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Terra. E ora l’apocalisse?

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Pubblichiamo un interessante articolo del Post.

Cosa succederà tra non molto al nostro pianeta se non ci occupiamo del fatto che fa sempre più caldo: e sempre che non sia troppo tardi, secondo il New York Magazine

Entro pochi decenni – pochi decenni – buona parte della città di Miami, in Florida, non esisterà più: sarà sommersa dalle acque dell’Oceano Atlantico che si saranno alzate di diversi metri a causa del riscaldamento globale. Molte altre città costiere, come quelle del Bangladesh, finiranno sott’acqua in un processo che secondo gli scienziati è ormai inevitabile, anche se smettessimo di colpo di bruciare combustibili fossili nei prossimi dieci anni. In mancanza di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, poi, nei prossimi decenni avremo ricorrenti uragani, tempeste e inondazioni dalla portata straordinaria, lunghi periodi di siccità che distruggeranno i raccolti e avranno pesanti conseguenze economiche, nuove epidemie di malattie ormai dimenticate, estati sempre più torride, oceani sempre più inquinati e ostili alla vita, aria irrespirabile per interi mesi e una moltiplicazione di piccoli e grandi conflitti locali. Forse li avremo anche in caso di una radicale riduzione nella produzione dei gas serra, a questo punto: complici le grandi attenzioni dei ricercatori, che comunicano con cautela dati e probabilità per non dare appigli ai negazionisti, non abbiamo idea del disastro che ci aspetta e che in parte si è già inesorabilmente avviato.

Negli ultimi anni le notizie sul clima sono state tutt’altro che incoraggianti: il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, lo scorso inverno al Polo Nord le temperature massime sono state per giorni ben al di sopra della media stagionale e in Antartide una gigantesca frattura nei ghiacci della Penisola Antartica sta per portare alla formazione di un enorme iceberg, grande più della Liguria. Gli effetti del riscaldamento globale sono visibili e tangibili da tempo, dicono gli esperti, ma nonostante tutto continuiamo a ignorarne la portata e a rimuovere dai nostri pensieri il fatto che presto ci riguarderanno tutti e cambieranno le nostre vite.

Al G20 che si è da poco concluso ad Amburgo, in Germania, 19 membri (18 stati più l’Unione Europea) si sono formalmente impegnati a rispettare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico del 2015, che tra le altre cose prevede l’adozione di politiche per ridurre le emissioni di gas serra e mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 °C. Gli Stati Uniti non hanno sottoscritto il documento, confermando la decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, e sono rimasti isolati su una questione che riguarda il futuro del mondo e la possibilità della nostra specie di continuare a esistere.

David Wallace-Wells, un giornalista del New York Magazine, ha trascorso mesi a leggere ricerche scientifiche sul cambiamento climatico e a intervistare ricercatori, fisici e climatologi per capire quali possano essere davvero le implicazioni del riscaldamento globale per la popolazione mondiale. Ne è nato un lunghissimo e interessante articolo sulla direzione che ha ormai preso il nostro pianeta, sulla scarsa consapevolezza dei rischi che stiamo correndo e sulle cose terribili che potranno accadere nei prossimi decenni in assenza di provvedimenti, con misure molto più incisive e radicali di quelle fissate finora dalla comunità internazionale con l’accordo di Parigi.

+2 °C

Fino a qualche tempo fa, un aumento di 2 °C della temperatura media globale era considerato la soglia oltre la quale c’è la catastrofe: copiosa riduzione dei ghiacci ai poli, innalzamento dei mari al punto da rendere inabitabili ampie aree costiere e causare decine di milioni di sfollati. Dice già molto il fatto che con l’accordo di Parigi i 2 °C siano diventati l’obiettivo entro il quale mantenersi (c’è un impegno per provare a restare sotto gli 1,5 °C), nonostante i rischi. Ai ritmi attuali di produzione di anidride carbonica derivante dall’attività umana (CO2, tra i gas serra più dannosi), le Nazioni Unite prevedono che l’aumento della temperatura media globale sarà di 4 °C all’inizio del prossimo secolo. Come tutte le proiezioni, ci sono margini di errore: nello scenario più pessimistico potremmo arrivare a +8 °C rispetto alla media.

