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La lettura allunga la vita: Narrativa italiana del ‘900 “Metello”, di V. Pratolini

1-Vasco_Pratolini_1Lotte operaie, intervento dell’esercito in occasione di un funerale appena sbuca dal corteo la bandiera nera degli anarchici e quella rossa dei socialisti, indicati come sovvertitori dell’ordine costituito, repressione voluta da un capitalismo becero e violento, sindacalisti e militanti del partito operaio che si spendono per i muratori in sciopero, sullo sfondo Borgo San Frediano, il quartiere di Ersilia. Povertà sopportata con tanta dignità. E’ la forza dei semplici che sanno trovare in se stessi e nei compagni di lotta e di partito le risorse per andare avanti. Un quadro storico lontano anni luce del nostro presente, dove non ci sono più operai e se anche ci fossero non c’è più nessun partito che li rappresenti perché tutto scivola nella melassa del politicamente corretto, della delocalizzazione, ultimo ritrovato del capitalismo. Una Firenze molto diversa da quella che ci hanno consegnato certe cronache di questi giorni: Idy Diene, il senegalese di 54 anni viene ucciso lunedì 5 marzo 2018 dall’ex tipografo Roberto Pirrone. La vita di un uomo di colore vale meno di quella di un bianco. Fortuna che c’è stata la grande manifestazione di tutta la comunità senegalese, alla quale hanno aderito: Arci, Anzi, Cgil e Potere al popolo. Tra i presenti anche il presidente della Toscana Enrico Rossi (La Presse 10.02.2018).

Trama del romanzo.

  • Chiavi di lettura del romanzo
  • I personaggi del romanzo
  • Il quadro storico – geografico del romanzo
  • Il paesaggio nel romanzo
  • Film

 

Trama

 

Il protagonista del romanzo, Metello Salani, è figlio di Caco, un anarchico, renaiolo di professione, morto affogato nell’Arno mentre si trova al lavoro; la madre invece muore di parto, pochi mesi prima del padre. Già alla morte della madre il bimbo è affidato alla balia Isolina per essere allevato in cambio di un compenso economico, ma quando anche il padre muore la famiglia della donna, nonostante il suo dissenso, vorrebbe disfarsene perché non può più fornire loro una rendita.

Tuttavia, non avendo più nessun parente in vita e dato che per affidarlo all’ospedale, la burocrazia sarebbe costata cara, decidono di tenerlo con loro; fino a quindici anni, infatti, il ragazzo lavora in campagna. In seguito ad un periodo di magra, Eugenio, marito di Isolina, decide di partire per il Belgio e dopo pochi mesi richiamare a sé anche la sua famiglia, escludendo però Metello, poiché non l’hanno adottato e quindi non ha il permesso di emigrare. Lui dovrebbe rimanere con la nonna a lavorare in fattoria. Il giorno che va ad accompagnare Isolina, Eugenio e i loro figli alla stazione, invece di tornare con la nonna in fattoria, Metello scappa, volendo tornare a Firenze, la città in cui è nato. A questo punto la vicenda di Metello prende un deciso avvio.

Arrivato a destinazione, trova per caso un lavoro come scaricatore di casse presso i mercati generali. Uno tra i colleghi più anziani, Betto, gli offre ospitalità a casa sua poiché il ragazzo è stremato dalla notte di marcia e dalla fatica del lavoro al mercato. Betto è stato amico di suo padre e un alcolizzato che entra ed esce dalla prigione. Nonostante abbia un’istruzione e sia di buona famiglia, fa un lavoro umile e inoltre si dice di lui che sia stato diseredato. È per Metello il padre che gli è sempre mancato; gli proibisce di tornare al mercato perché non è un lavoro per lui e gli dice anzi che deve scegliere lui in prima persona il lavoro che vuol fare.

Egli desidera intraprendere la carriera di muratore e mira dunque a lavorare come manovale. Betto gli insegna a leggere e a scrivere e Metello in cambio va a raccattarlo in un giardino pubblico, dove sempre finisce in preda ai fumi dell’alcol, finché una notte scompare e non si trova più. Nessuno s’interessa alla sua scomparsa, solo Metello è determinato a trovarlo perché gli vuole bene ed è stato per lui un amico e un padre.

Si reca perciò in carcere per vedere se è finito lì e le forze dell’ordine, per tutta risposta, gli fanno trascorrere due giorni “in carbonaia” dove lo interrogano e cercano di dissuaderlo dal seguire le orme di Betto e di suo padre, perché nelle loro condizioni si finisce o in Arno o in prigione. Nei due giorni passati in carcere, conosce un uomo che per la prima volta gli parla di Socialismo, uguaglianza, lavoro che va pagato “secondo il sudore”. Crescendo, va ai comizi, legge La Lotta di Classe, s’iscrive alla Camera del Lavoro. Si avvicina insomma al mondo socialista. Intesse una relazione con Viola, una vedova di mezza età, che è sua iniziatrice e colei dalla quale impara la sicurezza nel trattare con le donne. Presso la sua famiglia di ortolani lavora per arrotondare e nel frattempo viene anche promosso mezzo muratore.

Svolge il servizio militare di tre anni a Napoli, non sapendo che Viola aspetta un bambino da lui. Lei, non volendo infliggere al bambino il dolore di rimanere senza cognome, decide di acconsentire al matrimonio con un giovane soldato, da cui è amata e spacciare il figlio per suo. Una volta terminato il servizio militare torna a lavorare come muratore presso l’impresario dove aveva iniziato otto anni prima. Dopo nemmeno un anno l’ingegnere convoca tutti i suoi dipendenti per annunciare l’imminenza di numerosi licenziamenti a causa del periodo nero in cui versa il campo dell’edilizia.

