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Il punto di partenza: Cellino San Marco.

28117003_1627031387416296_407572813_ndi STEFANO BARDI

 Dopo tanti articoli, dedicati a scrittori italiani nazionali e locali, voglio ora raccontare il paese in cui, ancestrali, risiedono radicate le mie dolci origini. Tenterò di farlo attraverso una analisi delle sue meraviglie culturali più splendenti cercando di mettere in risalto la bellissima, profumata, gustosa, terra pugliese, per poi partire alla  volta di Cellino San Marco paese dove ancestralmente ho visto la luce. Puglia, magnifica terra dai miti inverni che inumidiscono i visi dei contadini durante la albe mattutine e dalle afose, ventilate, brucianti estati che feriscono, stuprano, violentano, e scavano nel profondo i visi dei fanciulli e delle fanciulle, che spensieratamente e tristemente lavorano nelle campagne salentine dalla mattina alla sera, per poter sopravvivere a una vita fatta di sacrifici e “miserie” economiche. Puglia, terra dalle aspre e selvagge rocce, dalle vaste falesie, dalle morbide sabbie; e dai meravigliosi paesaggi roccioso-collinari. Puglia, regione da un prodotto interno lordo costituto in prevalenza agricolo – industriale ma, anche negli ultimi dieci anni, da quello turistico e culturale grazie a città come Ostuni, Gallipoli, Lecce, Santa Maria di Leuca, e tante altre ancora. Insomma, una Regione, la Puglia, che si basa è vero sul turismo, ma anche e soprattutto sulla mezzadria, dove nelle vaste e immense campagne salentine i secolari ulivi, sono il simbolo della vita etica e spirituale di questa terra; e più in generale, sono il simbolo della Puglia più autentica, sincera, e genuina.

In particolar modo, in questa vasta terra, la Provincia di Brindisi, attira la mia attenzione storico-letteraria, dove all’interno della sua vasta rete cittadina c’è il paese di 6.791 abitanti, che prende il nome di Cellino San Marco. Un paese, come detto all’inizio, che conserva le mie radici delle quali, una volta, confesso, non andavo fiero tanto a trovarmi a  rinnegarle. Solo con il tempo ho capito quanto siano importanti le radici poiché, senza conoscere e amare il proprio passato, non si può vivere una vita in nome della gioia, della libertà, e dell’amore. Le radici non sono una vergogna, ma sono una preziosa e importante conoscenza della nostra vita passata, che ci fanno scoprire come eravamo, le nostre usanze, le nostre folclorità, i nostri profumi, i nostri sapori, e inoltre sono uno strumento che ci fanno riavvicinare agli intimi affetti mai conosciuti. Un paese, del quale, ora vado fiero e mi onoro di appartenere. Un paese, che fa scorrere il suo sangue nelle vene del mio corpo, (seppur anagraficamente sia nato a Chiaravalle (An) nel settembre del 1985). Parole, le mie, che vogliono essere un omaggio al paese dove ancora oggi risiede la mia anima e che vogliono, in particolar modo, dimostrarsi testamento spirituale per i miei parenti che lì ancora vivono. Parenti, che porto sempre nel mio cuore e sento vicini nelle notti buie e oscure, portandomi luce cacciando demoni capaci d’oscurarmi il sonno. Un testamento, il mio, che omaggerà  come dice il titolo, il paese nel quale sono “nato” e “partito” dove, all’apparenza, nulla di straordinario sembra esserci, ma così non sarà come vedremo più avanti.

