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Referendum Lavoro, l’impennata dei voucher

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Nei primi nove mesi dell’anno sono stati venduti 110 milioni di ticket lavoro. In Lombardia e Veneto l’uso maggiore

di VALENTINA CONTE

Quasi quattro miliardi di euro. Tanto valgono i 387 milioni di voucher venduti dal 2008, primo anno di sperimentazione, fino allo scorso settembre. I buoni lavoro esentasse da 10 euro lordi – 7 euro e mezzo netti, tolti i mini contributi e la quota Inail – da quando crescono al galoppo bruciando di mese in mese ogni record storico, grazie alla liberalizzazione della legge Fornero nel 2012 (che li estese ad ogni ambito) e al generoso innalzamento del tetto deciso dal governo Renzi (da 5 mila a 7 euro all’anno), si sono guadagnati la triste fama di “nuova frontiera del precariato”. La definizione del presidente Inps Boeri non è però condivisa da tutti. Gli studiosi invitano alla prudenza, il fenomeno sembra vischioso, come si legge nell’ultimo studio, pubblicato qualche mese fa proprio per l’Inps, di Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio. Distinguo a parte, il tema è però all’ordine del giorno della politica.

Uno dei tre referendum proposti dalla Cgil – e sulla cui ammissibilità si esprimerà la Corte Costituzionale a partire dall’11 gennaio – ne chiede l’abrogazione (accanto al ripristino dell’articolo 18, dunque la liquefazione del Jobs Act). Eliminiamoli subito in edilizia e agricoltura, suggerisce la Cisl. Tanto per sminare il percorso del governo Gentiloni, alle prese con una consultazione elettorale potenzialmente dannosa (a favore della cancellazione ci sono tutte le opposizioni e la sinistra Pd, in pratica lo schieramento del 4 dicembre). In effetti, un intervento di Palazzo Chigi potrebbe rendere inutile almeno il quesito sui voucher (quasi impossibile disinnescare l’altro sull’articolo 18). Il ministro del Lavoro Poletti è in attesa di leggere il primo report sulla tracciabilità dei buoni (arriverà nei primi giorni di gennaio), obbligatoria dall’8 ottobre, come deterrente per il lavoro nero mascherato dai voucher: il datore di lavoro deve inviare un sms o una mail almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione all’Ispettorato nazionale, pena una sanzione da 400 a 2.400 euro. Se il risultato non sarà buono, in mancanza cioè di “una sensibile diminuzione” nella vendita dei ticket, spiegano i tecnici del dicastero, allora si metterà mano alla normativa, rendendola più severa.

La situazione nei territori sembra però allarmante. Le Regioni che più fanno uso dei buoni sono le più produttive. Dopo la Lombardia (con 20 milioni venduti nei primi nove mesi) c’è il Veneto (con 18 milioni). “Ma l’agricoltura veneta, settore con il più alto tasso di utilizzo spesso irregolare di voucher, attraversa un periodo positivo che ne giustifica ancora meno il ricorso. Siamo a un voucherista ogni tre dipendenti”, spiega Onofrio Rota, segretario Cisl Veneto. Nella provincia di Napoli è

addirittura il settore pubblico a farne un uso dubbio. “Su 90 Comuni, almeno la metà li utilizzano per le politiche sociali: assistenza ai disabili o ai malati”, avverte Angelo Savio, segretario Nidil Cgil di Napoli. Un groviglio da quasi 110 milioni di voucher. In soli 9 mesi.

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