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Da Campi Salentina con furore. Carmelo Bene, 1937-2002

CARMELO BENE

di Stefano Bardi

Campi Salentina piccolo paese dell’entroterra leccese di 10.289 abitanti dall’antico lessema greco kampia in italiano “piccoli campi”, per poi trasformarsi in Campie e definitivamente in Campi. Paese questo costruito nei secoli su un territorio carsico posizionato in parte a sua volta, nella leccese Valle della Cupa. Territorio quello campiota modificato in grane parte da mani umane per la coltivazione degli uliveti, dei vigneti, dei girasoli, delle piante da tabacco e per la salvaguardia di zone boscose animate da querce vallonee e al cui interno si trovano piantagioni di timo, di fichi d’india, di salvia, di menta, di gelsi e di mandorli. Il tutto abbracciato da maestosi pini e cipressi e alimentato, dai tradizionali pozzi artesiani che raccolgono le acque piovane del sottosuolo. Un territorio questo circondato da campagne dal rossastro colore derivante, dalla frammentazione calcarea sotterranea e accarezzato da dolci aree naturali umanamente incontaminate come la Serra di Sant’Elia, la Serra della Madonna dell’Alto e il Parco del Negroamaro. Una cittadina, Campi Salentina, accarezzata dal tipico clima mediterraneo caratterizzato da inverni miti con abbondanti piogge e da estati caldo umide con lunghe siccità.

Cittadina questa basata economicamente sull’attività mercantile della linea marittima Lecce-Napoli, sull’agricoltura (olio, vino, ortaggi), sull’artigianato, sull’industria (legno, pietra leccese, stoffa), sull’edilizia, sul settore fieristico-espositivo e sul recupero della cucina tradizionale con piatti tipici come per esempio le cozze fritte, fave e cicoria, lampascioni al forno, pittole e sfricone. Città infine, che ha dato i natali a uno dei più importanti intellettuali novecenteschi, ovvero, all’attore, drammaturgo, regista, scrittore e poeta Carmelo Bene (Campi Salentina, 1937-Roma, 2002). Un intellettuale il campiota conosciuto per lo più come scrittore e drammaturgo, ma, da non sottovalutare come poeta grazie al poema ‘l mal de’ fiori del 2000 da lui costruito con il dialetto salentino, il dialetto toscano e la lingua francese insieme ad altri dialetti italiani minori.

 

Poema quello del campiota, che, come ci dice il critico letterario Sergio Fava vuole esprimere l’impronunciabile e l’astratto del mondo. In parole più semplici il poeta campiota vuole esprimere il pensiero, che, si è trasformato nella sua ambiguità e contrarietà concettuale mostrandoci la realtà delle cose come la falsità e la loro falsità come la verità. Realtà questa che non vogliamo accettare perché fa troppa paura, al nostro Io. Operazione questa realizzata dal poeta attraverso la sofferenza dei fiori, ovvero, la consapevolezza del non esistere e dell’essere creati dalle idee altrui che formano il nostro Io per poi essere condotto verso la reminiscenza del non vissuto e dal poeta salvato attraverso un cammino che condurrà il nostro Io, in un universo dove il non-nominabile non si avvererà mai[1]. Parole queste che non bastano a dire tutto sul poema ‘l mal de’ fiori e che saranno da me ampliate, dalla lettura diretta.

Una prima contrarietà riguarda la verginità femminile, dal poeta concepita come una giovane fanciulla dalla pelle timida e semi-lucente, dalla cadaverica e stuprata puerizia, dal demoniaco utero, dalla vagina ninfomane e dall’impercettibile respiro[2]. Verginità che si trasformerà in adolescenza, dal poeta concepita come una Vita spiritualmente statica, carnalmente pornografica, fisicamente impaurita e divinamente immersa in oceani esistenziali accarezzati da laceranti venti. Una seconda contrarietà riguarda la Morte, da Carmelo Bene concepita come una divina creatura dalle leggiadre e lussuriose carni, dallo sguardo oceanico, dalla voce musicalmente paradisiaca,  dal puerile cuore e dallo spirito dolcemente materno. Morte e Vita intesa la seconda come un doloroso cammino in cui le carni si uniscono ai dolori, le chiome si fondono con le astratte energie universali e i passi, si trasformano in demoniaci balli che ci conducono agli eterni sonni[3]. Una terza contrarietà riguarda gli Uomini visti come dei cadaveri dagli occhi bendati attraverso i quali osservare l’emarginazione e l’anaffettività altrui, ma soprattutto, la brumosa esistenza dei viventi illuminata solamente da una demoniaca oscurità[4]. Uomini questi dal sangue ebbro, dal tumorale anelito e dalle lussuriose carni concepite come delle dannate membra che mai vorrebbero essere nate[5]. In parole più semplici, il corpo umano è visto dal poeta campiota come un fragile specchio graffiato e rotto in mille pezzi[6]. Una quarta contrarietà riguarda il plenilunio lunare concepito come uno splendido bagliore solare che ringiovanisce la natura morta e stuprata da mani umane, che riaccende l’amorosa passione nelle carni di giovani spiritualmente vacui e che da voce alle ebbre esistenze pornografiche. Una quinta e ultima contrarietà riguarda la pornografia, dal poeta vista come un blasfemo sentimento, una morta natura e un palpitante sentimento colmo d’amore[7].