 

Un paese, quello di Cellino San Marco, che può definirsi come un luogo dolce e amaro allo stesso tempo. Amaro perché, come i piccoli paesani mezzadri del Salento, nulla offre di lavoro a tanti giovani costringendoli così ad abbandonare i loro cari per trovare fortuna al Nord o costringendo, a chi decide di rimanere nella sua terra, alla sopravvivenza socio-economica nella campagna, nella pesca, nelle vigne, e anche purtroppo nella delinquenza o peggio ancora, nella vita di stampo mafioso. Dall’amaro passiamo ora alla dolcezza cellinese, che è rappresentata dall’odore di incenso che si sente per le strade e per le vie cittadine durante i giorni di festa dedicati a San Marco (patrono locale), in cui spensierati fanciulli, corrono liberi per le vie con la bocca sporca di croccante alle mandorle (“cupeta” in dialetto cellinese), di zucchero filato, di cioccolato. Giorni in cui gli anziani ascoltano, dalla giostra dislocata nella piazza centrale del paese, la banda cittadina mentre spensierati e felici giocano alle carte. Una dolcezza che è anche espressa attraverso le bellezze e meraviglie storico-architettoniche, come per esempio la Chiesa di S. Marco Evangelista del 1738, la Cappella di San Marco del 1716, il Castello o Palazzo Baronale del 1578-1599, e le Contrade Mei e Veli nelle quali sono stati scoperti manufatti di epoca romana e reperti risalenti al 2000-1800 a.C. Accanto a queste bellezze storico-architettoniche, dobbiamo però ricordarci anche di due grandi intellettuali italiani di fama nazionale legati a Cellino San Marco, ovvero il politico ed economista Antonio De Viti De Marco leccese di nascita, ma legato a Cellino San Marco attraverso la tenuta vinicola “I Veli” ora denominata Masseria Li Veli, e il filologo Raffaele Spongano. Una dolcezza che si esprime ancora oggi, attraverso la sua massima bellezza, ovvero, attraverso le canzoni di Albano Carrisi (Cellino San Marco, 20 maggio 1943), conosciuto da tutti più semplicemente come Al Bano. Artista, che seppur non è un cantautore in toto, lo si può forzatamente far rientrare in questa categoria poiché, è vero che alcune canzoni sono state scritte e musicate per lui da altri, ma è anche vero il contrario. Cantautore, attore, ma anche e soprattutto poeta, poiché come si vedrà nella parte dedicata ad alcuni suoi testi, ci sono canzoni che possono essere considerate delle vere e proprie poesie, con profondi e intensi significati. Prima di analizzare nel dettaglio alcune canzoni che lo hanno reso immortale, dobbiamo trattare molto velocemente la sua poetica che si basa su tre principali temi di base, che sono la campagna, il mare, e la fede.

 

Un cantautore, il Carrisi, strettamente legato alla campagna cellinese che già dal 20 maggio 1943, quando era ancora in fasce, fu da essa cullato col melodioso canto delle cicale che ancora oggi addolciscono le afosi serate estive paesane. Un canto, quello delle cicale, che significò e significa tutt’ora per questo cantautore la speranza, la dolcezza, l’amore e la reminiscenza. Campagna che è sempre presente nel suo cuore e nella maggior parte delle sue canzoni. Campagna, che è vista e concepita come un luogo in cui consumare esistenze forti, semplici, umili, coraggiose e in cui spensierati fanciulli corrono liberi, a piedi nudi, sulla sua straziata, dolorosa, sanguinante terra abitata e animata da maestosi ulivi secolari, labirintici filari di vigneti e gallerie di fichi d’india. Una campagna dalla quale il Carrisi dovette separarsi nel 7 maggio 1961, quando partì per Milano alla ricerca del successo che poi, successivamente, arrivò. Abbandono ben descritto nella canzone La siepe, che è colma di strazio, malinconia, pianto e afflizione per il distacco dalla sua terra, dalle sue origini, e dalle sue calorose affettuosità private. Campagna, che il cantautore pugliese, riabbraccerà nel 1969 acquistando la zona denominata Curtipitrizzi, (che in italiano è traducibile in corte di pietre) e che, passo dopo passo, porterà poi alla nascita delle Tenute Albano Carrisi.  Azienda, quella dell’artista pugliese, che si compone di un villaggio realizzato interamente con il tufo e la pietre lecciso e capraro, da un’azienda vinicola che produce ottimi vini come ad esempio Don Carmelo, Taras, Platone, Basiliano, da un enorme bosco dall’ottocentesca reminiscenza storica, che fino al 1861 fu un rifugio per tanti briganti e che ai giorni nostri, grazie alla meticolosa e paziente cura del Carrisi, rappresenta uno dei polmoni verdi più grandi della Puglia intera. Parole, le mie, che possono risultare non appropriate al discorso che sto facendo, ma così non è poiché dimostrano invece, come la campagna non sia solo un’astratta fonte di ispirazione per questo cantautore, ma anche e soprattutto una materiale, concreta, e reale musa ispiratrice come dimostra la canzone Le radici del cielo, dove compare un altro tema di vitale importanza per il Carrisi, ovvero, quello del mare. Un mare, che per il cantautore pugliese, simboleggia la vita medesima e, come essa, anche questo è capace di riscaldare i cuori dei bisognosi allontanando, gli avidi e oscuri spiriti. Il mare, per il Carrisi, è il simbolo dell’avventura, dell’eternità e del viaggio della speranza.

