La trappola della purezza: perché la morale “woke” rischia di disarmarci

 I Fumi della Fornace

I Fumi della Fornace

C’è un momento preciso in cui la difesa dei diritti rischia di scivolare nell’ossessione per il controllo. Accade quando smettiamo di raccontare la realtà e iniziamo a volerla igienizzare. In un recente e provocatorio intervento, il poeta e regista Giorgiomaria Cornelio è partito da un ricordo d’infanzia a Vallecascia, frazione industriale delle Marche: l’insulto omofobo rivolto a lui e ai suoi coetanei, additati come «fro*ci per colpa dei fumi della fornace».

Di fronte alla violenza verbale, la reazione oggi più diffusa avrebbe preteso la punizione, la rettifica, la condanna dell’ignoranza altrui. Ma Cornelio individua un’altra strada: trasformare la ferita in mito personale, riappropriarsi della “malavoce” anziché pretendere di cancellarla. È da questo scarto che emerge la sua riflessione più lucida e urgente: la critica alla trappola del woke e all’illusione della purezza. Negli ultimi anni, parte del dibattito progressista ha intrapreso quella che il poeta Fernando Bandini definiva una vera e propria «attività poliziesca sull’anima». Un approccio che insegue un ideale di purezza linguistica e morale assoluta, convinto che basti espungere le parole sbagliate per emendare il mondo dai suoi errori. Ma la purezza è un’illusione rassicurante. Inseguirla significa arroccarsi in un santuario morale isolato dalla materia viva della realtà — una realtà fatta di contraddizioni, ferite industriali, amianto che crolla e linguaggi imperfetti. Quando la politica o la cultura si riducono a tribunale etico, smettono di fare i conti con la complessità del presente.

Il vantaggio di chi maneggia il “fango”

Il paradosso più pericoloso della cultura della purezza è che finisce per disarmare chi la pratica. Rifugiarsi in un’ortodossia immacolata crea una linea di separazione netta tra “noi giusti” e “loro sbagliati”, lasciando scoperto il terreno del reale.

Chi trae vantaggio da questo meccanismo? Proprio le forze politiche e le narrazioni ideologiche che non hanno paura di sporcarsi le mani. Chi sa maneggiare il “fango” delle contraddizioni popolari, della rabbia e dell’imperfezione trova la strada spianata di fronte a una sinistra o a un attivismo ricoverati in una torre d’avorio d’infallibilità etica. La vera resistenza al pregiudizio non si costruisce cancellando le ferite o censurando i contesti, ma abbitandoli e rielaborandoli. Riconoscere la fragilità della materia di cui siamo fatti è l’unico modo per non cadere nella trappola di un moralismo sterile che, alla fine, lascia il mondo esattamente com’è.

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