Un giorno in cantiere muore un muratore, cadendo dall’impalcatura, un tale Quinto Pallesi. Metello conosce la figlia Ersilia al suo funerale, la quale lo ringrazia per la colletta che ha raccolto per la morte di suo padre. Metello prende parte ai moti del maggio del 1898 ed è catturato e messo in carcere. La sera successiva all’arresto è consentito alle donne di poter arrampicarsi a turno sulle sbarre della cella e di salutare il proprio caro, marito o padre che sia. Inaspettatamente tra i vari nomi, è chiamato anche quello di Metello: si tratta della voce di Ersilia. Questo evento fa capire a Metello che una volta uscito di galera, quella sarà per lui la donna da sposare.

Fintanto che Metello è in galera, il padrone del laboratorio di fiori finti in cui lavora Ersilia, s’invaghisce di lei e vuole sposarla. Spinta dalla miseria della sua vita si fa convincere ma il giorno in cui vanno a fare le carte in municipio e incontrano un gruppo di manifestanti in lotta per il pane, l’uomo dà dimostrazione della sua vera essenza di padrone che disprezza i rivoltosi. Lei capisce allora che non è lui l’uomo che deve sposare ed è proprio in questo frangente che le torna in mente Metello. Durante la sua permanenza in carcere, Metello ed Ersilia intraprendono una corrispondenza per tenersi in contatto e per imparare a conoscersi. I due si scambiano anche delle fotografie. Lei lo ama ma vuole tenerlo sulle spine dicendo che nonostante tutto non è ancora convinta di sposarlo. Ersilia intanto ha abbandonato il laboratorio ed è stata assunta come faticante all’ospedale. Lui deve scontare il domicilio coatto, perciò regolarmente si sposta da una sede all’altra. Visto che San Frediano, paese natale di lei, è nota per la criminalità che si è annidata nei suoi quartieri, Metello si chiede come sia riuscita Ersilia a non farsi inquinare da essa; lei risponde semplicemente che essere onesti non è poi una grande fatica. “Nessuno è cattivo e ti fa del male, se non sei tu cattivo e non fai del male”. L’ingiustizia è generale.

Metello finisce di scontare la sua pena quando lei ha quasi venti anni, dopo che gli sono stati condonati sei mesi. La mattina del 5 gennaio 1900 si presenta di sorpresa all’ospedale dopo che Ersilia ha terminato il turno di notte ed è così che diventano ufficialmente una coppia. I primi tempi, fino al matrimonio, egli dorme a casa di lei a San Frediano ma poi si trasferiscono a Firenze, dove nasce il loro primo figlio, Libero. Dapprima le cose non sono semplici poiché i soldi sono pochi, ma con la buona volontà e l’amore, la loro unione si consolida: si amano molto e vanno d’accordo.

Metello intanto è stato riassunto dall’ingegner Badolati e ora il lavoro non manca. Quando Ersilia rimane  incinta, Metello la costringe a lasciare il lavoro in ospedale perché anche con uno stipendio solo secondo lui possono farcela. Nella nuova abitazione, Ersilia, stando sempre a casa, stringe amicizia con le vicine; s’incontra spesso in particolare con Ida Lombardi, giovane sposa, moglie di un mosaicista (Cesare), che diventa amica anche di Metello, di cui peraltro s’invaghisce e inizia a fargli delle avances. Suo marito è un uomo senza idee, che si fa comandare dalla moglie.

Metello è un socialista e un attivista: partecipa agli scioperi per difendere il diritto dei lavoratori, tra cui uno stipendio più dignitoso, adeguato a mantenere una famiglia. Dal Belgio è anche tornato il fratello di latte di Metello, Olindo Tinaj, il quale gli si presenta di sorpresa, all’uscita del cantiere e gli racconta qual è stata la sorte dei componenti della famiglia Tinaj. La miniera non ha fruttato a loro alcuna fortuna: il padre Eugenio era morto presto ferendosi accidentalmente così come il fratello Vittorio morto sul lavoro. La moglie di Vittorio rimasta precocemente vedova con un bimbo a carico si risposa con Carlo, un altro fratello con cui ha altri due figli. I due rimangono in Belgio e tengono nella loro casa anche la madre.

L’ultimo fratello, Ascanio, invece si è allontanato sia dalla famiglia sia dal Belgio. Lui Olindo, dopo dieci anni di lavoro in miniera, un giorno ha un incidente: in seguito a una fuga di gas, ne respira così che la sua salute ne è gravemente compromessa e non può più praticare quel mestiere. Il denaro che ricava dalla liquidazione lo investe in un locale dove si gioca d’azzardo, il fatto venne a galla e gli ritirano la licenza. Per evitare il carcere ha dovuto pagare una multa che gli ha mangiato l’intero capitale, ed è così rimpatriato e andato a vivere con la famiglia della zia a Rincine, la quale ha subito impiegato la moglie nella fattoria. Quanto a lui invece, su consiglio di Isolina, cerca aiuto presso Metello, sperando che possa farlo assumere come manovale.

