Le voci critiche della diaspora e i crimini a Gaza e in Cisgiordania mettono a nudo l’inganno identitario su cui si fonda lo Stato ebraico.
Roberto Della Seta
È una buona cosa, ma non è abbastanza. Suona più o meno così il pensiero di molti che dall’Italia, in generale dall’Europa, inorriditi dallo sterminio messo in atto da Israele a Gaza, dalla persecuzione sistematica dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, guardano alle proteste delle decine, centinaia di migliaia di israeliani che manifestano contro la guerra di Netanyahu e invocano il ritiro immediato di Israele da Gaza come sola possibilità di salvezza per gli ostaggi del 7 ottobre ancora in vita.
Così riflette, anche, una parte di quella minoranza rumorosa di ebrei italiani – reti come il Laboratorio ebraico antirazzista e come Mai Indifferenti, intellettuali come Anna Foa o Stefano Levi della Torre – che da mesi chiama pubblicamente per nome l’azione di Israele nella Striscia: genocidio. Condivido anch’io questo giudizio, meglio questa reazione istintiva. È fuori dubbio che in Israele non siano mancate e non manchino voci aspramente critiche verso le politiche di guerra, di sterminio, di pulizia etnica incarnate da Bibi Netanyahu e dai suoi ministri parafascisti Ben-Gvir e Smotrich. Basti pensare all’opera di informazione sui modi criminali della guerra a Gaza svolta dal quotidiano Haaretz; o alle parole inequivocabili – “è genocidio” – di figure importanti della cultura israeliana da David Grossman allo storico Amos Goldberg; o ancora ai resoconti dettagliati dei crimini di guerra di Israele diffusi da Ong israeliane ebraico-palestinesi come B’Tselem (parola ebraica tratta dalla Genesi: significa “a immagine di”, esprime l’obbligo morale di rispettare sempre e dovunque i diritti umani) e Ta’ayush (“vivere insieme” in arabo e in ebraico). E però, la società israeliana nella sua larga maggioranza sembra non vedere l’abisso di inumanità dei crimini di cui lo Stato d’Israele – non solo il governo Netanyahu, ma l’esercito, la polizia, lo stesso presidente della repubblica che pare complice – si sta macchiando a Gaza e anche in Cisgiordania. Su questo nemmeno i partiti di opposizione – i centristi di Yair Lapid, gli ex-laburisti di Yair Golan – si sono espressi con chiarezza. Ancora, sembra che ad animare i raduni di centinaia di migliaia di israeliani contro Netanyahu sia prevalentemente l’obiettivo di riportare a casa gli ostaggi di Hamas sopravvissuti, molto di meno l’indignazione per le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi a Gaza dalle bombe e dai missili israeliani, o per il progetto in via di realizzazione di deportare dalla Striscia verso chissà dove qualche milione di gazawi.
Tutto vero, io credo. Eppure gli ebrei della diaspora schierati contro la degenerazione genocidiaria di Israele resistono a dare piena voce a questi dubbi. Si sentono come stretti, assediati, tra due fronti contrapposti. Da una parte, l’ostracismo, talvolta le accuse di “tradimento”, che arrivano dalle istituzioni ebraiche, totalmente raccolte con rare eccezioni in una difesa acritica di Israele. Così in Italia più che altrove, dove all’interno delle comunità ebraiche prevalgono non da oggi orientamenti politici quanto mai conservatori (del resto, come è noto, fino alle leggi razziali del 1938 buona parte degli ebrei italiani era convintamente fascista). Dalla parte opposta, l’intrecciarsi frequente alle mobilitazioni “pro-Gaza” di motivi più o meno esplicitamente antigiudaici, ricavati soprattutto dall’abbondante filone dell’antisemitismo “sociale” di sinistra. Qui s’intravede spesso un “sottotesto” che recita: “Israele si definisce Stato ebraico, le vittime di ieri sono diventate carnefici e dunque gli ebrei dovranno smetterla di ricordare continuamente come assoluto il male della Shoah”. E dunque: lo stereotipo antigiudaico radicato in Europa contro gli ebrei che sono più ricchi, hanno più potere e si credono più intelligenti di tutti gli altri, ora nobilitato da un argomento inoppugnabile – lo Stato ebraico nel quale si riconoscono anche gli ebrei della diaspora è diventato carnefice –, non è più “indicibile” com’è stato per decenni dopo Auschwitz.
Resta il fatto che i due anni di guerra di sterminio a Gaza hanno colpito al cuore molti ebrei europei e americani che con appelli, manifestazioni e parole scritte gridano da mesi “Non in nostro nome”, intaccando in un numero ancora più grande di ebrei della diaspora che pur non esprimendosi pubblicamente contro la condotta criminale dell’odierno Israele se ne sentono però disgustati, quel sentimento di “comunione” con lo Stato ebraico, con la sua storia e il suo destino, che dalla nascita di Israele accomuna tutti gli ebrei del mondo. Persino io che non sono nemmeno del tutto ebreo (anzi lo sono per la sola metà ebraicamente inutile, quella paterna), persino io che sono cresciuto in una famiglia di comunisti divenuti filopalestinesi già dalla guerra del 1967, sento – sentivo? – un legame affettivo con il nome e la realtà d’Israele. Non so se per gli ebrei che da lontano vedono con orrore la deriva ultranazionalista e razzista di Israele questa frattura sarà rimediabile; certamente porta in superficie un tema a lungo rimasto sottotraccia, frequentato solo da qualche storico controcorrente: gli israeliani non sono il popolo ebraico.
