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Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu

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Riassunto in breve

Ambientato sull’altopiano di Asiago, è una delle maggiori opere della letteratura italiana sulla prima guerra mondiale. Il libro fu scritto tra il 1936 e il 1937 su insistenza dell’amico Gaetano Salvemini, e pubblicato nel 1938 a Parigi mentre l’autore era in esilio perché perseguitato politico, in quanto oppositore del fascismo. La vicenda della sua fuga dall’isola di Lipari, dove era stato confinato, è raccontata da Lussu nel suo memoriale La catena. Il libro Un anno sull’altipiano racconta, per la prima volta nella letteratura italiana, l’irrazionalità e insensatezza della guerra, della gerarchia e dell’esasperata disciplina militare al fronte. L’anno cui si fa cenno nel titolo riguarda il periodo trascorso dalla Brigata Sassari sull’Altipiano di Asiago; nel libro si fa riferimento a una serie di episodi avvenuti tra il giugno 1916 e il luglio 1917. Nel libro, Lussu presenta alcuni personaggi memorabili, che ne fanno la grandezza di narratore: il ribelle Ottolenghi, l’astuto sempliciotto soldato Marrasi Giuseppe, il folle generale Leone, basato sul generale Giacinto Ferrero, il fedele amico Santini, l’umile “zio Francesco” e altri ancora. Soprattutto spicca la dignità, la capacità di sopportazione e l’umanità dei soldati semplici: i “poveri diavoli” che pagano le spese di scelte politiche e militari irresponsabili. Nella conclusione che si trae, tutti i personaggi sono accomunati dalla paura della guerra e della speranza che finisca presto.

Personaggi del romanzo

Tutti i ruoli di un certo livello sono ricoperti esclusivamente da militari, a riprova del fatto che il libro, come scritto dall’autore nella prefazione, vuole essere una “testimonianza di guerra”, come Lussu l’aveva vissuta e vista da vicino come ufficiale della gloriosa “Brigata Sassari” composta quasi esclusivamente da soldati di origine sarda.

Emilio Lussu (Armurangia, Cagliari 1890 – Roma, 1975) combatté durante la prima Grande Guerra mondiale come ufficiale di fanteria della Brigata Sassari. Fondatore del Partito Sardo d’Azione (1919), fu deputato nel 1921 e 1924 e partecipò alla secessione aventiniana. Antifascista, nel 1929 fuggì da Lipari con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con i quali a Parigi fondò il movimento “Giustizia e Libertà”. Fu tra i dirigenti della Resistenza e, nel dopoguerra, senatore nelle prime tre legislature. Presso Einaudi ha pubblicato: Marcia su Roma e dintorni e Il cinghiale del Diavolo. Interventista prima della guerra, trovandocisi dentro cambia completamente opinione. Il conflitto si rivela davvero una “inutile strage” dove a morire, sono i semplici fanti o chi in nome del dovere si lascia mandare allo sbaraglio da generali fanatici che considerano i propri sottoposti semplice carne da macello. Lussu è il narratore interno alle vicende narrate, ma non è il narratore onnisciente. Ricorda episodi, volti di soldati e generali, ma non è interessato a fare una vera e propria ricostruzione storica di ciò che ha vissuto in trincea: Il lettore non troverà, in questo libro, né il romanzo, né la storia. Sono ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati a un anno, fra i quattro di guerra ai quali ho preso parte. Io non ho raccontato che quello che ho visto e mi ha maggiormente colpito. Non alla fantasia ho fatto appello, ma alla mia memoria” (Emilio Lussu, Prefazione al romanzo). E’ un ufficiale coraggioso ma ancorché cosciente delle proprie azioni. Quando si tratta di difendere i propri soldati dalle pazzie degli ufficiali superiori, si assume le proprie responsabilità. Invitato dal generale Leone a fucilare un soldato della propria compagnia perché ritenuto un vile codardo, forma un’improvvisata squadra di fucilieri e invita i soldati a sparare contro un tronco d’albero in sostituzione del soldato condannato. Il passato e il presente dello scrittore sono nel colloquio con il generale Leone, l’ufficiale di grado superiore, fanatico della guerra. Fatta la conoscenza, il generale gli chiede a bruciapelo: Ama lei la guerra? Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v’erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere. – Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia Università, rappresentavo il gruppo degli interventisti.  – Questo, – disse il generale con tono terribilmente calmo, – riguarda il passato. Io le chiedo del presente. – La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se… è difficile… Comunque, io faccio il mio dovere –. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: – Tutto il mio dovere. – Io non le ho chiesto, – mi disse il generale, – se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati. Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra. – Amare la guerra! – esclamai io, un po’ scoraggiato. Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l’impressione che gli girassero nell’orbita”(Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, pag. 50- 51, Torino Einaudi 2014).