Metello s’iscrive al partito ed è una persona tenuta in alta considerazione sia in cantiere sia alla Camera del Lavoro, tanto che Del Buono, uno dei dirigenti di quest’organizzazione, lo interpella sempre prima di sottoporre agli altri l’idea di una protesta. Sempre disponibile verso i compagni, è anche consapevole delle sue responsabilità e dei suoi doveri di marito e padre. È pronto a battersi per una grave ingiustizia o un sopruso intollerabile ma è anche conscio del fatto che lavorare è necessario per guadagnarsi il salario e assicurare una tranquillità economica alla famiglia.

Una domenica mattina parte con Del Buono e Olindo per una riunione di muratori per discutere di problemi che riguardano la categoria a Monterivecchi, luogo in cui prima si riunivano gruppetti di anarchici dei quali faceva parte anche il padre Caco. Quello stesso luogo ora è un punto di raccolta per i socialisti, meglio organizzati in leghe “di resistenza”, divisi per tipologia di professione. Queste leghe sono poi nominate “di miglioramento” perché aprendo nuove fabbriche, il loro numero cresce, sempre meglio organizzate. La fazione dei socialisti ha ora un partito, deputati in Parlamento e un quotidiano nazionale.

Dopo la retata del 1898 sono diventati più scaltri e pacati negli atteggiamenti: invece di cedere al furore della rivolta organizzano pacifici scioperi senza violazione dell’ordine pubblico e senza poter quindi essere attaccati e arrestati dalla polizia. Sono persone che credono fortemente nei loro ideali, espressione degli elementi che caratterizzano la loro vita: “lo stomaco e il sudore”, spinti dall’istinto e dalla propria forza naturale. Il 4 aprile 1901 si tiene il comizio dei muratori  più affollato di tutti i tempi in un teatro romano con delegati di tutte le regioni d’Italia. Da nord a sud tutti condividono gli stessi problemi e gli stessi malumori. Gradualmente tutti i muratori delle varie regioni che hanno partecipato al comizio di Monterivecchi scendono in sciopero ottenendo più o meno risultati.

L’obiettivo è quello di fare aumentare i salari poiché inadeguati al loro lavoro. A maggio a Firenze si programma uno sciopero e tutti i muratori si trovano a discuterne per rilevare eventuali dissensi o dubbi. Confermato lo sciopero, si provvede a nominare un responsabile per ciascun cantiere. A capo dei lavoratori di Badolati viene nominato Metello. Lo sciopero viene attuato quindi nel 1902 e rimane nella storia per la sua straordinaria durata: 46 giorni, al termine dei quali gli impresari capitolano. Dopo due settimane di sciopero, nei vari cantieri i muratori trovano affisso un cartello che dice che chi fosse tornato a lavoro il lunedì successivo avrebbe avuto il lavoro assicurato per tutta la stagione, gli altri invece si potevano considerare licenziati. Ma i muratori non vogliono cedere finché i padroni non abbiano mostrato la volontà di venire loro incontro. Gli animi cominciarono a vacillare dopo il secondo sabato senza salario. Metello è combattuto e si sente tutte le responsabilità sulle sue spalle: non sa se capitolare o meno. Ersilia, infatti, per la necessità di denaro in casa e per il crescere dei debiti contratti per il prolungarsi dello sciopero del marito, è dovuta tornare in laboratorio a confezionare fiori.

Metello si scopre intanto invaghito di Ida, alla quale il suo pensiero è sempre rivolto. La sua attrazione nei confronti della donna è puramente fisica. Desidera possederla più di ogni altra cosa e finora gliene è solo mancata l’occasione.

Questa si presenta un giorno in cui la moglie Ersilia è andata con Libero a trovare la madre a San Frediano, e Ida, sola in casa, invita Metello a bere un’aranciata: i due finiscono col fare l’amore e intraprendono così una relazione sessuale.

Un giorno Ersilia lascia Libero dalla nonna a San Frediano per recarsi a lavoro; la sua dirigente le dà un anticipo per un lavoro che deve fare e lei da moglie amorevole qual è pensa di preparare una cenetta prelibata al marito e comprargli un fiasco di vino, come piace a lui, poiché è da tanto che non può concedersi un lusso del genere. Quella sera torna a casa prima e decide di iniziare subito il lavoro per cui le è stato dato l’anticipo e per fare ciò chiama l’amica Ida affinché le dia qualche buon consiglio. Ma la ragazza è impegnata con l’amante; i due si rivestono in fretta. Ida si precipita da Ersilia e Metello sgattaiola furtivamente fuori per rifugiarsi alla Camera del Lavoro, tuttavia la moglie lo vede e rimane senza parole.

Inizialmente fa finta di niente, gli prepara la cena come se non fosse successo niente e si comporta con lui come sempre. Soffre ma non prova risentimento verso di lui ma solo verso l’amica, da cui si sente tradita. Sente che se Metello l’ha tradita è stato per colpa sua, è stata lei a essergli “mancata” in qualche modo e Ida ha approfittato di questo per tentarlo con le sue abilità seduttive. È con lei che vanno regolati i conti ma senza scalpore, senza tragedie. Vuole risolvere la questione pacificamente e per far ciò decide di iniziare a seguire Ida. Un pomeriggio riceve due visite che le danno la conferma dell’effettivo tradimento. La prima da parte di Olindo che viene a cercare Metello; lei gli dice che si trova alla Camera del Lavoro ma lui le riferisce di arrivare proprio da lì. Ersilia si rammarica anche del fatto che la sua distrazione lo distolga dai suoi impegni e doveri di responsabile dello sciopero.

