Libri Lorenza Foschini, Il cappotto di Proust

Il cappotto di Proust copertina

Il cappotto di Proust copertinadi Raimondo Giustozzi

L’idea di scrivere un libro sul cappotto di Proust viene a Lorenza Foschini, giornalista Rai, autrice e conduttrice di trasmissioni televisive di grande successo, nel corso di una intervista fatta a Piero Tosi, il grande costumista di Luchino Visconti. Nei primi anni settanta del Novecento, il regista aveva incaricato un gruppo di scenografi e costumisti, tra cui anche Piero Tosi, di fare dei sopralluoghi a Parigi e dintorni per realizzare un film sul celebre romanzo di Marcel Proust: Alla ricerca del tempo perduto. L’equipe parte per la Francia, alla ricerca di luoghi, ambienti, persone che potevano avere un qualche rapporto con lo scrittore francese. Piero Tosi incontra la nipote, Suzy Mante – Proust, e altre persone, che mettono il costumista sulle tracce di un collezionista di manoscritti di Proust. Lo strano personaggio, di cui Tosi non ricorda più il nome, viveva nella periferia parigina. Dopo essersi procurato l’indirizzo dalle persone incontrate, andò a trovarlo direttamente.

Piero Tosi racconta che incontrò lo stano personaggio, un distinto signore, avanti negli anni, ma ancora pieno di energie e voglia di fare: “Arrivò al tramonto e si fermò davanti al cancello. Questo signore era proprietario di una fabbrica di profumi. Ci ricevette nel suo ufficio, uno stanzone dalle pareti rosa, circondato da scaffali dove erano allineati campioni di sapone. Tutto intorno profumi di lavanda e di violetta. Era seduto dietro una scrivania. Mi apparve come un uccellaccio notturno, nero, fantastico. Parlava un francese antico, meraviglioso, sublime” (Lorenza Foschini, Il cappotto di Proust, pag. 24, La Nave di Teseo editore. 2025, Milano). Il signore, proprietario di una fabbrica di profumi, con circa cinquecento operai addetti alla produzione e al commercio dei prodotti, era amante di tutto ciò toccava il mondo dei manoscritti, ma anche mobili antichi, tra tutti, quello che appartenevano a Marcel Proust. Si era messo sulla traccia dello scrittore, dopo averne conosciuto in modo del tutto occasionale, il fratello di Marcel, Robert Proust, un luminare in campo medico.

Nel corso dell’estate 1929, il collezionista, ancora senza nome nelle memorie di Piero Tosi, era a Parigi. Colto da un attacco di appendicite, fu chiamato con urgenza un medico; il chirurgo si chiamava Robert Proust, che rientrò immediatamente da Vichy, dove si trovava per trascorrervi le vacanze estive. In modo del tutto occasionale, il collezionista conosce così il fratello di Marcel Proust. L’incontro gli spalanca tutte le porte della ricerca. “Dopo l’intervento incontrò ancora il medico ed ebbe occasione di vedere i quaderni vergati a mano dal leggendario fratello. La sua passione per Proust crebbe fino a divenire una necessità. Iniziò a cercare tutto quello che aveva attinenza con lo scrittore. Prese contatti con la famiglia, i parenti, gli amici. Leggeva ogni giorno i necrologi del “Figaro” e quando moriva qualcuno, che poteva aver fatto parte del mondo proustiano, correva al funerale, si intrufolava in chiesa, si fingeva un parente” (Ibidem, pag. 25).

Alla fine di quell’incontro, l’uomo raccontò a Piero Tosi di avere raccolto i mobili della camera di Proust, in seguito regalati al Musée Carnavalet, e di possedere il cappotto di Marcel Proust, che lo scrittore indossava sempre, in qualsiasi stagione dell’anno, di giorno o di notte, in questo caso per coprirsi dal freddo, soprattutto d’inverno. Il signore si alzò e prese da uno scaffale una cassa legata con lo spago, al cui interno era adagiato il cappotto di Marcel Proust. Piero Tosi rimane sbalordito. Ascoltato il racconto, Lorenza Foschini, rimane impressionata anche lei. Manca tuttavia ancora un tassello e di un poco conto. Piero Tosi non ricorda il nome e cognome del bibliofilo – collezionista francese, incontrato molti anni prima. Se lo ricorda subito il giorno dopo, quando di primo mattino, le telefona, dopo aver trovato il biglietto da visita dello strano signore francese. Si chiama Jacques Guérin. Lorenza Foschini parte per la Francia. Grazie al direttore del Musée Carnavalet di Parigi può vedere direttamente il famoso cappotto di Marcel Proust, che lo scrittore francese indossava anche di notte, quando era a letto e scriveva la sua Recherche.

