Elezioni regionali, il giro d’Italia del clientelismo

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WhatsApp Image 2025-08-22 at 09.56.12Mario Barbati Giornalista e autore

Si vota in sette regioni, tra la fine di settembre e la fine di novembre, e stavolta, a differenza delle altre, ci sarà un riverbero su scala nazionale, per misurare lo stato di salute dei singoli partiti nelle tre aree geografiche italiane e delle coalizioni che scalderanno i motori in vista delle politiche del 2027 (forse con nuova legge elettorale che sta preparando la maggioranza per favorire sé stessa). Oltre che il tasso di partecipazione (e rassegnazione) degli italiani dopo i recenti record di astensione. Conseguenze sul governo Meloni zero, finirà il suo mandato fino a scadenza naturale. Rapida carrellata, regione per regione, sulle votazioni di questi pachidermi burocratici che distribuiscono tante poltrone, potere, clientele e pochissimi servizi (sanità e non solo) per i cittadini.

 

 

Puglia. È stato il caso politico dell’estate, il candidato prescelto è Antonio Decaro, eletto appena un anno fa europarlamentare con mezzo milione di preferenze che vuole far pesare tutte. Infatti, pone il veto sulle candidature di Emiliano e Vendola, i due ex presidenti di regione. Emiliano è stato il suo padre politico, governa da decenni ma da bulimico vuole tenere anche lui una fetta di potere. Decaro è inamovibile e va dritto per la sua strada: “Non voglio essere ostaggio delle decisioni di chi mi ha preceduto”. Non si capisce poi la pretesa di fare le liste negli altri partiti, Vendola è fondatore di Sinistra italiana e la sua candidatura riguarderebbe semmai i rapporti con Fratoianni e Bonelli. Ma Decaro è perentorio e non guarda in faccia a nessuno. “Nessuno può negare a me il diritto di esprimere quali dovrebbero essere le condizioni” per governare. La disfida di Bisceglie (festa del partito) viene annunciata come il duello alla messicana tra Schlein e Decaro, con musiche di Morricone e primi piani alla Sergio Leone. E invece niente, alla fine si candidano tutti: Decaro, Vendola e al prossimo giro delle politiche pure Emiliano. “Non potevo girare le spalle alla mia terra e al mio popolo”: lacrime, applausi, commozione e voglia di intonare Terra mia di Pino Daniele. A cosa serve questo manicomio politico? A niente, o meglio ad allontanare sempre di più i sani di mente dalle urne. Politicamente parlando, serve a Decaro per essere al centro della scena e farsi notare come possibile futuro leader nazionale in funzione anti-Schlein, mentre al quartetto Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni serviva un candidato forte per andare a colpo sicuro sulla vittoria. Vittoria che arriverà, perché la Puglia in questi anni è migliorata in tanti aspetti sotto la guida della sinistra anche al prezzo di degenerazioni di un sistema di potere ormai consolidato. E poi perché la destra post-Fitto è debole e non ha candidati all’altezza.

 

Campania. Regione simbolo di come vanno le cose in Italia. Per avere la candidatura “civica e progressista” di Roberto Fico (può piacere o meno, ma viene dalla società civile, è stato fondatore del M5S, presidente della Camera e ora, dopo un periodo di inattività, vuole legittimamente misurarsi con l’amministrazione) il M5S, Conte e Schlein la scambiano con l’appoggio dello “sceriffo della contea”, Vincenzo De Luca, che vuole due liste personali, e con la nomina a segretario regionale Pd del figlio dello sceriffo, Piero De Luca. Unico candidato senza elezioni chiaramente, perché si chiama “Partito democratico”. Pensa se non era democratico. Al di là delle dichiarazioni di facciata, le cose sono andate così. E la cosa paradossale è che pare che questo sia il modo sicuro per vincerle le elezioni, cioè tenendo con sé De Luca, il familismo politico e la dote di voti che si porta dietro. E questo la dice lunga non tanto sugli eletti quanto sugli elettori, sempre più attratti dal voto condizionato e sempre meno dal voto libero e d’opinione. Insomma, il massimo che si può fare in questo paese per allontanare i cacicchi è tenerli con sé e garantirgli una bella fetta di potere. Siamo messi male. Tra Fico e la regione sorgono due problemi però. Uno riguarda il Pd e la sua ala sinistra. Schlein è stata eletta anche per fare fuori i cacicchi, Sandro Ruotolo che sta nella sua segreteria ha fatto della battaglia a De Luca un motivo di vita politica degli ultimi anni: come reagiranno i giovani del Pd non-deluchiani? Male, a leggerli sui social. Quanto peso politico hanno? Leggero come una piuma. Il secondo problema riguarda i 5 stelle che si alleano con il peggior nemico di sempre, De Luca. Con conseguenze concrete che per quel movimento possono essere esiziali: se vince Fico la gestione dell’acqua in Campania sarà pubblica o avviata alla privatizzazione come vuole la giunta uscente? Sarà istituito un reddito di cittadinanza regionale oppure no, visto che De Luca è fermamente contrario (“porcheria clientelare” l’ha definito, tanto il figlio è sistemato e i figli di nessuno si possono attaccare al tram)? Per non parlare del termovalorizzatore. Ciononostante, coalizione di sinistra favorita e destra in alto mare. Meloni infatti, furbina, sentendo odore di sconfitta in Campania, in Toscana e con la Calabria in bilico, si è fatta una chiacchierata informale a Chigi con il presidente De Laurentiis, che come De Luca ha un ego grande quanto il golfo di Napoli, ma che in città è intoccabile perché ha vinto gli scudetti.