È, infatti, arrivato il giorno entro cui, se non fossero arrivati i soldi della sottoscrizione, gli scioperanti avrebbero dovuto decidere cosa fare. Già trenta persone sono risolute a tornare al lavoro nel caso questi soldi non arrivino. La sua presenza alla Camera è necessaria poiché i soldi non sono arrivati e i muratori sono in subbuglio. La seconda da parte di Renzoni, uno scioperante, venuto in visita a casa di Metello a riferire la situazione a Ersilia, di cui evidentemente Metello è ignaro.

Quando la sera Ida torna dall’appuntamento con l’amante, Ersilia è sul pianerottolo che lo attende. La fa accomodare, la prende a male parole e a schiaffi, tirandola per i capelli fino a che non le fa uscire il sangue dalla bocca. Quando arriva suo marito Cesare, Ersilia s’inventa che l’amica ha preso un’insolazione presso il lung’Arno. Metello torna a casa corrucciato poiché proprio ora  che degli imprenditori stanno per cedere, alcuni muratori abbandonano lo sciopero per riprendere il lavoro, tra cui Olindo e il Tedesco. Gli imprenditori vogliono far arretrare i capi della sommossa, i rappresentanti dei vari cantieri, tra cui Metello stesso.

Metello non confessa alla moglie l’avventura con Ida ma non per questo si sente in colpa. Mentre Metello giace con Ida, alla Camera del Lavoro Olindo e Aminta, un lavoratore, discutono perché il primo è deciso a tornare al lavoro mentre il secondo è convinto che ci voglia la forza per far valere i propri diritti nei confronti degli impresari. Olindo è sostenuto da molti esasperati e ridotti alla fame. Del Buono tenta in tutti i modi di convincerli a resistere anche con segnali di speranza che arrivano da Roma. Anche se i soldi stanno per arrivare, molti vogliono tornare ai cantieri. Arrendersi proprio ora vorrebbe dire lasciare carta bianca ai padroni per il futuro, consentendo loro di dettare tutte le condizioni di lavoro. Olindo lancia una provocazione e scoppia una rissa e a causa di ciò Del Buono e alcuni altri muratori sono arrestati e la Camera del Lavoro chiusa. L’obiettivo è far liberare i primi e far riaprire la seconda, questo anche a costo di organizzare uno sciopero generale. Con Del Buono in carcere lui e gli altri oltranzisti devono presentarsi in cantiere per dissuadere coloro che sono intenzionati a tornare a lavoro.

Metello non si sente in colpa nei confronti di Ersilia perché per lui la relazione con Ida non ha contato nulla, è stato solo uno sfogo fisico. È piuttosto inquieto per un possibile fallimento dello sciopero per il quale si sentirebbe in colpa dato il comportamento del fratello Olindo. Se lui fosse stato con i compagni invece che con Ida, avrebbe sicuramente dissuaso il fratello dal suscitare una sedizione.

I muratori, divisi secondo il cantiere di appartenenza, si recano ciascuno al proprio per mettere in pratica il loro piano ma scoprono con amarezza che i crumiri hanno dormito nel cantiere. Nei pressi di quello situato in via XX settembre ci sono anche i soldati e l’ingegner Badolati. In tutti i cantieri è stato affisso un cartello che ordina a tutti quelli che intendono riprendere il lavoro di sottoscrivere una dichiarazione con la quale riconosca eque e legittime le tariffe fissate dall’ACE (Associazione Costruttori Edili) e si impegnino per il futuro a non partecipare più ad alcuna manifestazione promossa dalla Camera del Lavoro. Si comunica inoltre il licenziamento di tre muratori, tra cui Metello. Lo sciopero è finito; Del Buono è stato scarcerato; i padroni si sono decisi a scendere a patti con gli operai; sono arrivati anche i soldi della sottoscrizione. I licenziamenti sono stati annullati e la Camera del Lavoro riaperta. I lavoratori ottengono un minimo aumento di stipendio.

Una volta tornati a lavoro, a causa di un cedimento strutturale di un’impalcatura, il decano Lippi e il giovane Renzoni precipitano nel vuoto e perdono la vita. Intanto anche il Tedesco, finito all’ospedale per un colpo d’arma da fuoco partito durante i tafferugli dello sciopero, muore improvvisamente.

Intanto Ida e Cesare sono partiti per il mare e una volta terminate le vacanze estive, si trasferiranno in un’altra casa. Metello dopo una notte d’amore con Ersilia le rivela che l’iniziativa del tradimento pur essendo stata sua, non ha avuto alcuna importanza per lui. La mattina seguente Metello è arrestato insieme a tutti gli altri componenti i gruppi dei 21 oltranzisti (19 in realtà perché Lippi e Renzoni sono morti). Sono imputati di attentato e ribellione alla forza pubblica, istigazione alla sommossa e associazione a delinquere e tenuti in carcere per 6 mesi.

Un giorno a casa Salani arriva una busta non firmata con 100 lire. Più tardi Metello comprende che il mittente non può essere che Viola. Intanto Ersilia è rimasta nuovamente incinta e a dicembre finalmente i diciannove ex scioperanti sono rilasciati. Il romanzo finisce con la ricomposizione della “sacra famiglia”, perno centrale della vita di Metello.