 

Le previsioni non tengono però conto di altre variabili, come la riduzione di superficie riflettente causata dallo scioglimento dei ghiacci, con una conseguente capacità della Terra di assorbire più calore dal Sole. Temperature più alte causeranno la morte di molte foreste, riducendo l’assorbimento naturale dell’anidride carbonica, senza contare l’enorme quantità di metano (altro pericoloso gas serra) che raggiungerà l’atmosfera liberandosi dallo scioglimento del permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato presente soprattutto nelle regioni artiche.

L’ultima volta che la Terra è stata più calda di 4 °C, gli oceani erano decine di metri più alti. Si stima che finora il nostro pianeta abbia avuto cinque estinzioni di massa, che di fatto hanno azzerato buona parte dei progressi evolutivi delle specie, portando a una sorta di reset per animali e piante. Solo una, quella dei dinosauri, fu causata da un evento esterno come l’impatto di un grande meteorite: tutte le altre avvennero in seguito al cospicuo aumento di gas serra nell’atmosfera. 252 milioni di anni fa, per esempio, una maggiore quantità di anidride carbonica portò la Terra a scaldarsi di circa 5 °C sopra la media, con un fenomeno che si autoalimentò proprio grazie all’emissione di grandi quantità di metano dall’Artico in seguito allo scioglimento di permafrost e ghiacci. Quel cambiamento climatico fu talmente devastante e repentino da determinare la fine del 97 per cento della vita sul nostro pianeta.

Il riscaldamento della Terra è ciclico ed è avvenuto in passato, ma nulla è comparabile agli attuali ritmi con cui si sta verificando. L’uso di combustibili fossili come petrolio e carbone su larga scala negli ultimi decenni ha portato a un ritmo di emissioni di CO2 esorbitante e in continua accelerazione. Oggi vediamo i danni causati decenni fa, ma quelli dovuti all’inquinamento più recente saranno ancora più grandi e devastanti. Alcuni sono ormai inevitabili, dicono i ricercatori; altri possono essere scongiurati, ma solo con politiche incisive e condivise dalla comunità internazionale.

 

Grande caldo

Come tutti gli animali a sangue caldo, gli esseri umani producono calore con il loro metabolismo (ciò che ci tiene in vita) e hanno bisogno di eliminarlo, cedendolo all’ambiente circostante. Il processo è efficiente fino a quando la temperatura dell’aria non è superiore ai 36-37 gradi del nostro organismo. Al di sopra di quella temperatura diventiamo sempre meno efficienti e subentrano problemi di salute. Se si raggiungessero i +7 °C sulla media, la vita in molte zone dell’area equatoriale diventerebbe praticamente impossibile. Ai tropici, dove l’umidità raggiunge il 90 per cento, 40 °C sarebbero insostenibili e mortali. Negli ultimi 40 anni, i posti dove sono state registrate temperature fuori scala e pericolose per la salute sono aumentati di 50 volte. Le cinque estati più calde mai registrate dall’uomo si sono tutte verificate dal 2002: la stagione estiva potrebbe diventare insostenibile per la maggior parte dell’umanità nei prossimi decenni.

Nel 2003 in Europa ci fu un’estate molto calda, con temperature sopra la media che causarono la morte di migliaia di persone in pochi giorni. Se si arrivasse ai +4 °C sulla media stimati dall’ONU, tutte le estati in Europa sarebbero così calde e mortali. Se si arrivasse a +6 °C sulla media (ricordiamo che la previsione più pessimistica è +8 °C), in un’ampia fascia del pianeta sarebbe impraticabile qualsiasi tipo di lavoro all’aperto nel periodo estivo. A New York si raggiungerebbero temperature paragonabili a quelle registrate nel Bahrein, uno dei posti più caldi al mondo. Le temperature sarebbero tali da causare ipertermia anche mentre si sta dormendo, quando il metabolismo è ampiamente rallentato e la temperatura corporea diminuisce lievemente.

Certo, l’utilizzo di condizionatori e altri sistemi di raffreddamento degli ambienti renderebbero più sopportabile il grande caldo, ma contribuirebbero al tempo stesso a un aumento diretto della temperatura esterna (un condizionatore produce calore) e a maggiori emissioni di anidride carbonica, se la produzione di energia elettrica fosse ancora basata su centrali a gas, petrolio o carbone.

