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Clima. Lo sviluppo sostenibile a tre anni dall’Agenda 2030 e dagli Accordi di Parigi sul clima

fonte internet

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Nel settembre 2015, con l’adozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile con i suoi 17 Obiettivi di sviluppo sottoscritti da parte dei 193 paesi delle Nazioni Unite, ha preso avvio un cammino che si è posto l’obiettivo di riportare il mondo entro il 2030 su un sentiero di sviluppo sostenibile non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista sociale e ambientale. Poche settimane dopo è stato sottoscritto l’Accordo di Parigi sul clima. Si tratta di due eventi di enorme portata perché, come ha affermato lo scienziato ed ecologo Jeffrey Sachs, “incarnano un programma condiviso a livello mondiale”: un programma finalizzato a una società più equilibrata dove la crescita economica si accompagni a politiche volte a garantire che la crescita stessa sia ampiamente condivisa fra i cittadini e sia ecologicamente sostenibile.

L’Agenda 2030 affronta tutti i nodi cruciali per il futuro del pianeta e dell’umanità, come la lotta alla fame, la lotta alla povertà, il diritto all’acqua, il diritto alla salute, la lotta alle disuguaglianze, la conversione alle energie rinnovabili. Oltre ad affrontare il tema del clima e del riscaldamento globale, punta anche al raggiungimento di un diverso paradigma per l’istruzione e per la creazione di capitale sociale fino a porsi l’obiettivo della pace globale.

Per conseguire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 e negli Accordi di Parigi sul clima, ogni governo del mondo si è impegnato a puntare su cinque priorità: 1) garantire salute e istruzione di qualità per tutti, specialmente per i bambini; 2) fare un uso sostenibile del suolo, al fine di evitare lo sfruttamento intensivo dei terreni, la riduzione del manto forestale, l’impoverimento della biodiversità e la disponibilità di acqua dolce; 3) garantire a tutti un lavoro dignitoso, acqua sicura, servizi igienici, trasporti, energia e comunicazioni efficienti; 4) azzerare l’uso del carbone e progressivamente del petrolio nei sistemi energetici e passare a un sistema basato su energie rinnovabili, in modo da ridurre a zero le emissioni per bloccare il riscaldamento globale; 5) realizzare una buona governance a livello nazionale e globale: cioè stato di diritto, correttezza, trasparenza, eguaglianza tra uomo e donna e tra gli stati, società pacifiche e inclusive, cooperazione globale. Il mondo – ha affermato ancora Jeffrey Sachs – ha le risorse umane, le conoscenze, le tecnologie e le ricchezze per raggiungere questi obiettivi. La rivoluzione scientifica che stiamo vivendo e le nuove tecnologie digitali oggi sono in grado di garantire una istruzione di qualità, l’eliminazione della fame, una finanza equa, l’accesso universale alle cure sanitarie, soluzioni energetiche a bassa emissione e una governance migliore a livello globale.

Come ha scritto Enrico Giovannini nel suo libro L’utopia sostenibile, per realizzare un sviluppo pienamente sostenibile c’è bisogno di tre ingredienti fondamentali: tecnologia, governance e cambiamento di mentalità. Il più difficile da realizzare è questo salto culturale; non si tratta soltanto di adottare nuovi stili di vita, più rispettosi dell’ambiente, ma di cambiare radicalmente il modo in cui leggiamo e affrontiamo i problemi, soprattutto in due direzioni: 1) valutare il successo di un Paese con nuovi parametri; non il Pil ma il benessere collettivo, la sua equità e la sua sostenibilità nel tempo; 2) adottare il criterio della giustizia intergenerazionale, cioè considerare come vero sviluppo umano soltanto quello sviluppo che, secondo la definizione contenuta nel Rapporto Brundtland del 1987, “consente alla generazione attuale di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di fare altrettanto”.

Dal 2015 in vari Paesi del mondo si sono moltiplicate le iniziative e le esperienze di mobilitazione per diffondere la cultura della sostenibilità, la conoscenza dell’Agenda 2030 e in definitiva per cambiare l’attuale paradigma di sviluppo. Come in altri Paesi, anche in Italia fin dal 2015 è nata una Associazione per lo sviluppo sostenibile che ogni anno organizza un Festival italiano dello sviluppo sostenibile e oggi conta oltre 180 aderenti, fra università, istituzioni pubbliche e private e realtà della società civile. Ma, mentre la società civile mostra una notevole consapevolezza dei problemi da affrontare, la classe politica è in ritardo; l’Italia rischia così di non rispettare gli impegni presi alle Nazioni Unite nel 2015.

E’ quanto emerge dal Rapporto presentato il 4 ottobre dall’Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile: come ha affermato Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza, “siamo indietro su tutti i temi sociali ed economici; male anche su molti aspetti ambientali, come la qualità delle acque e l’entità delle emissioni inquinanti; anche dove stiamo migliorando, come gli indici di istruzione, siamo però dove l’Europa stava dieci anni fa”.

A sua volta il responsabile dell’Agenda Onu 2030 per l’Area mediterranea, Angelo Riccaboni, in una intervista al “Corriere della sera” riconosce i passi avanti fatti dai cittadini e dai governi, soprattutto in termini di consapevolezza e di attenzione alle tematiche della sostenibilità, ma sottolinea anche i ritardi sulla realizzazione di modelli di consumo e di produzione sostenibili, basati in particolare su uso efficiente delle risorse naturali, riduzione della produzione di rifiuti e riduzione del riscaldamento globale. Per l’Italia Riccoboni sottolinea i ritardi negli investimenti in infrastrutture sostenibili, nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica: si tratta, come ben si comprende, proprio di settori cruciali per rilanciare la nostra economia, creare occupazione di qualità e dare un futuro al nostro Paese.

La buona notizia, conclude Riccaboni, è la diffusione di una nuova mentalità fra i consumatori (soprattutto fra i più giovani) sui temi ambientali e sul consumo etico; è un fenomeno importante tanto che le aziende, anche quelle multinazionali, sono diventate più sensibili e più attente all’impatto della propria attività sugli ecosistemi naturali. Ciò significa che il salto culturale dei consumatori ha incominciato a incidere in modo virtuoso sui comportamenti delle aziende: è la dimostrazione che di fronte alle grandi multinazionali non è vero che siamo impotenti. Altrettanto avviene anche nei confronti dei governi. Dobbiamo esserne consapevoli e agire di conseguenza, puntando su consumi sostenibili. Insomma per dare un futuro migliore ai nostri figli dobbiamo mettere lo sviluppo sostenibile al centro di ogni nostra scelta.

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