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Dialoghi in corso. Sud! Dall’apatia alla protesta e ritorno?

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di Dario Tuorto by Gli Asini

È passato poco più di un anno dal voto del 4 marzo. Quelle elezioni ci avevano restituito l’immagine di un partito vincente, il Movimento 5 stelle, trainato nel suo successo proprio dall’elettorato meridionale. A vincere era anche un altro partito, la Lega di Matteo Salvini, in grado di quadruplicare i voti del 2013 nonostante la lunga fase di scandali interni e il cambio di leader. Dall’insediamento del governo giallo-verde la situazione si è modificata. Il consenso grillino ha cominciato a erodersi e i rapporti di forza tra i due alleati-rivali si sono rovesciati. In questa nuova competizione la conquista dei voti in libera uscita del Mezzogiorno è diventata fondamentale per gli equilibri futuri, ma mai come oggi il Sud è sullo sfondo, dimenticato dall’agenda reale dei governi e riattualizzato solo come problema dentro il dibattito sterile sul reddito di cittadinanza (“li dobbiamo mantenere noi” titolava Libero qualche tempo fa).

Se proviamo a scavare in questo fallimento arriviamo lontano. Sin dal dopoguerra, gli studiosi ci hanno mostrato come, in un quadro dominato da dinamiche di tipo familista e particolarista i partiti di massa al Sud non hanno prodotto voto di opinione né tradizioni politiche stabili. Da un lato c’era la Democrazia cristiana, mediatrice del rapporto con il governo nazionale secondo logiche di scambio/redistribuzione, dall’altro il Partito comunista confinato in alcune (poche) amministrazioni locali e incapace di agire significativamente contro questo modello distorto. Sappiamo, però, che è esistita a lungo una dimensione nazionale della cultura meridionale e dei suoi ceti dirigenti, così come un’idea di sviluppo, sì, senza autonomia (per riprendere un noto termine di Carlo Trigilia), ma anche senza perifericità. La macchina politica della Dc riusciva a drenare risorse statali e, attraverso l’intermediazione delle sue organizzazioni, alimentare reti personali garantendo occupazione in un sistema politico bloccato. Tutto ciò è accaduto almeno fino al termine degli anni ottanta, quando la riduzione delle risorse disponibili ha trasformato le clientele, introducendo un modello personalistico e sempre più predatorio di rapporto con la cosa pubblica. La rottura di Tangentopoli, negli anni novanta, ha segnato il declino della questione meridionale sulla scena nazionale. Nuovi partiti hanno cominciato a farsi carico del rapporto centro-periferia, su tutti Forza Italia. A dominare è stato il berlusconismo, vincente al Sud anche perché in grado di incarnare il salto di paradigma, innestando sulle forme di mediazione tradizionali elementi di individualizzazione delle carriere politiche. Intanto, nonostante il ruolo di Forza Italia, il baricentro dell’alleanza di centro-destra si spostava nettamente e definitivamente a Nord (complice la Lega), in chiave antimeridionale.

A fare la differenza nel voto al Sud, a parte l’assenza del leghismo, è stato il ritardo cronico del centro-sinistra, sempre perdente alle elezioni politiche della Seconda repubblica. Eppure, per una fase più o meno lunga, durante la stagione dei sindaci, quest’area politica aveva dato l’impressione di riuscire a imporsi, quantomeno nel governo delle città. I tentativi ripetuti di protagonismo e innovazione, nella Napoli del primo Bassolino o nella Bari del dibattito sul pensiero meridiano o ancora nella Palermo delle mobilitazioni antimafia, avevano contribuito a rilanciare un progetto di autonomia del Mezzogiorno e delle sue istituzioni, complice una congiuntura favorevole di flussi finanziari europei, ma senza mai riuscire a incidere in modo duraturo sulla scena locale. Nel lungo periodo queste esperienze hanno mostrato piuttosto la debolezza delle classi dirigenti meridionali scollegate dal tessuto socio-culturale di origine. Invece di governarli, hanno subito i profondi cambiamenti che investivano la società meridionale: le trasformazioni demografiche imposte dal calo delle nascite e dall’emigrazione interna, la persistenza dei divari, i mutati rapporti tra centro e periferie, non riuscendo al contempo ad attaccare i nodi irrisolti delle questioni economiche.

