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Libri. Berecche e la guerra , Luigi Pirandello

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Trascorrono gli anni, tramonta anche la Belle Époque e i venti di guerra cominciano a soffiare impetuosi nel vecchio continente. L’inutile strage del primo conflitto mondiale è la cornice storica del romanzo di Luigi Pirandello: Berecche e la guerra.

La tensione accumulatasi tra i due blocchi contrapposti, quell’austro- tedesco e quello franco- anglo- russo, si evidenzia in tutta la sua drammaticità nel Luglio 1914 quando l’Arciduca d’Austria viene assassinato a Sarajevo. E’ l’inizio del conflitto. Un uomo, Federico Berecche, professore di Storia, vede cadere tutti gli ideali e i modelli che l’hanno accompagnato per una vita. La Germania è stata da sempre un suo punto di riferimento per il prestigio e l’autorità. Berecche si è talmente affezionato al modello tedesco da pensare, vista la sua corporatura, a una possibile lontana origine tedesca. Ma la Germania è ora sinonimo di guerra, di invasione e di distruzione; allora Berecche è costretto a rispondere alla moglie del perché aumentano i viveri, lievita la spesa giornaliera. Tutti gli sono contrari: la figlia che ha il fidanzato in guerra, il figlio che va a combattere in Francia, la moglie che non gli perdona la “decisione” del figlio. E’ una tragedia. Unica consolazione per Berecche è l’abbraccio di Margheritina, la sua ultima figlia, cieca dalla nascita, che almeno è condannata a non “vederla la vita, questa atrocissima vita degli uomini“.

 

Introduzione

 

Così scrive Luigi Pirandello come prefazione all’edizione del 1934: “Raccolgo in questo XIV volume delle mie Novelle per un anno il racconto in otto capitoli Berecche e la guerra, scritto nei mesi che precedettero la nostra entrata nella guerra mondiale. Vi è rispecchiato il caso a cui assistetti, con maraviglia in principio e quasi con riso, poi con compassione, d’un uomo di studio educato, come tanti allora, alla tedesca, specialmente nelle discipline storiche e filologiche. La Germania, durante il lungo periodo dell’alleanza, era diventata per questi tali, non solo spiritualmente ma anche sentimentalmente, nell’intimo della loro vita, la patria ideale. Nella imminenza del nostro intervento contro di essa, promosso dalla parte più viva e sana del popolo italiano e poi seguito da tutta intera la Nazione, costoro si trovarono perciò come sperduti; e, costretti alla fine dalla forza stessa degli eventi a riaccogliere in sé la vera patria, patirono un dramma che mi parve sotto quest’aspetto, degno d’essere rappresentato”.

 

Passioni, personaggi, luoghi e tempo della novella.

 

Il romanzo si apre con la descrizione di una birreria romana gestita da un tedesco. Berecche, professore di Storia in pensione, vi trascorre gran parte del proprio tempo libero, intento a commentare gli avvenimenti della guerra in corso, prendendosela un po’ con tutti, lui che è solidale con la Germania scelta come patria di elezione. Nel locale c’è odore di würstel e i krügel, i caratteristici boccali tedeschi, fanno bella mostra di sé nelle scansie. Dopo le ultime notizie militari, gli avventori non sono molti. L’Italia ha dichiarato la propria neutralità. Solo Fongi, un medico in pensione, tiene compagnia a Berecche, mentre gli altri non si danno cura di lui: “Il buon Fongi, dal gran naso cornuto, tiene la testa bassa e lo guarda come impaurito di sui cerchietti di platino degli occhiali a staffa. Medico in ritiro, forse pensa, entro di sé, che nessun segno piú manifesto di pazzia che il ragionare, o il credere di ragionare, in certi momenti” (Luigi Pirandello, Berecche e la guerra, pag. 47, Arnoldo Mondadori, Milano, 1934). Berecche dal canto suo è seriamente preoccupato e commosso per il difficile momento che sta vivendo il proprietario del ritrovo, un tedescone espatriato “che s’è fatta un po’ di patria attorno, tra le quattro pareti vestite di legno della sua birreria” (pag. 7).

 

Berecche chi è costui?

