
Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2026 del mensile “Credito Cooperativo”
La politica commerciale ostile e disordinata portata avanti dall’Amministrazione Trump nei confronti di diversi paesi – tra cui gli storici alleati europei – ha ovviamente avuto ripercussioni sull’economia italiana, specialmente su pianificazione e strategia delle imprese. Tutto il processo legato all’introduzione dei dazi è stato caratterizzato da una forte incertezza, cosa che rende particolarmente complesso per le imprese fare previsioni o anche solo pianificare i processi nel medio termine. Il presidente statunitense ha prima annunciato l’imposizione di tariffe all’ingresso pari al 30% nei confronti dei paesi europei il 2 aprile 2025, durante il cosiddetto “liberation day”; pochi mesi dopo, il 27 luglio, questa soglia è stata abbassata al 15% in seguito all’accordo stipulato con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Tuttavia, nonostante siano passati sei mesi, questo accordo non è ancora entrato formalmente in vigore: il Parlamento europeo, infatti, ha bloccato le trattative a gennaio 2026, come ritorsione verso le minacce rivolte dall’Amministrazione USA nei confronti della Groenlandia e, al momento della stesura di questo articolo, ha ripreso la discussione del testo.
La situazione e le aspettative delle imprese italiane
Una prima analisi per provare a capire meglio la situazione delle imprese italiane è il Business Outlook Survey of Industrial and Service Firms, il sondaggio annuale condotto da Banca d’Italia sull’andamento e le aspettative delle imprese in termini di domanda, investimenti e occupazione. Quest’anno, una parte del sondaggio si è focalizzata sull’effetto della politica commerciale statunitense.
Dall’esercizio emerge come un quinto delle imprese intervistate abbia riportato ripercussioni negative sulle vendite nei primi nove mesi del 2025: tra le imprese più esposte ai dazi USA, quasi un’impresa su due, il 45%, ha riportato un calo delle vendite, mentre una quota crescente delle imprese intervistate, pari al 25%, prevede una ulteriore riduzione.
L’impatto delle tariffe
Queste le aspettative delle imprese. Cosa possiamo dire, invece, guardando ai dati e alla storia recente? Due diverse analisi, sempre elaborate da Banca d’Italia, hanno provato a stimare l’esposizione del comparto produttivo italiano verso il mercato statunitense e l’impatto delle tariffe.
Per cominciare, autori e autrici suddividono le imprese a seconda della loro esposizione verso il mercato USA: imprese con esposizione diretta, cioè che esportano direttamente oltreoceano, e quelle con esposizione indiretta, cioè intermedie, fornitrici o subfornitrici delle prime. Dalle successioni storiche (l’analisi è compiuta con dati al 2022) emerge come l’esposizione al mercato USA abbia un peso di circa il 3,2% sui ricavi, composto da un 1,4% di esposizione diretta e un 1,8% di esposizione indiretta.
L’esposizione diretta è molto concentrata e riguarda soprattutto i grandi esportatori: il 25% dell’esposizione diretta a livello nazionale è dovuto a sole 20 imprese; al contrario, l’esposizione indiretta è più equamente distribuita. Inoltre, in linea con quanto ci si potrebbe aspettare, ci sono dei settori più esposti di altri al mercato statunitense. Tra questi: il commercio all’ingrosso, la fabbricazione di macchinari e apparecchiature, i metalli di base, gli autoveicoli, la produzione di prodotti alimentari e di quelli farmaceutici.
Inoltre, mentre i rischi legati a un’esposizione diretta verso le esportazioni negli USA sono più localizzati nel Nord e Centro Italia, i rischi di esposizione indiretta sono più uniformemente distribuiti sul territorio nazionale. Nonostante, a livello nazionale, i rischi siano tutto sommato moderati, alcune aree più circoscritte potrebbero subire ripercussioni più gravi su fatturato e mercato del lavoro, a causa di imprese radicate nell’economia locale e fortemente esposte verso il mercato statunitense.
Questo è il caso, ad esempio, del distretto dell’occhialeria bellunese, nel Veneto; oppure, dell’industria legata a macchinari e autoveicoli tra Copparo (FE), Sassuolo (MO) e Modena; o, ancora, delle imprese specializzate in alimentari e produzione vinicola, come Canelli (AT) in Piemonte o Montalcino (SI) in Toscana, così come di quelle specializzate in ceramica e materiali da costruzione tra Emilia-Romagna e Marche.
Gli autori dello studio, infatti, sottolineano che “un numero limitato di grandi esportatori e distretti produttivi specializzati ha una forte esposizione diretta, mentre l’esposizione indiretta è più ampiamente diffusa. I modelli settoriali e geografici evidenziano il duplice profilo di rischio dell’Italia: l’automotive, i prodotti farmaceutici e i macchinari guidano l’esposizione diretta, mentre il commercio all’ingrosso, i metalli di base e i prodotti in metallo fabbricati sono centrali per l’esposizione indiretta. Le regioni industrializzate del Nord e del Centro restano le più esposte, ma cluster specializzati nel Sud mostrano vulnerabilità paragonabili a quelle dei tradizionali poli di esportazione”.
Il contesto e le BCC
Il contesto delicato coinvolge, ovviamente, anche le Banche di Credito Cooperativo, che si trovano ad accompagnare le imprese del territorio attraverso una nuova sfida, come fatto più volte nel passato recente (crisi pandemica, invasione Ucraina, tensioni internazionali).
Le BCC si sono dimostrate partner fondamentali per le imprese sia nella ricerca di nuovi mercati di esportazione, che nello sviluppo competitivo e sostenibile.
Negli ultimi sei anni, le quote di mercato degli impieghi delle BCC sono cresciute nella maggior parte dei settori ATECO: oltre a essere un segnale di fiducia nel modello bancario cooperativo, questo si traduce anche in un senso di responsabilità nei confronti delle imprese e dei territori nei quali queste banche sono radicate.
Le BCC, grazie alla loro natura mutualistica e alla loro conoscenza dell’economia locale, hanno infatti gli strumenti giusti per supportare le imprese anche in questo momento delicato.