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Cultura. Poesia e Società, anzi Letteratura e Società

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di Stefano Bardi

Poesia e Società, anzi Letteratura e Società. Un legame che già dai primi anni Sessanta si sviluppò in Italia, fino ad arrivare ai giorni nostri dove veri e propri corsi universitari s’intitolano Sociologia della Letteratura e che, per l’appunto, studiano la passata e odierna società attraverso il pensiero di rilevanti intellettuali. Un legame quello fra Letteratura e Società, che è studiato da questa branchia scientifico-letteraria attraverso l’analisi di vari elementi della società come per esempio l’economia, la politica, il costume, le nuove tendenze, e anche attraverso il tema della Migrazione. Tema quello della migrazione, che seppur è stato sempre presente nella Letteratura Italiana che va dal 1960 ai giorni nostri, mai o quasi mai è stata realizzato sotto forma di prosa o poesia dalle grandi firme letterarie, ma che  invece è stato trattato dagli scrittori dei giorni nostri e indirettamente anche da qualche cantautore, attraverso le canzoni che saranno qui analizzate. Basta alle ciance e iniziamo questo nostro viaggio nella Letteratura della Migrazione, cominciando proprio dalla prosa. Un primo autore è lo scrittore Eraldo Affinati (Roma, 21 febbraio 1956), che nel 2008 pubblica il romanzo “La città dei ragazzi”. Opera questa che si muove fra il romanzo e l’inchiesta socio-antropologica, che riguarda la storia di bambini e ragazzi fra i 15-16 anni clandestini provenienti dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, e dall’Afghanistan che partono dalle loro terre colme di guerre, di povertà, e di miserie per compiere i cosiddetti “viaggi della speranza” sui barconi o sulle stive dei camion, che li porteranno in nuove terre viste come Terre Promesse. Opera che si concentra sui luoghi e sulle spinte emotive che muovono questi ragazzi-adolescenti nel lasciare le loro dimore, le loro lingue, e le loro famiglie per scappare dai patimenti, dalle lacrime, e dalla morte. Inoltre può essere letta come un cammino psico-sociologico sulle origini rubate, che a sua volta si muta in una tragica meditazione sulla paternità mancante o risultante, reale o artificiale, obliata o riscoperta; e che è in grado di coinvolgere lo scrittore in prima persona, creando un dialogo con suo padre scomparso, il quale quest’ultimo a sua volta fu un figlio illegittimo, orfano, e senza una luce che lo guidò nel suo cammino esistenziale. Eppure in conclusione, questi ragazzi seppur clandestini, non sono visti dallo scrittore come degli invasori o dei barbari selvaggi, ma bensì come dei portatori di legalità, amore, fratellanza, compassione, e quiete.

Un secondo scrittore italiano legato a questo tema, seppur però molto forzatamente è la scrittrice eritrea di ascendenza italiana, Erminia Dell’Oro (Asmara, 4 aprile 1938). Scrittrice dalle radici ben radicate nelle sue opere, come è dimostrato dal bilinguismo italiano-africano da lei usato, per rappresentare un popolo composto da meticci e indigeni, che ben animano il tema generale che è presente nei romanzi di maggiori successo della scrittrice, ovvero, il tema del colonialismo italiano; e più precisamente, il colonialismo fascista nell’Eritrea. Opere che sono animate e popolate da giovani personaggi costituiti da bambini minorenni, ragazzi, e adolescenti che osservano il Mondo con occhi colmi, di arcani e  di incertezze. Scrittrice che deve la sua fama al romanzo “L’abbandono: una storia eritrea”, del 1991. Romanzo questo che riprende il tema del colonialismo osservato da due parti, ovvero, quella dei colonizzatori e quella dei colonizzati, in cui osserviamo la vicenda del rapporto fra Marianna e sua madre. Figlia che simboleggia la mitigata benevolenza e l’autonomia, mentre invece la madre metaforizza l’odio e il rimorso. Accanto a questi personaggi si muovono altri ombre, che con la loro caratterizzazione etnico-religiosa ebraica, riaprono nel lettore vecchie ferite ancora oggi sanguinanti e mai dimenticate come per esempio, l’Olocausto e le Leggi Razziali. Tutto questo grazie anche, all’utilizzo di una grammatica onirica e una scrittura scheggiata.