Arriviamo, quindi, agli anni più vicini a noi. Le elezioni politiche del 2013 segnano un nuovo spartiacque: il dominio del centro-destra viene messo in discussione, esplode l’astensione ed emerge il Movimento 5 stelle come risposta nuova allo stallo del vecchio sistema. In questa congiuntura per certi versi anche favorevole, il Partito democratico non è riuscito a raccogliere i frutti della crisi. Se si è avvantaggiato lo ha fatto nel breve ciclo del renzismo, quando il nuovo progetto politico aveva dato l’impressione di poter raccogliere una parte delle critiche e proporre una qualche alternativa. In realtà, la luna di miele tra Renzi e il Sud non è riuscita mai a decollare, interrotta bruscamente dal secco No al referendum, il cui risultato è in larga parte prodotto proprio dal rifiuto dell’elettorato meridionale (e giovanile). Il declino dell’ennesimo leader lascia al Sud un quadro di profonda preoccupazione.

È la fine della loyalty. Si accentua, se possibile ancora di più, il distacco dalla politica, venendo meno tutte (o quasi) le condizioni che avevano garantito un margine seppur minimo di credibilità per i partiti tradizionali. Il persistere delle difficoltà economiche e l’accentuazione dei divari si accompagna alla crisi della politica locale. Viene a esautorarsi il ruolo dei partiti mediatori tra livello locale e nazionale, per le difficoltà crescenti che essi incontrano nel garantire i canali di distribuzione e redistribuzione del passato (i vincoli sovranazionali, il debito nazionale e il dissesto finanziario locale impediscono di replicare le azioni di deficit spending del passato), ma anche per la trasformazione del modo di fare campagna elettorale, laddove sull’arena politica agiscono leader senza organizzazione e una classe dirigente dall’orizzonte temporale ristretto. Tutto ciò alimenta la volatilità delle scelte di voto, l’allentamento dei legami di fiducia, la disillusione. Anche i cittadini cambiano. Alla disaffezione delle aree marginali impoverite e disilluse si aggiungono le critiche aspre avanzate dalle componenti più centrali e consapevoli dell’elettorato, quelli che erano una volta gli identificati e i fedeli dei partiti. Il nucleo della contestazione si sposta da “fuori” (l’astensione) a “dentro” la scena politica (la protesta). I beneficiari principali di questa spinta antisistema e anti-establishment, ormai matura, sono il Movimento 5 stelle e la Lega di Salvini.

Il boom del M5s inizia nel 2013, con il voto alle politiche e, poi, con la vittoria in alcune amministrazioni chiave. Tuttavia, è solo nel 2018 che questa opzione elettorale assume una connotazione propriamente meridionale. Con il 47% di consensi in media, un dominio quasi totale sui collegi e un vantaggio abissale sui rivali, il M5s compie un capolavoro tanto inatteso quanto contro-intuitivo. Il partito vince senza avere mediatori insediati, senza ricorso al voto di preferenza (i candidati erano in molti casi locali, ma quasi sempre figure sconosciute), senza essere radicato sul territorio, senza vantare esperienze significative di governo se si escludono alcuni primi sindaci in Sicilia, dove era più forte la spinta al cambiamento.

