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Cultura. Esperienze Pastorali Appunti per una recensione

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Esperienze pastorali è il primo, unico e straordinario libro scritto da don Lorenzo Milani. Le altre opere: L’obbedienza non è più una virtù e Lettera a una professoressa sono lettere. Uscì nelle librerie il 25 marzo 1958, quando don Milani era da quattro anni a Barbiana. Il libro fu pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, autorevole per la divulgazione di altri libri scritti dal sindaco Giorgio La Pira, da padre Giovanni Vannucci, da don Divo Barsotti. Il libro è preceduto da ventisei pagine di prefazione scritte dal vescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack che ha parole di elogio per don Milani e per il lavoro fatto. Revisore ecclesiastico fu nominato padre Reginaldo Santilli e dopo il suo “Nulla osta”, dalla locuzione latina nihil obstat, niente si oppone, il libro fu pubblicato con “l’imprimatur” (autorizzazione concessa da parte del vescovo competente alla stampa e alla pubblicazione di un libro sottoposto a censura ecclesiastica) del cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa. Il testo rimase negli scaffali delle librerie per otto mesi, “un tempo sufficiente per scuotere le coscienze cattoliche e provocare forti entusiasmi e sdegnate polemiche. Finché il Sant’Uffizio, il 18 dicembre 1958, provvide con un apposito decreto a farlo ritirare dal commercio, giudicandolo un libro inopportuno” (Mario Lancisi, don Milani, pag. 108). Il libro è stato riabilitato solo ultimamente da Papa Francesco che ha dichiarato decaduto il decreto su Esperienze pastorali e indicato don Lorenzo Milani quale prete e maestro come esempio da imitare. L’arcivescovo di Firenze e cardinale Giuseppe Betori, il 27 novembre 2016, in occasione della presentazione del libro “L’esilio di Barbiana” di Michele Gesualdi, ha annunciato che la Chiesa fiorentina, a cinquant’anni dalla scomparsa del priore, riprenderà le proposte di fondo di Esperienze pastorali per ripensarle nelle condizioni sociali, culturali ed ecclesiali di oggi.

Il libro Esperienze pastorali, 477 pagine ricche di grafici e tabelle, strumenti propri dell’indagine sociologica, è giunto alla IX edizione, la prima, quella del 1958 costava 1.500 lire, è suddiviso in due parti. Nella prima sono analizzati, in quattro capitoli: la fede e i sacramenti, la ricreazione, l’istruzione civile, l’indirizzo politico. Chiude la prima parte: l’appendice “Lettera a un predicatore”. Nella seconda parte, divisa in tre capitoli, sono descritti: la condizione sociale ed economica del popolo di San Donato, le ragioni che spingono gli abitanti della campagna e dei monti a trasferirsi in città, la storia delle case, i sette borghi del paese, la proprietà delle case e come si vive in esse, il lavoro. Chiude questa seconda parte la Lettera dall’oltretomba e quella bellissima a don Piero. Prima dell’indice, in due paginette, viene precisato: “Hanno collaborato alla stesura dell’opera gli allievi della Scuola Popolare di S. Donato, per l’impostazione ideologica dell’opera intera e per l’informazione sull’ambiente operaio e contadino. Gli allievi della Scuola Serale di S. Andrea a Barbiana (Vicchio Mugello) e il loro priore don Comparetti, per l’esodo dai monti e in particolare i seguenti allievi della Scuola Popolare di S. Donato, da Alberto Fanciullacci a …Varo Papini, persone estranee alla Scuola ma non al popolo di S. Donato, i nomi di chi ha curato i disegni e i grafici e un ringraziamento affettuoso e ammirato ai piccoli barbianesi Aldo Bozzolini, Agostino Burberi, Carlo Carotti, Carlo Tagliaferri, Michele Gesualdi e Silvano Salimbeni che hanno gioiosamente donato tutto il loro tempo libero per accollarsi la revisione delle bozze” (Esperienze Pastorali, pag. 473- 474). Don Milani decise di raccogliere in un fascicolo le proprie Esperienze Pastorali, vissute prima a San Donato (Calenzano), poi a Sant’Andrea di Barbiana (Vicchio del Mugello), per farne dono a chi volesse misurarsi come lui con le difficoltà di essere prete e di trovare i mezzi più efficaci per trasmettere il messaggio del Vangelo a tutti. Vi lavorò circa sette anni. Nel corso del suo ministero sacerdotale si accorse ben presto che molti suoi confratelli, compreso il prevosto