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BLANCHE ACOUSTIC DUO

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Letteratura. Alsessandro D’Avenia

Bianca come il latte rossa come il sangue - copertina del libro

Bianca come il latte rossa come il sangue

E’ il romanzo d’esordio di Alessandro D’Avenia. Leonardo, da tutti chiamato Leo, frequenta il Ginnasio liceo “Orazio” che confonde con uno dei personaggi di Topolino. Ha degli amici ed amiche: Niko, Ciuffo, Stanga, Spugna, Giacomo, Silvia, Erika con la kappa, Elettra, Simo, Eli, Fra e Barbie. Gioca nella squadra di calcio dell’istituto “I Pirati” che contende ai “Vandali” la vittoria finale senza riuscire nell’impresa. Le ragazze assistono al torneo anche se non ne capiscono nulla. Solo Silvia applaude ai goal di Leo. Incitano Niko e compagni. Vinceranno “I Vandali” nonostante i goal a ripetizione segnati da Leo che sul campo si intende alla perfezione con l’amico Niko. Nella vita suonano e cantano, frequentano il Mac Donald’s, riempiendosi di hamburger e patatine e scolando coca cola a volontà. Il Liceo Classico è una tradizione di famiglia. Lo ha frequentato la mamma e il papà. “La nonna è il classico fatto persona. Solo il nostro cane “Terminator” non l’ha fatto” (Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte rossa come il sangue”, pag. 22, Milano Mondadori, 2010).

Leo non ama la scuola. Ci va perché così vogliono i genitori. I professori sanno essere solo noiosi. Si studia solo per il voto. Due docenti si differenziano dagli altri: il prof. di religione e il supplente di Storia e Filosofia. Il primo è un sacerdote. Gli alunni lo chiamano Gandalf, “con il suo corpo minuto, quasi tascabile, e un milione di rughe pacifiche e vivaci, a causa delle quali tutti a scuola lo chiamano Gandalf, come lo stregone del Signore degli Anelli” (Ibidem, pag. 27). Ama iniziare la propria ora di lezione scrivendo alla lavagna frasi come “Lì dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Vangelo) o “Il mio amore è bianco e vermiglio” (Cantico dei Cantici). Le lezioni di Gandalf nascono così e vanno avanti con la discussione in classe. Il supplente di Storia e Filosofia viene chiamato il Sognatore. Trae dalla sua borsa ora un libro, ora un altro e come un prestigiatore sciorina davanti agli alunni frasi ad effetto prese da testi diversi: “Strappare la bellezza ovunque essa sia e regalarla a chi mi sta accanto. Per questo sono al mondo” (Attimo Fuggente), “Non rinunciare mai ai tuoi sogni! Non avere paura di sognare, anche se gli altri ti ridono dietro”, “I sogni perché diventino realtà devono essere trasformati in progetti”. “Una vita senza sogni è un giardino senza fiori”, “Quando ci si annoia è perché non si vive abbastanza”, “L’amore non esiste per renderci felici, ma per dimostrarci quanto sia forte la nostra capacità di sopportare il dolore”.

Leo non ci sta a questo nuovo modo di studiare. E’ per le cose semplici imparate da quando va a scuola. Gli altri compagni fanno lo stesso. La vita fuori dall’edificio scolastico si dipana nelle solite cose che fanno tutti gli alunni del mondo. Si sta con gli amici. Si ride, si scherza, si gioca a pallone. Si butta via il tempo. Il Sognatore dice loro di scrivere un testo sulle cause che hanno portato in passato alla scomparsa di tante civiltà. Biblioteche distrutte, libri bruciati, i sogni delle persone dispersi nel nulla. Leo non trova nessuna risposta su Internet, abituato com’ è  a copiare, incollare e stampare. I rapporti con i genitori sono quelli di tutti i ragazzi. Il padre rincasa tardi alla sera, dopo una giornata di lavoro. La mamma ha anche lei da fare. Leo divide il proprio tempo tra la scuola, il campo di calcio, Mac Donald’s , le sfide con Niko a frenare col motorino prima di impattare con le macchine ferme allo stop o al semaforo. Ha anche un impegno fisso ogni giorno: quello di portare a spasso Terminator perché possa espletare i suoi bisogni.

Ma Leo si innamora di Beatrice, una ragazza di prima Liceo, più grande di lui di appena un anno. La vede con gli occhi dell’amore. “Beatrice ha i capelli rossi. Beatrice ha gli occhi verdi. Beatrice ha. Al pomeriggio si ferma con i suoi amici davanti alla scuola. Beatrice non è fidanzata. Sono andato alla sua festa l’anno scorso: è stato un sogno”( pag. 45). Studia Dante e nella Beatrice della “Vita Nova” vi ritrova la sua Beatrice. Silvia, una sua amica, si fa da tramite tra lui e Beatrice. Ma un bel giorno Beatrice non la trova più a scuola. Passano i giorni e le settimane. Beatrice è malata di Leucemia. Un serpente malvagio sta mangiando il sangue della ragazza, trasformandolo da rosso in bianco. Leo ne è sconvolto. Si reca alla reception dell’ospedale per donare il proprio sangue. Non accettano la sua richiesta perché è minorenne. Ritorna a casa e ne parla con la mamma che gli dice di rivolgersi al padre. Questi lo accompagna all’ospedale. Gli infermieri controllano il gruppo sanguigno del ragazzo. E’ lo stesso di Beatrice. “Rosso come l’amore che ho per lei”.

