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Dialoghi in corso. La lezione di Corbyn per la sinistra

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Rompere con il neoliberismo: questa è la lezione che viene da Oltremanica per il futuro della sinistra. La quale deve proporre certamente una strategia economica alternativa per il lungo termine, ma nel breve termine deve rivitalizzare il proprio appeal puntando a rappresentare davvero i giovani e garantendo economicamente la classe operaia, nella forma di investimenti in infrastrutture, istruzione e cultura.

di Paul Mason

La sinistra deve ripartire da alcuni fatti strategici e da alcuni fatti contingenti. I fatti strategici sono i seguenti: il sistema economico neoliberista si è rotto e il sistema geopolitico unipolare, quello sognato dai conservatori americani, è finito.
In Postcapitalismo (2015) segnalavo che, a meno che le élite occidentali non scarichino il neoliberismo, la globalizzazione si sgretolerà. La logica alla base di questo mio avvertimento è che, all’esaurirsi della crescita, si riducono anche i vantaggi della globalizzazione.

Non c’è abbastanza crescita affinché tutti beneficino dell’attuale sistema di commercio globale multilaterale e il problema è destinato ad inasprirsi se, come sta accadendo, un paese come la Cina comincia a drenare una buona parte della crescita del resto del mondo.

Le crepe nel sistema sono apparse però soprattutto nel mondo sviluppato. La Brexit, l’elezione di Donald Trump, le svolte verso il nazionalismo xenofobo dei governi di Ungheria e Polonia sono tutti sintomi dello stesso problema. E rappresentano tutti il tentativo di un «neoliberismo nazionale» – che taglia fuori il proprio paese dalle istituzioni della globalizzazione al fine di implementare il thatcherismo «in un solo paese».

Nel frattempo, l’arroganza degli Stati Uniti ai tempi dell’amministrazione Bush ha ceduto il passo all’isolazionismo sotto Obama prima e alla mentalità da «cane agitato» di Trump, poi. Come un terrier male addestrato, Trump abbaierà e ringhierà per convincere ogni potenziale amico e nemico a lasciare gli Stati Uniti in pace.

Questi erano i fatti strategici. I fatti contingenti sono invece i seguenti: praticamente ogni volta che la situazione è mutata, il nucleo liberale della politica ha sottostimato la minaccia, e la sinistra socialdemocratica l’ha seguito in ogni vicolo cieco.
In Gran Bretagna, i tecnocrati centristi del partito Liberal Democratico si sono autodistrutti triplicando le tasse universitarie in una coalizione con la destra destinata all’insuccesso. Poi i centristi liberali attorno a David Cameron si sono condannati al fallimento indicendo il referendum sulla Brexit, per poi mentire e spaventare i cittadini al fine di convincerli a votare per restare nell’Ue.

Proprio in questo periodo, sul fronte tedesco, davanti alla minaccia dell’AfD, il centro sta ripetendo lo stesso errore, e il partito socialdemocratico è determinato ad autodistruggersi ancora una volta in una coalizione con Angela Merkel.

Di fronte a questa situazione, cosa deve fare la sinistra? Per prima cosa, proporre una strategia economica che non sia il semplice ritorno alle politiche keynesiane degli anni Settanta. Il pubblico italiano non dovrebbe fare fatica a ricordare che la militanza operaia non può curare le patologie di un’economia a guida statale.

Dobbiamo riconoscere che la crisi del neoliberismo è più profonda della crisi del capitalismo di Stato a carattere keynesiano. Col senno di poi, possiamo dire che il modello del libero mercato anziché rappresentare una cura aggirava il problema fondamentale, quello della bassa produttività e di un elevato debito di Stato. Per trent’anni, abbiamo spinto la crescita attraverso l’indebitamento e l’ampliamento della forza-lavoro meno qualificata – sia attraverso i flussi migratori sia ritardando l’età dei pensionamenti ed aumentando la partecipazione.

La soluzione di lungo termine è un nuovo modello di crescita fondato sulla separazione tra lavoro e salario (attraverso il reddito di base e l’offerta statale di servizi di base universali) e la creazione di un forte settore – non di mercato – di cooperative e gruppi no-profit e di produzione peer-to-peer.

Ma nel breve termine, per rivitalizzare il proprio appeal, la sinistra deve concentrarsi su due cose: rappresentare davvero i giovani – il loro cosmopolitismo, la loro cultura, la loro dimensione globale; e garantire economicamente la classe operaia – nella forma di investimenti in infrastrutture, istruzione e cultura.

Questa è la lezione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito. Corbyn ha rotto con il neoliberismo, dichiarandolo morto, ha assunto impegni radicali per rinazionalizzare alcune industrie, controllare le banche e aumentare gli stipendi. E ha rifiutato ogni compromesso con le vecchie comunità operaie in materia di razzismo, xenofobia e nazionalismo.

Inoltre Corbyn ha deciso di rispettare il risultato del referendum sulla Brexit – lottando però per attenuarne l’impatto economico e sui lavoratori migranti. I centristi liberali, disorientati, avrebbero voluto che il Labour dichiarasse una guerra culturale alla sua stessa base, stigmatizzandone le idee come reazionarie.

Ci siamo rifiutati. Da questa scelta deriva una battaglia su due fronti, il che non è l’ideale: contro la reazione xenofoba tra le comunità operaie tradizionali e contro quel genere di elitismo fannullone che ha condotto al fallimento di Hillary Clinton e alla Brexit.

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