don Daniele Pugi, si affidassero completamente all’azione della Grazia che avrebbe portato i propri fedeli ai sacramenti. Importante era che la gente venisse in chiesa, poi qualcosa sarebbe successo. Don Milani non pensava affatto che bastasse affidarsi completamente all’azione della Grazia, per essere in pace con se stesso: “Eh no, la Grazia fulmina un uomo anche sulla cattiva via di Damasco e non ha bisogno di fulminarlo sulla buona via della predica. La Grazia fulminante quella miracolosa che prende un uomo mal disposto e lo trasforma in apostolo. Chiedere a Dio ogni giorno di questi miracoli strepitosi è cosa buona, ma pretenderli come via ordinaria, farne la giustificazione quotidiana di tanta parte incoerente del nostro ministero, questa è un’eresia grande quanto quella di non credere alla Grazia” (don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Libreria Editrici Fiorentina, pag. 86, Firenze 1972). Dall’analisi sociologica dei sacramenti e dei riti somministrati nella parrocchia di S. Donato, il giovane cappellano ricava un quadro desolante del rapporto dei parrocchiani con la religione che essi giudicano “roba da ragazzi” e da “donne”. Oggi, quanti, pur dichiarandosi cattolici, ritengono che andare a messa e avere una cultura religiosa sia ancora cosa da ragazzi e da donnette? Scrive ancora don Milani: “E’ un popolo intero (S. Donato) che fa dell’assurdità regola, compatto, granitico e pazzerelli sono quelli che ragionano. Qui è saggia l’incoerenza e la coerenza è mostrata a dito come strana” (Ibidem, pag. 87). Il campionario dell’ignoranza religiosa fa rabbrividire don Milani. Per i suoi parrocchiani, infatti, “il peccato originale fa meno male di una infreddatura”, la “confessione serve per fare la comunione”, l’eucaristia “non è un dono ma un obbligo, e serve per celebrare le feste”. Nel suo complesso, la religione non vale “quanto la piega dei pantaloni, quanto una buona dormita, quanto l’opinione degli altri su di noi, quanto il denaro e il divertimento”. Da questa analisi desolante, supportata da dati raccolti in grafici e tabelle, riguardanti la frequenza alla messa da parte degli adulti (quanti uomini e quante donne), il numero delle comunioni (in occasione di quali feste, quanti giovani e quanti vecchi), la presenza dei ragazzi alla dottrina (a che età abbandonavano), don Milani decide di puntare sulla Scuola Popolare: “La scuola non mi darà occasione di confessare uomini maturi (ma in questa categoria si perde poco perché le due o tre confessioni sincere in occasione di feste non eran certo loro) ma mi dà la certezza che questi giovani quando saranno vecchi non ricalcheranno la folle strada dei vecchi festaioli… Lasciatemi dunque il tempo di fare le cose per benino, rifacendomi cioè dalla grammatica italiana e su su nel giro di venti anni vi riempirò di nuovo la chiesa. Ma questa volta d’uomini ardenti, preparati e coerenti. Capaci di resuscitare anche la Festa del Titolare se occorrerà, ma incapaci di sbondellar campane o di ornar di lumiere un altare senza aver prima profittato tutto l’anno del sacerdote per sgravarsi volta volta dei loro peccati” (Ibidem, pag. 87- 88). In realtà, già quando era cappellano a S. Donato, con la Scuola Popolare e con l’istruzione religiosa impartita nel catechismo, era riuscito a portare in chiesa ed avvicinarli all’Eucarestia e alla confessione un centinaio di giovani che erano del tutto lontani dalla chiesa. Lavorò anche per alcuni anni a un nuovo catechismo che non pubblicò mai perché lo ritenne superato nel tempo. L’istruzione religiosa di cui il popolo di S. Donato era del tutto privo non era da imputare “agli enormi difetti del testo di catechismo perché la dottrina si insegna benissimo anche senza testo (trovava buono il testo del catechismo proposto dai Salesiani). Diciamo piuttosto che avviene della cultura religiosa come di quella civile. Abbiamo il ragazzo in mano quando non ha problemi né seri interessi. Ci sfugge e trova in famiglia, in paese, in fabbrica la scuola dell’indifferenza religiosa proprio alle età in cui più avidamente tende l’orecchio. Venti lezioni a ragazzi più adulti anche di poco e ricchi di una preparazione linguistica e logica ci frutterebbero più che le settecento- mille lezioni di cui disponiamo ora” (Ibidem, pag. 50). Non ho mai fatto il catechista in parrocchia ma ho sempre