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Cronache dell’ultimo Novecento e altre cose. Le opere e i giorni di Cecco Bonanotte

Foto Fabio Marchetti

Foto Fabio Marchetti

Cronache dell’ultimo Novecento e altre cose

Una raccolta di articoli su fatti rilevanti e vita quotidiana a Porto Recanati e dintorni. Raccolti qua è là nella capace cesta dove si ammucchiano i risultati della mia collaborazione con il “Corriere Adriatico”, che ha coperto tutta la durata dell’ultimo decennio del XX secolo. E, di tanto in tanto, le “altre cose” promesse dal titolo di questa rubrica che non ha scadenze fisse. Appare quando può e vuole, senza pretese, solo come testimonianza di un nostro passato recente.

di Lino Palanca

Le opere e i giorni di Cecco Bonanotte

Il senso della forma (Corriere Adriatico del 17 settembre 1991)

Si alza la mattina alle cinque per immergersi tra gessi e tele di juta da dove emergono quelle sue forme umane, volti e gesti cristallizzati nella sofferenza dell’attesa, nella tensione del confronto, tra bizzarri funambolismi e geometrie zigzaganti. Va avanti così, per tutto il giorno, concedendosi margini di tempo rubati alla febbre di concludere, consumati negli spazi brevi di una sigaretta o di quattro chiacchiere con gli amici.

È Cecco Bonanotte nella vecchia casa di via Garibaldi, prigioniero di sogni che prendono concretezza sotto i suoi occhi. Era venuto da Roma a Porto Recanati per restarci pochi giorni, giusto per completare una scultura: “Settembre qui da noi è un incanto di pace, con il paese tornato alle sue dimensioni vere dopo la confusione dell’estate e questo mare che è pura poesia”. Poi, però, il lavoro gli ha preso la mano e le sculture sono diventate due, tre, addirittura quattro: “E la tela di juta che non si trova, maledetta! Non l’adopera più nessuno!”… Come si accende un fuoco così, che delizia e tormenta ogni attimo di vita?

“Non sorge dal nulla. Mio padre Tobia era falegname, io sono cresciuto tra le tavole e gli scalpelli della sua bottega e questi erano i miei giocattoli. Il pezzo di legno era lì che mi chiamava, proponendosi per ogni soluzione. Lo prendevo, ci affondavo gli utensili e veniva fuori il pupazzo. Voglio dire che ogni vocazione ha bisogno di essere alimentata in un ambiente che la favorisca. Mamma, papà, voglio diventare scultore. Ma che roba è, figlio? Non sarai impazzito? Sì, ero matto d’amore per le figure: ho preso la valigetta di cartone, quattro stracci e con un pugno di soldi sono partito per l’avventura della mia vita…”

Probabilmente è un luogo comune, ma per ogni artista si parla sempre di svolte decisive che indirizzano la carriera in una direzione che poi diventa quella che segna un destino dai tratti inconfondibili.

“Niente svolte. La svolta c’è ogni giorno, perché ogni giorno devi saper cogliere e fermare i momenti che contano. Naturalmente c’è la grossa intuizione. Mi sono accorto anni fa che la scultura non può essere solo forma, gioco di equilibrio tra pieni e vuoti (la bellezza in se stessa non dice niente), ma un mezzo per esprimere la voglia che ha l’uomo di conoscere se stesso e gli altri. È una strada dura, ricca di tante giornate buie”…

Lui, su che cosa si è fermato a riflettere di più, quali miti ha rincorso, quali modelli ha eletto a immagini e motivi ideali? “Sono un rubagalline, scrivi così. Quando mi fermo a Tai Pei, nel museo messo insieme da Chang-Kai-Shek, dove c’è di tutto sulla millenaria arte cinese, trovo impressionanti affinità con quel che vedo a Valle Giulia: l’uomo, nella sua sostanza, è sempre lo stesso, in tutti i tempi e a tutte le latitudini. Apprendo da tutti e da nessuno; ogni artista e ogni opera esprimono una bellezza propria. Non li copio, ma nemmeno li dimentico. L’importante è possedere una capacità di proposta autonoma; la gente, quando guarda una tua opera, deve sapervi riconoscere la firma a distanza”.

Ormai a lui succede, dopo 30 anni di carriera vissuta come un emigrante. Poche le regioni che non ha visitato: l’Europa e l’Asia solcate in lungo e in largo, il Canada, New York e Chicago, l’Australia, Istanbul e Tel Aviv, a Seul tra le paure del coprifuoco, a Canberra con il suo “Colloquium”, donato dal senato della Repubblica al parlamento australiano, a Vienna, a Parigi, nelle Hawaii. Cittadino del mondo, vagabondo messaggero di armonia. E l’Italia?

“È una domanda che mi porta angoscia. Inizialmente l’avevo esclusa dai miei programmi o quasi: una mostra a Roma nel ’71 e un’altra a Firenze sette anni dopo. Non trovavo in patria gli stimoli che ritenevo importanti per lavorare. Poi ho cambiato idea, in parte. C’è un Icaro (5 mt. x 5) al Ministero delle poste a Roma, ci sono portali a Milano, Cremona, Siena, una scultura a Caprese Michelangelo per le celebrazioni del ’74, sto studiando un’opera per una basilica di cui non ti dico il nome perché è un lavoro assai delicato”.

Ma da fuori continuano a reclamarlo: dal museo giapponese per il quale sta facendo una scultura alta 10 metri; da Hong Kong dove inaugurerà una personale alla fine di quest’anno; da Londra per il ’92. Viene inevitabile la domanda sulle conseguenze di una simile odissea sulla vita familiare: “La famiglia è cresciuta così. Però, negli ultimi tempi, non vado da nessuna parte senza mia moglie o uno dei figli (sono cinque). Ho sempre sentito la loro mancanza, ma adesso è peggio, non posso fare a meno di loro, specie di mia moglie…”

Tristano a Isotta: “Belle amie, il en est ainsi de nous:/ ni vous sans moi, ni moi sans vous”. Vale anche per il paese, dove torna quando può, nel suo “buco” come lo chiama, dal quale si prendono con le mani il sole e il mare e le albe sono esaltanti e i tramonti dolci. Radici che gli si intrecciano nello spirito, labirinto di ricordi e di affetti, porto di pace, ma anche di tormenti.

“È diventato un posto di una anonimità spaventosa, un ammasso di porte, muri e finestre che puoi trovare dappertutto, in un contesto sociale povero di strutture e di stimoli culturali. Eppure meritiamo di più. Dico meritiamo, mi ci metto dentro perché ci tengo. Conservo la residenza a Porto Recanati, con tutto quel che ne consegue ogni volta che mi serve un certificato qualunque. I miei figli vanno e vengono da Roma in continuazione. Questo nostro vecchio borgo marinaro sta perdendo la sua identità specifica e la cosa mi fa rabbia. Non c’è modo di rimediare? Voi che ci vivete, come fate a digerirlo?”.

Ci siamo fatti lo stomaco grosso, Cecco, a forza di buttare giù rospi. Uno dopo l’altro…

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