 

“Vantava Federico Berecche, fino a pochi giorni fa, la sua origine tedesca, chiaramente dimostrata, oltre che dalla quadrata corporatura, dal pelame rossiccia e dagli occhi ceruli, anche dal cognome Berecche, corrotta pronunzia, a suo credere, d’un nome prettamente tedesco. E tutti i beneficii vantava derivati all’Italia dalla lunga alleanza con quelli che erano allora gl’imperi centrali, non che le virtu’ piú perspicue della gente germanica, che lui da tant’anni si sforzava d’attuare rigorosamente in sé e nell’ordinamento della sua vita e della sua casa; sopra tutto il metodo. Il metodo, il metodo.

In quella birreria, sul marmo d’un tavolino, gli fanno la caricatura: una scacchiera, e Berecche che vi passeggia sopra con la gamba levata a modo dei fantaccini tedeschi e un elmetto puntuto, a chiodo, sul testone.

La caricatura è nella scacchiera: per dire che Berecche vede il mondo così, a scacchi, e vi cammina alla tedesca con mosse ponderate e regolari, da onesta pedina appoggiata al re, alle torri, agli alfieri” (Luigi Pirandello, Berecche e la guerra, pag. 8, Arnoldo Mondadori, Milano, 1934).

 

Per Berecche, la Germania ha il primato in ogni campo: nella cultura, nell’industria, nella musica e nell’esercito. Ciò che il professore ammira di più del popolo tedesco è l’ordine e la disciplina. L’annuncio della neutralità italiana nel conflitto europeo in corso ha deluso profondamente Berecche. L’Italia ha dimenticato il patto d’alleanza con gli Imperi Centrali e resta alla finestra. L’Italia a onor del vero si era dichiarata neutrale (3 agosto 1914) in quanto, pur legata dal patto della Triplice Alleanza all’Austria e alla Germania, considerava venuti meno i suoi obblighi di cobelligeranza sia perché l’Austria era il paese aggressore, sia perché l’ultimatum alla Serbia (23 luglio 1914) era stato mandato senza la sua preventiva consultazione. I pochi avventori del locale si scagliano con cipiglio contro il professore filotedesco e gli ricordano che la Germania, come impazzita, dichiara guerra a tutti e a tutto. L’Austria poi! Non tiene ancora sotto di sé le terre irredente? Se c’è una giustizia, saranno la Francia, la Russia, l’Inghilterra a premiare l’astensione italiana. Di fronte a tali argomentazioni e alla dimostrazione della ferocia della guerra, l’esasperato richiamo di Berecche al metodo e alla cultura tedesca sembra vacillare. Non ha nemmeno voglia di intrattenersi con i suoi interlocutori. Prende la strada di casa, solo e taciturno, anche perché di problemi ne ha molti in famiglia. La moglie è costretta a vivere una vita grigia e monotona. Faustino, il figlio più grande è studente di lettere all’Università e partecipa al fervore di tutti gli studenti pronti anche a partire volontari e schierarsi con l’Inghilterra e la Francia contro l’Austria e la Germania. Carlotta, la maggiore delle figliole è fidanzata in casa con Gino Viesi, un ragazzo trentino della Val di Non. L’altra figlia, Teutonia, la primogenita è fuori di casa, sposata con Livo Truppel, oriundo svizzero tedesco, che ha un negozio in via Condotti. Vende e ripara orologi. In casa c’è poi Margheritina, la più piccola, cieca dalla nascita.

 

Ma oltre al malanimo della moglie per la quale nulla potrà cambiare né con la vittoria dei Russi né con quella dei Tedeschi, il dramma per Berecche è Faustino, il suo figliolo prediletto. Potrebbe andare volontario in guerra, come il fidanzato di Carlotta, come tanti altri giovani. E allora lo prende la rabbia. Vorrebbe cancellare i suoi anni all’anagrafe, cinquantatré e, pur di difendere Faustino, andrebbe anche lui volontario, magari contro la Germania stessa.

Berecche non pensa ai guai che ha in famiglia quando si chiude nel suo studio e non vuole vedere nessuno: “Lì tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il cuore in petto al ricordo di ciò ch’egli intendeva per metodo tedesco, al tempo dei suoi studi, al ricordo delle soddisfazioni ineffabili che esso gli dava quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d’aver tenuto conto di tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche, là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedari voluminosi. E tanto piú si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le soddisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino: l’affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e, accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta la prima storia di Roma” (pag. 21).