ascoltato nel Consiglio Pastorale, di cui sono stato membro per tanti anni, della fuga dei ragazzi dopo la Cresima; si ritrovano, se tutto va bene, quando si avvicinano al matrimonio e chiedono di frequentare i corsi pre matrimoniali. Questa fuga è reale? Avviene in tutte le parrocchie? Qual è il peso dei gruppi laicali cattolici nel tenere desta nei giovani la domanda religiosa? Molte notizie pubblicate nel libro furono attinte in municipio e nell’archivio parrocchiale. Le altre furono raccolte sul campo. Dopo la benedizione delle case, nel marzo del 1951, pensò di fare una specie di censimento e con l’aiuto di Bruno e di Paolo, due giovani contadini che lo accompagnavano per la benedizione, contò quanti letti c’erano per ogni casa. Rielaborò quindi i dati e tirò le somme. Molti suoi parrocchiani (il 49,5%) dormivano “mal accucciati”. Riflettendo, si fece un’idea precisa della promiscuità in cui di notte viveva il suo popolo: “Abbiamo motivo di ritenere che molti casi di inversione siano più da attribuirsi a consuetudini contratte in simili circostanze che non a fattori ereditari o comunque patologici” (Esperienze Pastorali, pagg. 378/ 379). Non contò solo i letti. Guardò chi aveva l’acqua corrente e chi no, chi aveva la luce elettrica e chi illuminava la casa col lume a carburo, chi era in affitto e chi era proprietario dell’alloggio. Quando il libro fu pubblicato, le pagine che piacquero di più all’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi furono proprio quelle in cui don Milani tracciava un quadro delle condizioni abitative del suo popolo ed elevava il “letto” a indice di affollamento. Un intero capitolo del libro è dedicato al lavoro, ai problemi della disoccupazione e del sindacato. Esemplare è la storia di Mauro che nella finzione del testo diventa Enzo. Il ragazzo, a dodici anni è costretto a lavorare senza assicurazione, a cottimo e per dodici ore il giorno. Il lavoro massacrante riduce il ragazzo in una condizione di salute assai precaria e intanto in famiglia si ammala anche il padre. Don Lorenzo decide di bussare alla porta di un industriale che nella finzione del testo diventa il “Baffi” al quale don Lorenzo chiede se può assumere il ragazzo e assicurarlo: “E’ inutile padre che s’affatichi a raccontarmi. La mia amministrazione non può interessarsi a nessun motivo umanitario. Qui c’è una legge sola: il bene dell’azienda. Che poi infine è il bene di tutti. Il ragazzo è in prova. Ma gli dica che non ammetto scioperi. Al primo sciopero vola”. Don Milani si sente ferito, prova ad insistere e chiede se è sicuro di assumerlo. Il Baffi risponde: “Padre, io non posso assicurarle nulla. Io ne licenzio cinque o sei alla settimana e ne assumo altrettanti. Il lavoro a me non manca mai. Ma da me c’è un sistema speciale. A me piace l’ordine, la disciplina. Sono sicuro che anche lei, padre, la pensa come me” (E. P. pag. 447). Don Milani non la pensa affatto come il Banfi. Ha per riferimento l’articolo quaranta della Costituzione: il diritto di sciopero: “Il tragico è che un pazzo possa impunemente fare e disfare nella vita degli umili. Che la società sia organizzata in modo da proteggerlo. Il potere politico è in mano dei ricchi. Il potere della legge si infrange di fronte al potere economico. Le leve sono ferme in quelle mani”. Mauro viene licenziato. Don Milani grida contro il Banfi e il Governo non per il pane strappato a Mauro ma “perché strappano il mio bambino dalle mia braccia. Non ho deposto la tonaca per correre sulle barricate. Nelle mie mani consacrate ho solo i sacramenti e coi piedi do una pedata a un ostacolo caduco che mi sbarra la strada. Eredità del pensiero di don Milani dopo cinquant’anni dalla sua morte! Le donne licenziate dal proprio datore di lavoro, quando rimangono incinte, com’è riportato nell’articolo “Giovani donne, figli, lavoro”, pubblicato da “La Voce delle Marche” del 25 dicembre 2016, non riportano all’attualità il pensiero di don Milani? Stare dalla parte dei poveri, gli operai licenziati delle Officine Galileo, della Richard Ginori, senza nessuna garanzia induceva don Milani a separare nettamente le sue responsabilità di pastore d’anime da quelle di una parte del clero che coltivava rapporti di buon vicinato con il padronato. Questa posizione lo portò a rifiutare più volte “La Gazzetta dei lavoratori”, che la