 

Calabria. Anche questa uno spaccato emblematico della nostra società. Si va a elezioni anticipate perché il presidente in carica della destra Occhiuto si è dimesso dopo aver saputo di essere indagato per corruzione (si professa innocente). E che fa un presidente indagato per corruzione in Italia? Si ricandida, naturalmente. E parte anche favorito nei sondaggi. La coalizione progressista spiazzata ha trovato all’ultimo un candidato forte e autorevole, Pasquale Tridico, che è stato uno dei migliori presidenti Inps ma che solo un anno fa era stato eletto all’europarlamento. In Calabria più che destra-sinistra si vota tra conservazione e cambiamento, dove la conservazione parte favorita, perché parliamo di una terra splendida dove però i migliori se ne vanno e gli altri restano nelle sacche del clientelismo. Fino a quando chi non vota più ritroverà uno stimolo e un motivo per farlo.

 

Toscana. Si ricandida Eugenio Giani, il presidente uscente. Un po’ perché non si trovano candidati migliori, un po’ perché è riuscito a convincere Avs e M5S che erano all’opposizione (i 5 stelle hanno votato ma si sono divisi con diversi iscritti e consiglieri uscenti contrari), un po’ perché è il candidato che garantisce la migliore performance. La destra gli contrappone Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia ed esponente di Fratelli d’Italia, che in Toscana proprio fratelli non sono. Gustose sono infatti le cronache che arrivano da Prato, con il capogruppo e candidato Tommaso Cocci ricattato da una serie di missive con tanto di foto hard. La procura guidata da Tescaroli scopre che Cocci era segretario della loggia Sagittario, la stessa di cui è Gran Maestro Riccardo Matteini Bresci, accusato di aver corrotto l’ex sindaca Pd di Prato Ilaria Bugetti. Una bella congrega di massoni trasversale in cui si scambiavano voti, denaro e nomine. Per la serie “Quant’è bella e attraente la politica in Italia”. In Toscana vince comunque il centrosinistra a mani basse, la destra non recupera nemmeno se presenta candidato Gerry Scotti con la ruota della fortuna o con i suoi replicanti come nella nota pubblicità.

 

Marche. È la prima regione in cui si voterà e la più contendibile, con un testa a testa secondo i sondaggi tra il presidente uscente Francesco Acquaroli, che è l’unico presidente di regione di Fratelli d’Italia, e il candidato del centrosinistra Matteo Ricci, finito al centro dell’inchiesta “Affidopoli” poco dopo l’annuncio della sua candidatura. Il centrosinistra gli ha dato comunque fiducia, i 5 stelle ponendo come condizioni un codice etico per i candidati e la creazione di una task force che vigili sugli appalti pubblici. Acquaroli è leggermente favorito e le Marche restano comunque una regione con un valore fortemente simbolico per Fratelli d’Italia: fu la seconda regione a essere conquistata dopo l’Abruzzo con Marsilio nel 2019. Non c’entra niente con le Marche, ma nessuno parla di quello che succede a Pescara, perché è una storia troppo locale. Annullate le elezioni comunali con ipotesi di reato, una cosa gravissima che meriterebbe risalto nazionale. L’unica cosa positiva, ma veramente l’unica, è che in Italia abbiamo ancora gli anticorpi per bloccare lo schifo comunque dilagante.

 

Veneto. Vincerà Zaia anche se non si potrà ricandidare perché si parla solo di lui. Paradossale la sua posizione: ha governato non bene ma benissimo e quindi non si capisce cosa ci faccia nel partito di Vannacci e Salvini. Anche i grilli sanno che ha ambizioni nazionali, se ne parla da anni ma sono anni che non si decide a lanciare la sfida in un congresso e non lo farà nemmeno stavolta. La Lega al Nord è tutto un subbuglio contro la svolta/declino nazionale di Salvini/Vannacci ma poi alla fine mancano i leader e soprattutto il coraggio di assumersi il rischio. Lega e FdI si contendono il candidato, perché il problema è che Fratelli d’Italia è il primo partito ovunque ma al momento ne ha solo uno, nelle Marche. Alla fine, potrebbe finire con un candidato Lega in Veneto (Stefani?), uno di FdI in Campania e uno di Forza Italia in Puglia.

 

Valle d’Aosta. È una delle regioni più belle d’Italia, tra le più laboriose ma non la si cita mai. Ha un sistema elettorale diverso e non prevede la presentazione di candidati presidenti. Si eleggono solo i consiglieri regionali che poi eleggeranno il presidente. Attualmente è governata da una maggioranza autonomista-progressista guidata da Union Valdôtaine.

 

Infine, due note sulle leadership nazionali. C’è un gioco delle parti tra Conte e Schlein e ci sta. Conte punta alla doppia vittoria (Campania, Calabria) che rafforzerebbe il suo ruolo, Schlein se perdesse in Calabria vincendo magari in Toscana e Puglia metterebbe la sua figura in risalto. Per entrambi resta il problema di sempre però: manca una piattaforma politica che attragga il partito maggiore, quello che non vota. E a due anni dalle politiche questa piattaforma non c’è. Meloni, la cui navigazione è incontrastata sul territorio italiano quanto completamente fallimentare in acque internazionali, sta preparando una legge elettorale con l’indicazione del/della premier sulla scheda (così si mangia quello che resta degli alleati) e il solito trucchetto di sempre: un bel premio di maggioranza che moltiplichi i pani e i pesci del suo 30%, che con un’astensione al 50%, equivale a governare con il 15% degli aventi diritto.

 

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