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Dialoghi in corso. Per una cittadinanza digitale autonoma e consapevole

Tuttavia, come ricorda Eli Parisier, l’intermediazione è intrinseca nel concetto stesso di medium: ovunque c’è un medium – anche se questo è digitale – dovrebbe essere presente un’intermediazione di qualche tipo, qualcosa che si pone fra gli individui e il mondo degli avvenimenti.

 

di Gabriele Giacomini

 

“Accantonare le categorie della filosofia politica del passato non coincide con l’emancipazione dalle ideologie, ma equivale a perdere la cognizione dei flussi di potere” Ippolita, Tecnologie del dominio

 

Fonte internet

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“Tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo”. Così, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, l’umano pastore si appellava alla luna, metafora del sapere universale, della conoscenza coerente, completa, piena e soddisfatta. Alla luna, “giovinetta immortal”, Leopardi attribuisce la conoscenza del tutto, al “semplice pastore” l’interrogarsi, il rovellarsi, il peregrinare – attorno al mondo e attorno alla verità. Un pastore errante nei due sensi: di camminare e (in senso dantesco) di sbagliare.

L’ambizione insopprimibile ad una conoscenza completa da un lato (virtù della volontà), l’impossibilità “ontologica” e “biologico-cognitiva” di raggiungerla pienamente dall’altro lato (destino insuperabile), sono state al centro del dibattito delle scienze psicologiche e sociali a partire dal secondo dopoguerra. Mirabile sintesi di questa tensione (produttiva ma a tutti gli effetti tragica) è il concetto di “razionalità limitata” di Herbert Simon (psicologo e premio Nobel per l’economia): se è vero che, come sosteneva Aristotele, siamo gli unici animali dotati di logos, di raziocinio, è altrettanto vero che questa ragione non è certo “lunare”, bensì altamente imperfetta, assai limitata. L’essere umano che emerge da questi studi (vedasi Thinking fast and slow di Daniel Kahneman) appare come un miscuglio di freddi ragionamenti e di calde passioni, dove spesso le seconde sopraffanno i primi: tracimano dal loro “territorio di competenza” (l’amore, le relazioni intime, il sesso) per influenzare in maniera rilevante anche quello della ragione (le decisioni economiche o le scelte politiche, ad esempio).

Si tratterebbe di considerazioni che non stupiscono (azzardiamo pure banali), se non avessero conseguenze rilevantissime nel modo in cui cui pensiamo la sfera pubblica e la democrazia. Come nota Angelo Panebianco nella prefazione al mio Psicodemocrazia. Quanto l’irrazionalità condiziona il discorso pubblico (Mimesis 2016), il cittadino informato e razionale immaginato dalla teoria democratica classica, colui che fa scelte politiche a ragion veduta, dopo aver considerato e soppesato le diverse alternative, semplicemente non esiste (ma da Hobbes a Rawls, Stato e Giustizia sono concepiti essenzialmente a partire dai calcoli razionali degli individui!). Quando negli anni Quaranta e Cinquanta politologi come Lazarsfeld, Berelson, Campbell, Converse cominciarono – per la prima volta nella storia – a misurare il grado di sofisticazione politica dei cittadini (statunitensi), i risultanti furono estremamente sconfortanti. Talmente sconfortanti che simili analisi empiriche furono ripetute almeno fino agli anni Novanta, con la speranza di scoprire come persone con pensieri così superficiali e contraddittori potessero prendere decisioni politiche “sufficientemente soddisfacenti”, con la speranza di trovare tracce sparse di “virtù civiche” che, come i sassolini di Pollicino, avrebbero potuto ricondurre al segreto della (buona) democrazia.

Ma dagli anni Cinquanta in poi il bosco dal quale Pollicino deve fare ritorno si è infittito ed è diventato – probabilmente – ancora più sfidante. Le ideologie e i partiti di massa, che offrivano stabilità culturale ed organizzativa, che semplificavano il contesto decisionale dei cittadini, che fornivano un punto di riferimento per le masse, sono notoriamente in crisi – parola spesso abusata ma in questo caso adeguata e suffragata da un grande numero di fatti. Al loro fianco (e spesso in loro supplenza) si affastellano ora leader televisivi, partiti personali, movimenti popolari transeunti, talk show, istituzioni indipendenti, comici ed imprenditori, elettori fluttuanti, dichiarazioni su Twitter, piattaforme digitali e chi più ne vuole più ne metta. Sono passati, insomma, più di 70 anni e si sono compiuti il declino delle ideologie, l’avvento della globalizzazione su basi neoliberiste, infine una rivoluzione delle tecnologie della comunicazione (quella digitale) che non può non influire nel modo in cui i cittadini si informano, elaborano cognizioni, decidono. I rapidi mutamenti dis-orientano.