Dopo il prelievo, il papà porta il proprio figlio a fare una abbondante colazione per rimetterlo in forza. Tra i due nasce un dialogo molto bello. Leo parla al padre del proprio amore per Beatrice e gli chiede come ha conosciuto la mamma. Il papà gli racconta della gita in crociera che i propri genitori gli avevano regalato come premio per la maturità. Qui, sul ponte della nave, vede per la prima volta la mamma di cui si innamora a prima vista. Leo gli chiede di cosa avessero parlato. Delle stelle, risponde il padre, di cui era un appassionato conoscitore: “Le ho regalato una stella, la più luminosa in quella notte senza luna: Sirio, l’unica stella visibile da qualunque luogo abitato della Terra e capace, in una notte senza luna, di proiettare le ombre dei corpi. Ci scambiammo la promessa che l’avremmo guardata tutte le sere, dovunque ci fossimo trovati, e avremmo pensato l’uno all’altra” (Ibidem, pag. 73). Beatrice esce dall’ospedale dopo aver finito il primo ciclo di chemioterapia. La rivede a scuola, ma non ha il coraggio di parlarle. Ha deciso. Le scriverà una lettera, come fa, rientrando a casa.

Continua intanto la vita banale di tutti i giorni fino alla sfida con Niko. Vince chi riuscirà a frenare per primo invece che schiantarsi contro la macchina ferma allo stop. Questa volta non gli va bene. I freni non funzionano. Il risultato: una vertebra incrinata e il polso rotto, il destro, subito ingessato. All’ospedale accorrono la mamma, i compagni di classe e Silvia che si prodiga in mille modi per fargli sentire la propria presenza: “Silvia è la Fata Turchina e io Pinocchio… Se non fosse solo un’amica forse potrei amarla. Ma l’amore è un’altra cosa. L’amore non dà pace. L’amore è insonne. L’amore è elevare a potenza. L’amore è veloce. L’amore è domani. L’amore è tsunami. L’amore è rossosangue” (pag. 84). Anche il prof. Sognatore va a trovare Leo che non crede ai propri occhi. Un professore si degna di andare a trovare un proprio alunno. Lui aveva da sempre creduto che gli insegnanti fossero degli alieni, invece il Sognatore è uno come lui, solo più grande con esperienza di uomini e di cose, per di più innamorato del proprio lavoro. La mamma intanto gli porta in ospedale la lettera mezzo strappata che Leo portava nelle tasche dei pantaloni al momento dell’incidente.

Va a trovarlo anche il prof Gandalf che “pur avendo ventimila classi, almeno otto milioni di alunni, la parrocchia e un centinaio di anni da portare in giro tutti i giorni… eppure mi viene a trovare” (pag. 94). Si sa che l’insegnante di Religione ha una sola ora per classe, per questo chi fa diciotto ore ha diciotto classi ed un numero impressionante di alunni. Con Gandalf, Leo non vuol sentire parlare di Dio: “Se lui è onnipotente e onnitutto, perché mi ha fatto questo? Perché mi ha voluto far soffrire e fa soffrire altri come me che non fanno niente di male? Altro che figlio prediletto. Io Dio proprio non lo capisco. Ma che razza di Dio sei, se c’è il male? Gandalf mi dice che ho ragione. Come ho ragione? Io lo provoco e lui mi dà ragione? Bah… almeno i preti dovrebbero difendere le loro posizioni. Gandalf mi ribadisce che anche Gesù, che era figlio di Dio, si è sentito abbandonato da suo padre e glielo ha gridato nel momento della morte” (pag. 94). “L’unica cosa vera di tutto il discorso su Cristo”, commenta Leo: “l’amore è dare il sangue. L’amore è rossosangue” (pag. 95). Silvia si fa viva. “Silvia è come la risacca del mare, anche se non la senti c’è sempre. E se l’ascolti ti culla. Se la amassi me la sposerei subito, ma l’amore non è risacca, l’amore è tempesta” (pag. 97).

Beatrice è nello stesso ospedale. Leo si fa coraggio e va a trovarla, portandole in dono una margherita. Beatrice intanto è uscita dall’ospedale. Anche Leo ritorna a casa. E’ Natale. La mamma lo incoraggia a studiare per recuperare i giorni persi. Leo non vuol sentire. A tutto pensa tranne ai libri. Il suo pensiero corre a Beatrice. Silvia non si perde d’animo. Si mette accanto a Leo e lo invoglia a studiare. Prega con lui per Beatrice.. Intanto riscrive in bella copia la lettera sgualcita di Leo da consegnare a Beatrice che intanto è di nuovo ricoverata in ospedale. Leo va e in una stanza trova una bimba tutta rannicchiata. Sulla foto del comodino c’è scritto: “Sono sempre con te, non avere paura, mia piccola Beatrice”. La bambina ha i capelli rossi. Quella bambina è Beatrice” (pag. 127). Leo rimane sconvolto. Senza Beatrice la sua vita non ha senso. Beatrice sta morendo. Si sente un vigliacco. Dio non esiste, conclude Leo. Per fortuna è solo un sogno.