 

Quarantaquattro anni prima, ragazzetto di nove anni, Berecche ricorda che era il padre a seguire il conflitto franco- prussiano (1870) che si risolse con la sconfitta della Francia e con l’armistizio di Francoforte (19.05.1871) in base al quale l’Alsazia e la Lorena passarono alla Germania e la Francia dovette pagare a quest’ultima un indennizzo di cinque miliardi di franchi – oro. “Che matta voglia avrebbe il ragazzetto di nove anni di far passare di corsa, sorvolare sul Belgio quelle bandierine tedesche tra gli inchini ossequiosi delle bandierine belghe; in quattro salti farle arrivare a Parigi; piantarne lì un paio, vittoriose, e in altri quattro salti farle tornare indietro e avventarle contro la Russia insieme con quelle austriache!

Così, così – è incredibile – come nel giuoco avrebbe fatto lui ragazzetto di nove anni, hanno pensato sul serio di poter fare i Tedeschi, ora, dopo quarantaquattro anni di preparazione militare! Sul serio hanno pensato che il Belgio neutrale potesse lasciarsi invadere quietamente e lasciarli passare senza opporre la minima resistenza, a Liegi, a Namur, per dar tempo alla Francia impreparata di raccogliere gli eserciti e all’Inghilterra di sbarcare le sue prime milizie ausiliarie: così!” (pagg. 19- 20).

 

Berecche ricorda le battaglie commentate da suo padre e dai suoi amici, le cannonate di Mac Mahon, il generale francese, le guerre in Serbia, in Galizia, nel Montenegro. Si chiede se tutte queste altre guerre non sono valse a niente? E’ possibile che la Germania possa pensare di invadere impunemente il Belgio neutrale? Cade così un mito durato quarantaquattro anni. Per Berecche è la delusione più cocente. C’è pure una guerra in famiglia. E’ appena arrivata la notizia che i fratelli di Gino Viesi, il fidanzato di Carlotta, trentini della Val di Non, sono scomparsi dopo essere stati richiamati a combattere con l’Austria. Per Erminio, ventisei anni, ci potrebbe essere ancora una speranza, per l’altro, Filippo, trentacinque anni e padre di quattro bambini, la notizia è certa. Rabbia, pianto e sconforto prendono il sopravvento. Gino Viesi si sfoga a voce alta e dice di sentirsi senza patria e quasi si meraviglia che il futuro suocero non lo inviti, a combattere per l’Austria. Berecche risponde che l’Italia non può di certo impedire all’Austria di mandare i trentini e i triestini a combattere contro la Serbia e la Russia; finché si è sotto di lei, è nel suo diritto.

 

Gino Viesi parla allora a voce alta e senza perdere le staffe, dice: “– Ah, sì! dice diritto, lei? – grida a sua volta Gino Viesi. – E dunque, se questo è il diritto dell’Austria legittimo, io, secondo lei, che faccio? Manco ai miei doveri, io, standomene qua? Dobbiamo andar tutti a morire per l’Austria, è vero? Lo dica! Lo dica! Diritto… ma sì, quello del padrone che manda a scudisciate gli schiavi dove gli pare e piace! Ma chi ha mai riconosciuto all’Austria il diritto di tenere sotto di sé Trento, Trieste, l’Istria, la Dalmazia? Se lei stessa, l’Austria, sa di non averlo questo diritto! Sì, tanto è vero che fa di tutto per sopprimerci, per cancellare ogni vestigio di italianità da quelle terre nostre! L’Austria, sì, lo sa; e voi no, voi che la lasciate fare! E ora di fronte a una guerra che subito, dal principio s’è presentata come volta ai danni nostri, contro gli interessi nostri, ora la neutralità, è vero? Il partito da prendere, e non le armi per la liberazione nostra e la difesa di quegli interessi, là appunto dove prima l’Austria ha cominciato a minacciarla?

– Ma la neutralità… – si prova a opporre Berecche. Gino Viesi non gli lascia il tempo di proseguire:

– Sì, benissimo, per voi! – soggiunge. – Perché nessuno poteva venire qua a costringervi a marciare e a combattere contro il sentimento vostro e i vostri interessi! Ma avete pensato a noi di là, che dovremmo essere appunto questo sentimento vostro, che siamo appunto ciò che chiamate «i vostri interessi»? Noi di là ci avete lasciati prendere, con la vostra neutralità, e trascinare al macello; e dite ancora ch’era il diritto dell’Austria, questo; e nessuno grida per il sangue dei miei fratelli uccisi! Gridano tutti, invece Viva il Belgio! Qua, Viva la Francia! Or ora, venendo, le ho incontrate le colonne dei dimostranti per le vie di Roma. Un delirio!” (pagg. 25- 26).