A El Salvador, stato dell’America centrale, gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti e interessano direttamente la popolazione. Nella grande area dove si coltiva la canna da zucchero, si stima che quasi un quinto della popolazione abbia malattie renali croniche: i ricercatori sospettano siano dovute alla forte disidratazione cui i coltivatori vanno incontro lavorando per molte ore nei campi, in un clima decisamente più caldo rispetto a quello di una ventina di anni fa. Nei casi più gravi è necessario fare ricorso alla dialisi, che ha costi molto alti, per allungare la vita di chi soffre di insufficienza renale: in sua assenza si può morire in poche settimane.

 

Niente cibo

La varietà di frutti e vegetali consumati in tutto il mondo è amplissima, ma quasi tutte le popolazioni basano buona parte della loro alimentazione sui cereali. Si stima che per ogni grado sopra la media, un campo di cereali renda circa il 10 per cento in meno di quanto farebbe con le normali temperature. Ci sono anche stime più pessimistiche che parlano di 15-17 percento. La popolazione mondiale sta continuando ad aumentare, mentre i raccolti potrebbero diventare più scarsi se si superassero i + 2 °C sulla media. La produzione di carne richiede enormi risorse: a parità di energia consumata, si producono 16 calorie di un cereale ogni caloria di carne bovina. Senza contare che gli allevamenti sono tra i più grandi produttori di gas serra, per via del metano prodotto nel processo digestivo dai capi di bestiame.

In teoria, con il riscaldamento globale le aree ora fredde e non adattate alla coltivazione dei cereali diventeranno utilizzabili per compensare la perdita di produzione nei tropici e alle medie latitudini, dove attualmente è coltivata la maggior parte dei campi. Le cose non sono però così semplici: spostare intere coltivazioni di migliaia di chilometri più a nord o a sud sarebbe molto costoso, sia dal punto di vista logistico (servirebbero nuove strade, acquedotti, infrastrutture e stabilimenti) sia da quello ambientale; secondo i ricercatori saranno infatti necessari secoli prima che i terreni un tempo congelati diventino coltivabili. Le attuali coltivazioni a medie latitudini hanno inoltre già raggiunto il loro picco nel rapporto clima/produzione annua, un aumento seppure contenuto delle temperature potrebbe avere effetti molto pesanti sulle loro capacità produttive, sulle quasi si basa l’alimentazione di miliardi di persone.

 

La siccità sarà un problema ancora più serio. Prevedere l’andamento delle precipitazioni nel lungo periodo non è semplice, ma i modelli matematici prevedono che senza consistenti riduzioni di CO2, a partire dal 2080 l’estrema siccità sarà una costante nel sud Europa, in Iraq, in Siria e in buona parte del Medio Oriente; lo stesso problema si presenterà nelle aree più popolate di Australia, Africa e Sudamerica, senza contare le regioni della Cina con l’attuale resa dei raccolti più alta.

Le carestie diventeranno un problema centrale per l’umanità, che però sembra ignorare la loro presenza già oggi. Se ne parla poco, ma si stima che in tutto il mondo 800 milioni di persone siano denutrite. Solo in Somalia, Sud Sudan, Nigeria e Yemen le attuali carestie potrebbero portare a 20 milioni di morti entro la fine di quest’anno, secondo le previsioni più pessimistiche delle Nazioni Unite.

Epidemie

Il cambiamento climatico preoccupa molto gli epidemiologi, perché causa sconvolgimenti nelle abitudini e nella distribuzione geografica degli esseri umani al punto da rendere più probabile la diffusione di malattie, in aree geografiche nelle quali erano assenti. Temperature sempre più alte faranno sì che il clima tropicale si espanda dall’attuale fascia al di sopra e al di sotto dell’equatore, creando l’habitat ideale per la moltiplicazione di animali che sono vettori di malattie, a partire dalle zanzare. Questi insetti trasportano con loro virus e altri patogeni, come dengue e malaria, dei quali oggi ci preoccupiamo soltanto se abbiamo in programma una vacanza in zone tropicali. In un futuro non troppo lontano la malaria sarà una preoccupazione di chi vive nella Pianura Padana o nella Costa Azzurra.

Lo scioglimento dei ghiacci renderà più probabile il ritorno di malattie ormai dimenticate, conservate per millenni nel suolo congelato, in alcuni casi per milioni di anni, e ignote al nostro sistema immunitario. I ricercatori sono già riusciti in laboratorio a estrarre alcuni campioni del virus che causò la cosiddetta “influenza spagnola” nel 1918, che si stima infettò mezzo miliardo di persone e ne uccise 50-100 milioni. Difficilmente virus di questo tipo sopravvivrebbero al disgelo, quindi i rischi sono piuttosto bassi, ma ce ne sono di altro tipo. Un bambino l’anno scorso in Russia è morto e 20 sono rimasti contagiati dopo avere aspirato alcune spore di antrace, provenienti da una carcassa di renna morta 75 anni fa e fino ad allora conservata nel permafrost, ora disciolto.