Per comprendere, a mio parere, il campo di gioco in cui si decideranno le sorti future dei cittadini e della democrazia occidentale, è opportuno affrontare con approccio realistico ma non rinunciatario (il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria) le mutazioni del contesto comunicativo ed informativo. La democrazia moderna, infatti, si basa sulla partecipazione (seppur indiretta) dei cittadini alla formazione delle politiche, e la partecipazione dei cittadini vede il suo cuore in attività di tipo linguistico-comunicativo (almeno fino a quando la parola verrà preferita alla mera violenza[1]).

Vedere oltre. La verità parziale della disintermediazione

Gli esseri umani, essendo razionalmente limitati, per informarsi devono affidarsi ad alcuni intermediari in grado di semplificare loro il contesto in cui si trovano (e che i cognitivisti chiamano “ambiente di scelta”). Durante la giornata le donne e gli uomini sono impegnati in molte attività: sperabilmente hanno un lavoro, possiedono certamente degli hobby, devono nutristi, dormire, coltivare relazioni intime. Ma i fatti del giorno sono potenzialmente infiniti, quindi qualcuno “deve” aiutare gli individui a selezionare le notizie “principali” con facilità e senza troppi costi cognitivi (se i costi sono eccessivi il processo di rado risulta migliore, al contrario semplicemente si interrompe – è il cosiddetto information overload). Questi intermediari possono essere i familiari (ad esempio ascolto l’opinione di mio marito che si intende di politica), un determinato giornale (da Il Manifesto a Libero), un certo programma televisivo (ad esempio i 30 minuti del telegiornale di Lilly Gruber, di Emilio Fede, di Enrico Mentana), oppure la navigazione su Internet.

La prima “verità parziale” (o di parte?) da superare per comprendere le novità di Internet – e le implicazioni sulla democrazia – è quella di disintermediazione. L’idea di disintermediazione, nata originariamente in ambito economico e finanziario, può essere definita in generale come l’attività di rimuovere intermediari da un qualche tipo di relazione. Più specificatamente nel nostro discorso, il termine indica la capacità di autorappresentarsi e comunicare in prima persona, superando attraverso Internet (e, ancora di più, attraverso il Web interattivo 2.0) la mediazione tradizionalmente svolta dai mezzi di comunicazione come i giornali, le radio e le televisioni. Per disintermediazione si intende, quindi, sia la capacità dei politici di rapportarsi “direttamente” con i cittadini, sia quella dei cittadini di mettersi “direttamente” in rapporto con i loro rappresentanti e fra di loro, scavalcando le tradizionali forme di intermediazioni dei mass media (dei giornalisti e delle redazioni, ad esempio).

Nel bel mezzo delle tecno-euforie del primo scorcio di millennio autorevoli studiosi sostenevano che il Web avrebbe permesso ai cittadini di comunicare orizzontalmente, direttamente fra loro, superando le classiche intermediazioni editoriali dei giornali o delle televisioni. Vedo una notizia, la carico, la condivido. Nessuno può più interferire, mettersi di mezzo. Attualmente quello di disintermediazione è un concetto mainstream: di grande successo nell’ambito specialistico, ormai sempre più ripetuto nel dibattito pubblico e sempre più diffuso nel senso comune. Tuttavia, come ricorda Eli Parisier, l’intermediazione è intrinseca nel concetto stesso di medium: ovunque c’è un medium – anche se questo è digitale – dovrebbe essere presente un’intermediazione di qualche tipo, qualcosa che si pone fra gli individui e il mondo degli avvenimenti.