Il generale Leone. E’ il personaggio dal quale si estrapola l’affermazione che la stupidità e la ferocia dei generali siano al centro del racconto di Lussu. Gli alti comandi e gli ufficiali superiori sono quasi sempre impreparati dal punto di vista militare, commettono errori strategici e tattici, danno ordini scriteriati, assurdi, che rispondono molto più ad una logica di ambizione personale, di competizione interna fra i comandanti, che non allo obiettivo di conseguire i migliori risultati militari con il minore sacrificio possibile di uomini e mezzi. Talvolta sembra addirittura che chi impartisce ordini lo faccia in modo assolutamente irresponsabile; talaltra, ed è ancor peggiore, viene il sospetto che gli ordini rispondano quasi esclusivamente a un fondo di sadismo che non è esagerato definire criminale. Ecco come appare per la prima volta sulla scena: Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell’abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione il tenente generale Leone. L’ordine del giorno del comandante di corpo d’armata ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d’esperimentato ardimento». Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d’ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere. Aveva l’elmetto d’acciaio con il sottogola allacciato, il che dava al suo volto un’espressione metallica. La bocca era invisibile, e, se non avesse portato dei baffi, si sarebbe detto un uomo senza labbra. Gli occhi erano grigi e duri, sempre aperti come quelli d’un uccello notturno di rapina (Ibidem pag. 50, 51). Nel corso di un’ispezione alle trincee italiane chiede quanta distanza ci sia da quelle austriache. Avuta la risposta che la distanza è di appena trecento metri, si mette in piedi sul parapetto a viso scoperto per guardare col binocolo nella direzione degli austriaci. Nel giro di pochi minuti prima due colpi di fucile, poi altri ripetuti bersagliano la trincea italiana. Il generale, senza scomporsi, scende composto e lento. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un’indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un’automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da lui, continuava a guardare alla feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12ª compagnia che era in linea, attratti dall’eccezionale spettacolo, s’erano fermati in crocchio, nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati. Essi certamente trovavano in quell’atteggiamento troppo intrepido del comandante di divisione, ragioni sufficienti per considerare, con una certa quale apprensione, la loro stessa sorte. Il generale contemplò i suoi spettatori con soddisfazione. – Se non hai paura, – disse rivolto al caporale, – fa’ quello che ha fatto il tuo generale. – Signor sì, – rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere. – Gli austriaci, ora, sono avvertiti, – dissi io, – e non sbaglieranno certo il tiro. Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. – Ma non è niente, – disse il caporale, e risalì sul mucchio. Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria7. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte. – Bravo! – gridò il generale. – Ora, puoi scendere. Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: – Non è niente, signor tenente. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. – È un eroe, – commentò il generale. – Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale. – È un eroe autentico, – continuò il generale. Egli cercò il borsellino e ne trasse una lira d’argento. – Tieni, – disse, – ti berrai un bicchiere di vino, alla prima occasione. Il ferito, con la testa, fece un gesto di rifiuto e nascose le mani. Il generale rimase con la lira fra le dita, e, dopo un’esitazione, la lasciò cadere sul caporale. Nessuno di noi la raccolse” (Ibidem, pag. 53, 54). Il capitano Canevacci che ha assistito all’episodio esclama: “Quelli che comandano l’esercito italiano sono austriaci! – Austriaci di fronte, austriaci alle spalle, austriaci in mezzo a noi!” (pag. 55).

