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annisessanta. Il lungo autunno del ’69 in Italia.

Fonte Internet

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La contestazione studentesca in Italia, più che in altre nazioni europee, si legava, dopo il ’68, alle manifestazioni e alle rivendicazioni del movimento operaio che combatté nell’autunno del ’69 una delle più dure battaglie sindacali del dopoguerra a oggi. Il rinnovo dei contratti di lavoro fu l’occasione di grandi lotte e di un dibattito politico che affrontava i nodi centrali del lavoro in fabbrica, ma anche della democrazia all’interno delle organizzazioni operaie e nella società nel suo complesso. Il sindacato, nella lotta contro la classe padronale, decisa a far pagare esclusivamente agli operai, con la minaccia di licenziamenti o la sospensione dal lavoro, la crisi di produzione, dimostrò una compattezza encomiabile. Non mancò chi, soffiando sul fuoco, fece di tutto per preoccupare i ceti medi, forza trainante di gran parte dell’economia italiana, augurando per sé e per tutti i reazionari della propria risma, una svolta autoritaria di destra che spazzasse via, come in Francia, dopo il ’68, tutto ciò che attentasse al mantenimento dell’ordine e della stabilità politica e sociale esistenti. La serrata proclamata dalla direzione della Fiat e della Pirelli, nel settembre del 1969, era un aperto gesto di sfida che il padronato gettava non solo verso i lavoratori ma alla stessa autorità politica incerta sul da farsi. La risposta del movimento sindacale operaio fu il grande sciopero generale del 19 novembre 1969 cui parteciparono venti milioni di operai dell’industria, di contadini, d’impiegati, di commercianti, decisi a far sentire il loro peso nella battaglia politico sindacale per il rinnovo dei contratti di lavoro, per la casa e per i servizi sociali. Dinanzi all’impetuosa ondata unitaria che aveva conquistato tutto il mondo del lavoro, le forze conservatrici del nostro paese non accettarono la sconfitta. Il tono della stampa padronale lasciava presagire che la destra non sarebbe rimasta a lungo a guardare. La morte dell’agente Annaruma, avvenuta a Milano nello stesso giorno dello sciopero, in seguito a disordini fra polizia e gruppi di dimostranti, offriva il pretesto alla destra per montare una violenta campagna contro il movimento sindacale unitario accusato di volere l’inflazione e la rovina del paese.

La manovra antisindacale, antioperaia, per un ritorno alla legalità, aveva come obiettivo finale, anche se non dichiarato, la rottura del centro sinistra che, pur in mezzo ad enormi difficoltà, aveva rappresentato un nuovo modo di fare politica, in Italia, dalla crisi del governo Tambroni in avanti. Molti, i nostalgici dell’ordine, del rispetto della legge, quanti esorcizzavano in cuor loro tutte le lotte degli studenti e degli operai, auspicavano un ritorno puro e semplice alla situazione esistente prima del ’68 o meglio ancora a quella molto più indietro nel tempo e vedevano di buon occhio la repressione operata dal governo con l’impiego di reparti della polizia nel corso di manifestazioni e di scioperi.  Eppure al passato non era dato ritornare e di questo, grazie alla compattezza dimostrata dal movimento sindacale operaio, si accorgeva anche il gruppo dei nuovi industriali che si chiedevano con Leopoldo Pirelli come gestire la strategia dello sviluppo e una società pluralistica qual era quella italiana di fine anni sessanta. Nel documento di cinquanta pagine steso da Pirelli, vi si leggevano frasi come questa: “Nelle società industriali, proprio perché caratterizzate da molteplici interessi e varietà di gruppi, le dinamiche di sviluppo si accompagnano spesso a tensioni che non sono indice di situazioni di emergenza”. E ancora: “Pretendere che le tensioni non esistano o ancora peggio sapere che esistono ma cercare di sopprimerle, significa compiere un passo che può portare all’accantonamento della libertà. L’ordine non è la soppressione delle tensioni, anche se acute”. Era davvero lontana l’epoca quando alla direzione della Confindustria era stato chiamato Angelo Costa legato ai vecchi industriali che avevano avuto nelle mani tutto il potere: Cicogna, Valerio, Falck, Borletti.

La strage di Piazza Fontana.  