Il terzo e ultimo aspetto, da analizzare nel dettaglio, è quello della fede. Una fede presente nel cantautore pugliese sin da bambino. Questo, grazie ai suoi genitori che, da sempre, l’hanno educato all’idea dell’Oltretomba come meta da meritarsi e conquistare. Un mondo quello dell’Aldilà, in cui i defunti non sono visti come degli spiriti persi per sempre, ma come degli angeli sempre presenti nel nostro cuore che, quotidianamente, ci guidano nel nostro cammino esistenziale. Fede in cui anche la donna riveste un ruolo importante, poiché ancora oggi in Puglia, simboleggia la Madonna venuta dal Cielo in mezzo agli Uomini per amare, riscaldare, e medicare la famiglia. Fede, vissuta dal Carrisi a Cellino San Marco, anche attraverso le mura esterne-interne delle chiese paesane, che erano, e alcune di esse ancora oggi sono dipinte con immagini raffiguranti Maria e la Passione di Gesù Cristo. Per concludere, possiamo affermare che la fede, concepita dal cantautore pugliese, altro non è che l’universale amore di Dio mostrato, a sua volta, nella benevolenza, compassione e fratellanza etico-spirituale verso gli altri. Tale principio, il Carrisi, lo esprime autorevolmente nelle canzoni Ave Maria, Caro Gesù, Angeli, E se ritornerà. Dopo questa lunga e doverosa introduzione, mi accingo ad analizzare ora, alcune delle sue principali canzoni che sono state, da me scelte, sul principio della corrispondenza fra il suo pensiero ed il mio meramente esistenzialistico. Queste, si possono dividere in tre grandi filoni, che sono: il filone esistenzialistico-amoroso, il filone dell’intimo dolore spirituale, e il filone religioso.

 