Confindustria presieduta da Angelo Costa inviava a tutte le canoniche, un giornaletto “tutto profumato di amore interclassista e di svalutazione dei motivi di dissidio”. Angelo Costa in persona si scomodò di inviare una lettera a don Milani nella quale lo invitava ad accogliere il giornaletto “come fanno tutti gli altri parroci d’Italia” e si dichiarava stupito che un sacerdote arrivasse a scrivere “di onorarsi di non essere amico di qualcuno”. Il rifiuto ripetuto di don Milani portò Angelo Costa a scrivere direttamente al cardinale Elia Dalla Costa per lamentarsi dell’ostilità di don Milani e di alcuni sacerdoti toscani. Il cappellano di S. Donato e di S. Andrea a Barbiana era preoccupato solo che il libro, che andava via via scrivendo, non contenesse errori dottrinali, per questo incaricò molti suoi amici perché facessero un’opera di filtraggio. Don Bruno Brandani collaborò al capitolo sulla ricreazione. “Glielo feci attenuare. Nella prima stesura parlava addirittura della immoralità della ricreazione. Era troppo drastico”. Scrive don Milani: “Un mio amico prete mi assicura invece che nella ricreazione ci si possono vedere anche valori meno negativi” (E. P. pag. 142). Il Sant’Uffizio non poteva trovare nulla di eretico nel libro perché non c’era proprio nulla che andasse contro la dottrina cattolica. Venne ritirato dal commercio perché ritenuto “inopportuno”. Esperienze Pastorali ebbe un successo imprevisto tra i laici. Milani accoglieva questi ultimi con un sorriso ironico. Il libro non l’aveva scritto affatto per loro: “Sono un parroco di montagna e ho scritto un libro tecnico per i miei confratelli e per nessun altro. Quando i libri sono in commercio, li legge chi vuole, ma che va mai a comprare e leggere i libri dell’altrui professione? Mi rispondevano: Ma questi argomenti sono patrimonio comune di tutti noi. Allora leggete i libri di tecnica odontoiatrica visto che il mal di denti è patrimonio comune di tutti noi” (Don Milani, lettera a Elena Pirelli Brambilla del 23.06.1959, lettere, pag. 121). Tra i molti argomenti d’indagine affrontati nella Scuola di Barbiana, c’erano anche i motivi che spingevano tanti contadini e pastori ad abbandonare la terra e la montagna e riversarsi in città alla ricerca di migliori condizioni di vita. Era un esodo biblico che interessò, dalla fine degli anni cinquanta a tutti gli anni sessanta, tante zone d’Italia. La fuga dalla terra era per don Milani una nebulosa ricerca di parità sociale da parte dei “Paria” d’Italia. Per frenare l’esodo, il priore scriveva: “Non si può ammettere che esista ancora una casta inferiore e tanto meno che non se ne possa uscire. La nostra proposta più moderata sarebbe una legge così redatta: art. 1. La terra appartiene a chi ha il coraggio di coltivarla. Art. 2. Le case coloniche appartengono a chi ha il coraggio di starci. Art. 3. Il bestiame appartiene a chi ha il coraggio di ripulirgli ogni giorno la stalla. Art. 4. I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna. E’ nostra opinione però che una così tardiva giustizia non basterebbe a fermare l’esodo. Bisogna recuperare anche tutte le ricchezze che per secoli sono partite dalla terra verso i salotti cittadini. Rendere queste ricchezze ai loro veri proprietari, trasformarle in bagni, sciacquoni, scuole, strade, trattori, canali. Bisogna buttare tutte queste cose ai piedi dei contadini, supplicarli di perdonarci e di fermarsi. Ma anche per questo è già tardi” (Esperienze Pastorali, pag. 338). Sembra il programma di un rivoluzionario russo dell’Ottocento, affermava Gianni Minoli in una puntata della trasmissione televisiva “La storia siamo noi”, commentando il pensiero del priore di Barbiana, di cui non è stato fatto nulla per ovvie ragioni di carattere politico ed economico. Oggi, l’esodo dalle montagne e il paventato spopolamento di un territorio vastissimo a seguito di ripetute scosse telluriche, rischiano di cancellare in modo definitivo interi territori se la politica non fa la propria parte. E dopo quasi un anno la politica ha fatto ben poco, anzi quasi nulla. Tutto il libro va riletto e valutato con quello che non è stato fatto in questi cinquant’anni di storia italiana. E’ impossibile sintetizzarlo anche in un testo mediamente lungo, come nel tentativo fatto.

 

Raimondo Giustozzi

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