Il sadismo del generale Leone raggiunge il parossismo. Si aggira tra i soldati per invitare tutti a stare all’erta. In molti non lo sopportano: “Il pazzo non dorme, bisbigliò un soldato della dodicesima. Nessuno tirerà una fucilata su quel macellaio, mormorò lo stesso soldato. Certamente io gliela tiro – disse un soldato anziano che non aveva ancora parlato e che sembrava solo occupato a riscaldarsi, accanto al sergente” (pag. 61). In una marcia di trasferimento, all’inseguimento degli austriaci, il generale Leone, in groppa al suo mulo, viene scaraventato a terra dall’animale: “Il generale comandante della divisione, solo, sul mulo, s’arrampicava sulle rocce. Per uno scarto improvviso del mulo, mentre rasentava  il ciglio di un precipizio scosceso, alto una ventina di metri, cadde per terra. Il mulo indifferente, continuava a camminare sull’orlo. Il generale si teneva aggrappato alle redini, a metà penzoloni sul burrone. Il mulo ad ogni passo, con la testa dava degli strappi, per liberarsene. Da un momento all’altro poteva precipitare nel vuoto. Molti soldati vicini lo vedevano, nessuno si muoveva. Io li vedevo tutti distintamente: qualcuno ammiccava, sorridendo”(Ibidem, pag. 64). Purtroppo, il generale non cadrà nel burrone, perché salvato dall’aiuto tempestivo di un soldato che verrà preso a pugni dai suoi commilitoni. L’arrivo del sottotenente Ottolenghi, comandante la sezione mitragliatrici, lo salva dalle aggressioni dei compagni, ma vuole sapere dallo stesso il motivo di quel parapiglia. Avuta la risposta, l’ufficiale sbotta: “Imbecille! Oggi, tu hai disonorato la sezione . – Ma che cosa dovevo fare, signor tenente  – Che cosa dovevi fare? Tu dovevi fare quello che hanno fatto gli altri. Niente. Niente dovevi fare. Ed era anche troppo. Un asino simile io non lo voglio nel mio reparto. Ti farò cacciare dalla sezione. – Che cosa dovevi fare? – proseguiva il tenente, con disprezzo. – Volevi fare qualche cosa? Ebbene, dovevi, con un colpo di baionetta, tagliare le redini e far precipitare il generale. – Come? – mormorò il soldato, – dovevo lasciar morire il generale? – Sì, imbecille, dovevi lasciarlo morire. E se non moriva, dato che tu volevi fare qualcosa a tutti i costi, dovevi aiutarlo a morire. Rientra nella sezione, e, se i tuoi t’ammazzeranno, te lo sarei meritato” (pag. 66). Ottolenghi disprezza la guerra e questo odio lo porterà ad individuare il suo reale nemico nei comandi italiani. Critica più volte l’ammutinamento compiuto dagli altri soldati poiché considerato mal organizzato e quindi poco produttivo non nascondendo mai, neanche ai superiori, il fatto di essere d’accordo con le motivazioni che portano a tale rivolta. Il suo sogno è quello di uccidere, procedendo gerarchicamente, tutti i suoi superiori fino a Roma per poi consegnare il governo al popolo, per instaurare il governo socialista. E’ l’anima più rivoluzionaria dell’esercito. Eclatante è il dialogo che ha con i comandanti delle diverse Compagnie: “COMANDANTE DELLA 11a: Contro chi vuoi impiegare quelle armi? OTTOLENGHI: Contro tutti i comandi. COMANDANTE DELLA 11a: E dopo? Aspireresti tu ad essere il comandante supremo? OTTOLENGHI: Io aspiro solo a comandare il fuoco. Il Giorno X, alzo abbattuto, fuoco a volontà! E vorrei incominciare dal comandante di divisione, chiunque esso sia, poiché son tutti, regolarmente, uno peggiore dell’altro. COMANDANTE DELLA 11a: E dopo? OTTOLENGHI: Sempre avanti, seguendo la scala gerarchica. Avanti sempre, con ordine e disciplina. Cioè, avanti per modo di dire, poiché i nostri veri nemici non sono oltre le nostre trincee. Prima quindi, dietro front, poi avanti avanti sempre. UN SOTTOTENENTE: Cioè, indietro. OTTOLENGHI: Naturalmente. Avanti sempre, avanti, fino a Roma. Là è il gran quartiere generale nemico. COMANDANTE DELLA 11a: E dopo? OTTOLENGHI: Ti pare poco? UN SOTTOTENENTE: Sarà un bel pellegrinaggio. OTTOLENGHI: Dopo? Il governo andrà al popolo. COMANDANTE DELLA 10a: Se tu farai marciare l’esercito su Roma, credi tu che l’esercito tedesco e quello austriaco resteranno fermi in trincea? O credi che, per far piacere al nostro governo del popolo, i tedeschi rientreranno a Berlino e gli austroungarici a Vienna e a Budapest? OTTOLENGHI: A me non interessa conoscere quello che faranno gli altri. A me basta sapere ciò che io voglio. COMANDANTE DELLA 10a: Cotesto è molto comodo, ma non chiarisce il problema. Che significherebbe, in sostanza, la tua marcia indietro? La vittoria nemica, evidentemente. E tu puoi sperare che la vittoria militare nemica non si affermerebbe, sui vinti, anche come vittoria politica? Nelle nostre guerre d’indipendenza, tutte le volte che i nemici hanno vinto, non ci hanno essi portato, sulle loro baionette, i Borboni a Napoli e il Papa a Roma? Quando gli austriaci ci hanno battuto, a Milano e in Lombardia e nel Veneto, è il governo del popolo che essi hanno messo o lasciato al potere? Con i nostri nemici vittoriosi, in Italia son ritornate le dominazioni straniere e la reazione. Tu non vuoi certo tutto questo? OTTOLENGHI: Certo, io non voglio tutto questo. Ma non voglio neppure questa guerra che non è altro che una miserabile strage”( pag. 179, 180). Le sue azioni, sempre più eversive, simboleggiano la presa di coscienza di Lussu che cerca di attentare realmente