 

Ma gli eventi incalzano. Faustino, il figliolo prediletto, è fuori casa, è con i dimostranti a gridare “Viva il Belgio, Viva la Francia”. E’ proprio la fine per il vecchio professore di storia; è una sconfitta amara e cocente, perché registra il crollo di ogni ideale: “La Germania, fino a ieri, è stata il suo prestigio, la sua autorità in casa; è stata tutto per lui, la Germania, fino a ieri. E ora… ecco qua: ora, ogni mattina, la moglie – anche questo! – appena la serva ritorna dalla spesa giornaliera, lo investe, domanda conto e ragione a lui di tutti i viveri rincarati – di tanto il pane, di tanto la carne, di tanto le uova – come se la avesse voluta lui, mossa lui, la guerra! Col cuore esulcerato, con la rovina dentro, gli tocca anche d’affogare in tutte queste volgarità della moglie, che per miracolo non lo vuole anche responsabile del pericolo a cui Faustino è esposto, d’esser chiamato prima del tempo sotto le armi e mandato a combattere, se l’Italia sarà anch’essa trascinata in guerra! Non rappresenta forse la Germania, lui, in casa; la Germania che ha voluto la guerra?” (pag. 27).

“Ah, Germania infame, infame, infame! Non ha previsto neanche male, questa tragedia nel cuore di tanti e tanti, che in Italia e anche in altri paesi, con così duro sforzo e amari sacrifici, soffocando tanti sbadigli, ingozzando tanta roba indigesta, erudizione, musica, filosofia, s’erano educati ad amarla e a far professione di questo amore! Germania infame, ecco, così adesso ripaga le sue vittime, dell’amore e dell’ammirazione professati a lei per tanti anni” (pag. 28).

 

Di fronte a casa sua, nel villino di un monsignore, si prega per il Papa che sta per morire. Pio X (Giuseppe Sarto) sul soglio di Pietro dal 4 agosto 1908, muore il 20 agosto 1914. Ci sono anche  la moglie di Berecche con Margheritina. Il dolore della guerra uccide il Papa. E’ l’ora di cena. Berecche è chiuso nel suo studio. Ha un nodo alla gola. Ha accumulato rabbia, angoscia ed è impotente di fronte agli eventi. Ma cosa resterà delle atrocità, del sangue, dei popoli che oggi che si combattono, si chiede il professore. Rimarrà solo qualche riga in un libro di storia, come quando lui insegnava ai suoi allievi.

 

“Domani, tra mille anni, un altro Berecche professore di storia dirà ai suoi alunni, che intorno al 1914 c’erano ancora potenti e fiorenti nel centro d’Europa due imperi: uno detto di Germania, su cui sedeva un Guglielmo II d’una dinastia scomparsa, che pare fosse detta degli Hohenzollern; e detto, l’altro, impero d’Austria, su cui sedeva vecchissimo un Francesco Giuseppe della dinastia degli Asburgo. Erano questi due imperatori tra loro alleati e forse entrambi, almeno a quanto si suppone per certi dati, benché a lume di logica non paja verosimile, alleati anche col re d’Italia, un Vittorio Emanuele Terzo della dinastia di Savoia, il quale però, almeno in principio, mancò alla guerra che quell’imperatore di Germania, togliendo – pare – a pretesto l’uccisione per mano dei Serbi di un tal Francesco Ferdinando arciduca ereditario d’Austria, stupidamente mosse contro la Russia, la Francia e l’Inghilterra, allora anche esse alleate tra loro e potentissime, una segnatamente, l’Inghilterra, padrona in quel tempo dei mari e d’innumerevoli colonie.

Così, tra mille anni – pensa Berecche – questa atrocissima guerra, che ora riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaia e migliaja di esseri oscuri, che ora scompajono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e questo cielo sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i propri cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani. Quanti, feriti non raccolti, morenti su la neve, nel fango, si ricompongono in attesa della morte e guardano innanzi a sé con occhi pietosi e vani, e piú non sanno vedere la ragione della ferocia che ha spezzato sul meglio, d’un tratto, la loro giovinezza, i loro affetti, tutto per sempre, come niente! Nessun cenno. Nessuno saprà. Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole, innumerevoli storie, una in ogni anima dei milioni e milioni di uomini di fronte gli uni agli altri per uccidersi? Anche adesso, poche righe nei bollettini degli Stati Maggiori: – s’è progredito, s’è indietreggiato; tre, quattro mila tra morti, feriti e scomparsi. E basta” (pagg. 33- 34).