Inizia allora un altro piano narrativo del prezioso libriccino: la vita di Jacques Guérin, la sua adolescenza, la giovinezza, la sua famiglia, soprattutto della mamma. Lorenza Foschini in Francia incontra Carlo Jansiti, profondo conoscitore di Jacques Guérin. Grazie a lui raccoglie molti particolari sulla vita di questo collezionista. Jacques Guérn nasce a Parigi nel 1902, figlio di una donna bella ed elegante, Jeanne – Louise Guérin, sposata nel 1890 con Jules Giraud, un facoltoso uomo d’affari che commerciava in vini, molto innamorato della moglie, ma non in grado di dimostraglielo. Era impotente. La donna trova un amante, Gaston Monteux, un ricchissimo ebreo, il re dei negozi di scarpe Raoul, anch’egli sposato e con prole. Nel 1900 Jeanne – Louise va a vivere da sola e frequenta stabilmente l’amante.

Da questo amore nascono due bambini, Jacques nel 1902 e Jean nel 1903, ma non li tiene con sé. Li affida ad una tata delle Antille. Intanto, la mamma, Jeanne – Louise, coraggiosa e anticonformista, ma anche donna manager, nel 1916 rileva, in società con Théophile Bader, una fabbrica di profumi, che negli anni venti del Novecento ha ben cinquecento dipendenti, tra impiegati e operai. Jacques, terminati gli studi in chimica, a Tolosa, rileva la fabbrica e inizia la sua attività di industriale, ma con un interesse precipuo verso la collezione di carte, foto, libri, lettere che hanno a che fare con i più grandi artisti del tempo passato. Gironzola per le librerie parigine e “un giorno imprecisato del 1935, facendo il solito giretto, capita al faubourg Sant- Honoré e proprio di fronte al negozio di Hermès vede una libreria che non aveva mai notato prima” (pag.38).

Jacques Guérin entra e il libraio Lefebvre gli mostra le bozze di alcune opere che appartenevano a Marcel Proust. Le aveva appena acquistate da un signore che era entrato poco prima. Il signore gli aveva anche offerto la libreria e la scrivania di Marcel Proust. Ma, non occupandosi di mobili, aveva solo acquistato documenti scritti. Comunque chi gli aveva venduto il prezioso materiale cartaceo sarebbe ritornato di lì a breve per riscuotere l’assegno che il libraio gli doveva. Jacques Guérin si mette in contatto con Werner, il signore che aveva venduto al libraio i documenti appartenenti a Proust. I due, Guérin e Werner, si recano presso la casa di Robert Proust, il fratello di Marcel Proust. Ambedue i fratelli sono morti. Marcel Proust muore il 18 novembre 1922; Robert Proust, il fratello minore muore il 29 maggio 1935.

Rimane solo la vedova di Robert, Marthe Dubois -Amior che inizia a sbarazzarsi subito di tutto ciò che ricorda il cognato e mettere una pietra tombale sulla famiglia Proust, iniziando dal padre Adrien Proust, anche lui medico, come il secondo figlio, Robert Proust. Libertini sia Adrien, il suocero, sia Robert, il marito; omosessuale Marcel, anche se nell’ambiente piccolo borghese del tempo era cosa disdicevole un orientamento sessuale bollato come infamante. Non la pensano così Jacques Guérin e suo fratello Jean Guérin ambedue omosessuali. Il secondo l’aveva reso manifesto a tutti. Spettegolassero pure gli amici dottori di Adrien, quando lo commiseravano per la disgrazia che gli era caduta addosso, con il figlio più grande.

Jacques Guérin, dopo che il dott. Robert Proust gli aveva salvato la vita nell’estate del 1929, va a casa sua per ringraziarlo personalmente. In questa occasione conosce anche la moglie del dottore, Marthe Dubois -Amior, “secca, acida e indispettita”. Il collezionista chiede a Robert se può fargli vedere l’edizione originale del “Du coté de chez Swann”, quella che “suo fratello era stato costretto a finanziarsi da solo presso Grasset, dopo che tutti gli altri editori si erano rifiutati di pubblicarla (pag. 43). Robert, ligio al dovere di salvaguardare la memoria del fratello, anche per non avere noie con nessuno, rimane sulle sue e non gli fa vedere il libro richiesto. Dopo questa, un’altra visita che Guérin fa all’abitazione dei Proust avviene alla morte del dott. Robert Proust, 29 maggio 1935, appena sei anni dopo la prima visita. È proprio in questa occasione che Jacques Guérin conosce a fondo tutto il complesso mondo dei Proust di cui molto si sapeva, molto si taceva o si spettegolava. Nella casa ritrova il mobilio di Marcel Proust, di cui avrebbe fatto volentieri a meno; a lui interessava altro, ma ritira anche tutto quello che trova: la scrivania, la libreria, il letto. Apprende da madame Proust che molte carte sono state bruciate. Trasferisce ogni cosa in rue Berton. Jacques Guérin non è soddisfatto; ma la storia non è finita. Lo scanzonato amico Werner, che lo aveva accompagnato in casa Proust, non riuscendo più a trattenere il segreto dei segreti, gli svela che di Marcel Proust possiede il cappotto, che lo stravagante scrittore portava sempre in ogni stagione, di giorno o di notte, anche quando dormiva e scriveva la sua Recherche.

