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Cultura. Giovanni Verga e il mondo dei vinti La roba e I Malavoglia

  • Giovanni_Verga_1
  • La roba (Novella)
  • I Malavoglia – Giovanni Verga e il Verismo
  • Il concetto di verità in Verga
  • I Malavoglia – Introduzione
  • La Famiglia nel romanzo de “I Malavoglia” (passi scelti del romanzo)
  • Il ritorno di ‘Ntoni dal servizio militare(passi scelti del romanzo)
  • La morte di maruzza Longa(passi scelti del romanzo)
  • Morte del nonno(passi scelti del romanzo)
  • Il ritorno e l’addio di ‘Ntoni di padron ‘Ntoni (passi scelti del romanzo)

La roba di G. Verga 

“Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell’ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell’immensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:
– Qui di chi è? – sentiva rispondersi: – Di Mazzarò -. E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava: – E qui? – Di Mazzarò -. E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all’improvviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: – Di Mazzarò -. Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l’erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. – Tutta roba di Mazzarò (1). Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. – Invece egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì ch’era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch’era un brillante, quell’uomo.

Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era la sua sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perché costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga – dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all’impiedi, in un cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne.

Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.

Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a nerbate se fate di rizzarvi un momento. Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivano in novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di Mazzarò sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e l’arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie larghe come tinozze. Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d’occhio uno solo, e badava a ripetere: – Curviamoci, ragazzi! – Egli era tutto l’anno colle mani in tasca a spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli veniva la febbre, ogni volta.
Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro, tutto di 12 tarì d’argento, ché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo, e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba. Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perché la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima era stato il padrone di Mazzarò, e l’aveva raccolto per carità nudo e crudo ne’ suoi campi, ed era stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l’ora e il momento in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. – Costui vuol essere rubato per forza! – diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani, borbottando: – Chi è minchione se ne stia a casa, – la roba non è di chi l’ha, ma di chi la sa fare -. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando, e come; ma capitava all’improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.

In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del barone; e costui uscì prima dall’uliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava croce. Al barone non rimase altro che lo scudo di pietra ch’era prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò: – Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te -. Ed era vero; Mazzarò non sapeva che farsene, e non l’avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma non gli dava più calci nel di dietro.

– Questa è una bella cosa, d’avere la fortuna che ha Mazzarò! – diceva la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba; e se il proprietario di una chiusa limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò, dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a fargliela credere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa e la chiusa, che Mazzarò se l’acchiappava – per un pezzo di pane. – E quante seccature Mazzarò doveva sopportare! – I mezzadri che venivano a lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano in processione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l’asinello, che non avevano da mangiare.

– Lo vedete quel che mangio io? – rispondeva lui, – pane e cipolla! e sì che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba -. E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: – Che, vi pare che l’abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e raccoglierle? – E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l’aveva.
E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, ché il re non può né venderla, né dire ch’è sua.

Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e borbottava: “Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente! – Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!” (2).

 

Note

  • Anche nel romanzo “Il Rosso e il Nero” di  Stendhal, c’è una espressione simile, nella traduzione italiana: “Se, entrando in Verrières, il viaggiatore domanda a chi appartiene la bella fabbrica di chiodi che assorda tutti quelli che salgono per via Grande, si sente rispondere con un accento strascicato: Eh! E’ del signor sindaco” (Stendhal, il rosso e il nero). Il signor Sindaco è Renal, il marito di Louise, la bella moglie che s’innamorerà di Julien Sorel, il precettore dei propri figli.
  • Nel Romanzo “Eugenie Grandet”, papà Grandet fino all’ultimo è attaccato come Mazzarò alla propria roba che da, avaro incallito, ha accumulato per tutta la vita: “Gli ultimi lampi di vita parevano concentrati negli occhi, ed appena poteva aprirli era un rapido volgerli angosciosi verso la stanza che chiudeva i suoi tesori, mentre con voce tremante d’un panico interno, ripeteva alla figliuola: – Vi sono? Vi sono? – Sì, babbo. – Bada all’oro! Mettimi dell’oro davanti! – Eugenia gli disponeva sul tavolino dei luigi, e per ore intere egli li fissava, simile a un bambino che cominci a distinguere i primi oggetti; un sorriso triste gli sfuggiva. – Come mi riscalda! – esclamava talvolta col viso illuminato da un’aria di beatitudine.

 

I Malavoglia – Giovanni Verga e il Verismo.

 

Scrive Natalino Spegno, un critico della letteratura Italiana: “Mentre Giosuè Carducci parlava della Roma dei Cesari e di un’Italia dai grandi destini imperiali ( siamo dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia e le follie delle prime imprese coloniali in Eritrea, Somalia e la sconfitta di Adua), Verga scopriva un’Italia piena di fango e di loto, in contrapposizione ed in stridente contrasto con il paese legale tanto decantato dalla cultura del tempo

Consapevole della necessità di un’operazione d’avanguardia che ponesse le basi in Italia del “Romanzo Moderno“, Verga additava allo scrittore impegnato, nuovi compiti sociali, come d’altronde stava facendo in Francia, Emil Zola. Innanzitutto, Verga è figlio del suo tempo, un periodo polemico e vivace, un momento di storia attraversato da inchieste agrarie (S. Iacini), da opere – ricerca (Napoli ad occhio nudo, di Fucini ), da meridionalisti impegnati ( Giustino Fortunato ), da statisti ( Franchetti e Sonnino) volti a scoprire la cause dell’arretratezza economico – sociale delle plebi meridionali che la classe politica al potere voleva sacrificate al decollo industriale del Nord. Con il romanzo “I Malavoglia“, Verga intendeva far conoscere al grande pubblico la società meridionale e intervenire nel dibattito politico- culturale allora in corso, schierandosi in qualche modo a fianco di Sonnino e Franchetti, sostenitori di un’alternativa agraria e quindi polemici nei confronti di uno sviluppo squilibrato, esclusivamente funzionale agli interessi del Nord industriale.

