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Marcire in galera: le carceri oggi, come settanta anni fa

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Donatella Stasio

Dall’inizio dell’anno già 52 detenuti si sono tolti la vita. Le misure emergenziali non bastano ad alleggerire le condizioni delle carceri italiane: serve una riforma nella concezione delle strutture detentive. E c’è un esempio del passato a cui ispirarsi.

C’è una storia paradigmatica dell’abisso in cui può precipitare il carcere al di là delle leggi, quando il clima politico volge lo sguardo a un passato mai passato del tutto, che rigurgita nonostante l’argine della Costituzione. È una storia dell’altro secolo ma di straordinaria attualità di fronte al macabro balletto del governo sull’emergenza carcere (emergenza vera, non fasulla come altre ad uso e consumo propagandistico): primo passo, moltiplicare i reati e le pene per uomini e donne, giovani e vecchi, italiani e stranieri, madri e figli, fuori e dentro il muro di cinta; secondo passo, riempire le patrie galere di poveri, malati psichiatrici e tossicodipendenti per sottrarli alla vista dei liberi e alle responsabilità di un welfare assente; terzo passo, “gonfiarsi le gote” – direbbe Filippo Turati – con parole come ordine e sicurezza per sedare proteste o dissensi, chiudendo gli occhi su pestaggi e torture; quarto passo, far “marcire in galera” chi è condannato, senza sconti, premi, nulla, altrimenti che pena è; quinto, definire “resa dello Stato” ogni misura strutturale che liberi il carcere da chi non dovrebbe starci, o poterebbe già uscirne; e per finire, la piroetta del decreto salvifico, inadeguato tanto quanto un governo incapace di capire che 49 suicidi di detenuti e 5 di poliziotti in soli sei mesi sono già una “resa dello Stato”. Purtroppo, anche se Forza Italia riuscirà davvero a sfilarsi da questa danza macabra, il carcere rimarrà illegale, almeno finché il governo non imparerà che, in una democrazia degna di questo nome, non si aspetta il precipizio per essere “costretti” a dire, e soprattutto a fare (forse), “qualcosa di costituzionale”.

 

“Marcire in galera” era regola aurea del ventennio fascista, sperimentata da tanti costituenti, come detenuti politici. Molti finirono nel carcere di Santo Stefano, l’isolotto al largo di Ventotene dove i Borboni avevano costruito “l’ergastolo” e dove, dal 1952 al 1960 si svolge la storia che voglio raccontarvi.

 

L’ergastolo di Santo Stefano era così chiamato per le modalità con cui veniva scontata la pena, senza speranza e senza rispetto per la dignità dei reclusi, trattati come bestie. Centinaia di uomini “dimentichi del mondo e dimenticati dal mondo” scrive nelle sue Ricordanze Luigi Settembrini, anche lui “sepolto vivo” a Santo Stefano insieme a centinaia di patrioti, poi di anarchici come il regicida Gaetano Bresci, di eroi della resistenza come Sandro Pertini e Umberto Terracini, successivamente confinati a Ventotene con il padre dell’Europa Altiero Spinelli.

 

Nel 1952 – la Costituzione era già in vigore ma la Corte costituzionale non era ancora operativa – arrivò un direttore diverso dagli altri, Eugenio Perucatti, e trasformò quella “tomba dei vivi” in un carcere modello, dove i detenuti trascorrevano gran parte del tempo all’aperto, lavorando per il carcere e per la piccola comunità di Santo Stefano. Nell’isola arrivarono strade, acqua, luce, scuola, radio, un campo di calcio e persino il cinema. I detenuti erano finalmente rispettati come persone. Uno di loro faceva da baby sitter al figlio piccolo del direttore, che crebbe educato dagli ergastolani e che su quegli anni ha scritto un libro (leggetelo).

 

Perucatti riformò il carcere a cominciare dalla relazione tra guardie e detenuti, chiamandoli alla responsabilizzazione. Quando arrivò, i rapporti erano pessimi. Era ancora in vigore il regolamento fascista e la sua rigida applicazione provocava rivolte e violenze; per sedarle, invece di mandare gli agenti migliori, il ministero mandava i peggiori, squadrette feroci nella repressione, ma più aumentavano le rappresaglie, più aumentavano violenze e suicidi.

