiamo arrivare a capire che è questo il nostro ruolo nel mondo oggi, e solo se procediamo su questa strada, se teniamo aperto questo laboratorio e lo facciamo progredire, abbiamo una possibilità di essere ancora protagonisti in un futuro che vogliamo di pace.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdf, abbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

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