A scuola, Leo litiga di brutto con il Sognatore che lo invita a vedere e a guardare oltre. Il prof. va a trovarlo in casa. Anche questo episodio frastorna Leo. Il Sognatore lo invita a mangiare assieme un gelato. Il prof chiede se la ragazza di cui Leo è innamorato è la stessa ragazza malata di leucemia di cui si parla tanto a scuola. Avutane conferma, il prof. rimane in silenzio: “Il silenzio degli adulti è una delle vittorie più grandi che si possano immaginare. Allora sono io che parlo” (pag. 145). Il Sognatore gli racconta l’episodio dell’amico che dopo aver litigato con il padre per motivi del tutto futili, rientra a casa e trova il padre morto d’infarto. L’amico non se ne dà pace. Ma trova poi la forza per ricominciare. “Tutti abbiamo qualcosa di cui vergognarci. Tutti siamo scappati, Leo. Ma questo ci rende uomini…E’ normale avere paura. Come è normale piangere. Non vuol dire essere vigliacchi. Essere vigliacchi è fare finta di nulla, voltarsi dall’altra parte. Fregarsene” (pag. 148). L’incontro con il Sognatore rincuora Leo che si mette a studiare con Silvia. A scuola prende nove in una interrogazione proprio dal Sognatore su una domanda che non c’era sul libro, ma Leo aveva capito quello che il prof. aveva sempre detto: “Le risposte importanti sono scritte tra le righe dei libri e devi essere tu capace di leggerle” (pag. 156).

Beatrice entra ed esce dall’ospedale. Quando Leo sa che è ritornata a casa, va a trovarla con Silvia. Quando esce dalla casa chiede alla mamma di Beatrice se potrà andare a trovarla di nuovo. La mamma lo trova un tipo tosto e bravo e gli permette di andare a trovarla tutte le volte che vorrà. Leo, a scuola, rischia l’anno. Il preside manda a chiamare i genitori. Il padre, quando sa il motivo del disinteresse del figlio verso lo studio, gli racconta che anche lui in un giorno imprecisato aveva marinato la scuola per andare con un suo amico in Spider, in riva al mare e godere di poche ore di libertà. Se il motivo dei risultati scolastici, precisa il padre, è legato solo allo stato di salute di Beatrice, va bene, ma solo per questo e non per altri motivi. Leo divide il proprio tempo con Silvia con la quale si mette a studiare e Beatrice. Va a trovarla spesso a casa e le canta, accompagnandosi con la chitarra, la canzone di Elisa: “Qualcosa che non c’è”. Beatrice piange di commozione, con lei balla e, nei momenti in cui va a trovarla, immagina di visitare località famose. “La luce di maggio” intanto, “mi gocciola addosso come la doccia dopo le partite con Niko” (pag. 197). Silvia lo invita a pregare per beatrice. Leo accetta, come accetta anche di sottoporsi ad un  tour de force. L’anno scolastico sta per terminare. I risultati vengono, ma Beatrice peggiora inesorabilmente fino alla morte.

Intanto Leo scopre che Silvia non è stata sincera con lui; gli aveva dato un numero sbagliato del cellulare, per gelosia. A Leo cade il mondo addosso. E’ stanco di essere tradito. Al funerale di Beatrice, officiato da Gandalf, tutti piangono. “La chiesa scoppia di persone: c’è la scuola al completo. Tutti stretti attorno a una sagoma di legno lucido, che nasconde il suo corpo, i suoi occhi spenti” (pag. 227). Gandalf “parla del mistero della morte e racconta di un certo Giobbe, a cui Dio tolse tutto e nonostante ciò Giobbe gli rimase fedele, anche se ebbe il coraggio di rinfacciargli la sua crudeltà (pag. 229). Al termine della messa, Leo si fa coraggio e legge le ultime parole del diario di Beatrice, che lei gli aveva detto e lui aveva trascritto: “Caro Dio, oggi è Leo che ti scrive, perché io non ci riesco. Ma anche se mi sento così debole voglio dirti che non ho paura, perché so che mi prenderai tra le tue braccia e mi cullerai come una bambina, appena nata. Le medicine non mi hanno guarita, ma io sono felice. Sono felice perché ho un segreto con te: il segreto per guardarti, il segreto per toccarti. Caro Dio, se mi tieni abbracciata la morte non mi fa più paura” (pag. 229).

La chiesa è inondata dal Mar Morto delle lacrime di Leo. Le ultime parole di Gandalf: “Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue versato per voi…”. “Anche Dio spreca il suo sangue: una pioggia infinita di rossosangue bagna il mondo ogni giorno nel tentativo di renderci vivi, ma noi restiamo morti. Mi sono sempre chiesto perché amore e sangue avessero lo stesso colore: adesso lo so. Tutta colpa di Dio! Quella pioggia non mi sfiora. Sono impermeabile. Io resto morto” (pag. 229). La scuola chiude i propri battenti, Leo risulta promosso. Alla lavagna, la solita frase del Sognatore: “A colui che attende giunge ciò che attendeva, ma a chi spera capita ciò che non sperava”. Una frase di Eraclito” (pag. 230). Leo è “nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni… Una cosa però l’ho capita, grazie a Beatrice: non posso permettermi di buttare nemmeno un giorno della mia vita. Credevo di avere tutto e non avevo niente, al contrario di Beatrice, che non aveva niente e lei sì che aveva tutto” (pag. 231).

Leo va in vacanza con la mamma. E’ a terra, sconvolto per la perdita di Beatrice e per l’inganno di Silvia. Possiede al telefonino centinaia di sms mandati da Silvia. Vorrebbe amare ma non sa come. Si confida con la mamma che gli dice: “Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto” (pag. 237). Leo le chiede cosa deve fare. “Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione”, gli risponde la mamma, “amare, anche quando si pensa di essere stati feriti”. Leo legge la lettera che Silvia gli ha inviato da una località di montagna. Si decide. All’indomani va in casa della ragazza. Lo accoglie la mamma di Silvia. Leo ama Silvia e Silvia ama Leo. I due si ritrovano alla solita panchina del parco dove Leo porta a spasso Terminator. Inizia il nuovo anno scolastico. Anche il Sognatore si fa vivo con una lettera indirizzata a Leo, nella quale gli parla di un piccolo esercito greco formato da soli seicento uomini che riescono a tener fronte, nel cuore della notte, tutti cosparsi di bianco, ad un esercito più numeroso. Credendo di avere davanti un esercito di fantasmi, i nemici fuggono impauriti. “Ci vuole il bianco, così come ci vuole il rosso, la paura ed il coraggio di ripartire sempre”.