Già in “Fantasticheria“, lo scrittore siciliano aveva contrapposto polemicamente il mondo dei pescatori a quello dei nobili e dei borghesi. Il primo è visto come possibile sede di valori alternativi. In una lettera a Capuana, Verga istituisce un’opposizione fra il “fresco e sereno raccoglimento” dell’ambiente rusticano e le “passioni turbinose e incessanti delle grandi città”, mostrando di idoleggiare il primo in odio al secondo. Insomma, il ripudio polemico della civiltà delle “Banche e delle Imprese Industriali” porta alla ricerca di valori alternativi da rintracciarsi romanticamente in una società primitiva rimasta estranea alla civiltà moderna.

E’ l’ambiente plebeo e popolare, dove il meccanismo delle passioni è meno complicato e quindi di più facile osservazione, il luogo ideale per studiare le passioni più basse degli uomini, i bisogni materiali, l’avidità del guadagno, l’egoismo individuale, la spinta del sesso, del sangue e della sopraffazione reciproca.

Ai gradini più alti della scala sociale, pur restando inalterato il movente materiale dell’azione umana, le passioni si complicano “per la sottile influenza che l’educazione esercita sui caratteri ed anche per tutto quello che ci può essere d’artificioso nella civiltà”.

Proprio per essere il più fedele possibile al mondo delle passioni da lui rappresentato, il narratore deve calarsi secondo Verga all’interno dell’ambiente rappresentato, nel caso dei Malavoglia, l’ottica e il punto di vista di una comunità arcaica rurale.

Ma derivava quindi anche una novità sconvolgente nell’impianto del racconto, nonché una notevole difficoltà di lettura. Venuta meno la funzione del romanziere come mediatore ideologico, veniva a cadere anche la tecnica corrispondente della messa in scena dei personaggi. Siccome l’autore non interviene a commentare, a spiegare e insomma a mediare ideologicamente la vicenda, i personaggi vengono di volta in volta presentati come se il lettore li conoscesse da sempre: “Io mi sono messo in pieno e fin dal principio, in mezzo ai miei personaggi e ci ho condotto il lettore, come ei li  avesse tutti conosciuti di già e vissuto con loro e in quell’ambiente sempre”.

Lo scrittore, diceva Verga, deve farsi piccino e chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle. Questa maniera di concepire l’impersonalità come adozione di un punto di vista narrativo interno al mondo rappresentato è il contributo più originale di Verga al Verismo, quello che lo distingue dai naturalisti francesi ed anche da Capuana. Occorre tuttavia notare che tale metodo non lo indusse per niente a soluzioni dialettali. Verga, infatti, concepiva la letteratura dialettale come un genere inferiore e marginale e intendeva invece compiere “un tentativo veramente letterario” e d’avanguardia, capace di scuotere gli ambienti culturali e artistici a livello nazionale. Inoltre era troppo legato alle mitologie risorgimentali e al programma politico dell’Unità d’Italia per far proprie soluzioni di carattere regionale.

Quello dell’impersonalità era anche un metodo scientifico. Al letterato – ideologo, coniatore di miti, si sostituiva il letterato – scienziato o il letterato – tecnico, volto non più a propagandare fedi o passioni ma a fornire documenti oggettivi. Essi potevano servire al ceto politico per meglio conoscere la società e per poterla cambiare; ma l’influsso dello scrittore si faceva comunque indiretto: l’intellettuale può svolgere una ricerca ma non è più in grado di utilizzarne e controllarne i risultati. Mentre accettava la divisione del lavoro e la riduzione della propria attività in senso specialistico, lo scrittore era costretto a delegare ad altri, i politici, gli effetti sociali del proprio lavoro e le soluzioni delle questioni analizzate.

 

Il concetto di verità in Verga.

 

Giovanni Verga nasce a Catania il 12 settembre 1840 da Giovanni Verga e Caterina Di Mauro. La famiglia di nobile origine e di tendenze liberali, era agiata e possedeva case e terreni a Catania e a Vizzini. In questi luoghi, Verga trascorre l’infanzia, affidato alle cure della madre. E qui, dal contatto con gli amici d’infanzia, figli di operai, di contadini, di umili pescatori, nascerà in Verga l’interesse per tutto un mondo fatto di passioni semplici e forti, di onestà, di fedeltà al focolare domestico che ” I sogni della ricchezza tendono a sgretolare e a dissolvere”. Già, Manzoni aveva scritto che ” La poesia deve avere per oggetto il vero”. Verga va più in là del Manzoni e pone a fondamento della sua attività di scrittore, il vero più vero, mai filtrato attraverso il velo dell’ideale. La vita è là, dove pulsa un cuore e soffrono dei corpi sotto il peso ingiusto delle fatiche. Nel Manzoni è la Provvidenza che guida la vita degli uomini. Renzo e Lucia riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e verrà per loro “quel benedetto giorno” e la gioia sarà tanto più grande quanto più essa è stata ardentemente desiderata e sognata quasi come impossibile. Nei romanzi del Verga c’è invece la rassegnazione fatalista e tragica della vita umana. Il mondo degli uomini, sembra dire il Verga, è il mondo del reale e il reale appare così come esso è. I personaggi dello scrittore siciliano non sono dei vincitori, come Renzo e Lucia, ma dei vinti. Nel vinto c’è come un sentimento onesto e impassibile della propria inferiorità, un sentimento di rassegnazione a tutte le crudeltà e ai colpi bruschi della vita. C’è come il riconoscimento della fatalità della sorte e questo soprattutto nelle vicende della famiglia dei Malavoglia.