La mia idea, che ho esposto diffusamente nel libro Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia (Meltemi 2018), recentemente pubblicato, è che il concetto di disintermediazione può essere inteso e considerato da due differenti punti di vista. Da un lato la disintermediazione può essere intesa in senso stretto, rispetto a quanto siamo soliti conoscere, studiare e frequentare, in maniera quindi storicamente situata. Sotto questa prospettiva, si può sostenere che la rete contribuisca a “disintermediare” gli intermediari tradizionali: i media digitali in effetti superano in parte (e mettono in crisi) le figure di intermediari tipiche del Novecento. Dall’altro lato, però, la disintermediazione può essere intesa in senso ampio. Se intendiamo l’intermediazione in senso etimologico, in senso assoluto e non in rapporto a qualcosa di precedente, il concetto di disintermediazione non sembra più adeguato ed è certamente più consono quello di neointermediazione. I media digitali, infatti, superano l’idea di intermediario come è stata intesa finora, ma non la superano in assoluto. Ne sono invece stati introdotti di inediti, diversi rispetto ai precedenti ma non per questo trascurabili. In questo quadro, la chiave interpretativa della disintermediazione non è banalmente falsa, bensì sofisticatamente parziale.

 

Mentre, come sosteneva Umberto Eco (un po’ a ragione, un po’ per gusto di provocazione), su Internet ognuno ha diritto di manifestare la propria irrilevanza, le grandi piattaforme sono tutto tranne che irrilevanti. Influenzano, condizionano. Con un sottile (invisibile?) ma pervasivo “verticismo”. Ad esempio, quando un utente pubblica un qualsiasi post su Facebook, gli algoritmi della piattaforma decidono come e in che misura questo post appare sugli schermi dei friends. E questa è una forma di potere fra le più importanti. Si chiama “quarto potere” e consiste nello scegliere quali informazioni pubblicare o mettere in risalto. Prerogativa classica dei giornali, ora – mutatis mutandis – campo di gioco per Facebook (il NewsFeed) o Twitter (i TopTrends). Ecco che si è realizzata una neointermediazione: ai vecchi intermediari (i giornali, le redazioni) se ne sono affiancati di nuovi (gli algoritmi delle piattaforme online).

 

Vedere la neointermediazione significa considerare finalmente le grandi piattaforme digitali come Facebook, Google, Twitter per quello che sono: poderose organizzazioni che hanno il potere di “filtrare” le informazioni prodotte e consultate dai cittadini, che praticano l’attività dell’agenda setting e che quindi possiedono naturaliter delle responsabilità politiche nei confronti della sfera pubblica e della democrazia.

 

Non tutto è pluralista ciò che è plurale. Effetti delle echo chambers

 

Passando dal cosa al come, il ruolo di neointermediazione delle grandi piattaforme porta direttamente ad interrogasi sul modo in cui la loro attività agisce sulla sfera pubblica e sulla polis, sugli esiti nell’ambito del confronto democratico.

 

Senza dubbio Internet ha permesso la moltiplicazione delle fonti informative. Recandosi sul web ognuno può – facilmente e a costi molto bassi – pubblicare, condividere e diffondere idee, opinioni, informazioni. Le applicazioni del cosiddetto Web 2.0 sono progettate con un’interfaccia che consente anche ad utenti inesperti di pubblicare e condividere con estrema facilità contenuti (user generated content). Inoltre, nel succedersi degli anni sempre più persone stanno facendo ingresso nella sfera pubblica digitale. Similarmente a quanto accadde nel Quindicesimo secolo a seguito dell’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte Johannes Gutenberg, nel Ventunesimo secolo il sistema dei media fondato sulle reti promuove una moltiplicazione delle fonti di informazioni. Il corpus digitale diventa quantitativamente più ampio, più grande, più numeroso, aumenta progressivamente la quantità di informazione complessivamente disponibile. Le magnifiche sorti e progressive?