Iniziamo dal primo filone partendo dalla canzone La siepe, dove il cantautore pugliese ci narra la sua partenza per il Nord, che avvenne nel maggio del 1961. Le immagini principale di questa canzone sono la madre addolorata (con il silenzio), per la partenza del proprio figlio e gli elementi naturali attorno alla sua casa che sono concepiti, dal Carrisi, come dei veri e propri fratelli. Elementi naturali che prenderanno forma e colori nei paesaggi mezzadri descritti nella successiva canzone, ovvero la stupenda poesia La zappa picca pane pappa. Paesaggi, quelli descritti dal Carrisi, che sono in questa canzone usati solo e unicamente come scenografie, all’interno di una canzone che può essere letta come una feroce e forte protesta, allo scopo di “denunziare” la dura esistenza lavorativa nelle campagne pugliesi. Un lavoro, quello dei mezzadri pugliesi, che prevedeva (e prevede ancora oggi) lunghe giornate lavorative senza pausa e senza feste come ad esempio Natale, Capodanno, Pasqua, poiché anche questi giorni sono considerati  giorni lavorativi. Andando avanti nella mia analisi, incontro la canzone 1961. Questa, può essere considerata una canzone autobiografica poiché, con il suo testo, ci porta indietro nel tempo. Precisamente fino al 7 maggio 1961 quando il nostro cantautore si accingeva a partire da Cellino San Marco, per raggiungere Milano, da lui concepita come città dove ogni ragazzo, del Meridione, avrebbe potuto trovare il successo per ritornare poi nella propria terra da trionfatore. Canzone, questa, che può essere divisa in tre parti: Nella prima, vediamo l’infanzia del cantautore pugliese, consumata in un paese dalle case dai muri dolci e candidi come il latte; dalle pie e religiose donne vestirsi di nero come la morte durante i funerali; dalla vita giornaliera composta da gioia, solitudine, e ansia. Nella seconda parte invece è descritto il viaggio in treno Cellino San Marco-Milano concepito, dal Carrisi, come il viaggio della speranza e della reminiscenza allo stesso tempo quando, le immagini della campagna che, attraverso i finestrini del treno si trasformano in fotografie resteranno, per sempre, conservate nel cuore e nell’animo del nostro cantautore. Un viaggio, che porterà nel cuore del Carrisi gioia, dolore, patimento, malinconia, e tristezza per il distaccamento dai suoi amici, dalla sua casa, dai suoi genitori, e più in generale dalla sua adorata Cellino San Marco. La terza e ultima parte, di questa canzone, riguarda totalmente la città di Milano, non però la città dei sogni, ma bensì la città realistica e materiale con il suo cemento, le sue brumose luci, le sue vacue parole, e i suoi ardenti fuochi passionali, che nascono in mezzo al fumo degli scarichi delle macchine.

Da 1961 passo ora al brano che lo ha lanciato, prepotentemente e meritatamente, nel successo, ovvero la stupenda canzone e poesia Nel sole. Canzone questa, che parla dell’Amore e, ancor più nel dettaglio dei suoi opposti; come l’oscurità e la luce, le tenebre e la luce apollonica, la paura e la gioia, ma soprattutto il sole, visto dal Carrisi, come un essere portatore di amore, di gioia, e come via da seguire per poter risorgere eticamente, spiritualmente, e sentimentalmente. Amore che ritroviamo, con le sue varie sfaccettature, come dolcezze e vita o come tristezza, attraverso la stupenda canzone (e poesia allo stesso tempo), titolata Nostalgia canaglia. Canzone in cui il Carrisi si pone una semplice domanda ovvero: Come è possibile che in una vita colma d’amore, di libertà e dolcezza sempre il nostro spirito intona una reminiscenza che spiritualmente ci brucia, ci soffoca, ci stupra, ci rapisce? Semplice cari amici, lettori, e compagni vita, perché questa è la…. Vita!