alla vita di un ufficiale, il sottotenente di cavalleria Montanelli, un altro invasato, invitandolo a guardare lungamente attraverso la feritoia n.14, di fronte alla quale era sempre appostato dall’altra parte un terribile cecchino nemico che raramente mancava il bersaglio costituito da chi si affacciava anche per breve tempo da quella apertura. In questo caso nessuno sparò; il cecchino invece colpisce subito dopo una moneta di dieci centesimi esposta dal sottotenente dalla medesima feritoia. Ottolenghi aveva portato il generale Leone proprio davanti alla feritoia, sperando che il cecchino austriaco sparasse: “ Levò di tasca una moneta di dieci centesimi, ne serrò leggermente l’estremità fra il pollice e l’indice, sollevò l’otturatore e l’accostò al foro. Un fascio di sole illuminò il foro. E fu tutt’uno: il sibilo della pallottola e il colpo di fucile. La moneta strappata dal tiro, volò fra gli abeti. Ottolenghi sembrava aver perduto ogni controllo su se stesso. Furioso, pestava i piedi per terra, si mordeva le dita e bestemmiava” (pag. 132). Improvvsamente corre voce nelle trincee italiane che il generale Leone è morto, colpito da una pallottola esplosiva: “Perché non chiamare le cose con il loro vero nome? Fu una gioia, un tripudio. Il capitano Zavattari c’invitò a fermarci al suo comando e fece sturare delle bottiglie. Bicchiere alla mano, egli prese la parola: – Signori ufficiali!… Sia permesso ad un veterano di levare il bicchiere alla fortuna del nostro esercito. Imitando le belle tradizioni di alcuni popoli forti in cui i parenti celebrano la morte d un membro della loro famiglia con banchetti e danze, noi, non potendo fare di meglio, beviamo alla memoria del nostro generale. Non lacrime, o signori, ma una gioia, convenientemente contenuta. La mano di Dio è scesa sull’Altipiano di Asiago. Senza voler criticare il ritardo con cui la Provvidenza attua la sua volontà, dobbiamo peraltro affermare che era tempo. Egli è partito. La pace sia con lui! Con lui la pace e con noi la gioia. E ci sia infine consentito rispettare da morto un generale che detestavamo da vivo. Eravamo tutti con i bicchieri levati, quando, nella mulattiera proveniente da Croce Sant’Antonio, fra gli abeti, apparve un ufficiale montato. Io ero di fronte alla mulattiera e lo vidi per primo. Egli veniva verso di noi. Io esclamai: – Ma è impossibile! Tutti guardammo. Era il generale Leone. Sul mulo, l’elmetto affondato fino agli occhi, il bastone alpino sull’arcione, il binocolo pendente al collo, il viso oscuro, veniva trottando, incontro a noi. – Signori ufficiali, attenti!- gridò il capitano. Senza avere il tempo di deporre i bicchieri, ci mettemmo sull’attenti. Anche il capitano si era irrigidito con il bicchiere in mano. – Quale lieto avvenimento festeggiano? – chiese, arcigno, il generale. Vi fu un imbarazzo in tutti. Il capitano si riprese e rispose con una voce che sembrava venire d’oltretomba: le medaglie d’oro al valor militare concesse alle bandiere. Mi permettano che io beva con loro, – disse il generale. Il capitano offrì il suo bicchiere ancora intatto. Il generale bevve d’un colpo, restituì il bicchiere vuoto, incitò il mulo, e disparve al trotto” (pag. 120, 121). Il giorno successivo a questo episodio, il generale Leone si rende protagonista di un altro ordine insensato e privo di qualsiasi strategia militare quando manda allo sbaraglio una intera compagnia in faccia al nemico: “Il generale non aveva perduto la fiducia nelle corazze “Farina”. Egli pensava che una compagnia corazzata dovesse costituire, avanzando compatta, una valanga d’acciaio, contro cui sarebbe stato vano il tiro nemico” (pag. 121). “Le corazze Farina erano un elemento caratteristico delle cosiddette “compagnie della morte”, ossia dei gruppi di soldati incaricati di compiere azioni estremamente pericolose e quasi sempre fatali come, ad esempio, uscire dalla trincea per andare a tagliare il filo spinato piazzato dal nemico. Il loro peso era di oltre nove chili ed erano formate da due piastre a forma di trapezio, una anteriore e una posteriore, composte ciascuna da cinque strati in lamiera d’acciaio, leggermente incurvate verso i fianchi, e da due paraspalle mobili. La corazza veniva tenuta ferma da due bretelle, che il soldato incrociava dietro la schiena e annodava sul davanti. Due bracciali fissati all’interno, inoltre, permettevano di utilizzare la corazza anche a mo’ di scudo. La ditta costruttrice le certificò come resistenti a colpi di proiettile calibro 6,5 mm del Carcano Mod. 91, esplosi da almeno 125 metri di distanza. La corazza era dotata anche di un elmo a calotta in acciaio con soggolo, di peso variabile da 1,6 a 2,8 chili a seconda della taglia, che veniva indossato sopra il berretto di stoffa o con una speciale cuffia imbottita. Benché fossero presentate come il vertice dei metodi di difesa personale, nella pratica le corazze Farina si rivelarono fallimentari: oltre al peso e alle conseguenti difficoltà di movimento, infatti, proteggevano solo il torace e la testa, lasciando del tutto scoperto il resto del corpo. Inoltre, bastava che un proiettile fosse di calibro leggermente superiore a quello certificato, o che la distanza fosse inferiore ai 125 metri, perché il colpo penetrasse agevolmente la corazza” (www.vikipedia.org). Il