 

Raimondo Giustozzi

1-cio-che-inferno-non _ copertina del libro

Ciò che inferno non è

 “Se nasci all’inferno, hai bisogno almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro. Per questo bisogna cominciare dai bambini, bisogna prenderli prima che la strada se li mangi, prima che gli si formi la crosta intorno al cuore. Ecco perché sono necessari un asilo e una scuola media. Non ci vuole la forza, ci vogliono la testa e il cuore. E le braccia. Non hai idea di cosa si può fare con queste tre cose”. (Cfr. Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è, pag. 155, Milano, Mondadori, Ottobre 2014). Non sapevo come dare l’incipit alla recensione di questo terzo romanzo di Alessandro D’Avenia. Tutto mi sembrava banale, visto l’enorme successo di pubblico che ha apprezzato molto quest’altra fatica letteraria dello scrittore, docente, sceneggiatore, siciliano, nato a Palermo nel 1977, città dalle mille sfaccettature. Palermo città romana, greca, araba, normanna. Palermo tutto- porto come dicono i due termini greci di cui è composta la parola. Pan è tutto. Ormus è il porto. Città dai mille volti. Librata sul mare con i suoi magnifici viali alberati nella parte alta, quartieri dove vive la gente bene e quartieri dove regnano il degrado, la mafia, la prostituzione. Tra tutti i quartieri più degradati c’è il Brancaccio “all’inizio del secondo millennio, un eden arabo normanno di agrumeti ed acqua” (Ibidem, pag. 155). Al Brancaccio vive ed opera don Pino Puglisi, quartiere dove è nato (17 settembre 1937) e nel quale vi ritorna nel 1990 come prete e parroco. E’ il quartiere di Lucia, una ragazza che frequenta la Scuola Magistrale, di Serena, una sua amica, che desidera frequentare l’università, di Gemma, la mamma di Lucia, di Mario, suo padre, colpito dal morbo di Parkinson. E’ il quartiere di Riccardo “il ragazzo più intelligente di Brancaccio. Va al “Centro Padre Nostro” fondato da don Puglisi a giocare a calcio perché don Pino conosce la strada per andare in paradiso”. Vi vivono: Gaetano, Dario, “il padre è in carcere e la madre deve lavorare per dare da mangiare a lui e ai suo fratelli”, Totò che sogna di diventare direttore d’orchestra, “il padre è un operaio e la madre la parrucchiera”, Giuseppe che finisce al carcere minorile di Palermo, “Malaspina”, Maria che è costretta a fare la prostituta, suo figlio Francesco, Mimmo che fa il poliziotto, Salvatore. Brancaccio è l’inferno. “L’inferno è pura sottrazione, è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose”. Brancaccio è attraversato da un passaggio a livello della ferrovia e da una grande via. “Via Hazon. Colossi di cemento soffocano la speranza non solo di vedere il mare, ma anche di sentirne la freschezza. La strada è vaiolata da buche e sacchi di spazzatura. I cassonetti sono disposti come barricate in una guerra di strada. Erbacce a cespugli crescono sui marciapiedi. Ragazzini giocano sull’asfalto con un Super Santos scolorito, si spostano come una sciame di api dietro al pallone, che compare intermittente tra le loro gambe. L’inferno non è sottoterra, ma nel cemento di queste case popolari” (pag. 106).

Nel quartiere mancano un asilo, una scuola media, ma anche le cose più elementari perché chi ci vive possa trovarvi un barlume di vita che si possa definire tale. Non ci sono fognature. Non esistono giardini. Nasce il comitato inter condominiale voluto da don Pino e formato da tre uomini che sono come gli “eroi di un’epica ordinaria: Martinez, Di Guida, Romano” (pag. 177). Chiedono la scuola media, l’asilo ed un giardino. Scrivono lettere, fanno petizioni all’autorità che non risponde. Sono così i delinquenti, i malfattori, gli assassini che hanno il campo libero. Ammazzano, incendiano, stuprano le donne perché hanno deciso di parlare. Cosa possono fare il silenzio e l’omertà! Sono come l’acqua dove i pesci possono sguazzare. I nomi: Madre Natura, ‘U Turco, il Cacciatore, Nuccio. Sono i tre dell’Apocalisse. Sono gli angeli sterminatori affiliati a Cosa Nostra. Regnano indisturbati nel quartiere perché gli altri, quelli che sanno, non parlano o se parlano vengono uccisi o ripudiati finanche dalle proprie madri. Come succede a Rita Atria alla quale gli uomini di Cosa Nostra hanno ucciso prima il padre, poi il fratello. Quest’ultimo, prima di morire, ha il coraggio di raccontare alla sorella quello che sa sull’uccisione del padre e di altri. Rita si fa coraggio e racconta tutto al magistrato Paolo Borsellino, prima che anche questi venga ucciso dalla Mafia in via D’Amelio, mentre si reca a far visita alla vecchia madre. Rita è impazzita. Diseredata dalla mamma, scappa di casa e va a vivere a Roma. Qui, una settimana dopo l’attentato a Paolo Borsellino, si toglie la vita, gettandosi dal quarto piano del palazzo dove viveva anonima e dimenticata. Sulla sua tomba, la madre, armata di martello, spezza la fotografia della figlia. Alla Mafia resistono in pochi, tra tutti don Puglisi che affronta la gente a viso aperto.