 

“A cento anni dalla grande guerra”. E’ un programma di Rai Storia presentato da Paolo Mieli con la conduzione di Carlo Lucarelli. Lettere di soldati dal fronte, cine giornali dell’epoca, interviste, libri stanno restituendo proprio ciò che nei libri di storia è difficile trovare o è detto con superficialità, come dice Berecche.

 

Faustino, il figlio prediletto di Berecche è ritornato dai cortei studenteschi che inneggiavano per la Francia e il Belgio. Va a letto ma non dorme. Anche Berecche rientra a casa e passa per dargli un saluto ed è contento quando il padre esclama: “Viva la Francia, viva il Belgio”. Per le strade di Roma, i cortei di protesta degli studenti, contro la carneficina perseguita dalla Germania, provocano danni ingenti, a farne le spese è Livo Truffel, il genero di Berecche, marito di Teutonia, la figlia più grande del professore. Truffel, oriundo della Svizzera Tedesca, lontano da tempo dalla sua terra di origine, gestisce una bottega di orologi in via Condotti. E’ un uomo mite, non farebbe del male a nessuno, anzi lo subisce. Onesto e bravo lavoratore è lontano da ogni bega politica. I dimostranti associano il suo cognome all’odiata Germania e gli mandano in frantumi le vetrine della bottega. Il fratello di Livo Truffel, suo socio nell’orologeria, molto diverso, “ispido, cupo e bestiale”, riconosce tra i dimostranti anche Faustino. La misura è colma. “Il fratello, bisogna dire la verità, non gli ha imposto d’abbandonare la moglie e il tetto coniugale per seguitare a convivere con lui in una casa a parte. No, ma ha preteso e si è fatto promettere e giurare che almeno non avrebbe rimesso piede mai piú nella casa del suocero e che se il suocero verrà qualche sera da lui a visitare la figliuola egli, ove non riesca lì per lì a trovare una scusa per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli rivolgerà la parola e, dopo il saluto, sputerà in terra: così!” (pag. 39). Livo Truffel, d’indole diversa, si propone solo di andare di nascosto in casa del suocero per scongiurarlo di non venire da lui almeno per qualche tempo (pag. 39).

 

Gli eventi incalzano. Una sera, Faustino non rientra a casa e nemmeno nei giorni successivi. E’ partito con Gino Viesi per combattere con la Francia contro l’odiata Germania. In casa Berecche scoppia la guerra. La moglie gli rimprovera di essere stato lui la causa di tutto.  Carlotta, la figlia le fa da rinforzo: “Da sei giorni, non si mangia, non si dorme in casa Berecche. Due furie scatenate, la moglie e la figliuola Carlotta. Specialmente la moglie. Scarduffata, strozzata dagli strilli, dal continuo mugolare, corre per casa annaspando, come se cercasse una via di scampo al suo folle dolore. Le corre appresso Carlotta; appresso, le tre povere zitellone sorelle di Monsignore, venute dal villino dirimpetto: magre tutt’e tre allo stesso modo; pettinate e vestite allo stesso modo tutt’e tre, di grigio, con uno scialletto nero sul seno per la morte del Santo Padre; appresso, una dietro l’altra, con la bocca appuntita, gli occhi sbarrati e pietosi, accomodandosi lo scialletto sul seno con le mani inquiete, in un dito il ditale tutt’e tre, perché sono accorse agli strilli mentre stavano a cucire e non sanno come confortare quella madre” (pag. 42).