 

Chiavi di lettura del romanzo

 

La vicenda umana di Metello si dipana lungo i quattro anni più difficili della storia italiana, dal 1898 al 1902; furono gli anni delle cannonate del generale Bava Beccaris, sparate nel cuore della città di Milano contro una folla inerme di dimostranti che avevano il solo torto di protestare contro il rincaro del pane. Vennero poi le leggi liberticide del generale Pelloux, bocciate dal fermo proposito di quanti si opposero con l’ostruzionismo parlamentare al bavaglio della libertà di stampa. I colpi di pistola sparati a bruciapelo dall’anarchico Gaetano Bresci contro il re Umberto I, chiudevano definitivamente un secolo e ne aprivano un altro. Le tensioni sociali non diminuivano; a Buggerru, Castelluzzo, Sesti Ponente, l’esercito interveniva di nuovo, schiacciando nel sangue ogni tentativo di protesta mirante solo ad avere migliori condizioni di vita. Metello vive dentro questo quadro di avvenimenti; è un semplice muratore che non ha mai conosciuto i suoi genitori. Originario dell’entroterra fiorentino, quindicenne è subito a contatto con la dura realtà lavorativa del mercato. Riconosciuto dai vecchi amici del padre, è aiutato e ospitato dai nuovi compagni, in particolare da Betto, un anarchico istruito e stimato che, in seguito, muore in Arno. Rimasto solo, Metello inizia a lavorare come manovale, poi come muratore presso l’impresa dell’ingegner Badolati; intanto compie le sue prime imprese sentimentali, ma prende anche coscienza delle questioni sociali, grazie alla scuola del compagno Chellini che gli chiarisce la differenza fra la concezione anarchica della lotta di classe e quella socialista tutta tesa a organizzarsi in partito e sindacato. Metello si butta a leggere con entusiasmo la rivista “Cultura Sociale”, fondata da Turati, legge il Capitale di C. Marx. Non vorrebbe occuparsi di politica, ma finisce per trovarcisi coinvolto suo malgrado, fino a subire la prigione senza quasi sapere il perché. Uscito dalla prigione, si sposa con Ersilia e s’iscrive al Partito Socialista. Ma, alla prova di un grosso sciopero dei muratori, tentenna e si perde dietro una donna: Ida della quale si è incapricciato. Ben presto, gli eventi gli aprono gli occhi e si riabilita presso i compagni, diventando uomo maturo e consapevole come dimostra di essere in occasione di un nuovo sciopero dei muratori, quello storico del 1902, che lo vede impegnato in prima persona. La protesta finisce con la vittoria ma anche con il nuovo arresto di Metello che, mai domo, rientra per lunghi mesi alle Murate, il carcere di Firenze. Alla moglie che lo conforta dice: “Come tutto ci deve venire a costar caro? Ho trent’anni e ne ho passate! Eppure, ci credi? Mi sembra di essere soltanto ora nell’età della ragione. Il passato bisogna scordarselo, ce lo portiamo dietro ma non ci deve pesare. I morti che ci hanno fatto del bene, si ricompensano guardando in faccia i vivi. Ci si dovrebbe semmai più ricordare dei loro sbagli che delle loro cose indovinate. E’ coi vivi che siamo alle prese. E con loro ti devi esporre per forza. Primo o ultimo ci troviamo tutti sulla barricata”. In Metello ed in Ersilia, Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913Roma, 12 gennaio 1991), anch’egli figlio del popolo, trasferisce quella eterna forza dei semplici, quella solarità nelle scelte che non li fa mai arrendere al proprio destino. “Male non fare, paura non avere”. E’ quanto ripete spesso Ersilia.

Vasco Pratolini nasce a Firenze, nel quartiere popolare di via de’ Magazzini, da una famiglia di umili condizioni, aggravate dalla morte della madre, che avviene quando il piccolo Vasco ha appena cinque anni. Da ragazzo si prodiga in molti mestieri per sopravvivere: garzone di bottega, venditore ambulante, barista, non trascurando mai il suo grande amore per i libri. Legge inizialmente Dante e Alessandro Manzoni, poi Jack London, Charles Dickens, Federigo Tozzi, e cresce in un ambiente letterario fiorentino influenzato dalla rivista Solaria e dai movimenti cattolici francesizzanti. Attraverso Elio Vittorini prende contatti con il mondo letterario e dal 1935 al 1938 diviene redattore, assieme a Romano Bilenchi e allo stesso Vittorini, del periodico politico il Bargello, grazie al quale focalizza e perfeziona la sua “coscienza proletaria” e di classe, e pubblica i suoi primi scritti letterari nel 1937 su Letteratura. Durante gli anni universitari è iscritto ai GUF e partecipa ai Littoriali della cultura e dell’arte. Nel 1938 fonda con Alfonso Gatto la rivista Campo di Marte, distribuita dall’editore Vallecchi, nella quale i due redattori cercano di saldare la loro sensibilità privata e letteraria con quella pubblica e politica. Partecipa poi attivamente alla Resistenza. Dopo la guerra, nel dicembre 1948 si trasferisce a Napoli, dove vive sino al 1951; insegna all’Istituto Statale d’Arte “Filippo Palizzi” e intanto scrive “Cronache di poveri amanti” (1947), “Un eroe del nostro tempo” (1949), “Le ragazze di San Frediano”. Negli stessi anni lavora come giornalista e collabora alla sceneggiatura di alcuni film famosi: Paisà di Roberto Rossellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy. E’ sepolto nel cimitero delle Porte Sante di Firenze.