Un terzo e ultimo autore meritevole di interesse, è lo scrittore di origine arbereshe Carmine Abate (Carfizzi, 24 ottobre 1954), che è legato alla letteratura della migrazione con i romanzi “Il ballo tondo”, “La moto di Scanderbeg”, “Tra due mari”, e “La festa del ritorno”. Migrazione che è vista dallo scrittore come violazione e trasgressione, che producono guai e oscurità irreparabili; e che è raccontata all’interno dei romanzi da persone adulte, che narrano la loro intima storia per un pubblico composto da bambini e adolescenti, che non hanno il compito di conoscere la realtà nella sua totalità, ma solo quello di educarsi e formarsi civilmente.

 

Anche la lirica nazionale e locale si è occupata di questa tematica, come è dimostrato dal poeta

albanese Gezim Hajdari (Lushnje, 25 febbraio 1957), e dal poeta marchigiano Marco Bordini (Jesi, 11 giugno 1939). Un poeta l’Hajdari che provò sulla sua pelle lo status di emigrato, poiché dovette fuggire dalla sua natia terra nel 1992 per l’Italia, dove oggi vive a Frosinone come esule, per aver denunziato i crimini bellico-civili causati dalla dittatura di Enver Hoxha e per aver sputtanato alla luce del sole i legami politico-mafiosi delle dittature post-comuniste di Tirana. Albania che è sempre presente però nelle sue liriche scritte in italiano e in albanese; e che rappresentano la sua terra di partenza, come una terra inedita, corporale, e animata da popoli che fra di essi formano un’unica catena socio-umana, fra chi è cittadino occidentale e fra chi emigra dalla propria terra, per una mera esigenza di comprensione e conoscenza. Liriche quelle del poeta albanese, che rappresentano figure muscolose, accecanti, visibili; e che rappresentano la bruma socio-spirituale, dal poeta concepita come lo stato sociale dell’emarginazione. Due sono i temi principali della vasta produzione poetica, ovvero l’acqua e il pellegrinaggio. Acqua che per Gezim Hajdari simboleggia il calore del grembo materno e il mare che bagna le rive della sua terra natia, dalla quale dovette “scappare” per approdare su una nuova terra più quieta e colma di amore, ma che è sempre illuminata da una luce oscura, che fa sorgere nello spirito dei lettori sentimenti uggiosi e infelicemente angustianti, proprio come ansioso e affliggente è il rapporto fra il poeta e la sua terra natia. Ansie e dolori, che il poeta albanese si lascia alle spalle nella città italiana di Frosinone dove ora risiede e dove non ci sono guerre, spargimenti di sangue, disperazioni, ma solo e unicamente gioie, allegrie, e mattini luminosi. Pellegrinaggio che invece è inteso come la distanza dalla propria terra, attraverso il ricordo di arcaici principi etici e umani come la resistenza antifascista, l’ossequio, la fratellanza, e la divulgazione della reminiscenza. Temi questi, che trasformano la lirica del poeta albanese in una moderna lirica epica, che è composta da intimi strazi e melodiche musiche, assai distanti dal nostro tempo esistenziale. In conclusione la poesia prodotta dall’Hajdari e qui trattata – quella dal 1993 al 2015, – può definirsi come poesia della non appartenenza, in cui il poeta albanese non cancella il suo passato, ma non lo concepisce nemmeno come un punto di unione fra il folklore e il paesaggio albanese, poiché l’Uomo nelle sue liriche si concepisce come un essere alla ricerca della totale autonomia e come un essere in grado di capire, un altro suo fratello. Poesia della non apparenza ma anche poesia salvifica quella del poeta albanese è, poiché secondo Gezim Hajdari la libertà totale dell’Umanità può avvenire solo ed unicamente con la divisione dell’Uomo dall’ancestrale patria e dalle folklorità, senza però sbarcare su nuove terre e acclimatarsi psico-spiritualmente, con i loro costumi e i loro paesaggi. Solo così l’Uomo potrà essere se stesso in piena libertà, senza più ugge e rimorsi del passato; e potrà concepire la patria come un luogo in cui difendere la propria e altrui salute, autonomia, e identità.