Nella stessa città, ma in tutt’altra parte, in via Notarbartolo, una delle strade più eleganti di Palermo, vive Federico, assieme al fratello Manfredi ed ai propri genitori, papà e mamma. La sua è una di quelle famiglie per bene. Il nonno era armatore di navi. C’è anche la sua tomba vista mare che ricorda i fasti della famiglia. Federico frequenta il Liceo Classico. Il fratello, più grande di lui, si sta specializzando in neurologia. La casa è piene di libri. E’ l’ultimo giorno di scuola. Gli amici: Gianni, Agnese, Marco, Eleonora, Margherita, Leo, Giulia, Teresa, Daniela, Manuela, Alessio, Luigi si danno appuntamento alla spiaggia di “Mondello, i nostri Caraibi a portata di mano”, per il classico bagno collettivo dopo la fine della scuola. Federico da tutti è considerato il letterato del gruppo. Legge “Lavorare Stanca” di Cesare Pavese, “L’Idiota” di Dostoevskij, “il Canzoniere” di Petrarca, la “Divina Commedia” e scrive poesie. I genitori, in premio dell’avvenuta promozione, gli pagano un soggiorno in Inghilterra perché possa perfezionarsi nella conoscenza dell’Inglese.

Ma un bel giorno, per caso, quando mancano pochi giorni alla partenza, avviene l’imprevisto. Federico incontra padre Pino Puglisi che è anche l’insegnante di Religione nel suo Liceo. Tutti lo chiamano affettuosamente 3P (Padre Pino Puglisi). Lo invita a dargli una mano nel quartiere Brancaccio. Federico accetta e di punto in bianco si mette ad arbitrare una partita di calcio tra i ragazzi del centro. Non gli va bene. In una concitata azione di gioco, un ragazzo commette un fallo sull’avversario. Federico, impassibile, espelle il giocatore che si è macchiato del fallo commesso. Il ragazzo espulso lo prende a pugni e gli spacca il labbro, invitandolo a non farsi più vedere al Brancaccio, lui che vive in tutt’altra zona della città.  Gli dirà don Pino più avanti, quando Federico diventerà assiduo frequentatore e collaboratore di don Pino:“ I ragazzi sono solo un po’ maleducati, non sono educati al male, e noi siamo lì per far conoscere loro la bellezza con cui ripulire il cuore dalla crosta, facendo zampillare la loro felicità” (pag. 239, 240). Federico un po’contrariato ritorna a casa. Il fratello Manfredi si accorge del labbro tumefatto e si fa raccontare l’accaduto. A sentire nominare il quartiere Brancaccio gli chiede se gli avesse dato di volta il cervello. Tra i due c’è profonda amicizia. Sono l’uno per l’altro, anche se si sfottono in continuazione. Manfredi è brillante, sicuro di sé, sa quello che farà da grande. E’ fidanzato con Costanza, la più bella ragazza di Palermo, di famiglia benestante anche lei. Vede nel fratello l’idealista impenitente che vuole cambiare il mondo. Si interpone tra lui ed i genitori che accettano a malincuore la decisione del figlio.

Federico ritorna al Brancaccio e rivede Lucia alla quale racconta dell’episodio increscioso avuto nel corso della partita durante la quale si era beccato un pugno al mento. Il giovane protesta che a Brancaccio non esistono persone normali. “Le persone normali che crescono qui sono normali così. Tutto quello che tu ritieni normale qui non esiste”, gli risponde la ragazza. E ancora: “Non giudicare quello che non conosci. Che te ne fai di andare al classico se non impari questo?” (pag. 104). Federico ha capito. Ha la borsa piena di libri che ha portato per Lucia. “Non basta leggere i libri per essere uomini. Non bastano pensieri buoni per essere uomini buoni”. A Brancaccio tutto ruota attorno a don Pino. Ne è l’anima. Fa catechismo. Incontra le coppie di fidanzati. Fa giocare i bambini nel polveroso campetto di calcio. Conosce tutte le famiglie povere del quartiere ma che hanno anche tanta dignità e trovano in lui chi le sorregge, le aiuta, le incoraggia, perché non vadano alla deriva. Gli uomini di Cosa Nostra sono sempre in agguato. Anzi hanno anche delle spie all’interno del Centro Padre Nostro. Uno di questi è Riccardo che buca la gomma della macchina di don Pino che, appiedato, nel rientro a casa, viene raggiunto e malmenato da esponenti della Mafia. Don Puglisi non disarma. “Da bambino era tutto suo padre. Calzolaio, lavoratore, uomo di poche parole e molti fatti. E tutto sua madre. Sarta, affettuosa e convinta che i figli dovessero studiare per avere una vita” (pag. 109). Nel primo anniversario della morte di Paolo Borsellino (19 luglio 1992), pochi giorni dopo, per il 25 luglio, vuole organizzare, al Brancaccio, una festa in suo onore con partite di calcio, gare di corsa e ciclistiche, tanti giochi ed una mangiata tra la gente del quartiere. Ha bisogno di chi lo aiuti. Lucia è sempre in prima fila, anzi va oltre. Sta preparando per il compleanno di don Pino (17 settembre 1993), ma senza che lui sappia niente, uno spettacolo “Orlandino alla conquista della città”. Nell’allestimento dello spettacolo viene coinvolto anche Federico che diventa assiduo frequentatore del quartiere, ora che ha rinunciato alle vacanze studio in Inghilterra. Ha un ruolo importante nella recita. Sarà Carlo Magno.