 

Sarebbe prematuro concludere che si tratti dell’Eden dell’informazione. Si badi bene, infatti: ad un aumento quantitativo delle fonti informative non segue automaticamente – sic et simpliciter – un aumento del pluralismo qualitativo. Secondo l’ideale pluralista la diversità e il dissenso sono valori che proteggono la libertà e che, al tempo stesso, portando argomenti diversi in dialettica fra loro, arricchiscono sia l’individuo sia la sfera pubblica. È l’idea di confronto democratico di John Stuart Mill, basata esplicitamente sulla libertà di espressione e implicitamente sull’ampia disponibilità di opinioni diverse. Pluralismo però, come sottolinea Sartori in Pluralismo, multiculturalismo e estranei (Rizzoli, 2000), non significa mera divisione fra un certo numero di opinioni diverse (questa, piuttosto, è pluralità, o complessità strutturale) significa invece che le diverse parti dovrebbero entrare in rapporto fra loro nell’ambito della comunità politica, diventando componenti positive del loro intero. In questo senso si può sostenere che il sistema politico democratico si ispira all’ideale della concordia discors, ovvero su un’armonia discorde ma produttiva, sul consenso arricchito e alimentato dal dissenso.

 

Tuttavia, con l’avvento dei media digitali sembra essersi inaugurata una dissonanza: i media aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce (in termini quantitativi) ma al tempo stesso sembra aumentare – in maniera quasi paradossale – anche la distanza fra queste voci, mettendo quindi in difficoltà il raggiungimento delle finalità che dovrebbe avere un sistema politico pluralista (in termini qualitativi). Siamo di fronte a quello che ho chiamato in Potere digitale (Meltemi 2018) il “paradosso del pluralismo”: da un lato i media digitali aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce, dall’altro lato sembra aumentare anche la distanza fra queste voci, la loro polarizzazione, mettendo in difficoltà il raggiungimento delle finalità di un sistema politico pluralista (non meramente plurale). Sorte ironica, quella di Internet ai tempi delle piattaforme: nella storia dell’Uomo non c’è mai stata tanta informazione come sul Web, eppure il suo utilizzo non è mai stato tanto frammentato e polarizzato. La piazza in cui potersi confrontare è quella più grande, comoda e spaziosa di sempre, ma i gruppetti che la frequentano tendono ad essere sempre più piccoli e auto-centrati (fino alla situazione-limite della “monade leibniziana” che si riscontra nella sindrome da Hikikomori).

 

Nessun complotto (presunzione di innocenza fino a prova contraria), ma una sinergia fra psicologia umana, inedite potenzialità tecnologiche e interessi commerciali. Innanzitutto gli individui tendono naturalmente, proprio a causa della razionalità limitata da “pastori erranti”, a considerare le informazioni che confermano le proprie credenze e convinzioni precedenti, sminuendo ciò che è dissonante. Si tratta, in buona sostanza, di una naturale omofilia: un meccanismo cognitivamente comodo (e molto praticato, più di quanto siamo disponibili ad accettare coscientemente), poco dispendioso in termini di energia mentale, ma fallace. Infatti “chi cerca conferme le troverà sempre”, e conferme di questa fattura potranno essere consolanti ma non aiuteranno a scovare le verità nascoste nelle pieghe della complessità: le regole dei filosofi della scienza come Karl Popper consiglierebbero, piuttosto, di verificare un’ipotesi provando a confutarla.

 

Un (buon) consiglio non richiesto, a quanto pare, dalle grandi piattaforme digitali. Se la rete ha dato alle persone accesso a una quantità di informazioni che non è mai stata così ampia, allo stesso tempo ha creato il problema di come selezionare ciò che è rilevante per ognuno. Come pronta riposta gli algoritmi delle piattaforme funzionano in modo che gli utenti siano esposti tendenzialmente alle notizie che gradiscono (le capacità tecnologiche e di calcolo permettono profilazioni degli utenti e dei loro componenti sempre più precise e accurate). La finalità, invece, è essenzialmente commerciale: se la gente ha tempo limitato gli imprenditori della comunicazione devono convincerla a stare nella loro piattaforma più a lungo, ovviamente offrendole contenuti per cui mostra gradimento ed evitando il più accuratamente elementi disturbanti, e più la gente frequenta una precisa piattaforma più quest’ultima è appetibile commercialmente (tralasciamo volutamente il caso spinoso ma redditizio della vendita a terzi dei dati degli utenti). L’utilizzo dei cookie, il funzionamento degli algoritmi di Google che permettono ricerche personalizzate, i suggerimenti di amicizia di Facebook e le liste su Twitter sono elementi esemplificativi che vanno nella direzione di permettere alle persone di vivere in un ambiente online sempre più “cucito addosso”, come un vestito di sartoria.