solo entusiasta dell’operazione era il tenente colonnello Carriera. Lo seguì il suo battaglione e i soldati della sesta compagnia, comandata dal tenente Fiorelli. Risultato dell’attacco: “L’azione non durò più di pochi minuti. Le mitragliatrici nemiche, dall’alto dei roccioni, investirono subito la compagnia e la distrussero. I corpi dei soldati giacevano di fronte a noi con le corazze squarciate, come se fossero state colpite da cannoncini da montagna. Il tenente colonnello dovette sospendere l’azione” (pag. 122). Personaggio non principale ma che rappresenta la figura di colui che compie il suo dovere, anche sapendo di andare incontro alla morte, è il tenente Santini. Invano Emilio Lusso, suo amico, cerca di dissuadere il capitano Bravini di mandarlo allo sbaraglio con altri soldati del reparto, a tagliare con delle pinze inservibili il reticolato nemico: “Senza resistenza, il capitano suggerì il nome del tenente Santini e aggiunse che nessuno, come lui, conosceva il terreno. Ora, la luce dell’alba si era fatta viva e noi potevamo distinguere tutto l’andamento delle trincee nemiche. Non ci voleva molto per capire che si mandava Santini a morire inutilmente. Io azzardai ancora un’obiezione: – Ora c’è molta luce, – dissi. – Inoltre, Santini è uscito, anche stanotte, con i tubi (di gelatina con la quale far saltare i reticolati che gli austriaci avevano messo a difesa delle proprie trincee). Non si potrebbe rinviare all’alba di domani? Il mio capitano non osò dire una parola. Il tenente colonnello mi rivolse uno sguardo ostile e mi disse: “- Si metta sull’attenti e faccia silenzio!… Il tenente Santini arrivò seguito dal suo portaordini. Il tenente colonnello gli spiegò quello che si voleva da lui e gli chiese se volesse offrirsi volontario. Egli era audace e aveva troppo orgoglio. Io avevo paura ch’egli rispondesse di sì. Mi avvicinai alle spalle e gli sussurrai, tirandogli le falde della giubba: – Di’ di no. – E’ un’operazione impossibile, – rispose Santini. – E’ troppo tardi. – Io non le ho chiesto, – ribatté il tenente colonnello, – se sia presto o tardi. Io le ho chiesto se si offre volontario” (pag. 88). Un simile tenente colonnello doveva essere legato stretto e mandato al manicomio criminale. Continua il romanzo: “Io gli tirai le falde della giubba. – Signor no, – rispose Santini. Il tenente colonnello, quasi non prestando fede alle sue orecchie, guardò il capitano bravini, guardò il capitano bravini, guardò il gruppo di ufficiali e di soldati che erano addossati alla trincea, vicino a noi, ed esclamò: – Questa è codardia! (pag. 88). Il tenente Santini è costretto alla fine a prendere le pinze ed avventurarsi verso le trincee nemiche: “Santini si inginocchiò accanto ai reticolati e, con le pinze, iniziò il taglio dei fili. Il portaordini fece altrettanto. Fu allora che, dalla trincea nemica, partì una scarica di fucili. I due stramazzarono al suolo” (pag. 90). Altro personaggio di certo non principale ma nemmeno secondario è il soldato semplice Giuseppe Marrasi. Cerca con diversi sotterfugi di sottrarsi alla vita di trincea ed esprime, con la sua conclusione tragica, la condizione disumana e senza vie d’uscita dei soldati semplici; per abbandonare la vita di trincea dapprima si finge esperto di lingua tedesca per poter essere trasferito in un ufficio di intercettazioni telefonica e, successivamente, tenta la diserzione dirigendosi verso le trincee nemiche sotto il fuoco dei compagni del battaglione che devono punire il disonore che li coinvolge. Marrasi verrà colpito a soli due metri di distanza dalle trincee austriache, dal fuoco degli italiani. Generale Piccolomini. E’ un generale molto giovane appena uscito dall’accademia militare prende il posto del generale Leone al quale era stato assegnato un altro compito. Appena arrivato nella linea italiana, controlla volta per volta tutto il fronte e osserva attentamente la linea nemica attraverso le feritoie. Offre qualche suo suggerimento personale per il combattimento come ad esempio l’impugnatura del fucile con entrambe le mani, il coltello tra i denti e, negli scontri corpo al corpo, di infliggere un colpo secco alla gola o al cuore dell’avversario in modo tale da concludere in fretta la pratica. Lo scrittore non nutre nessuna stima verso di lui. Lo paragona al generale Leone, stessa sete di sangue, ma sulle spalle dei soldati e degli ufficiali di rango inferiore. Tenente di cavalleria. E’ un personaggio al quale è dedicato un capitolo intero del romanzo, il sedicesimo.  