Intanto fa proprie alcune riflessioni di don Pino: Inferno è quando le cose non si compiono. Inferno è ogni seme che non diventa rosa. Inferno è quando la rosa si convince che non profuma. Inferno è un passaggio a livello che si apre su un muro“. “L’inferno è il posto in cui lo spazio per i desideri è già tutto occupato”.Rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perché era sempre lì. Eppure il dolore a volte ce lo aveva ricordato che nulla resta per sempre, ma noi lo avevamo sottovalutato come se fossimo immortali”. “L’inferno è tutte le volte che decidi di non amare o non puoi amare”. “Ciascuno di noi è custode di chi ha accanto: per parentela, per amicizia, per lavoro, per vicinato. Ciascuno di noi è affidato ad altri e altri sono affidati a noi, perché Dio muove tutto per spingerci ad amare di più ed essere amati di più”. Rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza “ti amo” a chi avevamo accanto, “sono fiero di te” ai figli, “scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità, rancori incancreniti e lunghissimi silenzi”. “Dio bisogna darlo, poi dirlo. Dio o lo tocchi o non c’è teorema che te lo possa far piacere”. L’inferno è l’anestesia di non sentire più vivere ciò che è vivo”. Noi ci vergogniamo del male che commettiamo e ci andiamo a nascondere. Non ci facciamo più trovare dalla misericordia di Dio, pensando che ci voglia punire, che non possiamo più meritarci il suo amore, mentre è proprio quello che ci vuole dare gratis”.

Federico, nonostante abbia avuto un altro avvertimento da parte di uomini vicino a Cosa Nostra di non farsi più vedere al Brancaccio, coinvolge nell’avventura anche suo fratello Manfredi. In una delle sue visite nel quartiere, conosce Giuseppe che va a trovare con don Pino presso il Malaspina, il carcere Minorile dove si trova ora il ragazzo. Chiede in prestito al fratello la chitarra. Deve insegnare a suonarla a Totò, il bambino che sogna di diventare direttore d’orchestra. Ora che ha visto certe cose non può più ignorare. Non gli va di girarsi dall’altra parte e far finta di nulla. Ascolta ciò che dice don Pino a Giuseppe che di lì a poco finirà in carcere: “Quando Dio usa una parte di noi, facciamo cose divine. Siamo come i pennelli nelle mani di un gran pittore…” i bambini di Brancaccio vengono iniziati all’inferno organizzando duelli alla morte tra cani randagi… poi ci sono lo spaccio, i furti, le botte, la prostituzione. La luce si oscura e viene sostituita dalla rabbia di chi distrugge e non sa neanche il perché, di chi impara a dominare  prima di amare” (pag. 117- 118). “Togli l’amore e avrai l’inferno, metti l’amore e avrai ciò che inferno non è” (pag. 296). Una sera ritorna a casa da solo e in un vicolo buio e stretto viene malmenato dai sicari di Cosa Nostra. E’ costretto al ricovero in ospedale. I genitori si precipitano. Non sanno cosa stia succedendo al figlio. All’uscita dall’ospedale, i suoi genitori gli vietano di mettere piedi al Brancaccio. Intanto, suo fratello Manfredi prende il suo posto come maestro di chitarra e segue Totò. Il ragazzo fa progressi di giorno in giorno e trova Manfredi più bravo di Federico nell’insegnamento. Glielo dice apertamente quando Federico ritorna al Brancaccio. Federico è fiero di avere un fratello come Manfredi.

“Il 25 luglio è una domenica in cui il sole ruggisce” (pag. 221). Al Centro Padre Nostro tutto è pronto per la gran festa. E’ un successo straordinario. Arriva la stampa. Arriva la televisione. Don Pino è intervistato. Gli uomini di Cosa Nostra masticano amaro. Avvertono che quel prete va eliminato. Sta diventando troppo importante, più di loro che vivono nell’ombra, ammazzano, incendiano, taglieggiano. Gli preparano un’altra imboscata. Lo tramortiscono di calci, pugni fino a rompergli alcune costole. Ma don Pino continua imperterrito nella sua missione evangelizzatrice e sociale. Lucia e Federico intanto si avvicinano sempre più l’uno all’altro. Il ragazzo ha trovato in lei un’ancora ma anche la possibilità di sognare ad occhi aperti. Quel mare tanto sognato, quella libertà di muoversi, di agire, di non starsene più nella sua comoda casa, tra i suoi libri, li trova nella ragazza e in don Pino. Continua a coltivare i propri amici ai quali racconta il cambiamento e la decisione di non andare in Inghilterra per un periodo di vacanze studio. Ha scoperto che nella propria città regna l’inferno e con alcuni volenterosi cerca la strada per riaffermare quello che inferno non è. Continuano le prove di teatro per la festa di don Pino. Manfredi assiste nascosto tra le fila dei presenti alla performance del fratello. Tra i due è nata un’intesa che nessuna nube potrà più oscurare. Sono fieri l’uno dell’altro.