Inquinamento

La quantità di anidride carbonica che respiriamo ogni giorno sta aumentando, soprattutto nelle aree altamente urbanizzate: in media è pari a 400 parti per milione, entro la fine del secolo, a questi ritmi, sarà di 1.000 parti per milione. Una concentrazione di quel tipo può portare a un sensibile declino delle capacità cognitive, quasi un quinto rispetto a oggi. Diventeremo più stupidi, in estrema sintesi. Senza contare l’aumento dell’ozono nell’aria e di altre sostanze inquinanti che hanno un impatto diretto sull’aspettativa di vita. Si stima che entro il 2090 circa 2 miliardi di persone respireranno aria ben al di sopra dei limiti di sicurezza stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

 

Il riscaldamento globale sta inoltre portando a una modifica delle correnti atmosferiche. I climatologi hanno per esempio notato che nel 2013 lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ha influito sui venti in Asia, causando seri problemi in molti distretti industriali della Cina, dove è mancato il ricambio d’aria necessario per spazzare via l’inquinamento atmosferico. In molte province cinesi l’aria è rimasta irrespirabile per giorni, nel senso più letterale del termine. Si stima che in quell’anno l’inquinamento sia stato responsabile di un terzo di tutte le morti nel paese.

Guerre

Stimare gli effetti del riscaldamento globale su guerre e conflitti regionali è molto complicato e i climatologi sono molto cauti nel farlo, anche se per esempio ci sono studi che ipotizzano che la forte siccità in Siria sia stato uno dei fattori che hanno favorito la guerra civile, in un contesto naturalmente già complesso con una dura repressione delle proteste contro il regime. Wallace-Wells cita due ricercatori, Marshall Burke e Solomon Hsiang, che hanno provato a quantificare con modelli matematici il rapporto tra aumento anomalo della temperatura e conflitti. Il loro schema dice che per ogni mezzo grado centigrado in più la probabilità di un conflitto locale aumenta del 10-20 per cento. Se davvero si verificasse un aumento della temperatura media compreso tra 4 e 8 °C, entro la fine del secolo la quantità di guerre e conflitti regionali potrebbe raddoppiare.

Non è un caso se tra i più attenti studiosi del cambiamento climatico ci sono gli esperti dell’esercito degli Stati Uniti, che nel bene e nel male negli ultimi decenni è stato protagonista o coinvolto in decine di conflitti grandi e piccoli. Con l’innalzamento degli oceani, gli Stati Uniti dovrebbero trasferire buona parte delle loro basi marittime in giro per il mondo, con costi non trascurabili, e dovrebbero affrontare molte più crisi delle attuali, sia dal punto di vista militare sia umanitario.

Economia

Hsiang e colleghi stimano che ogni grado centigrado in più causato dal riscaldamento globale costi, in media, l’1,2 per cento del prodotto interno lordo; calcolano inoltre che i cambiamenti nell’agricoltura, gli eventi atmosferici sempre più violenti, l’aumento della mortalità, i costi per lo stato sociale e per i sussidi all’agricoltura in difficoltà porteranno a una perdita della ricchezza procapite del 23 per cento su scala globale entro la fine del secolo. I loro modelli dicono anche che c’è una probabilità su dieci che il cambiamento climatico riduca la produzione mondiale del 50 per cento entro il 2100, agli attuali crescenti ritmi di emissione di CO2. Altri studi hanno proiezioni altrettanto pessimistiche e descrivono un mondo grande e complesso come l’attuale che in pochi decenni si trova con un’economia grande la metà rispetto all’attuale.

 

Oceani

In assenza di una drastica riduzione delle emissioni, ben più alta di quella prevista dall’accordo di Parigi, gli oceani si innalzeranno nella migliore delle ipotesi di 1,2 metri, nella peggiore di 3 metri, entro la fine del secolo. Per comprensibili motivi storici e geografici, un terzo delle più grandi città al mondo si trova sul mare, e ha vicino centrali elettriche, porti, infrastrutture, aeroporti e quant’altro: tutti destinati a essere sommersi definitivamente, nel caso peggiore, o stagionalmente. Il problema riguarda tutti, ma in particolare i 600 milioni di persone che si stima vivano lungo le coste in tutto il mondo.