Del Carrisi, ancora altri due successi e altri due poesie debbo ricordare, ovvero la canzone Felicità e la canzone Sharazan. Canzone la prima, che al pari dell’artista pugliese difendo a denti stretti, poiché non è una semplice e mera canzone commerciale, ma qualcosa di molto più importante e significativo. Canzone questa, che fu composta in un preciso momento storico-politico dell’Italia, ovvero durante i cosiddetti “Anni di Piombo” dove quotidianamente scorrevano fiumi di sangue per le strade; e che può essere considerata come un inno a una vita composta da mini storie, che declamano una vita colma di fanciullesche spiritualità, compassionevoli fratellanze, e luminosi ardenti fuochi passionali. Anche la canzone Sharazan fu ritenuta, ed è forse ritenuta ancora oggi, solo e  unicamente come canzone banale e priva di significato, ma cosi non è poiché, il luogo che la titola, fa vivere magicamente posti incantati che aiutano ad affrontare la giornaliera malinconia esistenziale. Un luogo, quello cantato dall’artista nella canzone, che rappresenta un Universo Parallelo in cui rintanarsi da ogni oscurità e in cui rinascere a nuova vita, per poi ritornare infanti e sognare in piena libertà, senza l’obbligo di diventare adulti; e che può essere paragonato al divino Giardino degli Ulivi, in cui regna la pace, l’amore, la compassione, la fratellanza. Tema, quello dell’amore, presente anche in altri due capolavori, che sono la canzone Mezzanotte d’amore e la canzone Prima notte d’amore. Nel primo testo, la donna è vista come una Dea inavvicinabile e innanzi alla quale, ogni Uomo, deve abbassare lo sguardo, poiché l’unico modo che egli ha, per amarla, è quello contemplativo, glorificativo, lodativo e platonico. Amore che è qui paragonato al vento poiché, se l’amore declamato dal Carrisi è vero amore, allora come il vento ritornerà nel nostro spirito e il cuore ci riscalderà. Il vero amore però, non è solo gioia, ma anche dolore, patimento e calde lacrime di sangue. Nella seconda canzone, invece, l’amore è trattato sotto il punto di vista sessuale facendo attenzione a non scadere in sconce banalità letterali ma rimanendo all’amore originario (la prima volta). Un momento che, come tutte le prime volte, condivide i sentimenti di paura, verecondia, eccitazione, magia, ma anche e soprattutto l’immagine dell’amata concepita, dal suo compagno,  divina apparizione dalle dorate chiome, dalla pelle liscia come lino e dalle inebrianti carni.

Andando avanti nell’analisi, esaminerò ora la canzone I fiori del tempo, in cui possiamo rintracciare parti autobiografiche del Carrisi e il suo legame con il mare. Mare, che per il cantautore pugliese, è stato come un secondo padre con il quale poter liberamente confidare e sfogare ogni suo dolore, ogni suo strazio, e ogni suo pianto. Un mare, quello carrisiano, che può essere accostato al mare del cantautore Lucio Dalla (Com’è profondo il mare), e al mare del poeta marchigiano Marco Bordini (Migranti), poiché, anche il suo, può essere dolce e mite ma improvvisamente trasformarsi in tomba per pescatori e migranti i quali però, grazie all’intervento di Dio, non rimangono nel profondo degli abissi, ma bensì si trasformano in angeli custodi, proteggendo tutti coloro che navigano su di esso. Un mare che ritorna nell’ennesima canzone autobiografica, dal titolo Notte a Cerano, che può essere divisa in due parti: Nella prima, come per magia, si ritorna indietro con la mente fino alla festa del patrono del paesino del brindisino, dove nell’ultimo giorno di festa, la maggior parte degli abitanti di Cellino San Marco risiedevano nella piccola frazione marittima di Torre San Gennaro (piccolo paesino a sud di Brindisi). Località questa, dove per più di un mese i fanciulli, ormai quasi adolescenti, passavano il tempo a pescare, a costruire ripari abitativi, a realizzare strumenti casalinghi con elementi naturali, e dove si scopriva la donna che profumava di tempesta, insieme alla quale ci si perdeva ad amoreggiare in mezzo alla “foresta” dei canneti. Esperienze queste che, oltre a Torre San Gennaro venivano fatte dai ragazzi in una località ad essa vicina, ovvero la contrada di Cerano (anch’essa a pochi chilometri dalla città di Brindisi). Una piccola oasi a cielo aperto Cerano! Posto, dove il tempo sembra fermarsi, ma purtroppo così non è, come poi ci dimostra la seconda parte della canzone; dove si può ben intravedere il rimando alla poetica dei romanzi volponiani “Memoriale” e “La macchina mondiale”. Poetica, quella dello scrittore urbinate, che ben si addice alla canzone del Carrisi, poiché essa ci mostra la distruzione della Natura, vittima dell’industrializzazione, che trasforma gli Uomini in robot senza sentimenti ed emozioni, ma solo e unicamente con tanta solitudine nell’animo ed emarginazione psico-sociale. Industrializzazione, che trasforma in cimitero tutto quello che tocca e dove la reminiscenza, si trasforma in un vago e lontano ricordo.