Racconta Werner a Guérin: “Dovete sapere che a me piace la pesca e così ogni domenica vado sulla Marna, dove ho una barca. Madame Proust, che è così buona, un giorno mi ha detto: Voi siete un pazzo a prendere tanto freddo con quella umidità del fiume. Tenete il cappotto di Marcel e avvolgetevelo attorno alle gambe. E vi confesso che da allora me lo sistemo attorno ai piedi. Ve lo dico solo per un dovere di coscienza. No, no! Grida Jacques, portatemi subito quel cappotto. Lo voglio anche se è sporco e strappato” (ibidem, pag. 92). Werner, il venditore, anche se è abituato alle bizzarrie del suo cliente, non riesce a capire la stravaganza di questa richiesta. Ma, davanti alle continue insistenze gli cede il cappotto di Proust senza chiedere un franco. È un modo come un altro per farsi perdonare dall’amico, al quale aveva tenuto nascosto questo segreto. Così il cappotto di Marcel Proust finisce nelle mani di Jacques Guérin, che poco prima di morire, il 6 agosto del 2000, quasi centenario, inizia a vendere tutta la propria straordinaria collezione. Mobili e cappotto di Marcel Proust finiscono al “Musée Carnavalet” di Parigi.

Il cappotto di Marcel Proust “rimase per anni dimenticato tra le tante cassette e imballaggi del deposito del museo parigino, custodito in una vecchia e consumata scatola di cartone, che ora risplende in una teca di cristallo come una reliquia”. Lorenza Foschini, in visita al Museo Carnavalet, così descrive come gli fanno vedere il cappotto, prima che venisse messo nella teca di cristallo: “Tirano fuori una scatola di cartone. La calano giù con cura, ma con un certo distacco, come se non fosse loro compito riesumare quelle povere cose. Io sono lì in piedi nel camerone illuminato al neon. Come un parente chiamato a riconoscere il cadavere di un congiunto. Posano la scatola sul tavolo al centro della stanza. Sollevano il coperchio, e all’improvviso un odore di canfora e di naftalina mi invade. In un istante monsieur Bruson e il suo aiutante sono ammantati di bianco, due fantasmi gesticolanti, le braccia alzate, sventolano candidi fogli. Mi avvicino lentamente a piccoli passi, sorridendo per l’imbarazzo, e mi accosto al tavolo. Davanti a me c’è il cappotto, adagiato sul fondo della scatola, posato su un gran foglio come su un lenzuolo: irrigidito dall’imbottitura di carta che lo riempie, sembra davvero rivestire un morto” (ibidem, pag.19).

Il libriccino è un vero scrigno di bellezza: “Rievocazione suggestiva della società parigina di inizi Novecento e allo stesso tempo delicato e struggente omaggio al potere evocativo degli oggetti, nonché della memoria che resiste al tempo. Il cappotto di Proust è un piccolo gioiello letterario che ci restituisce un ritratto inedito del grande autore francese, fatto di stoffa, polvere e silenzi. Un libro che si legge come un romanzo e si ricorda come una confidenza” (quarta pagina di copertina).

Lorenza Foschini, napoletana, ha condotto a lungo il Tg2. Autrice e conduttrice di trasmissioni di successo, ha realizzato documentari e programmi di approfondimento. Ha pubblicato tra l’altro, Zoé, la principessa che incantò Bakunin, Il vento attraversa le nostre anime, Marcel Proust e Reynaldo Hahn. Una storia d’amore e d’amicizia. Ha tradotto inediti proustiani in Ritorno a Guermantes e curato La democrazia in 30 lezioni di Giovanni Sartori. Per la nave di Teseo ha pubblicato L’attrito della vita. Indagine su Renato Cacciappoli matematico napoletano (2022, finalista al premio Comisso 2023). (Quarta pagina di copertina).

Raimondo Giustozzi

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