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Dialoghi in corso. La rivolta dei giovani in Germania

Kevin Kuehnert, the leader of the Juso youth wing of Germany's social democrat SPD party, speaks during a press conference on January 18, 2018 at the SPD headquarters in Berlin as part of his "NoGroKo" campaign to convince members of the party to vote against a new grand coalition (GroKo) with the CDU/CSU union of the German Chancellor.   / AFP PHOTO / dpa / Michael Kappeler / Germany OUT        (Photo credit should read MICHAEL KAPPELER/AFP/Getty Images)

Kevin Kuehnert,

Ubaldo Villani-Lubelli –  Storico delle Istituzioni politiche

La politica tedesca vive la più grande rivolta generazionale della sua storia. I leader politici in posizioni apicali sono letteralmente assediati da una generazione non più disposta ad aspettare il proprio turno in silenzio.

Già durante le consultazioni esplorative per il governo Jamaika tra Unione, liberali e Verdi si era avuto il primo ed evidente segnale delle strategie delle nuove generazioni per mettere in difficoltà le leadership consolidate, in particolare all’interno dell’Unione di Angela Merkel.

In quell’occasione un asse informale ma politicamente efficace tra il liberale Christian Lindner (39 anni), il cristiano-democratico Jens Spahn (37) e il cristiano-sociale Alexander Dobrindt (47) aveva sabotato un accordo che tutti i protagonisti davano per chiuso, mettendo così nei guai Merkel, già indebolita dopo il voto del 24 settembre.

Anche subito dopo le elezioni, durante il congresso dei giovani cristiano-democratici, la cancelliera era stata messa alle strette e Jens Spahn festeggiato come il leader del futuro.

A dicembre è toccato ai cristiano-sociali bavaresi (CSU) subire l’assedio delle nuove leve. Il sessantottenne Horst Seehofer, ministro presidente della Baviera, dopo lunghi ed estenuanti contrasti, ha dovuto lasciare il suo posto a Markus Söder (51), non più giovanissimo a dire il vero, ma comunque espressione di un netto cambio generazionale.

Durante le trattative per la Grande Coalizione è stato il turno dei socialdemocratici la cui dirigenza del partito è stata duramente criticata dagli Jusos, i giovani della Spd, che hanno riscosso non poco successo e grande risonanza mediatica.

Ancora oggi possono vincere la loro partita contro la Grande Coalizione con il voto degli iscritti di cui si conoscerà il risultato il 4 marzo prossimo. Nel frattempo hanno ottenuto (con l’aiuto di qualche esponente di spicco) la ritirata di Martin Schulz e la candidatura di Simone Lange (41), attualmente sindaco di Flensburg, che sfiderà la favorita Andrea Nahles.

Un ricambio generazionale c’è stato anche nell’opposizione. I Verdi, a gennaio, hanno infatti cambiato i propri presidenti e ora sono la combattiva Annalena Baerbock (37) e il più “anziano” Robert Habeck (48).

Anche nell’Unione la situazione resta complessa. Dopo l’intesa raggiunta con il contratto di coalizione, Merkel è stata fortemente criticata per aver ceduto il ministero delle finanze alla Spd. La cancelliera ha così annunciato che la squadra di ministri della Cdu sarà composta da nuove personalità e non mancheranno le sorprese.

Ha inoltre fatto sapere che si presenterà al congresso del prossimo 26 febbraio a Berlino con i nomi delle persone scelte per i ministeri che toccano alla Cdu (Economia, Difesa, Agricoltura, Ricerca e Formazione, Sanità e sottosegretariato al cancelliere che in Germania equivale a un ministro) e che questi dovranno essere votati dal congresso.

Contestualmente Merkel dovrà scegliere anche un nuovo segretario generale della CDU, considerato che Peter Tauber già fortemente sotto accusa, verrà sostituito per motivi di salute. In questo modo sembrano sicuri di ottenere un posto rilevante proprio Jens Spahn (potrebbe andare alla Difesa o all’Economia oppure alla segreteria del Partito) e la quarantacinquenne (e merkeliana) Julia Klöckner (favorita per l’agricoltura, ma in corsa anche per la segreteria della CDU).

Merkel ha fatto anche capire che intende governare per altri quattro anni e per la prima volta, pur senza nominarlo esplicitamente, non ha escluso un governo di minoranza nel caso la Grande Coalizione non dovesse andare in porto. Non a caso quest’ultima opzione era la preferita da Jens Spahn dopo il fallimento delle trattative con liberali e Verdi.

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