Protagonista del romanzo è tutta la famiglia:’Ntoni, ’Ntoni di padron ‘Ntoni, Luca, Bastianazzo, Maruzza, Mena, Lia, Alessi. Il tema dei Malavoglia è Verga stesso che lo espone nella prefazione al romanzo: “Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini per il benessere, il vago desiderio dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene o che si potrebbe star meglio. La famiglia Toscano, detta dei Malavoglia, non è quindi soltanto la vittima di un generico ed eterno destino, ma anche il prodotto di un tempo storico che tende a distruggere il sistema patriarcale di vita”. I Malavoglia erano vissuti, fino al momento in cui s’inizia il romanzo, relativamente felici: possedevano una casa, la “Casa del Nespolo”, “La Provvidenza”, una barca e lottavano tutti uniti per soddisfare i bisogni materiali di tutti. Capofamiglia è patron ‘Ntoni, custode tenace di tutte le leggi invisibili della casa, eroe del dovere e dell’onestà. Il suo eroismo istintivo è poggiato su due o tre massime respirate fin dall’infanzia e che non si possono discutere perché “il motto degli antichi mai fallì”. Poi viene il figlio Bastianazzo e sua moglie: Maruzza Longa con i loro cinque figli: ‘Ntoni, Luca, Mena, Lia, Alessi. Quando il nipote più grande ‘Ntoni parte per il servizio militare, patron ‘Ntoni compra a credito una partita di lupini e li carica sulla “Provvidenza” per commerciarli altrove. La barca naufraga. Bastianazzo muore ed i lupini vengono persi. Il debito fatto per comprare la partita dei lupini è saldato con la vendita della casa del Nespolo. La pesca non rende più. Il colera uccide Maruzza. Le nipoti invecchiano senza maritarsi. ‘Ntoni insofferente della vita in famiglia, se ne distacca, beve, è arrestato per contrabbando, da’ una coltellata alla guardia del paese, don Michele, finisce in carcere, mentre la sorella Lia finisce nella malavita. E, quando alla fine, patron ‘Ntoni è morto, il giovane torna a casa, dopo aver scontato il carcere, ma si accorge che in quella casa non può più stare. Il mondo dei Malavoglia finisce con la scomparsa del vecchio patriarca: ‘Ntoni. Tutto il romanzo è la celebrazione della casa e della fedeltà a tutti quei valori che intorno ad essa gravitano: onestà, fedeltà, affetti semplici e forti. E nel quadro di questa fedeltà alla casa, anche l’amore viene sacrificato. Nell’amore di compare Alfio per Mena Malavoglia c’è una tristezza indicibile. Essa paga personalmente per le colpe di tutti. La casa del Nespolo sarà riscattata dal più piccolo dei Malavoglia: Alessi. Ma essa non è mai il rifugio tranquillo dove si consumano i miti del benessere, ma il piccolo monticello bruno a cui tornano ad aggrapparsi le formiche dopo lo spasimo ed il via vai della disperazione e della tempesta. E in questa riconsacrazione della casa non ci sarà più posto per coloro che se ne sono allontanati: Lia e ‘Ntoni.

 

I Malavoglia – Introduzione.

 

Giovanni Verga scrive così a introduzione del suo romanzo: “Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio” (Giovanni Verga, Milano gennaio 1881).

 

La famiglia nel romanzo de “I Malavoglia”.

 

“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.Le burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata sotto il lavatoio; e padron ‘Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso – un pugno che sembrava fatto di legno di noce – Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro.Diceva pure, – Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo.E la famigliuola di padron ‘Ntoni era realmente disposta come le dita della mano. Prima veniva lui, il dito grosso, che comandava le feste e le quarant’ore; poi suo figlio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande e grosso quanto il San Cristoforo che c’era dipinto sotto l’arco della pescheria della città; e così grande e grosso com’era, filava diritto alla manovra comandata, e non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «soffiati il naso» tanto che s’era tolta in moglie la Longa quando gli avevano detto «pigliatela». Poi veniva la Longa, una piccina che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli, da buona massaia; infine i nipoti, in ordine di anzianità: ‘Ntoni, il maggiore, un bighellone di vent’anni, che si buscava tutt’ora qualche scappellotto dal nonno, e qualche pedata più giù per rimettere l’equilibrio, quando lo scappellotto era stato troppo forte; Luca, «che aveva più giudizio del grande» ripeteva il nonno; Mena (Filomena) soprannominata «Sant’Agata» perché stava sempre al telaio, e si suol dire «donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio»; Alessi (Alessio) un moccioso tutto suo nonno colui!; e Lia (Rosalia) ancora né carne né pesce. – Alla domenica, quando entravano in chiesa, l’uno dietro l’altro, pareva una processione.

Padron ‘Ntoni sapeva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi, «perché il motto degli antichi mai mentì»: – «Senza pilota barca non cammina» – «Per far da papa bisogna saper far da sagrestano» – oppure – «Fa’ il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai» – «Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante» ed altre sentenze giudiziose.Ecco perché la casa del nespolo prosperava, e padron ‘Ntoni passava per testa quadra, al punto che a Trezza l’avrebbero fatto consigliere comunale, se don Silvestro, il segretario, il quale la sapeva lunga, non avesse predicato che era un codino marcio, un reazionario di quelli che proteggono i Borboni, e che cospirava pel ritorno di Franceschiello, onde poter spadroneggiare nel villaggio, come spadroneggiava in casa propria.Padron ‘Ntoni invece non lo conosceva neanche di vista Franceschiello, e badava agli affari suoi, e soleva dire: «Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole» perché «chi comanda ha da dar conto» (I Malavoglia, capitolo 1°)

Qualcosa viene a rompere il quadro della famiglia con l’irruzione di un fattore esterno al mondo dei Malavoglia, il servizio militare del più grande dei Malavoglia: ‘Ntoni di padron ‘Ntoni. Dal servizio militare, ‘Ntoni ritornerà a casa con una diversa visione del mondo. Non gli basterà più spaccarsi la schiena assieme al nonno, al padre ed ai fratelli, nella pesca. Sogna di andarsene, dopo aver visto nel continente che esiste una realtà diversa. E’ l’aspirazione ad un’altra vita. Sarà per ‘Ntoni e per i Malavoglia l’inizio della fine.