 

Si tratta delle celebri “echo chambers” (in italiano “camere dell’eco”). Una fortunata metafora partorita dal giurista Cass Sunstein che sta ad indicare un ambiente chiuso che riflette sé stesso, una camera di risonanza in cui ognuno trova ciò che più gli piace e incontra le persone che hanno gli stessi suoi interessi. Con un conseguente “incastellamento” della sfera pubblica. Leggendo gli studi di alcuni studiosi italiani coordinati da Walter Quattrociocchi sembra che “echo chamber” significhi soprattutto discutere quasi soltanto con quanti hanno un orientamento coerente con il proprio, escludendo gli altri. Individui e gruppi si chiudono nella loro visione, nelle loro “echo chamber”, evitando di interagire con chi la pensa diversamente e limitandosi ad interagire con chi la pensa in maniera similare, minando la possibilità che il pluralismo non si traduca soltanto in una mera differenziazione delle voci, ma in una concordia discors, un approssimarsi dialogico ad un consenso corroborato dal confronto fra opinioni diverse. Il pericolo? Quello di ridurre quel dialogo fra diversi che secondo Voltaire, John Stuart Mill o Habermas dovrebbe essere il “sale” della democrazia.

 

Dalla diagnosi alla cura. Rinnovare la cittadinanza per difendere la democrazia

 

Il dibattuto scientifico sulle “echo chambers” è tuttora aperto. Alcuni ritengono che i loro effetti siano stati sopravvalutati: perché la dieta mediale delle persone non prevede soltanto le piattaforme (è invece variabile e soprattutto ibrida), perché gli studi sulle “echo chambers” sono stati condotti sulle comunità di Internet composte dalle persone più attive e quindi “partigiane” (e non sulla “maggioranza silenziosa” degli utenti), perché non mancano i casi di confronto dialogico (ad esempio nelle piattaforme civiche). Considerazioni che lasciano ben sperare. Tuttavia, anche se le “echo chambers” dovessero (come si auspica) rivelarsi tutto sommato trascurabili nei loro effetti, parafrasando Norberto Bobbio il compito degli intellettuali dovrebbe pur sempre essere quello di seminare dubbi.

 

Il dubbio principale verte su cosa dobbiamo aspettarci, al tempo di Internet, dalla democrazia. “La peggior forma di governo, escluse tutte le altre”, diceva Churchill, il quale non ebbe esitazioni e scelse l’estrema difesa dei valori liberali e democratici quando ormai l’intero continente marciava al passo dell’oca nazifascista. Del resto, il primo straordinario merito della democrazia è quello di potersi coricare la sera senza il timore di essere prelevati nottetempo dalla polizia segreta. Questo è l’approccio “minimalista” alla democrazia: da questo sistema dobbiamo aspettarci la tutela delle libertà fondamentali (componente “liberale”) e alcune regole fondamentali (come le regolari elezioni o il principio della maggioranza) che aumentano per i cittadini la probabilità di fare sentire la propria voce ma soprattutto che favoriscono la rotazione del potere (impedendo che posizioni di comando vengano mantenute in maniera esclusiva e per troppo tempo da una manciata di individui). Eccellente la sintesi di Popper: la democrazia è rotazione del potere senza spargimento di sangue. Non è poco, è invece moltissimo. È il nucleo centrale del valore della democrazia, che non deve essere tralasciato soltanto perché da 70 anni viviamo in tempi di pace e diritti fondamentali tutelati.

 