Il voto per il M5s al Sud non è classificabile né come voto di appartenenza né come voto di opinione e neppure come voto di scambio, non avendo il partito risorse da distribuire. Allora, perché ha incontrato un consenso così vasto? Una chiave di lettura credibile è quella che guarda alle ragioni economiche del voto. Gli elettori meridionali avrebbero scelto i candidati sulla base della loro offerta “redistributiva”. Il M5s avrebbe giocato il ruolo di “sindacalista” del Sud, unica formazione autoproclamatasi in grado di contrastare l’esclusione e i costi sociali della crisi, di fornire quella protezione sociale e di neo-mediazione politica in grado di arginare l’“onda del Nord” sollevata da Salvini, rispondendo alle sue proposte di meno stato e diritti per i ceti impoveriti con il reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni minime; in sostanza, risposte di “buon senso” all’assenza di welfare universalistico e di politiche sociali inclusive. Esiste però anche un’altra lettura che si sovrappone per certi versi a quella economica. Ad avere giocato un ruolo chiave per il successo sarebbe stata la domanda di cambiamento, la speranza da parte degli elettori meridionali di vedere facce nuove e non compromesse, politici mai stati prima al governo e senza responsabilità; anche incompetenti, anche incapaci di risolvere i problemi, ma nuovi. Una protesta, quindi, anti-politica da parte di elettori che votano senza particolari aspettative. Riprendendo quanto scritto da Gianfranco Viesti, il neo-grillismo meridionale andrebbe interpretato come una sorta di “vendetta delle regioni che non contano”, l’espressione di una rabbia dovuta all’umiliazione di sentirsi completamente estranei all’evoluzione della vicenda nazionale, estrema periferia del Paese, di cittadini di un’area che ormai non conta più niente nella discussione e nell’azione politica. Un voto, quindi, dell’elettorato subalterno contro la sensazione di declino economico e sociale e, allo stesso tempo, contro la mancanza di interesse manifestata dalle élite.

L’elettorato del M5s al Sud (la percentuale più alta mai registrata da una formazione politica, Dc inclusa, in quest’area del paese) ha caratteristiche ben precise. Il partito è riuscito a monopolizzare l’area del disagio intercettando un elettorato subalterno, periferico e problematico dal punto di vista socioeconomico, insofferente dal punto di vista politico, mentre la parte che ne è rimasta fuori è la componente benestante e/o anziana dell’elettorato. Non a caso, i risultati più favorevoli si sono registrati proprio nelle province con un più alto tasso di disoccupazione e più basso tasso di occupazione, dove l’incidenza delle persone senza lavoro è maggiore. Le indagini post-elettorali Itanes ci ricordano che, oltre a essere i più disagiati, coloro i quali hanno votato il partito nel Mezzogiorno sono anche quelli che hanno vissuto situazioni di difficoltà di reddito o di lavoro, che hanno maturato aspettative peggiori verso il futuro e che ritengono la disoccupazione il problema più importante; un mix quindi di caratteristiche sfavorevoli. La dimensione economica, espressa nella forma dell’insoddisfazione diffusa, ha funzionato come base solida alle motivazioni della protesta politica, anzi si è saldata in qualche modo con essa fornendo una ragione specifica a un risentimento generale.

In questo scenario di rapido cambiamento assistiamo all’incunearsi della Lega di Salvini. Quali margini di successo può avere una proposta politica sino a pochi anni fa eretica quando veniva rivolta al Sud? Perché potrebbe essere vincente e scalzare quella del M5s? È vero che i voti raccolti fuori dal Nord e dalla zona rossa sono ancora relativamente meno, ma cominciano comunque ad aggiungersi rispetto a una situazione precedente in cui erano assenti o irrilevanti. Sono voti utili alla causa di un partito che vuole essere egemonico elettoralmente e che ha bisogno di risultati a doppia cifra in tutte le regioni. La penetrazione della Lega al Sud, dapprima lenta, si è accelerata dalla costituzione del governo giallo-verde ed è stata suggellata dai successi regionali e dai buoni risultati ottenuti in Abruzzo, Sardegna, Basilicata. Degli elettori di Salvini conosciamo, a oggi, quanto appariva dall’analisi del voto del 2018. Sappiamo ad esempio che, rispetto al M5s, l’insediamento territoriale del voto leghista presenta caratteristiche opposte. I consensi si impennano dove il mercato del lavoro risulta più performante, quindi non dove prevalgono condizioni di difficoltà. Il suo elettorato resta di estrazione sociale elevata: molti imprenditori e lavoratori autonomi più che i diseredati delle periferie, tanto enfatizzati dalla retorica di una Lega popolare e vicina alla gente. Nulla di nuovo, si tratta dell’elettorato tipico di Forza Italia, espressione del connubio forza-leghismo e ancora troppo poco per un partito che vuole essere rappresentativo del Mezzogiorno. Ma è indubbio che, anche in vista delle elezioni europee, la Lega esprima legittimamente potenzialità di successo ampie anche al Sud. Non è noto sapere se e quanto la formazione di Salvini sia riuscita a completare la sua penetrazione in tutti i milieu sociali.

