di Raimondo Giustozzi
Nel 1971 ricorreva il centenario della nascita di Marcel Proust, scriveva nelle sue memorie Mario Garbuglia. Il regista Luchino Visconti si era candidato per la realizzazione del film sul grande scrittore francese. Aveva preso contatti con i grandi nomi del cinema mondiale: Laurence Olivier, Dustin Offman, Greta Garbo. Trovati i finanziamenti, aveva incaricato Suso Cecchi D’Amico di approntare la sceneggiatura. L’accordo con la produzione prevedeva che per le prime ricerche e per gli studi non ci sarebbe stata nessuna paga. Affascinato dall’impresa, Mario Garbuglia si butta a capofitto nella lettura del grande romanzo proustiano: “Alla ricerca del tempo perduto”. Studia il testo giorno e notte, senza interruzione, condividendo subito quanto Marcel Proust aveva messo a fondamento della propria scrittura. Il grande romanziere francese aveva fatto della propria opera non un banale ricalco della vita, che ricreava con la dimensione dell’arte, distinguendo tra memoria volontaria e memoria involontaria.
Scriveva Marcel Proust in una sua lettera ad Antoine Bibesco: “La memoria volontaria, che è soprattutto una memoria intellettiva e visuale, può darci soltanto aspetti di una verità del nostro passato, ma se un odore, un sapore ritrovati in circostanze totalmente diverse possono risvegliare in noi, nostro malgrado, il ricordo del nostro passato, allora ci rendiamo conto quanto diverso fosse questo passato, da quello che credevamo di ricordare e che la nostra memoria raffigurava volontariamente come un cattivo pittore con colori privi di qualsiasi verità. Io ritengo che l’artista dovrebbe richiedere la materia prima della sua opera soltanto ai ricordi involontari. Innanzitutto, proprio perché involontari e si sono formati da soli, riaffiorando nella somiglianza d’un identico attimo di vita, hanno essi soli il marchio dell’autenticità. E poi essi ci riportano ogni cosa nel suo esatto amalgama di memora e di oblio. E finalmente, dato che ci fanno provare una sensazione in circostanze del tutto diverse, essi riescono a liberarla da qualsiasi dato contingente e a darcene la pura essenza extratemporale” (Mario Garbuglia, Luce sulla scena, Ricordi di cinema e teatro, a cura di Dani Massidda, Palombi Editori, pp. 97- 98, Modena, 2021).
“Il periodo di studio – continua Mario Garbuglia nelle sue memorie – si conclude con un viaggio nei posti dove è ambientata la storia raccontata da Marcel Proust. Siamo andati in Francia, prima a Parigi e dintorni e poi qua e là in Normandia. Attraverso incontri, visite, documenti rari, racconti, testimonianze, Visconti ci portò a toccare con mano, giorno dopo giorno, tutti i tesori nascosti di quel grande affresco dell’umana esistenza, con tutte le sue tragiche implicazioni, che è l’opera di Proust: La Duchesse di Guermantes, il Barone Charlus, Saint Loup, la Verdurin e tutti i personaggi di un’opera che lui conosceva dettagliatamente nel disegno ed in ogni variante di tono e di colore. Il viaggio di quattro settimane doveva dare delle risposte che permettessero di sapere come e dove realizzare il film, e di effettuare un’analisi di massima dei costi per poter preparare il budget veritiero. Facevano parte dell’equipe Visconti – Proust una rappresentante della produzione, che era addirittura una Rothschild, Nocole Stephana, un direttore di produzione, Anna Davini, un segretario di produzione, Sambuco, l’aiuto regista, Albino Cocco, il sottoscritto e il mio assistente Fabrizio Alvaro, mentre io fotografavo ogni cosa che potesse servirmi in seguito” (Ibidem, pp. 98 – 99).