Concludo questa sezione con l’analisi della canzone Il ragazzo che sorride. Canzone questa dal forte impatto sociale, essendo essa composta melodicamente dal compositore greco Michail “Mikis” Theodorakis e che rimanda al tempo storico che, in Grecia, venne conosciuto come la “Dittatura dei Colonnelli”. Periodo però che, fra la notte del 20-21 aprile del 1967 culminò con un Colpo di Stato vedendo l’ascesa e la caduta dei governi militari anticomunisti, che durò fino al 1974. Questo motivo del Carrisi, può definirsi una bellissima poesia contro ogni tipo di soverchieria e contro ogni tipo di fascismo che, secondo l’insegnamento carrisiano, devono essere combattuti con la compassione, la fratellanza, la pace, ed in particolar modo attraverso il dono del sorriso. Un sorriso, quello del Carrisi, che trasforma in fratello colui che conosce la legge del “sangue chiama sangue”, che umanizza gli avidi, e che porta la luce nel cuore dei malvagi, degli usurpatori, e dei dittatori.

 

Passo ora alle due canzoni che, trattando il tema dell’intimo dolore spirituale, sono rappresentate principalmente da Un sasso nel cuore, scritta in collaborazione con il chitarrista di flamenco Paco de Lucia e da Un pugno nell’anima. Canzoni queste, che “uccidono dentro” fino ad arrivare nell’abisso della nostra anima e che ci fanno vagabondare dentro un Mondo, dove niente ha più senso per noi; dove non riusciamo più a godere delle dolci fragranze esistenziali primaverili; dove coloro che chiamavamo parenti (o consanguinei), ci appaiono ora come ombre inavvicinabili, come spettri malefici, che non fanno più parte della nostra esistenza. Il dolore provato in primis e cantato poi dal Carrisi, è quel patimento che ci muta in eterni spettri errabondi, che sono stati castigati a consumare una vita insignificante alla ricerca infinita di una Terra Promessa, sulla quale poter approdare. Canzoni che, inoltre, condividono entrambe il tema dell’urlo per una figlia scomparsa che mai più ritornerà ai sui intimi e calorosi affetti familiari, seppur sempre presente sarà nel cuore del padre. Canzoni queste, che sono però anche un libro aperto per ognuno di Noi, in cui possiamo leggere quello che più intimamente ci riguarda; e che personalmente si ricollegano al discorso iniziale poiché, seppur ormai da tempo ho accettato le mie origini pugliesi, nelle rare volte che mi reco nell’ancestrale Terra natia, c’è sempre una parte di me che non riconosce le campagne, gli uliveti e i vigneti che hanno infuso il divino nettare nelle mie vene. In particolar modo poi, attraverso la canzone Un pugno nell’anima, mi immedesimo trovando, in essa, una parte di me che ancora oggi versa calde lacrime di sangue per  una terra – la Puglia – vista e concepita come una lontana sorella spirituale, assieme alla quale tante parole lacrimose vorrei scambiare; tante passeggiate filosofiche vorrei condividere; tante dolci carezze vorrei scambiare e tante avventure esistenziali vorrei provare. Sorella che, seppur da me lontana fisicamente, sempre presente è nel mio cuore e nella mia mente. La ritrovo attraverso il  caldo vento d’estate e le campagne marchigiane che, come per magia, mi riportano in mezzo agli uliveti e ai vigneti della mia amara, aspra, e selvaggia terra. Per me rimarrà, eterno, un impeccabile caos e un amore infinito del quale mai mi stancherò di lodare, glorificare e contemplare le bellezze fino alla fine dei miei giorni.