 

I personaggi del romanzo

 

Viola. E’ la prima donna che entra nella vita di Metello. L’amore con Viola è un amore passeggero, pur tuttavia importante perché lo pone davanti ad una realtà nuova: “Metello non fu mai preso d’amore per lei; nemmeno si accorse di godere di una donna in qualche modo eccezionale, che avrebbe lasciato un segno nella sua vita. Se non altro il gusto della pulizia, della proprietà d’abito e di modi che Viola gli istillò e ai quali egli si assuefece, volendo piacerle e perché i loro rapporti, sulla cui durata egli non si era mai illuso, potessero continuare il più possibile. La sicurezza infine, nel trattare con le donne, dopo l’esperienza fatta con Viola. Quella baldanza che o si acquisisce a vent’anni o mai più”. Pescetti, Del Buono sono dirigenti del Partito Socialista, Donnini, Aminta, Lippi Ferdinando, Renzoni, Olindo sono amici di Metello e compagni di lavoro al cantiere. Badolati è l’ingegnere del cantiere presso cui lavorano Metello e gli altri suoi amici. Ersilia è la sposa di Metello. Ragazza del popolo, nata nel quartiere popolare di Borgo San Frediano, s’innamora di Metello quando questi è in carcere per aver opposto resistenza alla forza pubblica. “Metello conobbe Ersilia quando essa aveva ancora le trecce legate a cercine come un’educanda, e così gli occhi e il viso. Un velo nero su quei capelli neri, al funerale del padre. Una bambina cresciuta presto, le sottane alla caviglia le conferivano intera la sua altezza, lei sorreggeva sua madre per il braccio e guardava il fratello, più ragazzo di lai, sui quindici anni. Era il novembre del 1897, un freddo, un gelo! Metello si ricordava col solino sotto il collo, il vestito della domenica, il cappello in mano. Tirava un gran vento, le foglie sopravanzavano il corteo lungo i viali. C’era la bandiera nera degli anarchici e c’era, malgrado le lotte politiche li dividessero, il gagliardetto rosso dei Socialisti e quello della Camera del Lavoro. Era un comunardo che si andava a seppellire, un muratore per il quale, sul lavoro e nella vita, tutti avevano avuto amicizia e considerazione. Ma quegli uomini pensavano più ad affrontare i soldati per via delle bandiere, si aspettavano di vederli sbucare di crocicchio in crocicchio, che non al morto, chiuso nella sua bara in testa al corteo… La guardava camminare davanti a sé pochi passi, nel corteo, quando, come ci si aspettava, risuonò uno squillo di tromba e sopraggiunse il plotone dei soldati. Volarono chepì e saltarono diversi gemelli dai solini, fu sparata in aria una scarica di fucileria. Il carro funebre era scomparso, siccome la pariglia aveva preso la mano al cocchiere; l’indomani si seppe che il carro aveva urtato di fianco un omnibus a cavalli e la bara era rimasta scoperchiata al vento, nel mezzo del viale. Dal tafferuglio, le sole ad uscire intatte, erano state le bandiere che gli alfieri protetti dai compagni alla prima ondata, avevano messo in salvo sventolandole di lontano. Metello e qualcun altro dovettero trascorrere la notte in guardina“. Arrestato di nuovo per dei tumulti del 1898, Metello, in carcere riceve la visita di Ersilia: “Salani Metello, sono Ersilia, Salani Metallo, sono la figlia del Palesi”… Antonietta, Gina, Lidia, Rosina, Annita, Ersilia, Ersilia. Finché, tornato il silenzio, sopito anche l’uggiolio del Corradi, notte alta, nel tanfo già spesso del camerino, forse Metello fu il solo a vegliare. Era l’alba, ed egli si diceva: “Esco e la sposo”. IDA. E’ l’elegante signora, amica di sua moglie, di cui Metello s’innamora temporaneamente ma più per un capriccio passeggero che per un sentimento profondo, al tempo di un ennesimo sciopero dei muratori in lotta con l’ingegner Badolati per chiedere un ritocco dei salari. La relazione di Metello con Ida non passa inosservata ad Ersilia che ha un violento scontro di gelosia con la sua rivale: “Dove lo hai  portato? Portato? Chi? Cosa? Tentò di dire. Fulmineamente, restando seduta faccia a faccia, Ersilia le aveva vibrato uno schiaffo. Sotto il colpo, Ida scattò di lato, ma un secondo schiaffo, sull’altra guancia, la rimise in equilibrio, e due, quattro, sei, tante doppiette la raggiunsero, dall’orecchio alla bocca, prima che potesse piegarsi in avanti e nascondere la faccia tra le mani. Ersilia si era alzata, la rovesciò sulle spalle, tirandola per i capelli, e con la mano libera continuava a colpire, in silenzio, calma, badando dove picchiava e impegnandovi tutte le sue energie di donna sana, forte, sanfrediana. Ida mezzo svenuta ormai, le braccia abbandonate, il mento proteso, si offriva suo malgrado alla tortura, un groppo le chiudeva la gola e le toglieva il respiro. Implacabile, sempre trattenendola per i capelli, Ersilia la batteva sul viso, finché vide che più non saliva ma sangue usciva dalla bocca della bella Idina. Lasciò la presa e Ida ricadde con la testa in avanti, ora singhiozzando disperatamente”.