A Parigi, la troupe si mise sulle tracce della famiglia Strauss- Proust e del suo salotto in Boulevard Haussman; bisognava trovare il posto dove girare il complesso “Hotel des Guermantes”, che per necessità della sceneggiatura era composto dall’appartamento dei duchi di Guermantes e si affacciava nel cortile dove si trovava il negozio di Jupien. Per il complesso scenografico di “Casa Verdurin” avevamo visto e scelto il Castello di Camondo. Per il complesso della Marchesa Ville Parisis andava bene il Castello de la Ferriere (dei Rothschild). Le scenografie da inventare erano numerose, adattandole a luoghi reali. Innumerevoli erano gli esterni: la stazione periferica, le strade, gli Champs Elysees, l’aeroporto di Parigi e Bois de Boulogne, una trada, un quartiere periferico per l’esterno dell’Hotel Jupien, Combray, la rue Hamelin, dove è nato Proust, la casa dove era cresciuto, e aveva lavorato per tutta la notte alla “Recherche”, i bordelli di rue Bodreau. Durante tutto il periodo passato a Parigi, la Troupe era ospite in tutte le case dei Rothschild (Ibidem, pp. 100-101).
Terminati i sopralluoghi a Parigi, il gruppo incaricato da Visconti parte per la Normandia, andando incontro a sterminati campi di meli fioriti. Punta su Deauville, passando per Lisieux- Pont – L’Evêque e scende al Grand Hotel di Cabourg, cercando la mitica Balbec che era stata creata dai ricordi di Proust, quando andava in quelle spiagge con la nonna, Trouville o Deppie, o, più tardi, Cabourg. “L’impatto con la famosa spiaggia fu emozionante non meno della scoperta, la sera a cena, dei rarissimi “petit gris”, piccolissimi, forse un po’ decadenti crostacei, caldi, dal profumo delicatissimo e molto ricercati e delle famose “bistecche alle mele” di cui parla Proust in “Du cotè de chez Swann” (Dalla parte di Swann o La strada di Swann, il primo volume della Recherche) , e i vini sempre scelti con fanatica accuratezza e quasi sempre nati nelle famose cantine della famiglia della nostra ospite”.
“Grandi bellissime bevute che non intaccavano minimamente la disciplina e la puntualità delle nostre partenze mattutine per sfiancanti giornate a girare, visitare, intervistare, fotografare i posti della lunga lista delle scenografie da trovare in Normandia” (ibidem, pag. 101).
Nel corso di giornate sfiancanti, scenografi e fotografi visitavano, intervistavano la gente del posto se mai avessero conoscenza diretta o indiretta di quanti ricordavano il mondo e gli ambienti della “Recherche” di Marcel Proust. C’era da trovare e inventare quali scenografie costruire per tutti i luoghi della Normandia, che via via andavano scoprendo. Comunque, in meno di quattro settimane, la troupe aveva trovato tanto materiale giusto e a volte anche bellissimo; avevano anche individuato i lavori da fare e il carattere degli ambienti più importanti, lo stile delle varie parti del film.
Il Grand Hotel de Cabourg doveva essere completamente rifatto negli stucchi, affreschi, tappezzerie, perché diventasse quello descritto da Marcel Proust. “Nell’entroterra di Cabourg – scrive Mario Garbuglia – un giorno fummo invitati nella casa giardino, adibita a museo di una ex moglie di un non preciso Rothschild e vidi cose assolutamente da mille e una notte: immense sculture di marmo di Henry Moore e di bronzo sui prati verdi, laghi, cigni, cascate, musiche, luci. Un mondo completamente diverso da quello in cui noi in quei giorni ci sforzammo di vivere e ricreare” (Ibidem, pag. 102).
Tanto lavoro fatto non portò purtroppo alla realizzazione del film voluto da Luchino Visconti, colpito da un ictus nel 1972, alla fine del lavoro di Ludwig, che lo lasciava paralizzato nella gamba e nel braccio sinistro (Ibidem, pag. 103). Rimaneva tuttavia “la splendida scenografia che Visconti aveva terminato insieme a Suso Cecchi D’Amico” (Ibidem, pag. 97).
Raimondo Giustozzi
Per una conoscenza di Mario Garbuglia, scenografo di Luchino Visconti ma anche di Mario Monicelli, rimando ai due link riportati in calce.
Libri: Mario Garbuglia, Luce sulla scena Ricordi di cinema e teatro | LO SPECCHIO Magazine