 

Dopo questi due grandi filoni, passo ad analizzare delle canzoni appartenenti al comparto “canzoni religiose” iniziando da: Angeli. Canzone questa, che trova corrispondenza con la poesia Ombre lontane tratta dalla raccolta “Refoli di parole”, del poeta marzocchese Elvio Angeletti. Testi questi, in cui ben possiamo intravedere la poetica di un grande poeta italiano, ovvero, il sommo vate Giovanni Pascoli (più dettagliatamente la poetica sul culto dei morti) poiché, sia nel Carrisi che nel poeta marchigiano, i morti non si trasformano in oscure e brumose ombre, ma bensì in angeli che ci proteggono giornalmente durante il nostro cammino esistenziale; e che ci riscaldano da ogni patimento, da ogni sanguinamento spirituale e da ogni pianto. Passo ora ad analizzare le canzoni: Caro Gesù, Io ti cerco, E se tornerà dove, il Carrisi, da letture diverse sulla figura di Gesù Cristo. Nella prima canzone la chiave di lettura è prettamente teologico-dottrinale, poiché il padre cantato dal Carrisi è l’Essere Supremo, che infonde nel cuore e nello spirito degli Uomini la pace, l’amore, la fratellanza, e la legalità. Nella seconda canzone invece (Io ti cerco), la chiave di lettura è più evangelico-esistenzialista, poiché indica la giusta strada che l’uomo deve percorrere; quella, della felicità, della libertà, della luce e della giustizia. In sintesi, l’unica strada percorribile dagli Uomini. Strada che condurrà (per chi ha Fede) innanzi a Dio per il suo giudizio finale, poiché esso è fonte di salvezza.

Questa canzone la sento molto vicino a me per il tema trattato poiché anch’io, nella mia vita fatta di razionalità, a volte ho passato momenti illogici, dove l’unica soluzione (che credevo fosse giusta) era quella della “non vita” poiché, nel mio cuore, non c’era più Luce, ma solo “oscurità spirituale”. Solo infinite strade buie, dove non erano presenti intimi affetti calorosi, ma solo e unicamente luci sporche, visi dai demoniaci ghigni, profumi velenosi, e mortuali sapori chimici. Momenti questi, in cui la mia vita aveva preso la strada dello sballo estremo conducendomi, con la mente, in “luoghi metafisici” e in “paradisi artificiali”, dove l’anima lasciava il mio corpo, per prendere una sua vita propria. Oggi sono, per me, solo un passato ricordo! Mai, ho vissuto tutto questo come una vergogna poiché, sono state comunque esperienze che mi hanno formato e trasformato, in quello che sono oggi. Momenti questi, da me superati attraverso la ricerca della parola, della sapienza e della compassione di Dio. Il tutto, attraverso la lettura della Sacra Bibbia e dei Vangeli che, fra tutti i testi arrivati fino ai giorni nostri, sono quelli più belli, poiché insegnano la strada maestra che dobbiamo percorrere per vivere felici, liberi, lontani dalle tentazioni demoniache, affidando la nostra salvezza, alla giustizia e alla divina resurrezione. Come il Carrisi,  anche la mia vita ha conosciuto momenti strazianti, senza vedere una benché via d’uscita dove sorella Morte, con la sua falce mietitrice, stava aspettandomi. Grazie alla Fede sono riuscito a rialzarmi e ricominciare a vivere, nella luce di Dio! Nella terza e ultima canzone invece, posso leggere una moderna Apocalisse, in cui Gesù Cristo è concepito come un padre trionfante che dovrà ritornare in mezzo a Noi e con il quale vivremo e consumeremo un’eterna esistenza fatta di luce, gioia, bontà e  fratellanza e, come un Padre premuroso, ci difenderà dalle oscurità, dalle brume e dalle demoniache persuasioni. Concludo questo mio lungo e  doveroso omaggio al Carrisi, con l’analisi delle sue Ave Maria tratte, una dall’album “Verso il sole” e l’altra dall’album “Cercami nel cuore della gente”, scritta dall’amico e cantautore Renato Zero. Un Ave Maria, la prima, che è decantata dal cantautore pugliese dal punto di vista teologico e mariano, ovvero come la madre di nostro signore Gesù Cristo alla quale tutti noi, come suoi devoti figli, dobbiamo confidare tutti i nostri peccati,  poiché con le sue parole e con le sue lacrime, ci purifica da ogni oscurità, malignità, e brumosità. Cosa ben diversa invece, la seconda Ave Maria, poiché la creatura teologico-mariana dell’album “Verso il sole”, si trasforma ora in una umana creatura, che cammina in mezzo agli Uomini portando cibo e amore ai suoi figli prediletti, ovvero ai poveri, agli emarginati, ai disadattati, e a tutti coloro che non hanno più lacrime da versare.