 

Cambiare sembrava impossibile. E invece, il carcere cambiò.

 

Cambiò grazie a un progetto che, per l’epoca, era “criminale”, perché violava tutte le norme fasciste in vigore, salvo l’articolo 27 della Costituzione che sancisce il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e la funzione rieducativa della pena.  All’epoca, però, quella norma non era considerata immediatamente applicabile, ma programmatica. Una distinzione eliminata solo nel 1956 con la prima sentenza della Consulta, che così aprì la strada alla bonifica delle norme fasciste sopravvissute alla Costituzione.

 

Perucatti fu un precursore di quella sentenza, e di molte altre. Rischiò, ma non ebbe paura.

 

Oggi il quadro è rovesciato: le leggi e i regolamenti sono cambiati grazie alla Costituzione, e basterebbe applicarli per avere un carcere come quello di Perucatti, eppure la realtà è fuorilegge. L’illegalità produce emergenza e l’emergenza illegalità: le buone norme vengono sospese e trovano spazio misure emergenziali. I risultati? Aumentano il sovraffollamento, le rivolte e i pestaggi, aumentano i suicidi, l’insicurezza dentro e fuori le carceri, la recidiva, peggiora la vita dei detenuti e dei poliziotti.

 

Perucatti “vide” tutto questo e imboccò tenacemente la strada della Costituzione e della responsabilità, ottenendo risultati eccezionali, al contrario dell’Amministrazione penitenziaria che, dopo l’iniziale appoggio, nel 1960 assecondò il clima politico dell’epoca e lo cacciò, senza mai più recuperare un modello di carcere rispettoso della persona.

 

Fu questo rispetto che, fra l’altro, indusse Perucatti a violare il regolamento fascista anche per tutelare l’affettività dei detenuti (anticipando di nuovo la Consulta, rimasta a tutt’oggi inascoltata): chiamò “piazza della redenzione” lo spazio per accogliere le famiglie dei reclusi e, per non spezzare i loro legami affettivi, vi fece costruire dagli ergastolani, su progetto di uno di loro, una foresteria dove potessero stare in libertà e con il massimo dell’intimità.

 

Ebbene, un bel giorno tutto questo fu distrutto.

 

Tra la fine del 1959 e i primi mesi del 1960, l’Italia attraversava un periodo politico difficile che sfociò in un governo democristiano, il governo Tambroni, con l’appoggio determinante della destra, il Movimento sociale italiano. Il Paese sembrava rivolto al passato, ai valori del ventennio fascista, ordine e disciplina, e non c’era spazio per cambiamenti all’insegna della Costituzione.

 

Un giornale conservatore pubblicò un articolo pesantissimo intitolato “Santo Stefano, il dolce ergastolo”, in cui il progetto Perucatti veniva definito una “villeggiatura” per i detenuti, proprio come il regime fascista chiamava il confino dei detenuti politici, e come oggi sentiamo dire – di fronte a qualche esperimento di carcere rispettoso dei diritti – da chi sostiene che la pena è “certa” solo se si marcisce in galera.

 

Il ministero mandò un’ispezione per verificare la violazione, da parte del direttore, del regolamento (sempre quello fascista) e in un attimo i passi avanti furono azzerati. Ogni resistenza fu inutile. In quel clima politico, il modello Perucatti diventò ingombrante e fu distrutto con ogni scusa e mezzo (facendo persino evadere dei detenuti). Perucatti fu lasciato solo e poi trasferito.

 

Il carcere di Santo Stefano tornò ad essere la “tomba dei vivi” e fu chiuso nel 1975, l’anno della riforma penitenziaria, purtroppo rimasta in gran parte sulla carta come i successivi regolamenti.

 

Non è una storia a lieto fine. Ma la morale è chiara: in mancanza di una solida “mentalità costituzionale”, i diritti e la democrazia precipitano nell’abisso, dentro e fuori il carcere.

 

Donatella Stasio by La Stampa

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