Lui, in forza alla cavalleria, reggimento “Piemonte Reale”, non avendo mai combattuto realmente una battaglia ed essendo stato assegnato alle retrovie, decide di far visita alle trincee dove conosce Emilio Lussu. Tra i due, dopo un’incomprensione iniziale nasce un dialogo sulla presunta, eccessiva, prudenza della fanteria italiana che a detta dell’ufficiale di cavalleria preclude la strada per la vittoria. Per tutta risposta Lussu controbatte dicendo che i suoi uomini non possono permettersi di essere colti dalla paura perchè le gambe che tremano permettono ai nemici di ucciderli con maggiore facilità a differenza della cavalleria che bene o male può avanzare ugualmente perché ai cavalli non tremano le gambe. Si chiude in questo modo il diverbio tra i due. Lussu fa visitare la trincea al tenente e gli mostra anche la famosa feritoia numero quattordici sulla quale, essendo la migliore della linea, gli austriaci hanno appostato il loro più abile tiratore. Pertanto raccomanda al suo collega di tenersi a debita distanza da quella pericolosa postazione ma, alla prima distrazione il tenente ne approfitta e pronunciando la frase “a un ufficiale del Piemonte Reale tremano le gambe meno che al suo cavallo” si avvicina al pertugio e viene puntualmente centrato da un colpo che gli toglie la vita. Importante è il modo di agire di questo personaggio che sembra debba dimostrare agli uomini impegnati nelle trincee che non solo loro hanno il coraggio, ma anche un uomo che proviene dalle retrovie si sente pronto a mettere a repentaglio la propria incolumità. È protagonista di una sorta di complesso d’inferiorità che all’inizio colpisce anche Lussu il quale si sente inferiore solo perché vede il suo parigrado in un’uniforme pressoché perfetta mentre egli ne indossa una logora e sporca. “Zio” Francesco. Nel romanzo è la figura che desta più simpatia. E’ un soldato semplice, come tanti altri. Compie il suo dovere fino in fondo fino a soccombere in un tentativo di aprire un varco nelle difese austriache. L’autore nel presentarlo scrive: Io seguivo con lo sguardo «zio Francesco», che mi stava vicino. Era il piú vecchio soldato della compagnia: aveva fatta anche la guerra di Libia. I compagni lo chiamavano «zio Francesco» perché, oltre ad essere il piú vecchio, era padre di cinque figli. Egli marciava al passo, sulla cadenza del coro, e, come gli altri, cantava a voce alta. Il passo era pesante, sotto il peso dello zaino. Sul suo volto, non v’era alcuna espressione di gioia. Le parole allegre del canto uscivano dalla sua bocca, estranee. «Zio Francesco» era una cosa, il suo canto un’altra. La testa china, lo sguardo fisso per terra, egli era molto lontano dalla marcia e dai suoi compagni… – Aprite le righe! – gridarono alcuni dal centro della compagnia. – Passa il colonnello! Mi voltai indietro. Il colonnello, seguito dall’aiutante maggiore, a cavallo, passava in mezzo alla colonna. Noi marciavamo già a righe aperte, per far posto alla colonna dei profughi; sulla strada v’era poco spazio libero. Ci spostammo ancora verso i margini della strada, ma il colonnello fu egualmente obbligato a camminare a passo per non urtare il cavallo sui soldati o sui carri. Quando mi arrivò vicino, mi disse che era contento di vedere i soldati cosí allegri e mi dette venti lire da distribuire ai cantori. Mentre si allontanava, notò «zio Francesco». L’età, la voce e l’atteggiamento avevano richiamato la sua attenzione. Mi chiese chi fosse. Gli risposi che era un contadino del sud e aggiunsi qualche particolare. – Buon soldato? – chiese il colonnello. – Ottimo, – risposi. – Ecco altre cinque lire, per lui, per lui solo. «Zio Francesco» capi che si parlava di lui, alzò gli oc- chi e continuò la marcia e il canto senza scomporsi. Il colonnello gli batté la mano sulle spalle e si allontanò… Ora parlava “Zio” Francesco…- Mai nella mia vita, io ho guadagnato cinque lire, neppure in una settimana. Tranne nel periodo della mietitura, falciando a cottimo, dalla prima luce del giorno fino al crepuscolo” (pag. 21, 22, 23). “Zio” Francesco muore a seguito di uno dei tanti ordini date dal generale Leone che vuole prendere le trincee nemiche ad ogni costo, anche con la morte certa dei propri soldati mandati allo sbaraglio con tubi di gelatina che doveva scardinare le difese austriache: “Arrivammo ai reticolati e ci fermammo, a terra. Al chiarore di un razzo lontano, distinsi il muro della trincea, oltre i reticolati, e, nel muro, le feritoie, come macchie nere. Per schivare il tiro d’una vedetta che sparava di fronte io avevo obliquato leggermente a sinistra. Ma la sentinella stava ancora cosí vicino a noi che io sentivo, dopo ogni colpo, il bossolo della cartuccia sparata cozzare contro il muro della trincea e rimbalzare per terra, sui sassi… Una seconda esplosione seguì alla prima, e, subito dopo, una terza. I razzi si moltiplicavano, disordinatamente, nel cielo, nelle piú disparate direzioni. La vedetta che ci era vicina non perdette la calma. Non gridò l’allarme e continuò a sparare, lentamente, come prima. Anch’egli doveva essere un veterano. Ma, piú a destra, il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili era furioso. Le truppe dovevano essere accorse in linea. «Zio Francesco» non dava segni di vita. Ma io lo sentivo egualmente vicino, e il lieve odore del suo sigaro continuava ad arrivare fino a me. Egli prima d’uscire, aveva acceso un sigaro, e lo teneva con la parte accesa dentro la bocca. Con esso, doveva accendere la miccia del tubo. Cosí fumato, il sigaro nascondeva il fumo e durava piú a lungo. Voltai la testa e lo scorsi, vicino, steso, le spalle contro terra, faccia al cielo, sigaro in bocca. Egli doveva apprezzare quello spettacolo pirotecnico che gli austriaci ci offrivano gratis. Non poteva averne visto di piú belli, per la festa del santo patrono, nel suo piccolo villaggio. E anch’io, in quel momento, vidi tutto il cielo traversato dai razzi. Tutti quei fuochi, al di sopra del bosco di abeti, sembravano illuminare le colonne e le navate di un’immensa basilica” (pag. 80, 81)..