“Il giorno dopo tornarono tutti alla stazione di Aci Castello per veder passare il convoglio dei coscritti che andavano a Messina, e aspettarono più di un’ora, pigiati dalla folla dietro lo stecconato. Finalmente giunse il treno, e si videro tutti quei ragazzi che annaspavano, col capo fuori dagli sportelli, come fanno i buoi quando sono condotti alla fiera. I canti, le risate e il baccano erano tali che sembrava la festa di Trecastagni, e nella ressa e nel frastuono ci si dimenticava perfino quello stringimento di cuore che si aveva prima. – Addio ‘Ntoni! – Addio mamma! – Addio! Ricordati! Ricordati! – Lì presso, sull’argine della via, c’era la Sara di comare Tudda, a mietere l’erba pel vitello; ma comare Venera la Zuppidda andava soffiando che c’era venuta per salutare ‘Ntoni di padron ‘Ntoni, col quale si parlavano dal muro dell’orto, li aveva visti lei, con quegli occhi che dovevano mangiarseli i vermi. Certo è che ‘Ntoni salutò la Sara colla mano, ed ella rimase colla falce in pugno a guardare finché il treno non si mosse. Alla Longa, l’era parso rubato a lei quel saluto; e molto tempo dopo, ogni volta che incontrava la Sara di comare Tudda, nella piazza o al lavatoio, le voltava le spalle. Poi il treno era partito fischiando e strepitando in modo da mangiarsi i canti e gli addii. E dopo che i curiosi si furono dileguati, non rimasero che alcune donnicciuole e qualche povero diavolo, che si tenevano ancora stretti ai pali dello stecconato, senza saper perché. Quindi a poco a poco si sbrancarono anch’essi, e padron ‘Ntoni, indovinando che la nuora dovesse avere la bocca amara, le pagò due centesimi di acqua col limone”. Da Napoli, dove presta il servizio militare, arriva la prima lettera di ‘Ntoni: “ Finalmente arrivò da Napoli la prima lettera di ‘Ntoni, che mise in rivoluzione tutto il vicinato. Dicevache le donne, in quelle parti là, scopavano le strade colle gonnelle di seta, e che sul molo c’era il teatro di Pulcinella, e si vendevano delle pizze, a due centesimi, di quelle che mangiano i signori, e senza soldi non ci si poteva stare, e non era come a Trezza, dove se non si andava all’osteria della Santuzza non si sapeva come spendere un baiocco. – Mandiamogli dei soldi per comperarsi le pizze, al goloso! Brontolava padron ‘Ntoni; già lui non ci ha colpa, è fatto così; è fatto come i merluzzi, che abboccherebbero un chiodo arrugginito. Se non l’avessi tenuto a battesimo su queste braccia, direi che don Giammaria gli ha messo in bocca dello zucchero invece di sale”.

A casa, intanto, padron ‘Ntoni, per differenziare l’attività, dato che la pesca non rendeva più, compra dallo zio Crocifisso, una partita di lupini per quaranta onze. I componenti della famiglia discutono sull’affare: “Allorché la Longa seppe del negozio dei lupini, dopo cena, mentre si chiacchierava coi gomiti sulla tovaglia, rimase a bocca aperta; come se quella grossa somma di quarant’onze se la sentisse sullo stomaco. Ma le donne hanno il cuore piccino, e padron ‘Ntoni dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, e gli orecchini per Mena, e Bastiano avrebbe potuto andare e venire in una settimana da Riposto, con Menico della Locca. Bastiano intanto smoccolava la candela senza dir nulla. Così fu risoluto il negozio dei lupini, e il viaggio della Provvidenza, che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio. Maruzza sentiva sempre il cuore nero, ma non apriva bocca, perché non era affar suo, e si affaccendava zitta zitta a mettere in ordine la barca e ogni cosa pel viaggio, il pane fresco, l’orciolino coll’olio, le cipolle, il cappotto foderato di pelle, …”(I Malavoglia, capitolo 1). Ma la barca naufraga. I lupini sono inghiottiti dal mare assieme a Bastianazzo, il papà di ‘Ntoni di padron ‘Ntoni, Mena, Luca, Lia, Alessi.

