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Salute e media. Come si parla di HIV oggi in Italia? Poco e male, soprattutto sui media generalisti.

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Jonathan Bazzi – Vice.com

Sono sieropositivo, e il modo in cui i media italiani parlano di HIV è inaccettabile

Il recente caso in Toscana ha mostrato ancora una volta che i media in Italia non sanno parlare di HIV.

“Panico”, “Shock”, l’HIV come il cancro, “inferno”, “incubo”, indistinzione tra sieropositività e AIDS: come si parla di HIV oggi in Italia? Poco e male, soprattutto sui media generalisti.

Io sono sieropositivo. L’ho scoperto a febbraio del 2016, dopo un mese di febbre ininterrotta, dopo che per anni avevo evitato di pensare in qualsiasi modo all’HIV perché l’idea di aver contratto il virus mi paralizzava. Per lo stesso motivo, fino a 30 anni non ho mai fatto il test. Avevo troppa paura. Non sono riuscito a prendermi cura di me adeguatamente e ne ho pagato le conseguenze arrivando alla diagnosi in modo brusco, assistendo impotente ai primi sintomi del mio sistema immunitario indebolito.

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Se avessi fatto il test prima mi sarei probabilmente risparmiato sei mesi di angoscia, ma sono stato molto fortunato: quando l’ho scoperto era tardi, ma non troppo.

È proprio sulla base della mia esperienza che trovo osceno il modo in cui l’informazione mainstream italiana tratta il tema dell’HIV: l’ennesimo esempio mi è finito sotto gli occhi proprio in queste ore. Riguarda un episodio accaduto in Toscana, a Viareggio, lo scorso weekend: tre ragazzi all’uscita da una discoteca si sono sottoposti (“per caso,” in molti hanno scritto, ma non si capisce proprio cosa c’entri il caso) al test salivare per l’HIV, usufruendo del lodevole servizio offerto dai volontari di Anlaids Versilia. Nel farlo, hanno scoperto di essere sieropositivi.

Certo, i tre ragazzi in questione non saranno stati felici nel ricevere la diagnosi (che dovrà comunque essere confermata dai tradizionali esami del sangue), ma la notizia è stata circondata da un’aberrante aura sensazionalistica, e riportata con un linguaggio violento e profondamente scorretto che contribuisce a instillare—o meglio a rafforzare—l’associazione tra virus, test e terrore.

Il Tirrenoedizione Versilia inizialmente ha riportato la notizia nel seguente modo: Quello che doveva essere solo un test di curiosità si è trasformato nel peggiore degli incubi per i tre ragazzi versiliesi, due ragazze e un ragazzo: hanno scoperto di essere sieropositivi. La notte di divertimento che si trasforma in inferno.” (In seguito, forse anche sulla base delle prime reazioni contrariate comparse sui social, la redazione avrebbe aggiornato l’articolo moderando i toni e avvalendosi delle parole di un esperto).

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Sono rimasto scioccato dal registro e dall’assenza di qualsivoglia messaggio positivo: fare il test in realtà è fondamentale e scoprire di essere sieropositivi non è una sciagura. È anzi importantissimo, ti salva la vita (dato che l’HIV è perlopiù asintomatico). Purtroppo l’articolo del Tirreno è in buona compagnia:

La Nazione, ad esempio, ha parlato di “Test choc”, e altri hanno usato le espressioni “Temutissimo responso” e “Episodio terrificante.” Intelligonews.it è piuttosto confuso (“Si sono sottoposti al test come molti altri coetanei forse per gioco convinti che tanto la rilevazione avrebbe dato esito negativo. Anche perché probabilmente non hanno mai immaginato di aver potuto contrarre la malattia che come è noto non si trasmette per saliva. Comunicare ad una persona di essere malata di Aids non è come comunicare di avere un raffreddore. Si tratta infatti di una notizia non molto dissimile da quella che si è costretti a dare ad una persona affetta da un male incurabile”) e lo stesso si può dire per l’Huffington Post, che nel rilanciare la notizia scriveva: “Dopo una notte in discoteca 3 ragazzi hanno risposto ‘sì’—insieme ad altre 60 persone—alla richiesta dei volontari Anlaids Versilia di effettuare gratuitamente il campione sulla saliva per scoprire se avevano contratto l’Aids.” Anche in questo caso i termini dopo i commenti degli utenti sono stati corretti: quello che si contrae è infatti il virus dell’HIV e non l’AIDS, che è la malattia a cui il virus può portare solo se non ci si cura (in Occidente i farmaci antiretrovirali ormai riescono a bloccare l’infezione in tutti i pazienti che arrivano alla diagnosi in tempo e seguono la terapia con regolarità).

“Facendo il test per curiosità si salvano la vita”: questo semmai andava scritto, e questo è il messaggio corretto da veicolare. La circostanza drammatica dell’episodio era infatti costituita dal fatto che le tre persone fossero sieropositive senza saperlo, non dall’esito del test. Lo sottolineo perché qualsiasi messaggio che faccia deviare l’attenzione da questo è pericoloso: il test è l’unico strumento che abbiamo per intervenire tempestivamente con il trattamento farmacologico e parlarne con termini del genere non promuove nessuna cultura della prevenzione.

A conferma di ciò, ci sono i numeri. Nonostante non siano del tutto certi, pare che almeno una persona sieropositiva su cinque non sappia di esserlo. Attualmente la popolazione italiana con HIV conta circa 130mila persone, e tende ad aumentare ogni anno di poco meno di 4mila nuove diagnosi. Almeno 20 o 30 mila persone hanno l’HIV ma non lo sanno e non si curano, diventando un pericolo per se stesse e per gli altri.

Questa situazione è resa ancora più grave dal fatto che ormai gli strumenti per un’adeguata prevenzione ci sarebbero tutti: dall’anno scorso nel nostro paese è anche disponibile, in farmacia, un auto-test per l’HIV—costa circa 20 euro e viene venduto ai maggiorenni senza bisogno di ricetta medica.

Da quando ho dichiarato pubblicamente di avere di avere l’HIV molte persone mi hanno scritto in cerca di consigli: come è stato per me, spesso l’ansia e la paura ritardano il momento in cui ci si decide a effettuare il test. È per questo che trattare questi temi seminando il panico con una visione ferma agli anni Novanta non è accettabile. È ingiusto, perché ne va delle nostre vite di persone sieropositive— che non viviamo nessun “inferno”, nessun “incubo”—ma è anche pericoloso per chi si accinge a fare i controlli oppure continua a rimandare. Soprattutto nei confronti dei più giovani—che secondo i sondaggi di HIV sanno poco e niente.

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