Tuttavia limitare derive autoritarie non è tutto ciò di cui si ha bisogno (il cittadino, diceva Dahrendorf, è vorace!). Non vorremmo soltanto essere liberi e sicuri, ma vorremmo anche che le decisioni pubbliche siano il più possibile efficienti, efficaci e condivise, in una parola “buone”. Questo è l’approccio “dialogico” alla democrazia, che sottolinea l’importanza del dialogo razionale (con esiti inclusivi). Al centro si trova l’idea di esercizio autonomo e consapevole del pensiero, che matura e viene valorizzato dalla comunicazione dialogica, come prescrive Habermas. Ma, dall’ideale alla pratica, il problema della neointermediazione e le dinamiche collegate ad esso, come la polarizzazione e l’“incastellamento” del confronto pubblico, coinvolgono gli assunti della sfera pubblica intesa in senso habermasiano. In primo luogo, l’autonomia del cittadino e la mancanza di manipolazione dell’attore politico da parte del potere economico (in particolare dei media), caratteristiche tipiche dell’ideale di Habermas, sono messe in dubbio dal fenomeno della “neointermediazione”. In secondo luogo, il manifestarsi di un confronto inclusivo, discorsivo e razionale, centro della democrazia dialogica, è messo in dubbio dal “paradosso del pluralismo”: come dicevamo, infatti, aumenta la quantità potenziale della comunicazione ma potrebbe diminuire la qualità effettiva. Senza contare il fatto che anche la versione minimalista della democrazia potrebbe essere messa in difficoltà: in fondo, stiamo parlando di multinazionali che nel loro settore manifestano tratti “monopolistici” (Facebook nel settore social, Google in quello dei motori di ricerca, ad esempio). E “quasi monopoli” in un settore cruciale come quello della comunicazione potrebbero inibire il ricambio e la rotazione del potere, favorendo specifici gruppi egemonici.

 

La democrazia dei moderni ha radici lontane, sviluppatesi attraverso la secolare lotta dei cittadini (intesi innanzitutto come abitanti delle città – soprattutto borghesi) contro il potere arbitrario del sovrano. Dal medioevo fino al Seicento, gruppi di nobili inglesi, alleati con la borghesia, a più riprese imposero al sovrano assoluto di concedere ad ogni individuo alcuni diritti fondamentali: fu una lotta per la salvaguardia della libertà individuale e contro l’azione arbitraria del potere, fu l’habeas corpus – “abbi il tuo corpo” – il riconoscimento dell’autonomia personale e dell’inviolabilità di ciascuno. Da questo nucleo e fino al giorno d’oggi, i cittadini hanno visto progressivamente estendere i propri diritti fondamentali. Ma la democrazia è un sistema in perenne evoluzione, dagli equilibri mutevoli, sfidato da innovazioni e sorpreso da nuovi bisogni. A nuove modalità di espressione del potere seguono nuove forme di vulnerabilità della cittadinanza e nuovi diritti di libertà ed autonomia.

 

Nell’epoca della rivoluzione tecnologica e digitale a grandi possibilità di informazione, comunicazione e coinvolgimento corrispondono nuovi rischi di interferenza, condizionamento e manipolazione da parte di nuove forme di potere. Se i vecchi editori sono in crisi, si stanno affermando enormi e potenti centri di mediazione come Google o i social network. Se le informazioni sulla rete sono in quantità sempre maggiore, gli algoritmi e la personalizzazione tendono ad offrire agli utenti soprattutto ciò che vogliono leggere. Se la massa di informazioni e conoscenze è grande come un oceano, bufale e fake news possono diffondersi a cascata da utente ad utente. Se Internet può dare vita a nuove forme di partecipazione politica, offre anche formidabili strumenti per il condizionamento e la propaganda. Se si moltiplicano le azioni per la trasparenza (pensiamo all’open government o agli open data), il potere privato e pubblico può contare su inediti e sempre più efficaci strumenti per il controllo dei cittadini e dei loro comportamenti.

 

Perché la rivoluzione tecnologica non diventi un’occasione sprecata, o addirittura un’involuzione, serve un habeas mentem – “abbi la tua mente”, un movimento di presa di coscienza – intellettuale e politico – per una cittadinanza digitale consapevole. Se un tempo, infatti, il tema impellente era la libertà del corpo contro carcerazioni arbitrarie e offese fisiche, ora l’emergenza (e la sfida alla democrazia) riguarda anche l’autonomia della mente nei confronti di condizionamenti sottili ma pervasivi. Se la forma più alta di razionalità consiste nel tenere conto dei suoi limiti ed adottare delle contromisure, allora la strada è quella di pensare a rinnovati diritti capaci di tutelare la fragilità del “pensiero errante” nell’era del Web. Un’era in cui il potere non si manifesta più soltanto con la violenza bruta, ma anche e soprattutto proponendo, gestendo e modulando informazioni, simboli, immagini, parole e notizie. Ce n’est qu’un début.

 

[1] La parola sta alla democrazia come la mera violenza sta alla guerra civile.

 

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