Rimangono a casa il vecchio padron ‘Ntoni, Maruzza, la mamma dei cinque ragazzi, mentre ‘Ntoni di padron ‘Ntoni è sempre militare. Ai funerali di Bastianazzo partecipa l’intero paese di Aci Trezza, ma è sempre la famiglia de “I Malavoglia” al centro della scena: “I vetri della chiesetta scintillavano, e il mare era liscio e lucente, talché non pareva più quello che gli aveva rubato il marito alla Longa; perciò i confratelli avevano fretta di spicciarsi, e di andarsene ognuno pei propri affari, ora che il tempo s’era rimesso al buono. Stavolta i Malavoglia erano là, seduti sulle calcagna davanti al cataletto, e lavavano il pavimento dal gran piangere, come se il morto fosse davvero fra quelle quattro tavole, coi suoi lupini al collo, che lo zio Crocifisso gli aveva dati a credenza perché aveva sempre conosciuto padron ‘Ntoni per galantuomo; ma se volevano truffargli la sua roba, col pretesto che Bastianazzo s’era annegato, la truffavano a Cristo, com’è vero Dio! Perché quello era un credito sacrosanto come l’ostia consacrata, e quelle cinquecento lire ei l’appendeva ai piedi di Gesù crocifisso; ma, santo diavolone! Padron ‘Ntoni sarebbe andato in galera! La legge c’era anche a Trezza! Intanto don Giammaria buttava in fretta quattro colpi di aspersorio sul cataletto, e mastro Cirino cominciava ad andare attorno per spegnere i lumi colla canna. I confratelli si affrettavano a scavalcare i banchi colle braccia in aria, per cavarsi il cappuccio, e lo zio Crocifisso andò a dare una presa di tabacco a padron ‘Ntoni, per dargli animo, che infine quando uno è galantuomo lascia buon nome e si guadagna il paradiso, – questo aveva detto a coloro che gli domandavano dei suoi lupini: – Coi Malavoglia sto tranquillo, perché son galantuomini e non vorranno lasciar compare Bastianazzo a casa del diavolo; padron ‘Ntoni poteva vedere coi suoi propri occhi se si erano fatte le cose senza risparmio, in onore del morto; e tanto costava la messa, tanto i ceri, e tanto il mortorio – ei faceva il conto sulle grosse dita ficcate nei guanti di cotone, e i ragazzi guardavano a bocca aperta tutte quelle cose che costavano caro, ed erano lì pel babbo: il cataletto, i ceri, i fiori di carta; e la bambina, vedendo la luminaria, e udendo suonar l’organo, si mise a galloriare.  La casa del nespolo era piena di gente; e il proverbio dice: «triste quella casa dove ci è la visita pel marito!». Ognuno che passava, a veder sull’uscio quei piccoli Malavoglia col viso sudicio e le mani nelle tasche, scrollava il capo e diceva: – Povera comare Maruzza! Ora cominciano i guai per la sua casa! Gli amici portavano qualche cosa, com’è l’uso, pasta, ova, vino e ogni ben di Dio, che ci sarebbe voluto il cuor contento per mangiarsi tutto, e perfino compar Alfio Mosca era venuto con una gallina per mano. – Prendete queste qua, gnà Mena, diceva, che avrei voluto trovarmici io al posto di vostro padre, vi giuro. Almeno non avrei fatto danno a nessuno, e nessuno avrebbe pianto.  La Mena, appoggiata alla porta della cucina, colla faccia nel grembiule, si sentiva il cuore che gli sbatteva e gli voleva scappare dal petto, come quelle povere bestie che teneva in mano. La dote di Sant’Agata se n’era andata colla Provvidenza, e quelli che erano a visita nella casa del nespolo pensavano che lo zio Crocifisso ci avrebbe messo le unghie addosso. Alcuni se ne stavano appollaiati sulle scranne, e ripartivano senza aver aperto bocca, da veri baccalà che erano; ma chi sapeva dir quattro parole, cercava di tenere uno scampolo di conversazione per scacciare la malinconia, e distrarre un po’ quei poveri Malavoglia i quali piangevano da due giorni come fontane. Compare Cipolla raccontava che sulle acciughe c’era un aumento di due tarì per barile, questo poteva interessargli a padron ‘Ntoni, se ci aveva ancora delle acciughe da vendere; lui a buon conto se n’era riserbati un centinaio di barili; e parlavano pure di compare Bastianazzo, buon’anima, che nessuno se lo sarebbe aspettato, un uomo nel fiore dell’età, e che crepava di salute, poveretto!  C’era pure il sindaco, mastro Croce Callà, «Baco da seta» detto anche Giufà, col segretario don Silvestro, e se ne stava col naso in aria, talché la gente diceva che stava a fiutare il vento per sapere da che parte voltarsi, e guardava ora questo e ora quello che parlavano, come se cercasse la foglia davvero, e volesse mangiarsi le parole, e quando vedeva ridere il segretario, rideva anche lui… Maruzza allora, seduta ai piedi del letto, pallida e disfatta come un cencio messo al bucato, che pareva la Madonna Addolorata, si metteva a piangere più forte, col viso nel guanciale, e padron ‘Ntoni, piegato in due, più vecchio di cent’anni, la guardava, e la guardava, scrollando il capo, e non sapeva che dire, per quella grossa spina di Bastianazzo che ci aveva in cuore, come se lo rosicasse un pescecane” (I Malavoglia, capitolo IV).

 

Il ritorno di ‘Ntoni dal servizio militare.

 