 

Il quadro storico – geografico del romanzo

 

Tutte le vicende del romanzo si inquadrano in un preciso contesto storico: l’Italia di fine secolo 1800 percorsa dai primi moti socialisti, gli scioperi del 1898 culminati nell’intervento della forza pubblica a difesa dell’ordine sociale voluto dai liberali al potere. Un preciso riferimento storico ha lo sciopero dei muratori del 1902 decisi ad ottenere un ritocco dei salari dai datori di lavoro. Figura di primo piano è il sindacalista Del Buono che è sempre attorno agli operai nella difesa dei loro legittimi diritti. Il quadro geografico è la Firenze di fine secolo, la Firenze dei quartieri popolari: Borgo San Frediano, via Pietra Piana. Ecco come Pratolini descrive il quartiere di Borgo San Frediano, il quartiere di Ersilia, di Caco, di altri operai anarchici e socialisti: “C’è di là d’Arno un quartiere dove le facciate delle case, se può darsi tale nome a sì orribili catapecchie, sono specialmente in certi punti, stonacate, scabbiose, gli acquai con sgrondi rotti, un quartiere  dove il minimo subbuglio può tirare sulle strade, accalcare insieme ad un tratto centinaia d’uomini e donne furenti! Vi dico, che c’è un gruppo di case segregate, che non servono come arterie di circolazione, ma sono tutte chiuse in sé e vi pullulano i ladri, i manutengoli; vi brulica la marmaglia, la bordaglia, la schiuma, il marame della popolazione, insieme accozzata… Era infine il quartiere dov’era nata e dove viveva Ersilia, dove Metello aveva avuto rare occasioni di sostare, sempre incontrandovi tra un’osteria, un bordelo e una bottega di trippaio, facce amiche, coscienze pulite e mani affaticate”. Di questa Firenze operaia, del quadro storico dell’Italia di fine secolo, a Pratolini interessa cogliere il vitale processo di una umanità nelle sue aspirazioni più alte; a lui stanno a cuore taluni valori indistruttibili dell’uomo: la sua origine, l’educazione dei sentimenti, la lotta per la vita, l’amicizia, l’amore, la solidarietà. Ecco come descrive Pratolini le prime idee socialiste di Metello ventenne: “Ora che si è fondato questo nuovo partito, gli resterà sempre più difficile farci del male. Siamo tutti uniti, e con Uomini come Costa e come Turati, ma che manovale sei se non li hai mai sentiti nominare? Con loro a capo, si sa dove si va. Ma ti sembra giusto, commentò – che un filone di pane ci costi due ore di lavoro? L’importante è di non lasciarsi trascinare alle vie di fatto personali, come è successo a me qualche ora fa… Queste idee che gli uomini sono tutti uguali, che tutti si ha il diritto di lavorare e di non essere sfruttati, quando sono entrate nel sangue, tirano come il sangue proprio. O non sono le stesse cose che dice il prete al Vangelo? Tra tutti gli altri sentimenti, quello della solidarietà: “Uscire di casa, il martedì 6 e approvare chi gridava: Pane! Fu spontaneo, come spicca l’acqua dalla sorgente e le labbra pronunciano le parole… Poi trovarsi in prima fila negli scontri di piazza Vittorio venne di conseguenza, sarebbe assurdo il contrario… di ciascuno Metello poteva immaginare il ritorno alle case, il secondo Sabato senza portare niente di salario. E si avvide che tutti, nessuno escluso, inconsciamente magari, gli chiedevano di assumersi la responsabilità da solo di continuare lo sciopero. Poi essi avrebbero condiviso codesta responsabilità, ma perché lui, col suo atteggiamento, ve li avrebbe costretti”. Metello presso i suoi compagni gode di una stima e considerazione notevoli, tanto che è sempre lui a difendere a spiegare le ragioni dello sciopero davanti all’ingegnere Badolati: “Dico in particolare proprio a te, Salani, e a tutti, aggiunse. Non v’è bastata l’esperienza dell’anno scorso, volete riprovare. Ma cosa volete riprovare? A riempirvi di debiti, anche se lo trovate chi vi presta una lira? Se non vi reggete in piedi, e non coprirete la norma, peggio per voi, da me avrete quello che vi sarete guadagnato, e dopo che ve lo sarete guadagnato”. Lo guardavano muti, e piuttosto che avvicinarglisi, si erano aperti a semicerchio davanti a lui, con Metello in mezzo che aveva Aminta vicino e lo teneva per un braccio, come si trattiene un ragazzo. Ma non poté impedirgli di interloquire… Allora attaccate? No, rispose Metello. E ci dispiace quanto dispiace a lei, forse anche di più. Ma se lei non vuole nemmeno prendere in considerazione l’idea di venirci incontro, siamo in ballo e balliamo”. Metello l’esame decisivo lo supera quando la carica di “caporale” nel cantiere, che l’ingegner Badolati, il “meno boia” dei padroni ma proprio per questo il più subdolo e pericoloso, gli offre, pe imborghesirlo e spezzare il legame di umana solidarietà che lo lega ai compagni. Ancora una volta, qui, attraverso Metello, è tutta la classe lavoratrice che viene sottoposta alla prova del nove, e la supera: “Se non avessi trent’anni appena, porrei la mia candidatura. Ma è che sono troppo giovane, e a questa età è ancora difficile cambiar pelo” (Vasco Pratolini, Metello, pag. 356).