In un libro del 2008 che ebbe largo successo e sollevò ampie polemiche – nell’edizione italiana L’invenzione del popolo ebraico (Mimesis, 2024) –, lo storico israeliano Shlomo Sand proponeva, sulla base di un ricco apparato di fonti documentarie e archeologiche, una rilettura decisamente “sovversiva” della genesi di Israele: per Sand, l’idea che esista un “popolo ebraico” disperso nel mondo ma unito da una stessa origine etnica – erede diretto degli ebrei in fuga dalla Palestina duemila anni fa – è un mito ideologico costruito per fondare il diritto di Israele a farsi “Stato ebraico in Palestina”; gli ebrei contemporanei, così Sand, discenderebbero invece da un insieme etnicamente variegato di comunità “convertite” provenienti essenzialmente dall’Europa orientale e dal Medio Oriente. L’ipotesi sostenuta da Shlomo Sand, qualunque sia il suo grado di fondatezza storica, mette in luce un aspetto ormai evidente: l’idea di Israele come Stato-nazione ha alle spalle non duemila anni ma meno di un secolo di storia. Vagheggiata dal sionismo come risposta alle persecuzioni ricorrenti contro gli ebrei d’Europa, legittimata dall’immensa tragedia della Shoah, prende forma concreta nel gennaio 1948 con la nascita formale dello Stato d’Israele: questa è anche la data di nascita del “popolo d’Israele”. Gli israeliani, perciò, sono altro dagli ebrei, e non solo perché il 20% dei cittadini di Israele è arabo. Lo stesso Sand in una recente intervista osservava sul punto: “(…) Non credo che Israele debba appartenere agli ebrei del mondo. Ho desiderato per tutta la vita che Israele fosse lo Stato dei suoi cittadini e non lo Stato degli ebrei nel mondo. Uno Stato come l’attuale Israele che dichiara di appartenere non ai suoi cittadini ma agli ebrei di tutto il mondo, per esempio anche agli ebrei italiani, non è uno Stato democratico”.
La singolarità dell’identità israeliana aiuta a capire perché, come tanti ebrei europei che denunciano il genocidio di Gaza giudicano troppo timide le proteste in Israele contro lo sterminio di civili palestinesi nella Striscia, così molti ebrei israeliani che detestano il governo Netanyahu e sono favorevoli ai “due popoli due Stati” lamentano però una sorta di “doppio standard” nello sguardo dell’Europa, in particolare dell’Europa progressista e di sinistra, verso i fatti tragici degli ultimi due anni in Israele e Palestina: condanna inappellabile dei crimini commessi da Israele a Gaza, poca indignazione per l’assalto terrorista del 7 ottobre di Hamas in territorio israeliano. Ecco: il 7 ottobre rimarrà come un trauma fondativo dell’identità israeliana. In qualche modo, io credo, è una data destinata ad accrescere la distanza tra ebrei israeliani ed ebrei della diaspora.
Su un piano meno immediatamente visibile ma ancora più netto, la progressiva separazione “sentimentale” tra ebrei israeliani e diasporici ha profonde radici culturali. Le ha descritte con brillante chiarezza Stefano Levi della Torre, critico d’arte e pittore autore di saggi su temi legati alla cultura ebraica. Scrive Levi della Torre: “L’ebraismo è una costellazione di culture che per più di duemila anni ha elaborato una visione del mondo dalla sponda dei vinti e della minoranza. (…) Il sionismo aveva avvertito questo problema. (…) Aveva condannato la figura della vittima, l’aveva considerata colpevole verso sé stessa, e voleva trasformarla in vincitrice (…). Ma la vittima che vince, e tuttavia conserva il carisma della vittima, non è più solo vittima ma anche vittimista. E il passaggio dalla figura della vittima a quella del vittimista denota una transizione verso destra, perché la vittima aspira alla liberazione, elabora le prospettive di un’emancipazione propria e magari universale, il vittimista elabora invece la giustificazione di un proprio potere acquisito: a giustificare non la responsabilità del potere, ma l’arbitrio del proprio potere, come se il proprio arbitrio fosse la doverosa ricompensa di chi rappresenta le vittime. Tutte le demagogie autoritarie di massa sono vittimiste. Lo è stato il fascismo, il nazismo, lo stalinismo. Da ultimo lo è Trump che si presenta vendicatore dell’America offesa” (“La catastrofe dei palestinesi, e la catastrofe di Israele”, in Studi bresciani, rivista della Fondazione Luigi Micheletti, n. 1/2025).
Penso che Levi della Torre individui qui un nodo essenziale che allontana Israele dalla storia e dall’antropologia degli ebrei del mondo. Il timore, oggi, è che lo allontani irrecuperabilmente anche dalla possibilità, dalla capacità di riconoscersi in un’idea superiore di umanità trascendente ogni appartenenza di etnia o religione: un’idea non proprio periferica nel pensiero ebraico.
CREDITI FOTO: August 17, 2025, Tel Aviv, Israel: An Israeli woman holds a placard calling for a two state solution during the demonstration. They call on Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu to end the war in Gaza and to release all 50 Israeli hostages held by Hamas since October 7 2023. In what was the biggest day of national mobilization, over a million people poured into the streets around the country to demand a Hostage release deal and an end to the war in Gaza.
Eyal Warshavsky/SOPA Images via ZUMA Press Wire