‘Ntoni arrivò col berretto sull’orecchio e la camicia colle stelle, che la mamma non sapeva saziarsi di toccargliela, e gli andava dietro in mezzo a tutti i parenti e gli amici, mentre tornavano dalla stazione; in un momento la casa e il cortile si riempirono di gente, come quando era morto Bastianazzo, tempo addietro, che nessuno ci pensava più. A certe cose ci pensano sempre soltanto i vecchi, quasi fosse stato ieri – tanto che la Locca era sempre lì davanti alla casa dei Malavoglia, seduta contro il muro, ad aspettar Menico, e voltava il capo di qua e di là per la straduccia, ad ogni passo che sentiva” (i Malavoglia, capitolo V). “’Ntoni era arrivato in giorno di festa, e andava di porta in porta a salutare i vicini e i conoscenti, sicché tutti stavano a guardarlo dove passava; gli amici gli facevano codazzo, e le ragazze si affacciavano dalle finestre; ma la sola che non si vedesse era Sara di comare Tudda. I Malavoglia si arrabattavano in tutti i modi per far quattrini. La Longa prendeva qualche rotolo di tela da tessere, e andava anche al lavatoio per conto degli altri; padron N’toni coi nipoti s’erano messi a giornata, s’aiutavano come potevano, e se la sciatica piegava il vecchio come un uncino, rimaneva nel cortile a rifar le maglie alle reti, a raccomodar nasse, e mettere in ordine degli attrezzi, ché era pratico di ogni cosa del mestiere. Luca andava a lavorare nel ponte della ferrovia, per cinquanta centesimi al giorno, sebbene suo fratello ‘Ntoni dicesse che non bastavano per le camicie che sciupava a trasportar sassi nel corbello, ma Luca non badava che si sciupava anche le spalle, e Alessi andava a raccattar dei gamberi lungo gli scogli, o dei vermiciattoli per l’esca, che si vendevano a dieci soldi il rotolo, e alle volte arrivava sino all’Ognina e al Capo dei Mulini, e tornava coi piedi in sangue. Ma compare Zuppiddu si prendeva dei bei soldi, ogni sabato, per rabberciare la Provvidenza, e ce ne volevano delle nasse da acconciare, dei sassi della ferrovia, dell’esca a dieci soldi, e della tela da imbiancare, coll’acqua sino ai ginocchi e il sole sulla testa, per fare quarant’onze! I Morti erano venuti, e lo zio Crocifisso non faceva altro che passeggiare per la straduccia, colle mani dietro la schiena, che pareva il basilisco” (I Malavoglia, capitolo VI).

‘Ntoni di padron ‘Ntoni si ribella alla vita misera e povera. Incomincia a bighellonare, sognando mondi impossibili. Rimessa in mare la Provvidenza, ritorna per un attimo un vero Malavoglia, quando combatte quasi da solo contro il mare in burrasca. La provvidenza andrà ad infrangersi contro gli scogli, ma solo dopo una lotta furibonda che ‘Ntoni Malavoglia ingaggia col mare: “Si udiva il vento sibilare nella vela della Provvidenza e la fune che suonava come una corda di chitarra. All’improvviso il vento si mise a fischiare al pari della macchina della ferrovia, quando esce dal buco del monte, sopra Trezza, e arrivò un’ondata che non si era vista da dove fosse venuta, la quale fece scricchiolare la Provvidenza come un sacco di noci, e la buttò in aria. – Giù la vela! Giù la vela! Gridò padron ‘Ntoni. Taglia! Taglia subito! ‘Ntoni, col coltello fra i denti, s’era abbrancato come un gatto all’antenna e ritto sulla sponda per far contrappeso, si lasciò spenzolare sul mare che gli urlava sotto e se lo voleva mangiare. – Tienti forte; tienti forte! Gli gridava il nonno in quel fracasso delle onde che lo volevano strappare di là, e buttavano in aria la Provvidenza e ogni cosa e facevano piegare la barca tutta di un lato, che dentro ci avevano l’acqua sino ai ginocchi. – Taglia! Taglia! Ripeteva il nonno. – Sacramento! Esclamò ‘Ntoni. Se taglio, come faremo poi quando avremo bisogno della vela? – Non dire sacramento! Che ora siamo nelle mani di Dio! Alessi s’era aggrappato al timone, e all’udire quelle parole del nonno comincio a strillare: – Mamma! Mamma mia! – Taci! Gli gridò il fratello col coltello fra i denti. Taci o ti assesto una pedata! – Fatti la croce, e taci! Ripeté il nonno. Sicché il ragazzo non osò fiatare più. Ad un tratto ]a vela cadde tutta di un pezzo, tanto era tesa, e ‘Ntoni la raccolse in un lampo e l’ammainò stretta. – Il mestiere lo sai come tuo padre, gli disse il nonno, e sei Malavoglia anche tu. La barca si raddrizzò e fece prima un gran salto; poi seguitò a far capriole sulle onde. – Dà qua il timone; ora ci vuole la mano ferma! Disse padron ‘Ntoni; e malgrado che il ragazzo ci si fosse aggrappato come un gatto anche lui, arrivavano certe ondate che facevano sbattere il petto contro la manovella a tutt’e due. – Il remo! Gridò ‘Ntoni, forza nel tuo remo, Alessi! che a mangiare sei buono anche tu. Adesso i remi valgono meglio del timone. La barca scricchiolava sotto lo sforzo poderoso di quel paio di braccia. E Alessi ritto contro la pedagna, ci dava l’anima sui remi come poteva, anche lui. – Tienti fermo! Gli gridò il nonno che appena si sentiva da un capo all’altro della barca, nel fischiare del vento. – Tienti fermo, Alessi! – Sì, nonno, sì! Rispose il ragazzo. – Che hai paura? Gli disse ‘Ntoni. – No, rispose il nonno per lui. Soltanto raccomandiamoci a Dio. – Santo diavolone! Esclamò ‘Ntoni col petto ansante, qui ci vorrebbero le braccia di ferro come la macchina del vapore. Il mare ci vince. Il nonno si tacque e stettero ad ascoltare la burrasca. – La mamma adesso dev’essere sulla riva a vedere se torniamo; disse poi Alessi. – Ora lascia stare la mamma, aggiunse il nonno”.