Incontro ravvicinato con il nemico (pagina scelta)

“Addossati al cespuglio, il caporale ed io rimanemmo in agguato tutta la notte, senza riuscire a distinguere segni di vita nella trincea nemica. Ma l’alba ci compensò dell’attesa. Prima, fu un muoversi confuso di qualche ombra nei camminamenti, indi, in trincea, apparvero dei soldati con delle marmitte. Era certo la corvée del caffè. I soldati passavano, per uno o per due, senza curvarsi, sicuri com’erano di non esser visti, ché le trincee e i traversoni laterali li proteggevano dall’osservazione e dai tiri d’infilata della nostra linea. Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli, come i passanti su un marciapiede di città. Ne provai una sensazione strana. Stringevo forte il braccio del caporale che avevo alla mia destra, per comunicargli, senza voler parlare, la mia meraviglia. Anch’egli era attento e sorpreso, e io ne sentivo il tremito che gli dava il respiro lungamente trattenuto. Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, cosí viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta alla mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perché non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perché mai mi appariva straordinario che pren­dessero il caffè? E, verso le 10 o le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi. Forse che il nemico può vivere senza bere e senza mangiare? Certamente no. E allora, quale la ragione del mio stupore?

Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, fra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero più grande degli altri, perché v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo d’un ufficiale. Dal modo con cui era vestito, si capiva ch’era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente, era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse uscito appena da una scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora piú giovane. Sembrava non dovesse avere neppure diciott’anni. Al suo arrivo, i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva incominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale.

Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma cosí, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare.

L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.

Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.

E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore, mi sentivo benissimo; dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere piú calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.

Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva piú chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare cosí, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!

Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: « Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido » è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, cosí, è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: « Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così! » Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo piú chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:

– Sai… cosí… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: – Neppure io. Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi. La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio” (pag. 135,36,37,38).

 

Riduzione cinematografica del romanzo

Francesco Rosi (Napoli, 15 novembre 1922- Roma, 10 gennaio 2015) si ispirò al romanzo di Emilio Lussu nel film “Uomini Contro”, uscito nel 1970. E’ un film di chiara impronta pacifista. Il regista fu accusato anche per vilipendio dell’esercito ma fu assolto in istruttoria. Il film fu boicottato e venne tolto per un periodo dalle sale cinematografiche con il pretesto che arrivavano telefonate minatorie. Fu un modo anomalo per fargli pubblicità. La sceneggiatura del film fu opera di Raffaele La Capria, Tonino Guerra e Francesco Rosi. Gian Maria Volonté è il tenente Ottolenghi, Pier Paolo Capponi il tenente Santini, mentre il generale Leone è interpretato dall’attore Alain Cuny. Per gli argomenti trattati, per i temi e per l’ambientazione, il film richiama molto da vicino il film “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, nel quale l’esercito protagonista è quello francese.

Raimondo Giustozzi

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