 

Il paesaggio nel romanzo

 

Il valore del romanzo va ricercato nelle pagine in cui sono descritti i sentimenti primitivi e le aspirazioni popolari: la schiettezza dei sentimenti, dell’amore e dell’odio. Non c’è nulla di artificioso, Pratolini non indulge a nessun formalismo. Non mancano nel romanzo descrizioni paesaggistiche di rara vivacità. Il paesaggio sembra assistere al dramma degli uomini, non è un paesaggio inventato ma colto dalla realtà: la ferrovia, il cantiere, il quartiere popolare. “C’era un grande silenzio, si erano zittiti anche i grilli: vicino volava un moscon d’oro; uno dei buoi mugghiò, l’altro gli fece eco. Metello era rimasto fermo, guardava il carro, la vecchia e l’uomo che lo aspettavano… E ora i grilli cantavano più forte, si erano destate le rane, abbaiavano i cani, saliva in cielo la luna a illuminargli il cammino e a quella luce splendevano tutti bianchi i sassi dell’Arno in secca tra i campi e la ferrovia… Tutt’attorno pesava questo silenzio, questa immobilità e questa attesa. Al di là degli orti, dov’era la ferrovia, transitò un merci: il fischio e il fumo della locomotiva, parvero durare un tempo infinito nell’aria”. In tutto il romanzo c’è una partecipazione affettiva di Pratolini al dramma degli operai in sciopero, partecipazione che gli derivava dall’aver conosciuto anche lui nella giovinezza le ristrettezze economiche, la propria povertà difesa con tutta la dignità con cui sono capaci di difenderla le persone più umili e semplici: “La sera prima erano scappati all’arrivo dei soldati, avevano preso la strada di casa senza voltarsi indietro. Quindi digiuni da ventiquattro ore, avevano cenato con la panzanella, cercando di non guardare in faccia la moglie ed i figlioli, mentre facevano le porzioni”. Ecco l’incontro di Ersilia con Metello uscito di prigione: “Erano le sette di mattina, già nell’atrio il freddo tagliava il viso; fuori il cielo era buio, come se l’alba non si decidesse a spuntare; i lampioni a gas erano ancora illuminati sulla piazza e sotto il porticato, a metà del quale, degli uomini stavano attorno ad un falò acceso dagli spazzini. Di nuovo, il cuore le salì in gola, prima ancora di poter dire a se stessa la ragione. Metello dava le spalle al falò, le mani dietro il dorso; indossava un cappotto marrone col bavero tirato fin sulla bocca, un cappello dalla tesa grande calata, ma lo stesso, quando egli si mosse, già ella lo aveva riconosciuto. Egli dovette avanzare di qualche passo, prima di pronunciare il suo nome. Ersilia gli sorrideva, e il suo affanno si era improvvisamente placato, aveva voglia di piangere tanto le cantava il cuore”. Anche la dignità di Ersilia nel subire il tradimento del marito è quanto di più bello Pratolini poteva scrivere: “Si imparano mille cose in un istante, non occorre essere stati a scuola, quando la vita ti colpisce a tradimento con le sue cattiverie: basta avere una spina dorsale che ti mantenga in piedi. Ersilia ne faceva in quel momento una dolorosa esperienza. La sua lealtà, il suo coraggio, la sua abitudine ad affrontare a viso aperto le ingiustizie ed i dolori che non le erano stati risparmiati, alla resa dei conti l’avevano sempre trovata vincitrice, o comunque preparata a subirne l’irreparabilità. Se questo mondo è una giungla, ella era nata e vissuta in quella giungla, particolarmente intricata ch’era San Frediano; nondimeno, c’era questa sua naturale solarità, questa oasi e questa radura del cuore che ogni volta la illuminavano e le permettevano lo scampo. La stessa disgrazia che le aveva rapito il padre, ad esempio, e che aveva rappresentato la congiuntura più sofferta e drammatica della sua vita, aveva favorito il suo incontro con Metello. L’eterna forza dei semplici, di affidarsi e nello stesso tempo di non arrendersi al proprio destino. “Male non fare, paura non avere”. La sua fiducia nella vita, infine, aveva sempre trovato un esatto rapporto nella spontaneità, nella chiarezza diciamo e nella costanza dei suoi sentimenti e dei suoi affetti. Ora per la prima volta era stata colpita alle spalle; e non per questo era crollata. Ma la sorpresa le aveva inibito una subitanea ribellione, lo stupore aveva sopraffatto l’offesa. Forse da questa esperienza ne sarebbe uscita più amorosa, più comprensiva, più saggia ma definitivamente disincantata, meno franca, meno spontanea e cordiale. Questo avvenimento, che d’ora in avanti l’avrebbe costretta a diffidare del proprio istinto, a cautelarsi contro l’intrigo, segnava inconsciamente il suo congedo spirituale dalla giovinezza. Già le era bastato un istante per possedere compitamente l’arte della dissimulazione, questo ripugnante magistero a cui gli uomini sembrano avere affidato l’equilibrio del loro rapporti” (Vasco Pratolini, Metello, pag. 264, Oscar Mondadori, 2004).

 

Film “Metello”

 

Nel 1970, per la regia di Mauro Bolognini, uscì una riduzione cinematografica del libro. Il film aveva lo stesso titolo del romanzo: “Metello”. Tra gli interpreti, un giovanissimo Massimo Ranieri nella parte di Metello, Lucia Bosè (Viola), Ottavia Piccolo (Ersilia Pallesi), Tina Aumont ( Ida). Il festival di Cannes (1970) riconobbe in Ottavia Piccolo la migliore interpretazione femminile. Il film fu ritenuto il miglior film di Mauro Bolognini (David di Donatello). Massimo Ranieri ricevette il premio David Speciale, il premio come  migliore attrice non protagonista andò a Lucia Bosè.

 

Raimondo Giustozzi

 

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