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“Talk ” conversazioni letterarie per autori indipendenti Domenica 18 novembre h.17.00 Recanati

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Loreto Special – 2. da ‘GNA CHE ME SFOGO di Augusto Castellani

da ‘GNA CHE ME SFOGO di Augusto Castellani, Loreto, tip. Anconetani, 1991.

 

Prima metà anni '60 Augusto con il mago Zurlì alle selezioni lauretane per lo Zecchino d'oro. La ragazzina con il vassoio è la figlia Cristina.

Prima metà anni ’60 Augusto con il mago Zurlì alle selezioni lauretane per lo Zecchino d’oro. La ragazzina con il vassoio è la figlia Cristina.

 

Presentazzio’

Castellani mette in versi il suo amore per il dialetto. Torna a insistere: è la mia lingua, scrive ai lettori, quella che mi dà più di ogni altra il destro di raccontare le cose proprio come le sento; cercate di capirlo. E sono certo che, se ci mettete un po’ di buona volontà, non mancherete di essere d’accordo con me.

*** N.B. L’indicazione del significato in italiano di alcuni vocaboli è quasi sempre direttamente ripresa dal glossario di Castellani)

 

‘Sta vo’
ho preso a scrive in poesia
ma sempre in dialetto
loretano
ch’è la lengua mia
che me da’ diletto
e più me sta a la ma’.     (la conosco meglio di altre)
Poesie
da quattro un soldo  (richiama uno stornello: iu de sturnelli ne so più de mille, li vendo un soldo do, cume le spille)
senza pretese
de grandi cose
da pijasse cuscì
cume vie’ vie’.
A vo’ nun so se basta
è guasi gne’
per me sarà na festa
sape’ che me leggete
e me vulete be’.

(p. 7)

 

E’ mejio el venerdi’

Versione moderna e loretana di qualche concetto espresso dall’immortale poeta recanatese ne “Il Sabato del villaggio”, con geniale trovata finale.

 

I giorni del riposo - sito successo.com

I giorni del riposo – sito successo.com

 

Se te duvessi di’
fra tutti i giorni de la setimana
me trovo mejo quann’è venerdì.
Metto da parte el lesso
la ciccia e tutt’el resto
e scialo cu’n bucco’ de stoccafisso.
E po’ ……
a parte questo
manca solo do’ giorni pe la festa
la testa
già me cure al giorno dopo
quanno po’ di’
“Duma’ so’ de riposo”
e ssu pensiero
cu’ voi che te diga
me fa sentì leggera la fadiga.
Aho!
Leupardi c’eva un giorno
da godesse
io invece guarda un po’
uno de più: addirittura do’ …

(p. 24)

 

Do cumplimenti do

A me che sono nato e cresciuto al Porto, la cagnara tra le due donne loretane ricorda molto da vicino quelle alle quali ho assistito, più di una volta, nei vicoli del paese. Stesso impeto, stessa veemenza. Però, come hanno fatto i poeti dialettali portolotti, anche Castellani stende un velo sui passaggi linguistici più crudi. E fa bene.

 

Pina Zaccari - La vegghia del mortu - Una discussione tra donne - foto Fabio Marchetti

Pina Zaccari – La vegghia del mortu – Una discussione tra donne – foto Fabio Marchetti

 

– Me te levi de qui che me dai nuggia                       (noia, fastidio)
me ‘mpesti l’aria;
e nun me tantiga’                                                     (non infastidirmi)
che me ‘nasprisci.                                                    (accresci la mia collera)
– Quantu s’j trista miga lu capisci
e chi te credi d’esse
o ‘ncenigiata.                                                     (sciatta perché sporca di cenere)
– S’j bella te
cun ‘ssu musu da cca’.
– O faccia smitriata                                                  (faccia da impudente)
‘ssa perché nun te dago na rampata.
– Provece, fatte avanti, vie’ più qua
sta atenta che sgranfigno
te scarpo ‘ssi do peli che ciai in testa.                       (ti strappo)
– Te vago a ffa’ la festa
bella mia, un giorno o l’altro,
te fago tutte more:
quant’è vero che sopra c’è el Signore
te butto giò do denti.
– E n’acidenti
la forza che te rtrovi:
te tiri su cu’ i ovi
forza de zabajo’?
– Adè te lu dicevo … bocca tiemme
voce de Dio che sona                                                (la campana)
e nun me roppe un po’ tanto i minchio’ …
penza pe i corni tua
m’j stuffato.
– Sta zzitta serpentina                                                (serpentina: soprannome loretano)
s’i verde cume un ragano.
– E te, zalla rabbita,                                                   (gialla, livida in faccia)
sparagnete ‘ssu fiato
senti de s’j galita                                                        (non hai più voce)
spiri e nun spiri
urmai nun vedi che s’j bella gita.
– E sciacquete ‘ssa bocca
o velenosa
mandi le ‘mpregazzio’.
– Guardate, pari ‘na rachidinosa.                                (rachitica)
– Te, pora cocca
nun te s’j specchiata
monica falza
stai sempre in chiese che sfragni i limo’                     (con le mani congiunte che sembra spremere un limone)
po’ de fora fai peggio de Ciccio’.                               (persona indefinita)
– Senti chi parla
‘ssa santifficeta                                                         (falsa santa, ipocrita: santificetur nomen tuum …)
e nun me le ffa’ di’:
s’j stata prima aceto e dopo vi’ …

(p. 60)

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