‘Ntoni Malavoglia esce malconcio dal naufragio ma ancora in vita ed invita la famiglia, dicendo:  – Non la vendete la Provvidenza, così vecchia come è, se no sarete costretti ad andare a giornata, e non sapete com’è dura, quando padron Cipolla o lo zio Cola vi dicono: – Non ho bisogno di uno per lunedì. – E quest’altra cosa voglio dire a te, ‘Ntoni, che quando avrete messo insieme qualche soldo, dovete maritare prima la Mena, e darle uno del mestiere che faceva suo padre, e che sia un buon figliuolo; e voglio dirti anche che quando avrete maritato pure la Lia, se fate dei risparmi metteteli da parte e ricomperate la casa del nespolo. Lo zio Crocifisso ve la venderà, se ci avrà il suo guadagno, perché è stata sempre dei Malavoglia, e di là sono partiti vostro padre e la buon’anima di Luca (morto nella battaglia di Lissa, III guerra di indipendenza). Sì! Nonno! Sì! Prometteva ‘Ntoni piangendo. Alessi ascoltava anche lui, serio serio come fosse già un uomo. Le donne credevano che il malato avesse il delirio, udendolo chiacchierare e chiacchierare, e gli mettevano delle pezze bagnate sulla fronte. – No, diceva padron ‘Ntoni, sono in sensi. Voglio finire tutto quel che devo dirvi prima di andarmene” (I Malavoglia, capitolo X).

Le disgrazie si moltiplicano per la famiglia Malavoglia. Maruzza Longa muore di colera. Lia sceglie la strada del malaffare.Mena Malavoglia, promessa sposa a compare Alfio, non si sposerà perché ormai con la scelta fatta dalla sorella, il nome dei Malavoglia è sulla bocca di tutti . ‘Ntoni di padron ‘Ntoni, sospettato di contrabbando, dà una coltellata a don Michele, la guardia di Aci Trezza. E’ condannato al carcere da dove ritornerà, ma nella nuova casa del Nespolo, riscattata dal più piccolo dei Malavoglia, Alessi, non ci sarà più posto per lui che se ne era allontanato.

 

La morte di Maruzza Longa.

 

“Mentre padron ‘Ntoni tornava a casa coi nipoti, e vide l’uscio socchiuso, e il lume dalle imposte, si mise le mani nei capelli. Maruzza era già coricata, con certi occhi, che visti così nel buio, a quell’ora, sembravano vuoti come se la morte se li avesse succhiati, e le labbra nere al pari del carbone. In quel tempo non andavano intorno né medico né speziale dopo il tramonto; e le vicine stesse si sprangavano gli usci, per la paura del colera, e ci incollavano delle immagini di santi a tutte le fessure. Perciò comare Maruzza non poté avere’ altro aiuto che dei suoi, poveracci, i quali correvano per la casa come pazzi, al vederla andarsene in tal modo, in quel lettuccio, e non sapevano che fare, e davano della testa nelle pareti. Allora la Longa, vedendo che non c’era più speranza, volle che le mettessero sul petto quel soldo di cotone coll’olio santo che aveva comperato a Pasqua, e disse pure che lasciassero la candela accesa, come quando stava per morire padron ‘Ntoni, ché voleva vederseli tutti davanti al letto, e saziarsi di guardarli ad uno ad uno con quegli occhi sbarrati che non ci vedevano più. La Lia piangeva in modo da spezzare il cuore; e tutti gli altri, bianchi come un cencio, si guardavano in faccia quasi chiedendosi aiuto l’un l’altro; e si stringevano il petto per non scoppiare a piangere davanti alla moribonda, la quale nondimeno se ne accorgeva bene, sebbene non ci vedesse più, e nell’andarsene le rincresceva di lasciare così desolati quei poveretti. Li andava chiamando per nome ad uno ad uno, colla voce rauca; e voleva alzare la mano, che non la poteva più muovere, per benedirli, come se sapesse dl lasciare loro un tesoro. – ‘Ntoni! Ripeteva colla voce che già non si sentiva più, ‘Ntoni! A te che sei il maggiore raccomando questi orfanelli! – E sentendola parlar così, mentre era ancora viva, tutti gli altri non potevano trattenersi di scoppiare a piangere e singhiozzare” (I Malavoglia, capitolo XI).

 

Morte del nonno.

 

“Invece padron ‘Ntoni aveva fatto quel viaggio lontano, più lontano di Trieste e d’Alessandria d’Egitto, dal quale non si ritorna più; e quando il suo nome cadeva nel discorso, mentre si riposavano, tirando il conto della settimana e facendo i disegni per l’avvenire, all’ombra del nespolo e colle scodelle fra le ginocchia, le chiacchiere morivano di botto, che a tutti pareva d’avere il povero vecchio davanti agli occhi, come l’avevano visto l’ultima volta che erano andati a trovarlo in quella gran cameraccia coi letti in fila, che bisognava cercarlo per trovarlo, e il nonno li aspettava come un’anima del purgatorio, cogli occhi alla porta, sebbene non ci vedesse quasi, e li andava toccando, per accertarsi che erano loro, e poi non diceva piú nulla, mentre gli si vedeva in faccia che aveva tante cose da dire, e spezzava il cuore con quella pena che gli si leggeva in faccia e non la poteva dire. Quando gli narrarono poi che avevano riscattata la casa del nespolo, e volevano portarselo a Trezza di nuovo, rispose di sì, e di sì, cogli occhi, che gli tornavano a luccicare, e quasi faceva la bocca a riso, quel riso della gente che non ride più, o che ride per l’ultima volta, e vi rimane fitto nel cuore come un coltello. Così successe ai Malavoglia quando il lunedì tornarono col carro di compar Alfio per riprendersi il nonno, e non lo trovarono piú” (I Malavoglia, capitolo XV).

 

Il ritorno e l’addio di ‘Ntoni di padron ‘Ntoni.