Con costi enormi e decine di milioni di sfollati, l’innalzamento dei mari potrebbe essere tenuto sotto controllo, o almeno ridotto nel suo impatto, ma ci saranno comunque altri seri problemi. Attualmente più di un terzo della CO2 viene riassorbita dagli oceani, ma la sua abbondanza ha portato a un aumento della quantità di anidride carbonica disciolta nell’acqua e alla conseguente “acidificazione degli oceani”. Il fenomeno sta portando alla morte dei coralli nelle barriere, complica la vita ai pesci (non si sa in che misura) e impedisce ai molluschi di svilupparsi. Le conseguenze dell’acidificazione degli oceani non sono ancora chiare nella loro complessità, ma il timore è che possano portare alla creazione di intere aree “sterili” dove le specie marine non riescono a sopravvivere, con un impoverimento irreversibile della fauna.

 

Un disastro che non vediamo

Da decenni i ricercatori ci dicono che le condizioni del pianeta stanno peggiorando, che la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera aumenta senza sosta, che non sono mai stati registrati anni così caldi, che le cose non potranno che peggiorare e che è necessario intervenire il prima possibile, con misure radicali. Negli ultimi dieci anni ci hanno anche spiegato, ma soprattutto dimostrato, che alcuni effetti del riscaldamento globale sono inevitabili, seppure con le cautele e le attenzioni tipiche di chi fa ricerca scientifica. Cautele che sono aumentate ancora di più per evitare di prestare qualsiasi appoggio, anche il più piccolo e trascurabile, a chi ancora oggi nega l’esistenza del cambiamento climatico ignorando la mole enorme di prove e un consenso quasi totale nella comunità scientifica. Nonostante tutto questo, la politica, i governi e in ultima istanza tutti noi, fatichiamo a vedere cosa sta succedendo alla Terra e ad ammettere di essere la principale causa del problema.

Gli effetti del cambiamento climatico si sono finora prodotti in decine di anni, senza passaggi improvvisi e traumatici, e questo ha contribuito più di tutto a non avere un grande impatto nel nostro immaginario. Come scrive Amitav Ghosh nel suo saggio La grande cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile, gli adulti di oggi si ricordano dov’erano e cosa stavano facendo l’11 settembre 2001, o l’emozione provata quando fu abbattuto il Muro di Berlino nel 1989: non sono solo ricordi di eventi repentini, ma la manifestazione di storie che raccontano qualcosa di noi e su di noi, con un’intensità non comparabile a quella di un tifone fuori scala o dell’ennesima estate più calda del solito. In pochi si ricorderanno il giorno in cui si staccherà l’enorme iceberg della Penisola Antartica, nonostante la portata dell’evento e la sua rilevanza nella storia di un pianeta che abbiamo portato a scaldarsi così velocemente.

Con 6 °C sopra la media globale, le cose cambieranno e la “cecità” di cui parla Ghosh scomparirà, perché gli eventi estremi come tempeste, tifoni, uragani, alluvioni e siccità si ripeteranno di continuo, con una violenza e una intensità cui non siamo abituati e probabilmente preparati. Gli effetti del riscaldamento globale ci saranno davvero evidenti quando ormai sarà troppo tardi, salvo non si inizi a progettare una vera strada alternativa per ridurre in pochi decenni le emissioni. Ma farlo non sarà per nulla semplice.

Per quanto cauti, gli stessi obiettivi dell’accordo di Parigi per il 2050 sono difficili da raggiungere. Le emissioni di CO2, attualmente in aumento, dovranno dimezzarsi ogni 10 anni per i prossimi 30 anni, quelle prodotte dall’utilizzo di suolo (allevamenti, deforestazione) dovranno azzerarsi e dovremo anche trovare il modo di avere sistemi per sottrarre attivamente anidride carbonica dall’atmosfera, perché oceani e foreste non saranno sufficienti. È una prospettiva deprimente, visto l’attuale stato delle cose e l’indifferenza su questo tema di Donald Trump, il presidente della più grande potenza mondiale. Ma tutti gli esperti e gli scienziati intervistati da Wallace-Wells, consapevoli più di chiunque altro sui rischi e le difficoltà, conservano comunque un certo ottimismo sulla capacità del genere umano di trovare sistemi e soluzioni per un’apocalisse che in fin dei conti si è creato da solo.

 

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