Eppure la destra reazionaria e fascista non demordeva. E lo si vide subito nei giorni immediatamente successivi alla strage di Piazza Fontana, consumata a Milano il 12 dicembre 1969, dove una bomba provocava la morte di sedici persone. In quell’occasione, la canea di destra montò una violenta campagna di caccia alle streghe e le indagini furono dirette esclusivamente verso gli anarchici, accusati a freddo dell’atroce attentato. L’arresto di Pietro Valpreda e la morte misteriosa dell’anarchico Pinelli bastavano a tranquillizzare l’opinione pubblica. Sbattuto il mostro in prima pagina, la stampa padronale poteva tirare un sospiro di sollievo ed i fascisti tornare allo scoperto, con pestaggi, spedizioni punitive, con altri attentati rimasti impuniti in nome della “Strategia della Tensione” inventata sul finire degli anni sessanta dalla destra conservatrice e fatta propria da una classe politica disorientata nel dirigere le indagini, quelle vere. Le scritte tracciate sui muri di Milano, destinata a diventare, dopo le bombe alla Banca dell’agricoltura, in piazza Fontana, il teatro dello scontro frontale tra opposti estremismi, parlavano chiaro: “Le bombe sono l’arma dei padroni”. Eppure queste parole non sono state fatte proprie da chi, purtroppo a distanza di tanti anni da quel giorno infausto, non ha saputo dire ai parenti delle vittime chi è stato o chi sono stati i mandanti e gli esecutori materiali di quell’orrenda carneficina.

Secondo Fabrizio Calvi e Frédéric Laurent “non si sbaglierebbe a paragonare il trauma che provocò con quello subito dagli americani dopo l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy” . Una seconda bomba viene rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Vengono eseguiti i rilievi previsti e successivamente viene fatta brillare, distruggendo in tal modo elementi probatori di possibile importanza per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi abbia preparato gli ordigni. Una terza bomba esplode a Roma alle 16:55 dello stesso giorno nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplodono a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in Piazza Venezia, ferendo quattro persone. Si contano dunque, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, che colpiscono contemporaneamente le due maggiori città d’Italia: Roma e Milano.

 

Conclusione e bibliografia consultata.

 

Gli anni sessanta si concludono con la strage di piazza Fontana. Quell’avvenimento segnava l’inizio di uno dei periodi più difficili nella storia della nostra repubblica e faceva di Milano la capitale morale dell’Italia, la città, dove lo scontro tra la classe padronale e il movimento operaio era più forte. Gli attentati, le stragi si susseguiranno a ritmo vertiginoso per quasi tutti gli anni settanta, troppo tristemente noti come gli anni di piombo. Quanti comunque si auguravano una sconfitta del movimento sindacale in quell’autunno – inverno del 1969 restarono delusi. E nessuna città, come Milano, seppe dare, nei giorni che seguirono la sciagura, la misura della sua maturità civile e politica. La gente fu presa sì dalla paura, ma seppe reagire, convinta che anche la più imperfetta delle democrazie, è da preferire alla dittatura. Il numero impressionante di operai presenti in piazza duomo, durante i funerali delle vittime della strage, era il monito più efficace verso chi aveva creduto di poter provocare, dove lo scontro sociale era più duro, un’ondata reazionaria. Con la risposta operaia in piazza del duomo cadeva anche l’illusione di chi, negli anni e nei mesi precedenti, aveva creduto nel mito della rivoluzione come un gioco facile. La risposta operaia servirà anche e non sarà ascoltata da quanti negli anni successivi penseranno che basti l’eliminazione fisica dell’avversario o presunto tale, per instaurare la dittatura del proletariato e la creazione di una società socialista nella giustizia e nella libertà.

 

Bibliografia consultata

 

  1. VV. Dal ’68 ad oggi, come siamo, come eravamo, Bari, Laterza, 1979
  2. Dessì, Cercando un altro Egitto, Savelli, 1976.
  3. Borgna – S. Dessì, C’era una volta una gatta, Savelli, 1976.
  4. German Guzmàn, Cattolicesimo e rivoluzione in America Latina, vita di Camilo Torres, Bari, Laterza 1968
  5. Lao, La protesta giovanile, ed. Jaca Book.
  6. VV. la protesta giovanile, Istituto geografico De Agostini, Novara, 1977.
  7. Amicone, Nel nome del niente, B.U.R., Milano 1982
  8. S. Gismondi, Gli anni più difficili, dalla contestazione giovanile alla svolta a destra, ed. Il Rinnovamento, Roma, 1973
  9. Marchese, La rivoluzione Vietnamita, in “Storia delle rivoluzioni; le rivoluzioni oggi”, Vol. I, Fabbri, Milano, 1973.
  10. Winoeur, La rivoluzione cubana
  11. De Sanctis, Guerrillas Latino Americane.
  12. Zavoli, Viaggio intorno all’uomo, Torino, 1969
  13. Fallaci, Dalla parte dell’ultimo, Vita del prete Lorenzo Milani, Milano, 1974
  14. Girardi, Marxismo e Cristianesimo, Cittadella Editrice, 1972
  15. Girardi, Cristiani per il socialismo perché?

 

 

Raimondo Giustozzi

 

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