da Raimondo Giustozzi
Mentre gli sgherri di Putin bacchettano Mattarella, il leader repubblicano sanziona il giudice brasiliano che conduce il processo sul colpo di stato di Bolsonaro, minaccia quello israeliano che deve giudicare Netanyahu, grazia i golpisti del 6 gennaio e, se non consenzienti, separa i magistrati dalla loro stessa carriera
Mentre gli sgherri di Putin bacchettano il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e vomitano bile sulla campagna civile contro l’esibizione con i soldi pubblici italiani di un propagandista del Cremlino a Caserta, il leader repubblicano Donald Trump ha deciso di sanzionare il giudice brasiliano che sta processando l’ex presidente Jair Bolsonaro per il tentato colpo di stato del 2022/23, quasi una chiamata in correità visto che l’assalto al Parlamento di Brasilia dell’8 gennaio 2023 è stato pianificato sul modello trumpiano del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill.
Non è la prima volta che Trump se la prende con un giudice di un paese straniero, era già successo con quello che sta processando per corruzione il premier israeliano Benjamin Netanyahu. In quel caso, Trump aveva minacciato di cancellare gli aiuti economici americani allo Stato ebraico se il processo fosse andato avanti (al momento, è sospeso per ragioni di sicurezza nazionale).
Durante il primo mandato, Trump ha chiesto a un altro leader di un paese straniero, l’allora neoeletto presidente ucraino Volodymyr Zelensky, di trovare le prove giudiziarie di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto ucraino contro di lui (era una bufala cucinata al Cremlino per distogliere l’attenzione dall’aiutino di Mosca alla campagna Trump del 2016, una bufala ingollata con grande avidità dallo stolido mondo Maga).
Trump arrivò a minacciare Zelensky di sospendere una tranche di aiuti militari americani da 400 milioni di dollari, cosa che poi effettivamente fece, se il presidente ucraino non avesse eseguito il suo ordine di avviare un’inchiesta giudiziaria contro il figlio di Biden (per questo, poi, Trump è stato sottoposto al primo dei due procedimenti di impeachment, dai quali è uscito indenne grazie ai pavidi senatori repubblicani).
Una volta rieletto alla Casa Bianca, Trump ha graziato i golpisti del 6 gennaio che in suo nome e per suo conto avevano assaltato il Congresso di Washington ed erano pronti a linciare i deputati, e perfino a impiccare il vicepresidente Mike Pence, pur di impedire la ratifica dell’elezione di Joe Biden.
Trump, inoltre, ha cacciato, costretto alle dimissioni e minacciato i magistrati che hanno indagato su di lui e sugli affari dei suoi amici, ha nominato i suoi avvocati personali in posti di comando al ministero della Giustizia, ha piazzato alla guida della polizia federale, e come Attorney General, due o tre suoi scalzacani, applicando una brutale separazione dei magistrati dalla loro stessa carriera.
E ora, mentre sanziona il giudice brasiliano e minaccia quello israeliano, Trump sta trattando il pardon presidenziale con gli avvocati dell’ex fidanzata di Jeffrey Epstein per evitare che dai file del finanziere al centro dello scandalo sessuale che sta imbarazzando la Casa Bianca escano il suo nome e certe sue fotografie compromettenti (che il noto giornalista Michael Wolff dice di aver visto e ora racconta nel dettaglio). Probabilmente Trump non si accontenterà di far sparire il suo nome dai pettegolezzi, magari proverà a convincere Ghislaine Maxwell, attualmente in carcere, a rilasciare informazioni scabrose sugli amici liberal di Epstein, in modo da saziare i famelici picchiatelli del movimento Maga.
Su Fox News qualcuno ha provato a segnalare che il 40 per cento dell’attuale fortuna economica di Trump è stato accumulato dopo la sua elezione a presidente. L’audace giornalista si chiama Jessica Tarlov, e farà la fine del conduttore del Late Show Steven Colbert. Putin fa di peggio che licenziare i giornalisti e i dissidenti, ma lo schema di Trump nei confronti dei media, delle università, delle aziende, degli studi legali è lo stesso praticato a Mosca.
C’è quasi da ricordare con nostalgia i tempi in cui ci appassionavamo ai sobri conflitti di interesse di Silvio Berlusconi, e alle lezioni di tutti quelli, italiani e americani, che ci raccontavano che in America non sarebbe mai potuto accadere quello che stava succedendo in Italia. È successo anche in America, ma con gli steroidi.
Tutto questo non provoca una reazione politica adeguata. Ormai sembra tutto normale, ci siamo abituati, è cosi non possiamo farci niente. I giudici della Corte Suprema gli condonano qualsiasi enormità anticostituzionale e antiamericana gli passi per la testa, mentre i leader internazionali provano a magnificarlo, a ingraziarselo, ad assecondarlo, illudendosi così di ottenere clemenza. Ma è pensiero magico, Trump è un bullo e come tutti i bulli non ha pietà né rispetto per chi si mostra umile ed è debole. Così procede alla russificazione dell’apparato istituzionale americano, allo smantellamento dello stato di diritto, e alla fine del mondo come lo conosciamo. E noi assistiamo inermi e rassegnati.
Linkiesta. Editoriale, 31 luglio 2025
di Christian Rocca