 

Poema questo che va affiancato con l’opera Hamlet Suite, ovvero, la trasposizione dell’opera teatrale Amleto del 1961. Trasposizione quella beniana sotto forma di un concerto-spettacolo in versi, dal poeta realizzato nel Teatro Romano di Verona il 21 luglio 1994 durante il XXXXVI Festival Shakesperiano con musiche curate dal poeta medesimo. Opera quella beniana che  omaggia William Shakespeare e la sua poetica, dove una prima tematica sono i fiori dal poeta salentino concepiti come delle chiavi per universi magici, elisiaci, alchemici e divini. Universi questi in cui le lacrime sono sostituite, da palpitanti amori[8]. Un secondo tema riguarda la Morte concepita come un’essenza che ci trasforma in demoniache ombre dedite alla sofferenza altrui  e in esseri, che, sono privi di memoria e che pensano ai loro genitori come inutili e blasfeme creature[9].

Un terzo tema riguarda la Vita concepita dal poeta salentino, con due diverse chiavi di lettura. Una prima chiave di lettura, la liricizza come un angelo colmo d’amore e come un orrendo mostro con il quale fuggire dalla realtà per giungere in un brumoso e cimiteriale universo, dove c’è spazio solo per la voce degli amanti[10]. La seconda chiave di lettura invece, la liricizza come un breve cammino esistenziale da trasformare in un’opera d’arte e dalla quale poter divulgare la libertà, l’amore e il successo etico-sociale[11]. Un quarto tema riguarda la verginità concepita, come una perfetta forma d’arte.

Un quinto ed ultimo tema riguarda le esistenziali lacrime dagli Uomini versate, dal poeta salentino liricizzate come l’unica via per raggiungere l’innocente puerizia, che è concepita come un’arcaica creatura priva di cattiverie, oscurità, tenebrosità e brumosità spirituali[12].

 

 

 

 

[1] SERGIO FAVA, Presentazione in CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. VIII, XV, XXV.

[2] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, pp. 9-11 (“[…] feminadolscente / cerea creatura anch’essa ma fragrante / umano non ancora schiuso ai sensi / di belluina pelle / ma cerula ma spenta / a tratti accesa se / lei riflessa s’avverte / non da specchi […]-[…] T’affaccenda l’infanzia / trapassata improvvisa / in che nuovo d’età smania il sospiro / che s’anima si spenge spenge s’anima / ché soprana la voce in non si dir / non soffre che ripetere sommesso / estraneo maschio soffio proferito […]-[…] Orfana dell’intento maternale / che culla dei morenti l’imbrunire / da una pietra è schiacciata […]-[…] quasi  vivente anelito Sei quasi / desiderio di cosa figurata / dentro l’opera immota / il trillo intermittente d’una nota / sempre quella patetica / d’intentato strumento mai dato”)

[3] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 27 (“Ma il calvario encefalico civetta / in bianche serpi che nervose intreccia / con la spinta medulla hai! nodi questi / gli attorti colossali rei capelli / com’ellera aderenti l’infiorir / de’ muscoli de’ vasi ‘nterminati / rampicanti ‘n fluir – com’è dell’alghe / l’altalenante sinuosa danza / dolorata sommersa – descendenti / elettrici spietati ‘n animar / le membra gli arti a svellere / dal sonno ch’è d’estinta petra i sensi […]”)

[4] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 33 (“[…] ostinata megera in l’obitorio / sonnambulo de corpi / spensierati ch’è vano / racconsolar Nolenti ancor / morenti di lor vita inconsolati / gli occhi bendati distogliean da gli occhi / altrui schiusi a vegliar / nerodistolta luce in l’alitar […]”)

[5] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 43 (“[…] che ignora sente s’è animata un che / se ridestata implora – lo poetesse! – / non essere mai stata Sente ignora […]”)

[6] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 128 (“Questo corpodunopera smembrato / issimo ‘n frantumio di specchio […]-[…] sfregi di volto iddove dulla è dato […]”)

[7] CARMELO BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 107 (“[…] zzotico ‘n l’issimissima ‘rrozzata la fotta / ‘rrotica indove O-SCENO questo / ch’è ‘me di cose morte / credduto è malaprotesi travacula / d’istesso ischifo sussultazzo ammòre”)

[8] CARMELO BENE, Opere, Bompiani, Milano, 2002, p. 1357 (“[…] il tempo di cogliere un fiore… chissà… / servirà da segnalibro quando rileggeremo / il mio dramma / e saremo costretti a interromperlo / per baciarci”)

[9] CARMELO BENE, Opere, Bompiani, Milano, 2002, p. 1359 (“Io che ho esordito con il dovere / di rammentarmi l’orrido / Orrido Orrido Orrido evento / Per esaltare in me la pietà filiale / Per far gridare l’ultimo / L’ultimo grido al sangue / di mio padre mio padre mio padre… […]-[…] Mi scordai di mio padre / Mio padre mio padre / assassinato il bravuomo / assassinato / Mi scordai di mia madre / Prostituta / (M’ha distrutto la donna / questa visione) […]”)

[10] CARMELO BENE, Opere, Bompiani, Milano, 2002, p. 1362 (“[…] Io ti amo, ti amo, ti amo! Vestiti! / Tu sei un angelo in scena, un mostro sacro. / Faremo colpo! Vestiti! Me ne fotto del mio trono! / I morti son morti! Vedremo il mondo, Parigi! / Vita mia, a noi due!”)

[11] CARMELO BENE, Opere, Bompiani, Milano, 2002, p. 1373 (“[…] Oh! Evadere, evadere, evadere! / Libertà, amare, vivere, sognare. / Esser celebri lontani da qui! / Oh, cara aurea mediocritas! / Ma l’arte è tanto grande, / e la vita è così breve!”)

[12] CARMELO BENE, Opere, Bompiani, Milano, 2002, p. 1367 (“[…] Perché le lacrime versate manifestano / semplicemente una pena così profonda, / che tutti gli anni d’incallimento sociale / e ragionevolezza scoppiano e affogano / in quella fonte riaperta dell’infanzia / della creatura primitiva, incapace di male. […]”)

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