 

Con una semplice domanda desidero concludere questo mio intervento al fine di soddisfare curiosità o perplessità di persone che mi conoscono molto bene: “Caro Stefano solo questo devi raccontarci, tu che hai una sensibilità vasta come il mare e un’anima profonda come l’abisso oceanico?” No, miei cari amici lettori, e compagni di vita! Tanto ancora ci sarebbe da dire ma, e termino veramente, questo mio lungo e doveroso omaggio a un grande artista della musica italiana, menzionando due perle musicali (e poesie allo stesso tempo) che sono la canzone Le radici del cielo e Madre mia. La prima, può essere letta come testamento spirituale alla sua amata Puglia che il Carrisi lasciò nel 1961 per poi ritrovarla nel 1969 colma di compassione, sapienza e bontà. Di case dai candidi muri, accarezzati da un dolce vento che intona melodie colme di nostalgia, amore e libertà. Canzone, quella del Carrisi, che decanta le ancestrali origini degli uomini e delle donne che, per me, vogliono ricordare Cellino San Marco, paese che mi ha dato i natali e nel quale un giorno, forse, nella sua terra profumata di salsedine e rugiada, eternamente riposerò.

La seconda e ultima canzone, ha sapori fortemente autobiografici essendo questa dedicata, dal cantautore pugliese, a sua madre. Canzone che inneggia una donna forte, tenace, immensamente amorevole e compassionevole verso gli altri, ma nel contempo una donna in grado di creare magie con le sue parole colme di bontà e di amore. Una canzone dove il Carrisi rivede in slow-motion la sua vita attraverso l’infanzia fatta di giornate passate a lavorare nelle campagne; di giornate trascorse ad ascoltare il dolce canto del mare simile a una cantilena; attraverso giorni caratterizzati da laceranti dolori spirituali superati, dal cantautore pugliese, attraverso la pace spirituale, il silenzio, la preghiera che si confondevano tra gli abbracci, gli sguardi e i calorosi amori materni.      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia di Riferimento:

  1. Carlo Ferretti, Paolo Volponi, Firenze, La Nuova Italia, 1972.
  2. Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1991, 2 vol., Tomo II.
  3. Raffaeli, Paolo Volponi: il coraggio dell’utopia, Ancona, Transeuropa, 1997.
  4. Casadei, Il Novecento, Bologna, Il Mulino, 2005.
  5. Bano – R. Allegri, Con la musica nel cuore, Milano, Mondadori, 2008.
  6. Bano, Io ci credo. Perché con la fede non mi sono arreso mai, Milano, Piemme, 2012.
  7. Bano – R. Allegri, È la mia vita, Milano, Mondadori, 2015.
  8. Angeletti, Refoli di parole, Orvieto, Intermedia, 2017.
  9. Bardi, Oltre la natura. La poesia di Elvio Angeletti, Morbegno, TellusFolio, 19 novembre 2017. (www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=21653).

 

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