Quel che è certo è che l’esplosione nazionale del partito ci sarà quando il M5s cesserà di raccogliere le aspettative di cambiamento e cederà una parte significativa dei suoi elettori a un partito più solido e strutturato anche se non ancora radicato sul territorio. Da un lato la presenza leghista al Sud resta paradossale, essendo gli interessi del partito ancora fermamente posizionati nel lombardo-veneto (ne è prova l’insistenza sul rilancio del progetto di autonomia differenziata). È anche vero, però, che la capacità di presa al Sud appare oggi maggiore. La nuova Lega propone il suo progetto a tutto il paese, alimentando rigurgiti sovranisti allorquando altri schemi mostravano il loro fallimento. Esistono poi ragioni più specifiche in grado di legittimare un successo al Sud. Sono da ricercare nella maggiore credibilità attribuita al partito come attore di governo affidabile (più che i 5 stelle), capace di riprodurre forme efficaci di mediazione a livello locale proprio perché erede naturale di Forza Italia. A comporre la tessera del neo-leghismo meridionale concorre anche l’appoggio dell’estrema destra, area politica mai sopita e in alcuni contesti locali del Mezzogiorno e dell’Italia centrale ancora significativamente presente. A fare da cornice c’è infine il messaggio, tanto incisivo sul piano simbolico quando ambiguo nella pratica, di una Lega “partito dello Stato”, in grado di offrire accoglienza a parole d’ordine come legalità e sicurezza sul territorio. Non conta che, alla fine, la lotta alle mafie venga diluita in generiche parole d’ordine e l’azione repressiva concreta finisca per essere interpretata come contrasto all’immigrazione. Anche se il numero di immigrati al Sud è decisamente minore, contano le percezioni, le paure (l’eco di quelli che potrebbero arrivare, non necessariamente quelli che già ci sono).

L’idea che Salvini propone al Sud sa molto di estensione del progetto nordista integrato da retorica securitaria. È evidentemente un progetto non privo di contraddizioni. Il tentativo di uniformare un’offerta politica da trent’anni squilibrata tra aree del paese, è una sfida difficile per la Lega che, mentre promuove federalismo per il Nord, punta a farsi votare dall’elettorato meridionale contro il loro interesse. Mentre promuove gli animal spirits del mercato anche al Sud, dove il virtuosismo laborioso dell’imprenditoria privata storicamente latita, Salvini che vuole smarcarsi da Di Maio deve anche decidere quali e quante “garanzie pubbliche” continuare ad assicurare ai suoi neo-elettori, che fine farà il reddito di cittadinanza, le migliaia di insegnanti che presumibilmente ritorneranno al Sud dopo la regionalizzazione della scuola, l’Ilva di Taranto. Tutte questioni abilmente lasciate gestire all’alleato, ma che in prospettiva erediterà come un macigno.

E allora, come usciremo da questa impasse? Per comprendere lo stato della politica attuale al Sud è forse più utile e interessante puntare lo sguardo sulla componente giovanile della popolazione meridionale, quella che prova a restare a galla tra le poche opportunità di un mercato del lavoro asfittico e l’alternativa della emigrazione. Guardare ai giovani è strategico per formazioni che provano ad allargare i loro consensi. I giovani sono nuovi elettori, non ancora maturi politicamente, potenzialmente più interessati di altri gruppi sociali al cambiamento. Ma quale seguito sono in grado di ottenere i partiti di protesta? Difficile valutare se e quanto la nuova offerta politica possa essere percepita come credibile agli occhi degli under 30 (o under 40) del Mezzogiorno al punto da produrre identificazioni più solide di una semplice preferenza elettorale. Il M5s è stato ed è, ancora in larga parte, l’attore principale in grado di intercettare il voto giovanile, al Nord come al Sud.

