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Cultura. Delle mie inutili discussioni con un ragazzotto di Casapound

Fonte internet

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Elettra Santori

Mi è capitato di conoscerne uno, di questi ragazzotti di CasaPound.

Cranio rasato, barba corta e millimetricamente scolpita in continuum con le basette, una cura poliziesca della persona e del vestire. Dietro la camicia bianca, stiratissima, e i modi melliflui da bravo ragazzo, percepivo una rabbia inamidata, educata a esplodere a comando. Suppliva alla bassa statura forgiandosi i muscoli in palestra, perché la sua forza morale, quella che lui si riconosceva, fosse chiara a tutti, fin dai bicipiti. Una prevedibile passione marinettiana per la velocità e la moto, e un’ossessione per i tatuaggi: ho una celtica tatuata sulla schiena, si vantava, godendo del mio disgusto e della mia riprovazione.

Discutere con lui era una partita persa. Era un monoblocco senza fessure, vulcanizzato nella sua stessa ideologia. Preparatissimo a ogni mia obiezione, mi opponeva la mitologia pagana e germanica al razionalismo illuminista, e della triade mazziniana poi transitata nel fascismo – Dio, patria e famiglia – rinnegava solo il Dio cristiano, imbelle e garantista, sostituendolo con un vago Odino. Non attaccava frontalmente i pilastri della democrazia, l’emancipazione femminile, la libertà individuale, ma li sgretolava in tralice, un tassello alla volta, per parafrasi. Tutta la sua vita convergeva in CasaPound. Era un gregario disperatamente bisognoso di un cane pastore.

MI riconosceva la patente di “sincera democratica” per averlo ascoltato senza sottrarmi al confronto. Ma la medaglia al valor democratico rilasciata da un fascista ha un sapore amaro. Non significa certo un apprezzamento per il pluralismo, vuol dire: mi hai riconosciuto, e adesso ho diritto a esistere; prima esistevo e basta, ma tu mi hai dato dignità, e ora sarò con più forza ciò che già sono. Gliela leggevo negli occhi, quella gratitudine di reietto a cui avevo involontariamente offerto un’occasione di riabilitazione, non ai miei occhi, ma ai suoi. Da quei colloqui io uscivo avvilita, lui trionfante, benché non mi avesse minimamente convinto delle sue ragioni: semplicemente, aveva trovato ascolto, e lo spazio, oltre che il tempo, che gli avevo dedicato, lui li interpretava come un inizio di legittimazione. Non riusciva a capire che quella che gli riconoscevo era solo libertà, e non dignità, di parola. E in effetti come riconoscere l’una senza conferire anche l’altra? Troppo evanescenti i confini tra le due.

Per questo oggi non ripeterei l’esperienza di quelle inutili discussioni. E mi sento sempre più distante dalla democrazia all-inclusive che garantisce a pioggia il diritto alla parola e si bea di se stessa soprattutto quando lo concede ai suoi nemici dichiarati. E che al Salone del Libro stava per svendere ai fascisti una dignità intellettuale di cui sono affamati (in attesa di svenderla, un giorno, chissà, anche ai nostalgici dello Stato Islamico).

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