 

“Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro l’uscio del cortile, e lo stesso Alessi, che andò ad aprire, non riconobbe ‘Ntoni il quale tornava colla sporta sotto il braccio, tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga. Come fu entrato e si fu messo a sedere in un cantuccio, non osavano quasi fargli festa. Ei non sembrava piú quello, e andava guardando in giro le pareti, come non le avesse mai viste; fino il cane gli abbaiava, ché non l’aveva conosciuto mai. Gli misero fra le gambe la scodella, perché aveva fame e sete, ed egli mangiò in silenzio la minestra che gli diedero, come non avesse visto grazia di Dio da otto giorni, col naso nel piatto; ma gli altri non avevano fame, tanto avevano il cuore serrato. Poi ‘Ntoni, quando si fu sfamato e riposato alquanto, prese la sua sporta e si alzò per andarsene.  Alessi non osava dirgli nulla, tanto suo fratello era mutato. Ma al vedergli riprendere la sporta, si senti balzare il cuore dal petto, e Mena gli disse tutta smarrita: – Te ne vai?  – Sì! – rispose ‘Ntoni.  – E dove vai? – chiese Alessi.  – Non lo so. Venni per vedervi. Ma dacché son qui la minestra mi è andata tutta in veleno. Per altro qui non posso starci, ché tutti mi conoscono, e perciò son venuto di sera. Andrò lontano, dove troverò da buscarmi il pane, e nessuno saprà chi sono.  Gli altri non osavano fiatare, perché ci avevano il cuore stretto in una morsa, e capivano che egli faceva bene a dir così. ‘Ntoni continuava a guardare dappertutto, e stava sulla porta, e non sapeva risolversi ad andarsene. – Ve lo farò sapere dove sarò; – disse infine e come fu nel cortile, sotto il nespolo, che era scuro, disse anche: – E il nonno?  Alessi non rispose; ‘Ntoni tacque anche lui, e dopo un pezzetto:  – E la Lia, che non l’ho vista? E siccome aspettava inutilmente la risposta, aggiunse colla voce tremante, quasi avesse freddo:  – E’ morta anche lei?  Alessi non rispose nemmeno; allora ‘Ntoni che era sotto il nespolo colla sporta in mano, fece per sedersi, poiché le gambe gli tremavano ma si rizzò di botto, balbettando:  – Addio addio! Lo vedete che devo andarmene?  Prima d’andarsene voleva fare un giro per la casa, onde vedere se ogni cosa fosse al suo posto come prima; ma adesso, a lui che gli era bastato l’animo di lasciarla, e di dare una coltellata a don Michele, e di starsene nei guai, non gli bastava l’animo di passare da una camera all’altra se non glielo dicevano. Alessi che gli vide negli occhi il desiderio, lo fece entrare nella stalla, col pretesto del vitello che aveva comperato la Nunziata, ed era grasso e lucente; e in un canto c’era pure la chioccia coi pulcini; poi lo condusse in cucina, dove avevano fatto il forno nuovo, e nella camera accanto, che vi dormiva la Mena coi bambini della Nunziata, e pareva che li avesse fatti lei. ‘Ntoni guardava ogni cosa, e approvava col capo, e diceva – Qui pure il nonno avrebbe voluto metterci il vitello, qui c’erano le chiocce, e qui dormivano le ragazze, quando c’era anche quell’altra… – Ma allora non aggiunse altro, e stette zitto a guardare intorno, cogli occhi lustri. In quel momento passava la Mangiacarubbe, che andava sgridando Brasi Cipolla per la strada, e ‘Ntoni disse: – Questa qui l’ha trovato il marito; ed ora, quando avranno finito di quistionare, andranno a dormire nella loro casa.  Gli altri stettero zitti, e per tutto il paese era un gran silenzio, soltanto si udiva sbattere ancora qualche porta che si chiudeva; e Alessi a quelle parole si fece coraggio per dirgli: – Se volessi anche tu ci hai la tua casa. Di là c’è apposta il letto per te.  – No! – rispose ‘Ntoni. – Io devo andarmene. Là c’era il letto della mamma, che lei inzuppava tutto di lagrime quando volevo andarmene. Ti rammenti le belle chiacchierate che si facevano la sera, mentre si salavano le acciughe? e la Nunziata che spiegava gli indovinelli? e la mamma, e la Lia, tutti lì, al chiaro di luna, che si sentiva chiacchierare per tutto il paese, come fossimo tutti una famiglia? Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene. In quel momento parlava cogli occhi fissi a terra, e il capo rannicchiato nelle spalle. Allora Alessi gli buttò le braccia al collo. – Addio, – ripeté ‘Ntoni. – Vedi che avevo ragione d’andarmene! Qui non posso starci. Addio, perdonatemi tutti. E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio; poi, quando fu lontano, in mezzo alla piazza scura e deserta, che tutti gli usci erano chiusi, si fermò ad ascoltare se chiudessero la porta della casa del nespolo, mentre il cane gli abbaiava dietro, e gli diceva col suo abbaiare che era solo in mezzo al paese. Soltanto il mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe e par la voce di un amico. Allora ‘Ntoni si fermò in mezzo alla strada a guardare il paese tutto nero, come non gli bastasse il cuore di staccarsene, adesso che sapeva ogni cosa, e sedette sul muricciuolo della vigna di massaro Filippo. Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch’ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d’imposte, e dei passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a formicolare dei lumi. Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano, e la Puddara che annunziava l’alba, come l’aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto, e a pensare a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a farsi bianco, e i Tre Re ad impallidire, e le case spuntavano ad una ad una nelle vie scure, cogli usci chiusi, che si conoscevano tutte, e solo davanti alla bottega di Pizzuto c’era il lumicino, e Rocco Spatu colle mani nelle tasche che tossiva e sputacchiava. – Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta – pensò ‘Ntoni, – e si accoccolerà sull’uscio a cominciare la sua giornata anche lui. – Tornò a guardare il mare, che s’era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro, riprese la sua sporta, e disse:  – Ora è tempo d’andarsene, perché fra poco comincerà a passar gente. Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu”.

 

Raimondo Giustozzi

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