L’estate volge al termine. Il nuovo anno scolastico sta per iniziare. Don Pino è stanco. Non racconta a nessuno dell’ennesima disavventura capitatagli con gli uomini di Cosa Nostra. Serena viene messa incinta da Nuccio, il più delinquente della banda. Si confida con don Pino che la incoraggia a portare avanti la maternità anche se sa che la ragazza è stata vittima di uno stupro. Quel bimbo o bimba che nascerà ricorderà a Lucia la violenza subita. Maria non sa che fare. Don Pino la incoraggia a trovare un lavoro, intanto racimola per lei qualche soldo per aiutarla al momento. La consiglia di mettere Francesco in una struttura protetta. E’ il 17 settembre 1993. E’ il compleanno di don Pino. Il prete sta telefonando dentro ad una cabina telefonica pubblica, poco lontano da casa. All’altro capo del telefono c’è Maria che ascolta i suoi consigli. Finito di telefonare, don Pino esce, ma fa pochi passi quando viene raggiunto da un colpo di pistola sparato a venti centimetri dalla testa. I sicari di Cosa Nostra hanno avuto la meglio. A raccoglierlo a terra è una bambina di Brancaccio che stringe tra le proprie mani una bambola di pezza. E’ lei la prima a correre. Don Pino le aveva insegnato a nuotare il giorno in cui aveva portato anche tutti gli altri bambini sulla spiaggia di Mondello. Si era sostituito al padre già ucciso per mano della Mafia. Sono giorni di lutto e di tristezza per Lucia, Federico e per tutti quelli che don pino ha amati; ma il suo insegnamento non può morire. Saranno loro a prendere il suo posto.

Raimondo Giustozzi

1-Cose che nessuno sa copertina

Cose che nessuno sa

“Quattordici anni è volere tutto e niente allo stesso momento. Avere segreti inconfessabili e domande senza risposta. Odiare sé per odiare tutti. Quattordici anni è fragilità e non sapere come si fa. Ci sono cose che nessuno spiega. Ci sono cose che nessuno sa” (Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa, pag. 195, 2011, Milano Mondadori).

Margherita è una quattordicenne ancora acerba, in vacanza con il papà Alessandro, appassionato di barche, in Liguria, a Sestri Ponente, alla “Baia del Silenzio”. La mamma Eleonora è a casa con Andrea, il figlio più piccolo, cinque anni appena. Per Margherita è l’ultimo giorno delle vacanze estive. All’indomani inizia il nuovo anno scolastico, prima Liceo Scientifico, a Milano dove vive con la famiglia. Il giorno arriva. Margherita è pronta per tuffarsi nella nuova avventura con tutte le incertezze ed i dubbi di una quattordicenne. Prima di uscire, il solito controllo dei messaggi ricevuti al cellulare. Uno tra tutti la disorienta. Il papà comunica che non ritorna più in famiglia. Ha rotto con la mamma. Perché si chiede sgomenta Margherita. Sono cose che nessuno sa.

Il professore di Italiano e Latino, in prima Liceo, è un supplente. Ha accettato l’incarico anche per sole cinquecento euro al mese. Non può continuare a vivere solo di ripetizioni, anche se commenta ironico che “il mercato degli ignoranti è come quello dei morti: non conosce flessioni” (pag. 29). I suoi genitori glielo avevano cantato chiaro che con la Laurea in lettere avrebbe fatto la fame. Ma è giovane. Ha studiato tanto. Ha superato concorsi ed abilitazioni. Per insegnare ha dovuto anche cambiare provincia e trasferirsi in Lombardia, a Milano, dove le possibilità sono maggiori. E’ innamorato del proprio lavoro. Vuole condurre gli alunni al cuore delle cose, come aveva fatto con lui il suo vecchio professore di Liceo. E’ convinto che “la letteratura è la porta attraverso la quale entrano, da un mondo lontano e più vero del nostro, risposte a cose che nessuno vuole sapere” (pag. 141). E’ colto. Legge libri a ripetizione. Ne ha tanti nella borsa che porta con sé a scuola, sugli scaffali della stanza presso la quale è a pensione. Li ha sistemati come fossero di appoggio al letto. “Timeo hominem unius libri”. Gli uomini da un libro solo sono i più pericolosi. Lui non è proprio così. I libri in evidenza nella stanza: “la morte di Ivan Il’iĉ”, “Moby Dick”, “Don Chisciotte”, “Delitto e castigo”, “I fratelli Karamazov”, “L’Idiota”, poi tutti i classici latini e greci, assieme alla letteratura tedesca. Elvira, l’affittacamere lo invita ripetutamente ed in modo bonario e leggere di meno e a fare più esperienze. La vita non può essere racchiusa tutta nei libri. Ci sono cose che nessuno sa. Stella è la ragazza che più volte gli ha detto di amarlo. E’ impiegata presso “Il Parnaso Ambulante”, “una piccola libreria da due vetrine, con una incantevole zona dedicata all’usato e un furgoncino che si trasformava in bancarella, nelle piazze o nei vicoli” (pag. 54). Ma il prof. non sa decidersi. Ha paura a dichiararsi. Meglio aspettare. Eppure ha l’età per capire, ma non vuole capire.