 

In preda all’isteria, la mamma invoca il figlio e si scaglia contro il marito quasi volesse “sbranarlo, e gli urla, feroce: – Voglio mio figlio! Voglio mio figlio! Assassino! Voglio mio figlio! Voglio mio figlio! – Berecche, piú vecchio di vent’anni in sei giorni, non dice nulla: per quanto offeso in fondo dalla volgarità della manifestazione, rispetta lo strazio di quella madre, che è lo strazio suo stesso. Vederlo però con tal furia volgare ritorto contro di lui gli provoca sdegno, e per poco lo strazio accenna d’arrabbiarsi anche in lui e d’insorgere allo stesso modo feroce. Ma lo frena e guarda con così acuto spasimo negli occhi la moglie, che questa in prima sbarra i suoi da folle, poi disperatamente rompendo in un pianto che spezza il cuore, gli s’aggrappa al petto, sul petto gli fruga con la testa scarmigliata e geme: – Dammi mio figlio! Dammi mio figlio! –  E allora Berecche, dapprima con un muto sussultare del petto e delle spalle, poi con un fitto singultio nel naso, si piega a piangere anche lui sul grigio capo scarmigliato della vecchia compagna non amata” (pag. 43- 44). Questa vicenda familiare annienta letteralmente Berecche al punto da fargli dire: “Sono arrivato a riconoscere che la Germania ha agito sconsideratamente, che la Germania ha sbagliato, che la Germania ha perduto la testa”. La riflessione è anche il fallimento di un riferimento culturale, di “un metodo” sempre ammirato.

 

Arriva nel frattempo anche la lettera di Faustino, indirizzata al buon Fongi, amico del papà. E’ in Francia a combattere per dimostrare che “Anche in Italia c’è un po’ di gioventù che non sa fare i conti e non sa essere accorta e prudente”. Fongi legge la lettera. Quello di Faustino è un gesto nobile che accomuna tutta la famiglia: “Berecche alla fine balza in piedi, soffocato, e si butta arrangolando sulla moglie; se la stringe tra le braccia, china di nuovo il viso sul capo di lei, e tutt’e due ora così stretti piangono forte, sussultando. Carlotta abbraccia Margheritina e piangono forte anch’esse. Il buon Fongi, dal canto suo, si torce per cavare dalla tasca di dietro della lunga finanziera il fazzoletto. Il gran naso pacifico gli s’è proprio commosso alla fine, e se lo soffia a piú riprese, forte, ripetendo a ogni ripresa con un moto del capo di profonda convinzione: – Nobilissimo… nobilissimo “(Pag. 53).

 

Berecche è impaziente. Anche lui vuol fare un gesto nobile. Pensa di arruolarsi nel Corpo guide volontari a cavallo per sostenere Faustino nei campi di battaglia contro i Tedeschi. Non sa cavalcare. Si rivolge allora al signor Felder, responsabile di un maneggio. Nel corso di una seduta, si lancia in un galoppo sfrenato e con gli occhi chiusi vede dei Garibaldini che vanno alla carica con in testa il suo Faustino. In preda alla visione, cade da cavallo e si spacca la fronte. Dall’ospedale lo portano a casa. Non dice a nessuno come si sia procurato la ferita alla testa, solo una banale caduta. Viene portato nel suo studio dove abbraccia la sua Margheritina e pensa al suo figliolo. Se fosse ucciso? Sarebbe un padre “condannato a vederla ancora la vita, questa atrocissima vita degli uomini. Torna a stringersi forte al petto la sua cechina sempre chiusa nel suo silenzio nero; mormora: – E di questo, figliuola mia, di tutto questo, siano rese grazie alla Germania!”( pag.61).

 

Spigolature

 

Anche Pirandello ebbe due figli sotto le armi nella prima guerra mondiale: Stefano e Fausto. Il primo, volontario nel luglio del 1915, fatto prigioniero, fu internato inizialmente a Mauthausen, poi in Boemia. Pirandello si adoperò non poco, anche con l’appoggio del Papa, per farlo rientrare ma non ci riuscì. L’Austria voleva la restituzione di tre uomini contro uno. Fausto, la trasposizione letteraria di Faustino nella novella, è chiamato a intervenire per salvare il fratello. Il suo tentativo non va in porto. In casa di Pirandello, intanto nuore la nonna dei due ragazzi e si aggrava la malattia della madre. La passione di Berecche per il modello tedesco è da collegare all’esperienza che Pirandello stesso fece in Germania nel periodo della sua giovinezza. A ventidue anni, infatti, dalla natia Girgenti (Agrigento), si trasferì a Bonn con una borsa di studio in Filologia Romanza e ivi si laureò nel 1891, dopo avervi soggiornato per tre semestri. Fu questo per lui un periodo fecondo di studi non solo filologici, se è vero, com’egli stesso confessa, che si scoprì traduttore di Goethe e poeta.

 

Raimondo Giustozzi

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