Per quanto riguarda il poeta marchigiano, dobbiamo parlare della sua opera omnia “Jesi ieri”, nella quale ha inserito la lirica Migranti, che ben si presta a quattro chiavi di lettura, ma prima ancora della lirica spendiamo due veloci parole sul dialetto jesino e sul come è usato da questo poeta. Il poeta Marco Bordini si esprime in vernacolo jesino, un linguaggio colmo di elisioni, pause, ancestralità, primordialità e intensità, ma anche e soprattutto uno strumento di forte comunicazione, poiché attraverso la sua purezza è in grado di arrivare più facilmente ai cuori. Parimenti esso è utile per trasmettere anche messaggi etici, sociali e umani. La prima lettura muta questa lirica, in un componimento civile, dove il lessema civile simboleggia l’ossequio, la “venerazione” e la protezione dell’altrui esistenza qui identificata con l’esistenza, degli espatriati. Donne, uomini, e bambini che partono, anzi fuggono, dalle loro terre colme di sangue e povertà per risorgere all’interno di una nuova terra da loro concepita come una sorta di paradiso. Gli espatriati bordiniani non sono unicamente carne da macello, ma anche una classe sociale con i suoi diritti e doveri, che è ben decodificata dall’autore attraverso il tema del viaggio. La seconda lettura è prettamente di stampo etico-esistenzialistica, poiché gli espatriati bordiniani simboleggiano a loro volta gli uomini, i quali a loro volta sono incessantemente alla ricerca di una luce salvifica, piombati nella loro uggiosa esistenza giornaliera. La terza lettura è di stampo prettamente mistico-religioso, poiché riguarda il mare. Un mare, quello bordiniano, che può giustamente essere correlato al Padre Celeste perché com’esso abbraccia e ama gli spiriti dei buoni, dei gentili, ma allo stesso tempo castiga i bastardi e i figli di Satana, facendoli addormentare nelle sue cieche e tenebrose profondità. La quarta e ultima chiave di lettura rappresenta temi attualissimi, come il terrorismo e la violenza sessuale, poiché con i suoi occhi colmi di sincerità, onestà, indulgenza, umanità e amorevolezza Bordini insegna che, fra tutti gli espatriati che lasciano le loro terre, non ci sono solo folli terroristi e stupratori senza cuore,  ma anche donne, uomini, e bambini che in ginocchio e con le lacrime agli occhi, chiedono un pezzo di pane per sfamarsi e una coperta per coprirsi nelle notti invernali. Una lettura che trasforma questa stupenda lirica in un componimento antifascista e antirazzista. Lirica quella bordiniana che ben colloca i migranti, nel discorso più in generale sugli espatriati e sull’atto della migrazione, poiché anche i migranti bordiniani sono dei moderni mestatori di pace, in grado di parlare del nostro “male di vivere” montaliano, attraverso una lingua universale che nasce, nel loro umile e povero spirito. Migranti che espatriano dalla loro ancestrale terra, per camminare su pericolose e sataniche strade, che li conducano a nuove terre, non per conquistare o selvaggiamente invadere nuovi popoli, ma semplicemente per rinascere a nuova vita; e che di conseguenza si trasformano in clandestini, ovvero, delle creature inattese e non volute dalla Società perbene. Clandestini che nella lirica bordiniana e più in generale, sono visti come persone terrorizzare e affamate, ma allo steso tempo, come dei rivoluzionari moderni che vogliono cambiare in meglio il Mondo, non dall’esterno ma bensì dall’interno, dei suoi più oscuri abissi.

Concludo questo mio lungo articolo analizzando due canzoni, che seppur non parlano direttamente di questo tema, comunque sia ne parlano indirettamente; e le canzoni in questione sono Figli del cantautore Toto Cotugno e Bambini della cantautrice Paola Turci. Canzone quella di Toto Cotugno, in cui possiamo vedere nell’immagine dei figli, quella dei bambini migranti che possono essere nostri figli e che dalla loro nascita, i figli del Mondo. Figli che vanno educati nel nome dell’amore e nel nome della speranza; e che vanno protetti da qualsiasi oscurità che li può portare lontano dagli intimi affetti e da Dio, come per esempio la droga, la folle violenza ideologica, le guerre, e il razzismo che li dividono con i loro fratelli facendoli apparire ai loro occhi, come dei nemici da abbattere. Tema che continua nella canzone della cantautrice Paola Turci, in cui i bambini da lei declamati sono quei bambini, che rimangono nelle loro terre in guerra e correndo fra muri sporchi di cenere, cercano di portare la libertà, la speranza, e l’amore nelle loro terre colme di sangue, di dolore, e di patimenti.

 

Bibliografia e Sitografia di Riferimento:

  1. Gnisci, Creoli meticci migranti clandestini e ribelli, Roma, Meltemi, 1998.
  2. Taddeo, Letteratura nascente. Letteratura italiana della migrazione. Autori e poetiche, Milano, Raccolto Edizioni, 2006.
  3. Bordini, Jesi ieri, Santa Maria Nuova, Le Mezzelane, 2016.
  4. Likmeta, Gezim Hajdari, il poeta migrante, 8 agosto 2014, da www.huffingtonpost.it
  5. Molinari, Gezim Hajdari. Il cantore del XXI secolo, 10 ottobre 215, da www.doppiozero.com

Eraldo Affinati, da www.eraldoaffinati.it

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