Il primo giorno di scuola è un disastro per Margherita; conosce però Marta, che è nella sua stessa classe. Ha una famiglia numerosa: papa, mamma con cinque figli: Fabrizio, Marta, Marco, Paola ed Elisabetta. Queste ultime due sono gemelle. Il papà è medico, la mamma è animatrice di danza e teatro. E’ una famiglia unita. Per il prof. il primo giorno di scuola è un successo. Va alla lavagna e scrive: 5000, 1000 e 5. Sono le ore, i giorni e gli anni del Liceo. Al termine del quale, da ragazzi quali ora sono, diventeranno uomini e donne. Così dice. Gli alunni lo trovano stravagante. Parla in continuazione, facendo sfoggio della sua enorme cultura. Margherita, nell’intervallo, intravede anche un suo cugino, Giovanni, più grande di lei. La ragazza è frastornata. Trova che nella propria classe ci sono delle ragazze più belle di lei. Hanno ragazzi che le corteggiano. Si sente proprio fuori posto, con quel groppo alla gola. Ricorda comunque che un ragazzo: Luca, al mare, le aveva detto che era carina. Si fa coraggio. Terminata la scuola corre dalla nonna materna: Teresa. E’ una veneranda signora di 80 anni. E’ vedova da quindici anni. E’ originaria della Sicilia. Della sua terra d’origine mantiene la parlata, le ricette per i dolci e per la cucina. E’ solare, amante della vita. Ripete in continuazione detti e proverbi siciliani. Ha seguito lassù nel nord, a Milano, il proprio uomo: Pietro, anche lui siciliano ma costretto ad emigrare nella città lombarda molti anni prima, dopo la guerra, perché posti di lavoro, come maestro, in Sicilia non c’erano. Pietro e Teresa, due cuori ed una capanna. Due persone che hanno avuto nel corso della vita lo stesso respiro. E’ quello che non hanno avuto la figlia ed il genero. Ma è convinta che “la bellezza nasconde delle cose spesso dolorose” e che anche “Dietro ogni dolore c’è una benedizione”, “Il dolore stesso è una forma di amore”. Vengono riportati nel testo detti antichi ma sempre validi: “Non multa sed multum”, importante non è leggere molte cose, ma leggerle in profondità, “Solo amore e dolore ricordano”, “La vita è uno strano equilibrio tra ciò che viene tolto e ciò che viene dato”, “Amare un altro è avere il suo stesso respiro”, “Verità è ciò che non deve rimanere nascosto ma ciò che non si deve dimenticare, ciò che rimane stabile nel flusso del tempo che rapisce” (pag. 185). Margherita frequenta assiduamente la nonna per trovare in lei un aiuto e si reca più volte in casa di Marta che è diventata la propria amica del cuore. Si confida con lei che viene a sapere il problema che l’angustia. Marta la porta con lei alle prove di teatro dove Margherita conosce l’istitutrice Kim. La ragazza, a detta di Kim ha stoffa. Margherita sa di avere dei doni che nemmeno lei sapeva di avere. Sono cose che nessuno sa. Basta assecondare e coltivare i propri talenti. Il flusso della vita!

A scuola, Margherita conosce Giulio, un ragazzo ombroso, dedito ad una vita spericolata. E’ stato abbandonato dai genitori. Non conosce né il padre né la mamma. Affidato per un po’ di tempo ad una famiglia, ha lasciato la stessa, perché la mamma affidataria ha lasciato il marito violento, portandosi via i suoi tre figli. Giulio vive in una casa famiglia. Ha come amico Filippo, un operatore che presta nella casa famiglia la propria opera di volontariato. Giulio, in un giorno imprecisato, di notte, penetra nella scuola ed apre tutti i rubinetti dei bagni. Il giorno dopo, la scuola rimane chiusa perché allagata a seguito della bravata del ragazzo. Il professore di Lettere raduna i propri alunni nel vicino parco e fa lezione. Ha detto loro che non intende svolgere un programma perché così è stabilito dal Ministero. Legge appassionatamente l’Odissea e del poema omerico, commenta il viaggio di Telemaco che parte da Itaca alla ricerca del padre.  Ogni ragazzo o ragazza senza padre non è tale. Margherita prende alla lettera la lezione del professore e parte assieme a Giulio in macchina, alla volta di Sestri per ritrovare il padre. Il ragazzo non ha la patente. Prende dal garage la macchina di Eleonora, la mamma di Margherita e parte con lei. Eleonora in un colloquio con il professore di Lettere aveva raccontato il  problema della figlia e suo, invitando il docente ad essere per la figlia un punto di riferimento maschile adulto, dal momento che in casa non c’era più la figura del padre. Il prof. cade dalle nuvole. Lui punto di riferimento, lui che non è in grado di vedere nella propria vita, egoista e chiuso come un riccio verso Stella, la ragazza che lo ha invitato più volte ad amarla. Anche lei lo trova povero di esperienze, ma vuole amarlo così come è con tutti i suoi pregi ma anche con i suoi difetti. Quando poi il professore viene a sapere che la ragazza è partita alla ricerca del padre, fingendo di essere un nuovo Telemaco in veste femminile, rimane disorientato e perplesso. Fino a che punto era arrivato il suo insegnamento! La ragazza, prima di partire, lo aveva anche invitato ad accompagnarla. Il prof. si difende dicendo che lui aveva parlato di una metafora della vita. O le parole hanno un senso, oppure sono solo chiacchiere, aveva protestato la ragazza. Giulio, a Genova viene derubato, lui esperto di borseggio e di quante altre cose vietate dalla legge! Viene picchiato, ma lotta come una belva quando due balordi ubriachi li assalgono nella spiaggia “Baia del Silenzio”. Ad uno spacca il labbro. Questi si avventa sulla ragazza e tenta di violentarla. Margherita grida con quanto più fiato ha in corpo. Le sue grida richiamano i gestori del bar che accorrono e mettono in fuga i due balordi. Sulla strada del ritorno hanno un incidente. Finiscono all’ospedale. Giulio ha delle costole ed un braccio rotti, Margherita è la più conciata. Rimane in coma farmacologico per più giorni. La mamma Eleonora accorre all’ospedale. Tutti si mettono in moto: Marta, l’amica, sua mamma Marina, la nonna Teresa. Arriva anche il padre che ritrova la moglie e la figlia. Il finale del romanzo è tutto da leggere. Tutto si ricompone, almeno così sembra, ma le ferite restano. Il romanzo, il secondo di Alessandro D’Avenia, non ha come protagonisti solo i giovani ma anche gli adulti che pur essendo grandi vanno anche loro in cerca di un equilibrio che spesso dimenticano. Quelli che ne fanno le spese sono i ragazzi.

 

Raimondo Giustozzi

 

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