La strategia di mobilitazione del partito/movimento è stata indubbiamente efficace, soprattutto nella prima fase. Nel corso del tempo, però, l’attivismo è andato scemando, sostituito da un’adesione più mediatica che ha indebolito le istanze partecipative a vantaggio di quelle opportunistiche e individualizzate (lotta per le candidature, partito come trampolino di lancio per neofiti della politica e per professionisti ancora sul mercato). È vero, però, che l’enfasi sui temi anti-casta e di critica alla gerontocrazia, continuano a garantire al M5s una discreta rendita proprio tra i giovani meridionali, il gruppo maggiormente penalizzato per ragioni anagrafiche e geografiche dall’ineguale distribuzione di risorse del sistema Italia. Per quanto riguarda invece la Lega, la sua capacità di intercettare le nuove generazioni è stata storicamente scarsa. Anche l’apertura a destra, potenzialmente strategica per raggiungere un’area ideologica più estrema da tempo presente nel mondo giovanile, non sembra avere contribuito ad aggiungere significativi consensi in quanto le tematiche portate avanti dal partito restano rivolte più alle componenti insider (i lavoratori forti, manuali, le partite Iva dei professionisti più solidi) che a quelle outsider, più a un mondo degli integrati che degli esclusi.

Più interessante si rivela, invece, il confronto con le aree di mobilitazione coagulatesi attorno ai nuovi conflitti sociali e ai nuovi repertori di azione politica. Il Mezzogiorno, e i suoi giovani in primis, sono chiamati a esprimersi rispetto a diversi scenari di attivazione fuori dai partiti. Si pensi alle rivendicazioni espresse in ambito universitario (contro il precariato e le chiusure corporative dei “baroni”), nel mondo del lavoro (le proteste dei riders, ma anche l’eco della mobilitazione francese dei gilet gialli), o i richiami anti-sistema e protestatari del “gentismo” e del movimento dei forconi che, in verità, hanno coinvolto in modo tangenziale l’universo giovanile. Possiamo delineare due realtà giovanili per certi versi contrapposte. Una è quella della fascia di popolazione ad alto titolo di studio. Li possiamo definire cittadini critici, informati e sfiduciati, frustrati dalla politica, dallo squilibrio tra risorse individuali di cui pure dispongono e risorse di sistema scarse e inefficaci. In presenza di tassi di migrazione crescenti questi giovani fanno sempre più fatica a formarsi un’opinione pubblica, a costruire una mobilitazione spontanea, un movimento sotterraneo di cambiamento culturale. Sui loro margini di azione pesa lo svuotamento progressivo della popolazione del Mezzogiorno. Tra chi ha studiato sono sempre meno quelli che restano e chi lo fa tende a concentrarsi più sui vantaggi di una condizione minoritaria (meno pressione) che sulla capacità di azione in quanto gruppo. In entrambi i casi il rischio è che venga a mancare la spinta al cambiamento, a un’innovazione sistemica.

L’altro universo giovanile è quello degli “intrappolati”, di chi occupa una posizione subalterna per istruzione e collocazione lavorativa. O di chi sente di non poter che rimanere, novelli “basilischi” che guardano con scetticismo alle partenze e con rassegnazione alla permanenza. Senza partiti di massa e senza un progetto politico che possa includere si rafforza non tanto l’azione collettiva quanto soluzioni individualistiche di mero ritorno a logiche clientelari. La componente degli intrappolati rischia di essere la più sensibile ai richiami della politica urlata e contestataria. Spostamento a destra e deriva antimmigrazione non si sono ancora manifestati appieno al Sud. I giovani, presi dal conflitto tra valori aperti e universali e forme di chiusura, tra solidarietà familiari e conflitti generazionali, potrebbero essere un fattore di innovazione della politica e della società locale, ma a oggi un allineamento generale al progetto politico del Movimento 5 stelle o il salto sul carro del potenziale vincitore leghista (o anche l’astensione come rinuncia) restano scenari che porterebbero a un ulteriore rallentamento delle prospettive di reale trasformazione della società e della politica meridionale.

 

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